#AgendaMonti & Sanità: “Un Welfare per il nostro tempo: cosa dice l’agenda Monti in tema di Sanità? Ecco l’estratto…”

Cosa dice l’agenda Monti in tema di Sanità? Ecco l’estratto:

[...] L’Europa e la sua agenda di disciplina delle finanze pubbliche e riforme strutturali sono nemiche del welfare? No. Lo Stato sociale è il cuore del modello sociale europeo e della sua sintesi tra efficienza ed equità, mercato e solidarietà. Realizzare obiettivi di redistribuzione e di lotta contro le diseguaglianze senza attenuare le energie per la crescita è la sfida politica centrale del nostro tempo. Di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di debito. E ci impone di capire che il modello che abbiamo costruito si sta incrinando sotto il peso del cambiamento demografico e della sempre più difficile sostenibilità finanziaria.
Abbiamo due alternative. O cercare di conservare il welfare state com’è, rassegnandoci a tagli e riduzioni di servizi per far fronte ad una spesa sempre crescente. O provare a rendere il sistema più razionale e aperto all’innovazione. Nel settore dell’assistenza sanitaria bisogna garantire il diritto alla tutela della salute in un nuovo contesto, organizzando il sistema sanitario secondo i principi di appropriatezza delle cure, costo/efficacia, riduzione al massimo degli sprechi, gestione manageriale basata su una valutazione trasparente dei risultati. Senza contrapporre sanità pubblica e sanità privata, perché ombre e luci, merito e sprechi, esistono in entrambe. Il servizio sanitario nazionale resta una conquista da difendere e rafforzare attraverso innovazione, efficienza e professionalità.
Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti, una soluzione che permette di coniugare risparmi di spesa e una migliore condizione del paziente. E dare attuazione alla riforma dell’ISEE per rendere più obiettivo e trasparente l’accesso alle prestazioni agevolate di oltre 20 milioni di italiani, con una particolare attenzione alle famiglie numerose e per quelle con figli molto piccoli. Senza dimenticare che la sanità e la sicurezza sociale sono la più grande industria di servizi del Paese. Promuoverla significa anche sostenere la crescita e l’innovazione.
Bisogna riconoscere e valorizzare il ruolo del volontariato, un mondo vastissimo che spesso incontriamo senza neppure riconoscerlo e che svolge funzioni preziose non solo nel campo dell’assistenza, ma anche dell’educazione, nella formazione degli adulti, nello stimolo culturale. In Italia è cresciuto in questi anni un modello di impresa sociale molto avanzato e che anche in Europa è guardato con interesse. [...]

Montezemolo (ItaliaFutura): “Il nostro candidato ideale è giovane ma soprattutto competente e con interesse al futuro del paese. Noi stiamo mettendo insieme persone con queste caratteristiche”

«Non mi candido a niente, ho già avuto tanto dalla vita, voglio mettermi a disposizione di un progetto» perché «non credo al modello one man show». Così Luca Cordero di Montezemolo, parlando questa mattina a “Radio anch’io”, conferma la sua intenzione di non candidarsi a Palazzo Chigi ma di voler contribuire a dar vita, con Italiafutura, a una formazione di centro che non sia però il risultato di «operazioni di palazzo».

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Un rassemblement che unisca l’area progressista e liberale
«Non credo a un partito personale, non cerco nulla per me – spiega ancora il presidente della Ferrari – metterò tutte le mie forze per un progetto. Italiafutura vuole concorrere insieme a tante forze reali del Paese, dal volontariato ai giovani, a creare una forza liberale, riformatrice e democratica, per dare risposta a tanti cittadini che non sanno chi votare». In particolare, Italia Futura lavora per creare un “rassemblement”, ispirata all’eperienza delle forze politiche centriste francesi, una «forza liberale, riformatrice e democratica che metta in contatto la società civile e la politca per dare risposte a cittadini che non sanno più a chi rivolgere la loro domanda di politica».

L’esempio dei centristi francesi
Montezemolo paragona per questo la situazione italiana a quella che diede il via alla Quinta Repubblica e alle riforme istituzionali promosse dal generale De Gaulle: «Il nostro candidato ideale è giovane ma soprattutto competente e con interesse al futuro del paese. Noi stiamo mettendo insieme persone con queste caratteristiche. Cerchiamo di unire un grande area progressista, democratica e veramente liberale. Io – continua – ho già in mente una squadra ma non faccio nomi, non voglio che diventi un partito voglio che sia un rassemblement».

All’Italia serve un governo “politico”
Nel corso della trasmissione, Montezemolo tocca vari temi dell’attualità politica, dallo scandalo “Laziogate” – «Lo Stato mi deve dire dove vanno a finire i miei soldi. Che i miei soldi debbano finire a Belsito o a Batman non mi sta bene e non deve star bene a nessuno» – all’ipotesi di un secondo mandato per il premier Monti, che un ascoltatore paragona al dittatore cileno Pinochet, autore di un golpe bianco. «Monti va ringraziato», replica il leader di Italiafutura. E aggiunge: «questo paese ha bisogno di politica. Monti può essere chiamato a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio, ma più che la persona é importante l’agenda Monti. Tra poco bisognerà gestire questo paese e con tutto il rispetto lo deve gestire la politica e non un governo tecnico».

Come nel 1994 lo scontro sarà tra vecchi e nuovi (di Luca Ricolfi)

È difficile che si voti a novembre, ma è praticamente certo che a novembre comincerà la bagarre. Mentre il povero Monti, come succede a fine anno a qualsiasi presidente del Consiglio, sarà alle prese con i problemi dei conti pubblici, i partiti avranno tutti la testa già rivolta alle elezioni di primavera. Ogni gesto, ogni dichiarazione, ogni parola sarà finalizzata ad attirare il maggior numero di voti possibile.

A tutt’oggi, tuttavia, noi elettori siamo all’oscuro di tutto. Non sappiamo, ad esempio, quanti parlamentari dovremo eleggere. Non sappiamo se i condannati con sentenza definitiva potranno essere candidati oppure no. Non sappiamo con quale legge elettorale si voterà. Non sappiamo quante e quali liste saranno in campo. Anche se non sappiamo nulla, possiamo però fare qualche previsione. Io ne azzardo alcune, dalla più facile alla più difficile.

Numero di parlamentari: l’auspicata riduzione non ci sarà, penso abbia ragione Arturo Parisi quando dice che i continui rinvii dell’accordo sulla legge elettorale siano stati finalizzati all’obiettivo nascosto di rendere impossibile (con la scusa che «è troppo tardi, ormai») una riforma più organica, che riduca il numero di parlamentari.

Candidabilità dei condannati: sarà perfettamente possibile candidare al Parlamento un condannato con sentenza definitiva. In questo modo il nostro Parlamento potrà conservare un primato cui evidentemente tiene molto: quello di essere l’istituzione con la massima densità di soggetti condannati e rinviati a giudizio.

Legge elettorale: se non sarà il porcellum (legge attuale), sarà il super-porcellum (legge attualmente in discussione), ossia l’unico sistema capace di sommare i difetti del proporzionale e i difetti del maggioritario. La legge di cui si parla da settimane, infatti, gode di tre interessanti proprietà: permette ai segretari di partito di scegliere a tavolino una frazione considerevole degli eletti, a prescindere dalle scelte degli elettori; non consente ai cittadini di sapere, la sera delle elezioni, chi le ha vinte e chi le ha perse (si torna ad accordi fatti in Parlamento, come nella prima Repubblica); distorce la rappresentanza, nel senso che, con il premio di maggioranza, conferisce al partito più grande molti più seggi di quanti ne merita in base al voto e, con la soglia di sbarramento al 5%, toglie molti seggi ai partiti più piccoli.

Numero delle liste: saranno tantissime, come sempre, ma quelle «vere», ossia con ragionevoli chances di superare il 5% dei consensi, saranno solo 7.

Quali liste: qui viene il bello. Secondo me lo schema delle prossime elezioni sarà un 4 + 3 + «fricioletti» (pescetti fritti, come il mio maestro Luciano Gallino chiamava i libri che una biblioteca seria non dovrebbe mai ordinare, perché costano e durano poco).

Ci saranno quattro formazioni che, se non sbagliano clamorosamente strategia e se non sono cannibalizzate dalle liste di disturbo, possono aspirare a un risultato non lontano dal 20%. Due di esse, Pdl e Pd, sono vecchie ma si presenteranno con sigle più o meno rinnovate, il Pdl con un nome e un simbolo nuovi, il Pd con qualche segno che indichi l’annessione di Sel e di Vendola al super-partito della sinistra. Le altre due liste sono nuove di zecca, e sono il movimento di Grillo (Cinque Stelle) e quello nascente di Montezemolo (Italia Futura), più o meno ibridato con movimenti di ispirazione simile.

Ci saranno poi tre formazioni che possono aspirare a qualcosa più del 5%, e cioè l’Udc, l’Italia dei Valori e la Lega, anch’esse più o meno riverniciate e restaurate per non sembrare troppo vecchie.

E infine i fricioletti, almeno 20 liste e listarelle (alcune di nobili tradizioni, altre inventate per l’occasione), implacabilmente destinate a restare sotto il 5%, quando non sotto l’1%.

Quel che è interessante, però, è il tipo di competizione politica che si prepara. Potrò sbagliare, ma a mio parere quel che sta accadendo nell’elettorato italiano è molto simile a quel che accadde venti anni fa, nel periodo di sbriciolamento non solo delle istituzioni ma anche delle strutture mentali della prima Repubblica. 

Fra il 1992 e il 1994 diminuì drasticamente la quota di italiani che ragionavano prevalentemente in termini di destra e sinistra, e aumentò sensibilmente la quota di quanti ragionavano in termini di vecchio e nuovo. Ci fu un momento, anzi, in cui questo gruppo risultò più numeroso del primo. Oggi sta succedendo qualcosa di molto simile.

Gli elettori che andranno al voto si divideranno, innanzitutto, fra chi è ancora disposto a scegliere una forza politica tradizionale e chi invece preferisce puntare su una forza nuova

I primi, i «vecchisti», potranno comodamente ragionare in termini di destra e sinistra, scegliendo una fra le tre opzioni disponibili: Pdl, Udc, Pd, i tre partiti che hanno sostenuto il governo Monti. 

I secondi, i «nuovisti», dovranno invece abituarsi a ragionare in termini molto diversi, perché l’offerta politica delle due principali liste nuove è molto più polarizzata: da una parte c’è l’anticapitalismo anti-euro e antiEuropa di Grillo, dall’altra c’è il turbo-liberalismo di Italia Futura e dei gruppi ad essa vicini, come «Fermare il declino» di Oscar Giannino. 

Qui destra e sinistra c’entrano davvero poco, quel che conta – e divide – sono le ricette per affrontare la crisi: con meno Europa e meno ceto politico se voti Grillo, con meno tasse e meno Stato se voti Montezemolo. E dintorni.

Sono due modi di porre i problemi che, in questo periodo, hanno entrambi un grande appeal. I sondaggi mostrano da almeno cinque anni che le spinte anti-partitiche e i dubbi sull’Europa sono molto radicati nell’elettorato. Ma un interessante sondaggio di Renato Mannheimer di qualche tempo fa segnalava anche un’altra e assai meno nota novità: per la prima volta da molti anni sono più gli italiani che si preoccupano dell’eccesso di tasse che quelli che si preoccupano di salvare lo Stato sociale.

Insomma, se fossi il leader di una forza politica tradizionale sarei preoccupato, molto preoccupato. La forza d’urto dell’onda anti-partiti potrebbe essere assai forte, specie sotto l’ipotesi Ber-Ber: un Pd guidato da Bersani (l’usato sicuro) e un Pdl guidato da Berlusconi (lo strausato insicuro). 

E molto mi sorprende che, quando si parla di premio di maggioranza, se ne discuta come se potesse andare solo al Pd o al Pdl, o addirittura come se la corazzata Bersani-Vendola avesse già la vittoria in tasca. 

Se fossi Bersani non sottovaluterei né l’area Montezemolo né quella di Grillo, specie nella sciagurata eventualità che i partiti continuino a restare insensibili al «grido di dolore» che, da tanti anni e da tante parti d’Italia, i cittadini levano contro la politica e i suoi indistruttibili, irrottamabili, rappresentanti di sempre.

da ItaliaFutura.it

Anticipi di Cross-Border Healthcare: Emigrare per curarsi. Non è il meridione, ma l’Alto Adige (di Marco Sarti)

Costretti a viaggiare per un ricovero. A volte solo per ricevere una prestazione ambulatoriale. Non è un caso di malasanità nel Sud Italia, ma la quotidianità a Bolzano. Il presidente del consiglio provinciale Minniti solleva la questione. Nel 2011 sono stati spesi 45 milioni di euro per le prestazioni ospedaliere fuori confine dei cittadini altoatesini. Ci si cura in Veneto, soprattutto. Ma la metà dei pazienti preferisce l’Austria.

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In viaggio per farsi curare. Costretti a lasciare il proprio territorio per un ricovero o, talvolta, anche solo per ricevere una prestazione ambulatoriale. Non è l’ennesima vicenda di malasanità nel Sud Italia, ma la quotidianità a Bolzano. Gli altoatesini preferiscono gli ospedali degli altri. Per ricevere prestazioni ospedaliere vanno in Veneto, soprattutto. Ma anche in Austria. Una tendenza che finisce per avere pesanti ricadute sulle casse della provincia autonoma. «Nel corso del 2011 – come ha denunciato in un’interrogazione il presidente del consiglio Mauro Minniti – la spesa della sanità provinciale per i ricoveri e le prestazioni ambulatoriali in altre province italiane e all’estero di cittadini altoatesini ammonta quasi a 45 milioni di euro (+ 8 per cento circa in confronto al 2009)». Una spesa rilevante, che per il 44 per cento è stata erogata al servizio nazionale austriaco.

Che fine ha fatto la tanto decantata – a buon ragione – efficienza altoatesina? I servizi sanitari impeccabili, l’assistenza rapida e di qualità? «Evidentemente – racconta il Pdl Minniti al telefono – Ci sono servizi sanitari che a Bolzano non vengono resi. Oppure, ancora peggio, che hanno tempi di attesa lunghissimi». Liste di attesa per un controllo medico come in un qualsiasi ospedale romano. E per una volta il Paese si scopre davvero unito.

A scorrere la lista delle prestazioni ospedaliere più richieste fuori provincia, si scopre che spesso si tratta anche delle più comuni. Nel 2011 i cittadini residenti in Alto Adige hanno varcato i confini per sottoporsi a 108 interventi sule valvole cardiache (per una spesa di 2.748.600 euro), 67 interventi di bypass coronarico (907.538 euro). Ma soprattutto 218 interventi sul cristallino, «con o senza vitrectomia». Pari a una spesa di 378mila euro. «Ma siamo davvero sicuri che in Alto Adige non si possano offrire prestazioni di questo tipo?» si lamenta Minniti. «Parliamo di interventi non particolarmente rari».

Intanto i costi aumentano. Qualche mese fa l’assessore provinciale alla Sanità Richard Theiner aveva già risposto a una richiesta di chiarimenti avanzata da Minniti, pubblicando il dettaglio delle spese sostenute dal servizio sanitario provinciale per le prestazioni erogate a favore di cittadini altoatesini in Italia – fuori dalla provincia di Bolzano – e in Austria. E se nel 2009 la cifra totale raggiungeva i 41 milioni di euro (quasi 23 milioni per ricoveri e prestazioni ambulatoriali in Italia e 19 milioni in Austria). Nell’anno appena trascorso la spesa ha raggiunto i 44.852.000 euro (di cui 25 milioni erogati a strutture italiane).

Quali sono gli ospedali più ricercati? I primi cinque centri più richiesti dagli altoatesini si trovano tutti in Italia. Si tratta di ospedali pubblici e convenzionati, «dato che l’accesso – ha spiegato l’assessore Theiner – è libero e basato sul principio della libera scelta del paziente del luogo di cura». Al primo posto c’è l’ospedale della vicina Trento. Seguono quattro realtà venete: l’azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, l’azienda ospedaliera di Padova, l’ospedale Sacro Cuore di Negrar e la casa di cura privata polispecialistica di Peschiera del Garda (a cui il servizio sanitario della provincia di Bolzano ha corrisposto quasi 600mila euro). Mancano le strutture austriache – la città più interessata dal particolare fenomeno migratorio è Innsbruck – dove pure viene destinato il 44 per cento della spesa.

Questa vicenda «deve farci interrogare – denuncia Minniti – sui motivi per cui si è scelto, da parte del paziente, una sanità estranea alla nostra e quindi porci dei dubbi sullo stato dell’offerta credibile, piena ed efficiente del servizio sanitario altoatesino, nel quale, evidentemente, si investe in maniera insufficiente, creando disagi all’utenza».

Da Linkiesta.it

Italia, fai come la Germania e risparmi 55 miliardi

di Aldo Lanfranconi

Dalla spesa sanitaria a quella militare, dagli incentivi alle imprese alle spese per l’attività politico-diplomatica, il raffronto con i nostri partner europei indica molte delle correzioni da fare. Ad esempio nessuno in Europa, nemmeno la Grecia, umilia l’università come noi. I riallineamenti che si ricavano da quest’analisi avrebbero ridotto la spesa di circa 55 miliardi, più di tre punti del nostro Pil.

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Ecco come e dove ridurre la spesa pubblica in un’analisi scelta per voi da NoiseFromAmerika

da Linkiesta.it

Gli spasmi di un organismo in decomposizione

di Italia Futura , pubblicato il 1 giugno 2012

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Italia Futura non è interessata ad alleanze con le attuali forze politiche, né tanto meno a mettere piede in un Parlamento composto da nominati e divenuto l’emblema del totale discredito in cui versa gran parte della classe dirigente politica italiana.

Italia Futura, da quando è nata tre anni fa, ha rappresentato una delle pochissime voci che si sono levate dalla società civile per denunciare lo stato di progressiva decomposizione della politica italiana, la totale mancanza di capacità nell’affrontare le questioni centrali del paese e il fallimento senza attenuanti della Seconda Repubblica e dei suoi principali esponenti.

Abbiamo chiesto le dimissioni del governo Berlusconi e sostenuto la formazione del governo Monti, che continuiamo a ritenere oggi l’unica soluzione per gestire l’emergenzanella quale si trova il nostro paese.

Non possiamo impedire che si parli di noi, ma allo stesso modo non possiamo accettare di essere chiamati in causa da esponenti del Pdl con cui non abbiamo niente a che fare.

Con queste parole, volutamente nette e dure, riteniamo di chiudere una volta per tutte la porta algossip politico alimentato ad arte da alcuni naufraghi della seconda repubblica.

STUDENTE DELL’ANNO? MEGLIO UN PREMIO ALL’INSEGNANTE DELL’ANNO

TANTI OTTIMI PROFESSORI SONO SCORAGGIATI DA UN SISTEMA RETRIBUTIVO, DIFESO A SPADA TRATTA DAI SINDACATI, CHE NON HA MAI FATTO DIFFERENZE DI MERITO: NON LAMENTIAMOCI SE I LAUREATI MIGLIORI VANNO A FARE ALTRO

Articolo di Andrea Ichino pubblicato sul Corriere della Sera del 27 maggio 2012

Ben venga un premio agli studenti migliori, ma ciò di cui la scuola italiana ha urgente bisogno è soprattutto premiare gli insegnanti migliori! Su questa vera emergenza, invece, il “pacchetto merito” che il Ministro Profumo proporrà al governo non dice assolutamente nulla. Strano, perché proprio lui aveva affermato di voler ridare dignità e prestigio ai Maestri con la M maiuscola: quelli che, ci diceva, il Giappone riverisce come “Sensei”.
Tanti ottimi insegnanti, soprattutto donne, che nel passato erano stati selezionati nel mondo della scuola tra i migliori laureati delle loro discipline, oggi sono scoraggiati da un sistema retributivo che a loro non ha mai riconosciuto nulla, trattandoli allo stesso modo di colleghi che molto meno di loro hanno fatto. Questi ottimi insegnati, sulle cui sole spalle si è retta la scuola italiana, se ne stanno andando in pensione, amareggiati, lasciando il posto a giovani selezionati con criteri che poco hanno a che fare con il merito. Proprio lo stesso Ministro Profumo, in altro provvedimento, ha recentemente previsto un accesso facilitato, per i precari con almeno 3 anni di servizio, al Tirocinio Formativo Attivo che dovrà selezionare i futuri docenti. Questi precari non dovranno superare gli esami selettivi imposti agli altri candidati. Ci saranno senz’altro delle persone di valore tra loro, ma la semplice attesa nelle graduatorie del passato, in cui non si entrava per merito, non ci aiuterà a identificare i migliori. Peggio: confermerà nei giovani laureati l’impressione che la scuola italiana sia un posto riservato a chi è disposto ad aspettare in coda (ossia non ha alternative attraenti nel resto del mercato del lavoro). E nel quale si fa carriera e si guadagna di più solo per anzianità non per capacità e impegno.
La sperimentazione ministeriale “Valorizza”, nel passato anno scolastico, aveva disegnato un modo per identificare e premiare gli insegnanti migliori basato sulla loro reputazione all’interno di una scuola, misurata in termini di giudizi positivi dei colleghi, delle famiglie e degli studenti. Non di una sola di queste tre componenti, ma di tutte e tre. L’idea era proprio di premiare quegli insegnanti che tutti indistintamente apprezzano. Quelli di cui gli studenti si ricordano anche dopo 40 anni. Questa sperimentazione, certamente migliorabile ma che aveva dato risultati davvero incoraggianti (e ancor più ne darebbe se il Miur si decidesse a pagare i premiati!), è stata invece affossata dal Ministro sotto la pressione dei sindacati, che vogliono mantenere il diritto di contrattare ogni elemento della retribuzione per poter dare “premi” a tutti, buoni e cattivi.
Continuiamo pure così. Ma poi non lamentiamoci se i laureati migliori andranno a fare altro, soprattutto nelle materie scientifiche, soprattutto le donne meglio preparate che oggi a differenze del passato, hanno prospettive occupazionali più attraenti con cui la scuola deve competere.
Quanto agli “studenti dell’anno”, imparare da bravi insegnanti era il più bel premio che il Ministro avrebbe potuto offrire loro: della carta dei musei (che già visitano da soli), di premi alle scuole che bocciano di meno e di università senza numero chiuso non se ne faranno molto!

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Grillo: norma anti 5stelle è un autogol noi non vogliamo alcun rimborso

ROMA – «La febbre terzana che ha colpito Bersani che sproloquia di “non vittoria” ha colpito anche Casini. Premessa: il MoVimento 5 Stelle ha rifiutato in passato il rimborso elettorale di un milione esettecentomila euro per le regionali e rinuncerà ai rimborsi per le prossime politiche, che potrebbero superare i 100 milioni di euro e più con le attuali previsioni di voto. Quindi i soldi il M5S non li vuole. Difficile da capire per i partiti che sui soldi ci campano, ma è “Tutto Vero”, come titolò la Gazzetta dello Sport dopo la vittoria della nazionale in Germania che poi andò a Berlino». Così il leader del Movimento, Beppe Grillo, in un messaggio postato sul suo blog. Ad accompagnare le righe che polemizzano sulle norme, in discussione alla Camera, sull’erogazione dei rimborsi elettorali: «La mossa piercasinanda (copyright Travaglio) è da vero politico consumato – incalza Grillo – Riflettete: se il M5S non vuole i soldi è allora necessaria una legge ad hoc per impedirgli di prenderli! L’Udc ha presentato un emendamento che condiziona l’erogazione dei contributi all’esistenza di uno Statuto, che tutti i partiti hanno, come è ovvio e quindi è ad hoc per il M5S. La Camera ha approvato entusiasta con 342 si, 104 astenuti e 54 no. Il MoVimento 5 Stelle ha uno Statuto di soli 7 punti che non prevede neppure l’esistenza di un tesoriere, nè tanto meno di finanziamenti elettorali. Si chiama “Non Statuto”, ma è uno Statuto a tutti gli effetti. Lo propongo come modello ai partiti, non invocherò il copyright. Invece di tagliare i loro contributi di un miliardo di euro, li tagliano al M5S che non li vuole. Geniale!».

Inviato tramite l’applicazione Il Messaggero per iPhone.

I tacchi a spillo di Carl Lewis: Abolire gli sprechi prima di chiedere sacrifici (di Fabio Scacciavillani)

immagine documentoUna fulminante pubblicità di una nota marca di pneumatici mostrava Carl Lewis (ai tempi in cui era all’apice della sua carriera di centometrista), pronto ai blocchi di partenza, i muscoli color ebano lucidi e tesi, lo sguardo intenso e concentrato nell’attesa dello sparo. Ma l’occhio veniva calamitato da un particolare apparentemente minore. Carl Lewis non indossava scarpe sportive ipertecnologiche da prestazioni stellari, bensì un paio di fiammanti scarpe in vernice rossa con vertiginosi tacchi a spillo. Il messaggio contenuto nello slogan: “La potenza è niente senza controllo”, enfatizzava chebasta un elemento cruciale per far deragliare un progetto.

Il Carl Lewis in tacchi a spillo è un’efficace metafora visiva dell’Italia. Un’economia potenzialmente ricca e diversificata, con punte di eccellenza, un discreto capitale umano, una dotazione eccezionale in patrimonio turistico e ambientale, costretta da un ceto politico incapace, corrotto e avulso dalla realtà, ad indossare calzature ridicolmente inadatte alla competizione [...]

La lista dei tacchi a spillo italiani è fin troppo nota, giustizia allo sbando, pressione fiscale intollerabile, un guazzabuglio inestricabile di regolamentazioni stratificate di cui si è perso il senso e la misura, presenza invadente della manomorta pubblica in settori chiave come le banche e l’energia, una spesa pubblica fuori controllo, università dominata da cordate baronali, un apparato burocratico elefantiaco e si potrebbe continuare per pagine intere.
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Elezioni USA: Obama scende in campo con il video “The road we’ve travelled”

Crisi economica, riforma sanitaria (al minuto 7.30), ritiro dall’Iraq, uccisione di Bin Laden, e salvataggio dell’industria dell’auto: mettendo sul tavolo tutti i temi più importanti di questi ultimi 4 anni Obama scende in campo, con questo video, per riaffermare la propria leadership alle prossime elezioni USA.

Grande comunicazione, Leadership carismatica, strategia ancora una volta impeccabile.

Sicuri che, anche questa volta, Obama nonostante tutto riuscirà a fare breccia tra i più giovani, protagonisti di quell’effetto a cascata in termini di campagna elettorale che difficilmente prevedibile a priori.