Quanto guadagnano i medici nei diversi Paesi del mondo? dal @nytimes [@giovanimedici]

In response to Uwe Reinhardt’s recent post on “rationing” doctors’ salaries, a number of readers wrote in asking about physician compensation in other countries. Doing a direct comparison of remuneration across different countries is tricky because the same salary may allow for different standards of living in different places. But here are two possible ways to think about these comparisons, taken from a 2007 Congressional Research Service report entitled “U.S. Health Care Spending: Comparison with Other OECD Countries.”

GPpay

Source: Congressional Research Service analysis; see notes in table below

One way to compare cross-country data is to adjust the salaries for purchasing-power parity — that is, adjusting the numbers so that $1,000 of salary buys the same amount of goods and services in every country, providing a general sense of a physician’s standard of living in each nation. These numbers are in the second, fourth and sixth columns of the chart below. They show that American general practitioners and nurses earn more than their counterparts in other developed countries, and American specialists are close to the top of the pack.

DESCRIPTION
Source: Congressional Research Service (CRS) analysis of Remuneration of Health Professions, OECD Health Data 2006 (October 2006), available at [http://www.ecosante.fr/OCDEENG/70.html].

Sorted by specialists’ compensation. Amounts are adjusted using U.S. dollar purchasing power parities. Amounts from previous years are trended up to 2004 dollars using the annualized Bureau of Labor Statistics Employment Cost Index for wages and salaries of health services workers in private industry. It is not known whether wage growth in health professions in other countries was similar to that in the United States. Amounts are from previous years for 10 countries: data for Australia, Canada, Denmark (for specialists and nurses), Finland (for nurses), and the Netherlands are from 2003; data for Belgium (for specialists), Denmark (for general practitioners), New Zealand (for nurses), and Sweden are from 2002; data for Switzerland and the United States (for specialists and general practitioners) are from 2001; and data for Belgium (for general practitioners) and the United States (for nurses) are from 2000. Ratios of salaries to GDP per capita reflect the year the data was collected and are not adjusted for inflation. For countries that have both self-employed and salaried professionals in a given field, the amount presented here is the higher of the two salaries. Four countries have both salaried and self-employed specialists: the Czech Republic (where compensation is $29,484 for salaried and $34,852 for self-employed specialists), Greece ($67,119 and $64,782), the Netherlands ($130,911 and $252,727), and the United States ($170,300 and $229,500). One country has both salaried and self-employed general practitioners: in the United States, salaried general practitioners earn $134,600, compared with $154,200 if self-employed. All nurses are salaried among this data.

Another way is look at how a doctor’s salary compares to the average national income in that doctor’s country — that is, gross domestic product per capita. These numbers are in the third column, fifth and seventh columns of the chart.

As a country’s wealth rises, so should doctors’ pay. But even accounting for this trend, the United States pays doctors more than its wealth would predict:

DESCRIPTION
Source: Congressional Research Service (CRS) analysis of Remuneration of Health Professions, OECD Health Data 2006 (October 2006), available at [http://www.ecosante.fr/OCDEENG/70.html].

According to this model, the 2007 report says, “The U.S. position above the trendline indicates that specialists are paid approximately $50,000 more than would be predicted by the high U.S. GDP. General practitioners are paid roughly $30,000 more than the U.S. GDP would predict, and nurses are paid $8,000 more.”

But it’s important to keep in mind, the report notes, that health care professionals in other O.E.C.D. countries pay much less (if anything) for their medical educations than do their American counterparts. In other words, doctors and nurses in the rest of the industrialized world start their medical careers with much less student loan debt compared to medical graduates in the United States.

For more data on health spending in O.E.C.D. countries, go here. For a recent American-only survey on the pay of physicians with various specialties, go here.

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Se Steve fosse nato in provincia di Napoli (o in Italia in generale)

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

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Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

P.S. E mi permetto di aggiungere che nella catena malefica non sono stati menzionati i sindacati sindacalisti nostrani!

Tratto dal Blog di Antonio Menna

Il parlamento più giovane della storia e un deputato su tre è una donna

Il ritratto delle nuove Camera e Senato fatto da Coldiretti. L’età media è di 48 anni (45 a Montecitorio, 53 a Palazzo Madama), grazie soprattutto ai grillini. Per quanto riguarda la presenza femminile, sale del 11%. Qui la parte del leone la fa il Pd, con il 40% di donne

ROMA - Età media: 48 anni. Donne: 31%. Eccoli, i due numeri che descrivono il nuovo parlamento italiano. Quello più giovane e con maggiore presenza femminile della storia repubblicana. A fare i conti anagrafici in tasca ai nuovi deputati e senatori è stata la Coldiretti, che racconta il volto nuovo delle istituzioni.

Età. I deputati eletti avranno una età media di 45 anni e i senatori di 53 anni. Il che significa un consistente ringiovanimento rispetto alla scorsa legislatura in cui  l’età media dei deputati era di 54 anni (9 anni di differenza) mentre quella dei senatori di 57 anni (4 anni di differenza).
Il gruppo parlamentare con l’età media più bassa è di gran lunga il Movimento 5 Stelle, con 37 anni (33 alla Camera e 46 al Senato), davanti a Lega Nord con 45 anni (42 alla Camera e 48 al Senato), al Partito Democratico (Pd) con 49 (47 alla Camera e 54 al Senato), a Sinistra ecologia e libertà (Sel) con 47 anni (46 alla Camera e 50 al Senato), al raggruppamento Lista Monti-Udc-Fli con 55 anni (55 anni alla Camera e 56 anni al Senato) e al Popolo della Libertà (Pdl) con 54 anni (50 alla Camera e 57 al Senato).

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2013, l’anno in cui l’Italia decide se stare in Europa (@jacopobarigazzi @linkiesta)

Secondo alcune stime le banche italiane potranno assorbire il nostro debito ancora per un anno e mezzo. Mentre Grillo dice che siamo già falliti e che Monti serve solo a ripagare le banche tedesche. La posta in ballo nel 2013 è veramente alta, forse troppo per essere davvero compresa.

Paragonare le prossime elezioni a quelle del ’48 è errato non fosse altro perché lì, almeno, c’erano due sistemi che si confrontavano. Al capitalismo la sparizione della concorrenza ha fatto male e noi italiani siamo fra quelli che nel terremoto della caduta del sistema eravamo fra i più . Così col passare del tempo, e delle giravolte di Berlusconi, l’importanza del voto del 2013 si fa sempre più evidente: basta pensare che la quota di debito pubblico detenuta dagli investitori esteri è crollata dal 51% al 35% nell’arco di un anno, con tutte le possibili conseguenze del caso, mentre, secondo alcune stime, le banche italiane potranno continuare ad assorbire il nostro debito per ancora circa un anno e mezzo. Cosa succederà a quel punto?

Barriera in entrata o in uscita?

Non vogliamo lanciarci in previsioni sul tema di cosa accadrà, troppo aperte sono le variabili. Tuttavia ci sono alcuni punti certi. Il primo è che il tempo che separa le nostre elezioni da quelle tedesche di settembre è davvero breve. Da quando i tedeschi avranno fatto le loro scelte, tutto potrà accadere ma noi non avremo fatto progressi in termini di riforme. Sarebbe stato meglio votare molto prima o il più tardi possibile, così invece si bloccano molti provvedimenti che sarebbero stati utili, ma tant’è. Il punto è la certezza che in termini di riforme resteremo al palo non utiizzando al meglio quella preziosa risorsa che è il tempo. Il secondo è che, nonostante l’Unione Europea stia perdendo quota fra gli elettori, nonostante sia sempre più vista come il cavallo di Troia di politiche liberiste invise alla pubblica opinione (come il famigerato idraulico polacco della direttiva Bolkestein), nonostante il deficit democratico in cui l’ha imbrigliata il mix fra rigidità teutonica e burocrazia francese, non possiamo farne a meno, pur con tutte le cose da sistemare che ci sono. E non è retorica. Basta leggere l’ultimo rapporto del Nic (National Intelligence council) che riflette l’analisi delle 16 agenzie di intelligence Usa, dove si fissa al 2030 il sorpasso cinese sugli Usa. Per l’Ocse la data prevista per il sorpasso di Pechino è il 2017. Ma che sia 2017 o 2030 il cambiamento, per quanto atteso, è epocale.

Il rapporto dei servizi segreti americani parla di molte cose interessanti, come la possibilità per gli Usa, ora che si avvicinano all’indipendenza energetica, di dare una spallata all’Opec, o l’impatto che avranno sulla manifattura la robotica e le stampanti 3D. Ma soprattutto mostra che l’Asia sarà gigante dal punto di vista economico e militare rispetto «a qualsiasi altra area del mondo». Capito bene? «Qualsiasi». È troppo presto per parlarne, vista la situazione, ma l’ultima vera utopia, quella di vedere un giorno unite Usa e Ue, cambia natura davanti a previsioni di questa portata. Insomma, l’Europa, con tutti i suoi difetti, appare con sempre maggiore evidenza come il minimo che possiamo fare per restare fra quelli che decidono.

Poi certo, quando andremo alle urne, voteremo pensando a logiche locali, al nostro territorio, come capita sempre e ovunque. Tuttavia, sempre di più l’impatto della nostra decisione micro avrà un impatto macro. E le scelte del prossimo parlamento sono davvero cruciali: come abbiamo già sottolineato ulteriori cessioni di sovranità sono necessarie sia per ristabilire fiducia nell’unione monetaria sia per riacquistare, in maniera collettiva, quella sovranità che gli stati membri hanno perso a livello individuale nei confronti dei mercati. Alla Germania che chiede di sottoporre i bilanci nazionali al veto della Ue dovremo dire di sì o comunque dovremo aprire una discussione nel merito. Davanti a Fed e Bank of England che decidono di non avere più nella lotta all’inflazione il loro totem, dovremo rispondere in sede Bce.

E quella stessa Germania che si occupa delle nostre vicende interne, non è perdita di sovranità o ingerenza esterna. Se Berlino si intromette troppo rischia l’effetto boomerang ed è vero che se lo facesse con Parigi non sarebbe molto probabilmente accettato dai francesi, ma se chiediamo ai tedeschi di mutualizzare il debito, se chiediamo a uno di pagare per i nostri errori, è difficile poi dirgli di farsi i fatti suoi. Indipendenza significa capacità di operare in autonomia e noi, questa capacità, al momento, non l’abbiamo. Ma non solo. Le nostre classi che vivono di rendita, sperano che nulla cambi, che i tedeschi ci aiutino a fare restare lo status quo accettando di condividere il peso del nostro debito. Altri vedono invece in questa situazione la possibilità di riequilibrare una serie di ingiustizie, come quella fra lavoratori protetti e lavoratori precari, e sperano quindi nel sogno europeo come sogno riformatore per risolvere le storture di un paese che paga 9 milioni di pensioni a persone che non hanno versato i contributi necessari mentre lascia i giovani senza lavoro e quindi senza pensione. Continua a leggere

Hospital CIOs share their prep plans for Hurricane Sandy, other disasters @carlofavaretti @drsilenzi

Hurricane Irene left many hospital IT departments scrambling in the wake of power outages in August 2011, and Hurricane Sandy likely will have a similar impact on hospitals up and down the East Coast. We asked several members of our new FierceHealthIT Advisory Board about how they prepare in the face of such natural disasters. [...]

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La controriforma sanitaria in Spagna (di Maria Josè Caldes)

Nello scorso aprile è stato approvato un Decreto Reale che riporta indietro di trent’anni la sanità Spagnola. Tornano le mutue e grande spazio alle assicurazioni private. Drastici tagli al budget pubblico e all’assistenza agli immigrati.

Quando, nel 1948, veniva istituito in Gran Bretagna il primo sistema sanitario universalistico (NHS) e quando nei decenni 50 e 60 si affermava (quasi) ovunque il principio della salute come diritto, in Spagna vigeva la dittatura franchista che cesserà solo nel 1975. Durante gli ultimi anni del regime soltanto due terzi della popolazione spagnola aveva una qualche forma di copertura sanitaria.

L’approvazione della Costituzione nel 1978 e della Ley General de Sanidad nel 1986 (istituzione del Sistema Sanitario Nazionale) sono due pietre miliari che allineano la Spagna con le nazioni che hanno adottato il modello universalistico (tipo Beveridge). Ma già dalla sua nascita il settore sanitario pubblico fu preso di mira e presto iniziarono, anche se in maniera molto subdola, le manovre per consentire al capitale privato di entrare nella gestione del settore pubblico[1].

Un deciso passo avanti in direzione della privatizzazione fu fatto nel 1997 dal governo di Jose Maria Aznar[2]. Da allora le strategie verso la privatizzazione e la mercificazione della sanità si sono susseguite come piccole gocce d’acqua, che in maniera quasi impercettibile hanno creato le basi per la riforma introdotta con il regio decreto di aprile [3].

Tale decreto approvato con procedura d’urgenza, senza neppure la discussione parlamentare, contiene varie misure, tra cui: il taglio del 10% del budget nazionale pubblico della sanità (ovvero meno 7 miliardi di euro – NB: la spesa sanitaria pubblica spagnola è tra le più basse in Europa – Tabella 1)[6], l’introduzione di pesanti ticket per i pensionati, l’aumento dello stesso per le altre categorie, misure molto restrittive nell’assistenza sanitaria agli immigrati.

Ma il punto centrale della riforma è il passaggio dal sistema universalistico al sistema assicurativo basato sull’impiego [4]. Secondo alcuni commentatori la crisi economica è stata il pretesto per introdurre nel sistema cambiamenti radicali di tipo liberista, che non erano stati previsti nel programma elettorale del Partito Popolare, vincitore delle elezioni tenute alla fine del 2011. Secondo Joan Benach una controriforma che ci porta 3 decadi indietro. Vogliono le assicurazioni private per i ricchi, la sicurezza sociale per i lavoratori e la beneficenza per i poveri[5].

Tabella 1. Spesa sanitaria in alcuni paesi europei – anno 2010 (Fonte OCSE)

Spesa sanitaria totale pro-capite ($) Spesa sanitaria pubblica pro-capite ($) Spesa sanitaria totale come % del PIL
Francia 3974 3060 11,6
Germania 4338 3331 11,6
Grecia 2914 1730 10,2
Italia 2964 2358 9,1
Spagna (2009) 3076 2265 9,6
Media OCSE 3268 2377 9,5

Gli immigrati irregolari e il diritto all’assistenza

A partire dal 1 settembre scorso, ovvero dal momento di entrata in vigore del Regio Decreto, cessa di avere validità la tessera sanitaria concessa agli immigrati senza documenti che non avranno più accesso all’assistenza sanitaria gratuita, questa verrà garantita solo a coloro in possesso di una tessera sanitaria europea o nazionale se lo straniero è regolarmente presente sul territorio. Saranno solamente garantite le prestazioni in regime di urgenza ospedaliera e l’assistenza alle donne durante la gravidanza, parto e puerperio e ai minori di 18 anni.

Fino all’entrata in vigore del regio decreto il legislatore spagnolo non aveva operato distinzione tra stranieri “regolari” ed “irregolari” ed aveva riconosciuto anche a questi ultimi la possibilità di un pieno accesso all’assistenza sanitaria a parità di condizioni con i cittadini spagnoli a patto che si iscrivessero nel registro municipale di domicilio (padron municipal). Una iscrizione, quest’ultima, con finalità esclusivamente statistiche che veniva concessa indipendentemente dalla regolarizzazione dell’immigrato o dai permessi di residenza e lavoro.

Obiettivo dichiarato della nuova normativa è quello di regolarizzare la presenza dell’ingente numero di stranieri che approfittavano delle condizioni favorevoli (più che in altri paesi europei) per usufruire dei servizi sanitari a spese delle stato spagnolo. Tuttavia le statistiche ufficiali evidenziano come siano gli immigrati irregolari ad essere il gruppo della popolazione maggiormente colpito dalla riforma.

La popolazione straniera presente in Spagna secondo i dati dell’Istituto nazionale di Statistica nel 2012 è di 5.771.040, dei quali 5.251.094 si trovano in situazione di legalità, vale a dire con regolare permesso di residenza (dati del registro del Ministero del lavoro). Il numero dei cittadini “senza documenti” risulta essere pari a 459.946, ma se pensiamo che di questi ultimi ben 306.477 provengono dei paesi dell’UE e non hanno dunque l’obbligo di iscrizione al sistema sanitario, rimangono 153.469 immigranti non comunitari, senza regolare permesso di soggiorno che risultano essere quelli maggiormente colpiti da questa norma.
Ma se il problema del Governo Spagnolo di Rajoy è ridurre parte della spesa sanitaria per garantire la sostenibilità del servizio sanitario pubblico sommerso da un debito pubblico di 16 miliardi di euro, in numerosi si chiedono se veramente il rifiuto dell’assistenza a 153.469 persone senza documenti possa portare ad un grande risparmio.
L’entità del risparmio sembra, inoltre, essere più esigua rispetto a quanto dichiarato dal Governo che conta di ottenere un taglio di spesa pari a 500 milioni di euro: moltiplicando infatti la spesa sanitaria annua pro capite pari a 1.600 € per il numero degli immigrati senza documenti, ovvero 153.469, si ottiene la metà di quanto stimato dal Ministero della Sanità spagnolo, ovvero circa 245 milioni di Euro.

Comunque sia, il Ministero della Sanità ha dichiarato che non lascerà nessun malato cronico o grave senza assistenza. Nel caso in cui esistano accordi bilaterali o si tratti di persone con cittadinanza in un paese comunitario, sarà il paese di origine a coprire il costo dell’assistenza; nel caso contrario verrà offerta ai migranti una polizza assicurativa con copertura sanitaria completa al costo di 710,40 € anno – pari a 59,20 € al mese-; questa cifra aumenterà fino a 155,40 € al mese per i maggiori di 65 anni.

Questa misura è ancora in fase di discussione ma se pensiamo che la popolazione migrante è composta fondamentalmente da popolazione giovane e sana, con un utilizzo molto limitato dei servizi sanitari e caratterizzata da una grande scarsità di risorse, risulta ovvio che pochi di loro decideranno di aderirne. Questo comporterà senz’altro un maggior ricorso ai servizi di emergenza degli ospedali con un ovvio incremento delle spese delle prestazioni ospedaliere rispetto ai costi della assistenza sanitaria di base, inoltre causerà dei grossi problemi per la continuità delle cure dei pazienti cronici o con malattie gravi che avranno come unico punto di riferimento i Pronto soccorso ospedalieri. Un ulteriore conseguenza problematica delle riforma risulta essere il controllo delle malattie infettive, che potrà senz’altro comportare dei gravi problemi di sanità pubblica.

Quello che è altrettanto preoccupante è la controfferta delle assicurazioni private, che vedono nei migranti irregolari i nuovi potenziali clienti, offrendo loro pacchetti di prestazioni assistenziali a “buon mercato” e con costi minori di quelli del sistema sanitario pubblico.

Anche in Spagna è dunque oramai evidente come la crisi economica porti in dote la tendenza alla privatizzazione del sistema sanitario nazionale e l’apertura del “mercato della salute” al mondo del privato nelle sue diverse rappresentazioni.

Derecho a curar

I tagli decisi dal Governo hanno causato proteste non solo da parte degli immigrati irregolari.

Medicos del Mundo Spagna ha lanciato la campagna “Derecho a curar”[6] (Diritto ad assistere) in appoggio all’iniziativa della Sociedad Espanola de Medicina de Familia y Comunitaria con la quale il personale sanitario ha deciso di obiettare la norma e di garantire l’accesso all’assistenza sanitaria alla popolazione migrante irregolare. Un’iniziativa, questa ultima, dapprima rivolta ai medici di famiglia poi estesasi ai medici di tutte le specialistiche, al personale infermieristico e amministrativo. La campagna di Medicos del mundo cerca anche di mobilitare e sensibilizzare l’opinione pubblica in appoggio della professione medica e a favore del diritto alla salute e contro il decreto legge della riforma sanitaria.

L’assistenza sanitaria agli immigrati irregolari ha – inoltre – diviso il paese in due metà. Mentre i Governi delle autonomie governate dal PP (Madrid, Castiglia-La Mancia, Aragona, Mursia, Valencia, Extremadura, Baleari, Cantabria , la Rioja) hanno cominciato a dare attuazione al decreto, le regioni che si oppongono alla misura (Catalogna, Paese Vasco, Asturie, Andalusia, Navarra, Canarie, Galizia e Castiglia-Leon) stanno verificando come poter continuare ad offrire l’assistenza media gratuita anche dopo l’entrata in vigore del decreto in base al proprio Statuto di autonomia.

Maria Josè Caldes, medico di sanità pubblica, responsabile cooperazione sanitaria internazionale, Regione Toscana.

da SaluteInternazionale

Bibliografia

1) Rapporto Abril nel 1991, Jano XLI (963). pág 45-69.
2) Legge n. 15/97: http://www.boe.es
3) Regio Decreto Legge 16/2012 [PDF: 570 Kb]
4) Garcia Rada A. New legislation transforms Spain’s health system from universal access to one based on employment. BMJ 2012; 344:e3196
5) Joan Benach. Avanzar al pasado: la sanidad como mercancia. El PAIS, 16.08.2012
6) Derechoacurar.org

È la finanza il campo di battaglia della terza guerra mondiale (di Cosimo Pacciani)

“Let’s dance, to the song they’re playing on the radio”

David Bowie – Let’s Dance

Einstein aveva torto. La III Guerra mondiale non sarà nucleare, ma digitale e finanziaria. Il campo di battaglia sarà quella zona d’ombra, con molte più di 50 sfumature di grigio, dove si incontrano flussi di dati e di capitali. La disfida del futuro prossimo, se non del presente, è per il controllo dei dati che raccontano chi siamo, cosa preferiamo, quanto guadagniamo, come risparmiamo. Flussi di denaro che attraversano il mondo in un attimo, dove sarebbe interessante aggiungere a Google Maps un tasto che ci dica come mandare cento euro da un posto all’altro. Capiremmo tante cose, se potessimo vedere visualizzata questa mappa dei trasferimenti, dei cambi di valuta, della maniera con la quale, un po’ come i bagagli all’aeroporto, i soldi arrivano più o meno regolarmente a destinazione. Conti cifrati, numeri. Una matrice spaventosa e colossale, nella quale si nasconde la chiave del futuro.

Un tempo i capitali viaggiavano alla velocità dell’uomo, dei suoi mezzi di trasporto. I mercanti fiorentini osservavano ansiosi i loro corrieri partire, ben sapendo che delle due o tre navi di pezze o di argento, forse solo una sarebbe arrivata a destinazione, integra o senza aver dovuto esigere un costo esorbitante di dazi e tasse. Il famoso «un fiorino» di Benigni e Troisi ripetuto all’infinito. Oggi, la finanza viaggia a velocità assolutamente impossibili da concepire. Il trading è spesso automatizzato, non solo per gli operatori che immaginiamo come vampiri assetati di liquidità, ma anche per le persone normali, che possono vendere sui siti di trading on-line, appena un’azione arriva al prezzo voluto.

Ed in quell’ammasso di operazioni e di trasferimenti di denaro si nasconde, oggi, il segreto del benessere di un paese, di una regione. Chi controlla la liquidità controlla i mercati. Perché sarà sempre in grado di smuovere prezzi e distruggere/creare ricchezza. Non che prima non fosse così, ma oggi l’informatica e la sofisticazione dei sistemi e dei processi, nonchè la globalizzazione del settore della finanza, hanno creato uno sbilanciamento enorme fra l’economia fisica e quella digitale. Non uso la dicotomia reale/sintetica, perché in realtà tutto è reale. In fondo alla catena di futures sul petrolio, c’è sempre un operaio che mette barili di greggio su una nave, ci sono persone che mangiano, studiano e vivono, sui proventi di quella catena di contratti.

Questa guerra dei flussi di capitale, che ha spostato la ricchezza del pianeta sempre più verso nuove aree, leggasi Cina, Singapore, Medio Oriente, alcune repubbliche ex sovietiche, come il Kazakistan, il Brasile, viene combattuta in maniera sempre più esplicita, anche da banche centrali ed istituzioni internazionali. Con l’arma della regolamentazione finanziaria, della vigilanza bancaria. La finanza e la sua esuberanza hanno prima creato le condizioni per una crescita drogata dell’economia dell’Occidente ed ora è diventata un problema geopolitico. Una Guerra che si misura in termini di numero giornaliero di poste elettroniche con inviti a convegni e seminari, su temi ogni volta nuovi, da decifrare, su nuove leggi e nuove disposizioni su rischi operativi, derivati, collaterale, etc. Un trionfo di sigle ed acronimi, come Cva, Isda, Reg. 67bis-x. Nel mondo che osservo da vicino, nei 15 anni che lavoro nella City, la Financial Services Authority è stata scorporata e reinglobata nella Bank of England almeno due volte, con ogni volta un cambiamento delle sue mansioni e responsabilità.

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Il Corvo e il Cardinale, i segreti della guerra che scuote il Vaticano

IL VOLO del corvo sulle mura vaticane (dove un tempo s’innalzava nei mosaici di San Pietro la più nobile fenice, simbolo della verginità immacolata ma ancor più della dignità della Chiesa che non muore) è in realtà soltanto il penultimo atto di una battaglia medievale spostata nel ventunesimo secolo. Dunque spettacolare per i media, infarcita di simboli come un romanzo popolare sui poteri occulti, clamorosa nel rovesciamento pubblico di quel “segreto” che è buona parte del mistero della potestà papale fin da Bonifacio VIII che ebbe la cura e la preveggenza, dopo aver nominato il suo cameriere, di non rivelarne mai il nome, per evitare pubblici guai.Oggi tutto il mondo conosce il nome di Paolo Gabriele, il maggiordomo di Benedetto XVI finito in una cella vaticana di quattro metri per quattro, con l’accusa di essere l’uomo della cospirazione: appunto il corvo. Ma chi vive all’interno delle Mura sa che la partita è più larga, conta molti protagonisti in più, e soprattutto dura da molto tempo. La vera posta è la Segreteria di Stato, cioè il governo della Santa Sede, la carica ecclesiastica più alta sotto il trono papale. Per cominciare bisogna andare indietro negli anni, alla prima insofferenza organizzata di 15 cardinali contro Tarcisio Bertone, pochi mesi dopo la sua nomina a Segretario di Stato al posto di Angelo Sodano.

A Bertone, fedelissimo del Papa fin dagli anni passati all’ex Sant’Uffizio, nessuno rimprovera incapacità e inesperienza nel ruolo importantissimo che svolge. Piuttosto l’ambizione di occupare spazi altrui (come dimostra il conflitto permanente con la Cei, cioè con Bagnasco, sulla titolarità del “protettorato” da esercitare nei confronti della “cattolicissima Italia”), la disinvoltura nelle relazioni con il mondo italiano della politica e della finanza, i metodi salesiani e sbrigativi all’interno, nella costruzione meticolosa di un sistema di potere.

Contro Bertone si muovono cardinali in gruppo e isolati. Le Eminenze che possono, ne parlano al Papa, com’è successo un anno fa durante un pranzo a Castel Gandolfo con i cardinali Ruini, Scola e Bagnasco; altri gli scrivono; chi non arriva al pontefice, si lamenta negli uffici e nei corridoi. “Qui dentro – dice chi mi fa da guida e mi aiuta a capire – c’è una buona quantità di ricattatori, un numero uguale di ricattati, una massa di employé, e una percentuale ridotta di uomini di fede: tra questi ci sono i Santi, che tengono in piedi la Chiesa. E in questa fase di disorientamento tutti vanno dai Santi, per avere un conforto, qualche certezza”. Anche perché a chi gli ha parlato criticando Bertone, Benedetto XVI ha risposto più volte nello stesso modo: “Noi siamo un Papa vecchio”: come a dire che non ha un lungo orizzonte di pontificato davanti a sé, e non se la sente di rovesciare la governance della Santa Sede, ricominciando a 85 anni con un nuovo Segretario di Stato con il quale non ha consuetudine, proprio lui che ascolta preferibilmente gli uomini con cui ha un’amicizia antica, meglio se storica, comunque collaudata e a prova di inquietudini e sorprese.
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Vatileaks: troppi italiani in conclave?

29 maggio 2012 – ore 06:59
Troppi italiani in conclave

“I cardinali statunitensi lottano tutti i giorni contro Barack Obama sui temi della libertà religiosa, del diritto alla vita e su altre tematiche capitali, mentre in Vaticano gli italiani si fanno la guerra tra di loro. E questa guerra fa male a tutta la chiesa”. Un porporato di lungo corso della curia romana spiega al Foglio che è questo il giudizio impietoso che lo stesso Benedetto XVI ha sul tempestoso momento che la Santa Sede è costretta a vivere. Tanto che, una settimana fa, pranzando coi cardinali per festeggiare il suo ottantacinquesimo compleanno, egli avrebbe detto: “Gli italiani, conosciamo gli italiani. Perché disturbare il Papa con queste cose di italiani?”. Come a dire: basta italiani. Basta con la guerra tra fazioni italiane.

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Del resto è opinione comune che Vatileaks sia una vicenda attinente dissidi tra porporati italiani: Tarcisio Bertone, il segretario “più Vangelo meno diplomazia” e i suoi fedelissimi da una parte, la vecchia scuola diplomatica dei cardinali Angelo Sodano, Attilio Nicora, Giovanni Battista Re e Agostino Cacciavillan dall’altra.
Il dissenso contro Bertone ha avuto un suo culmine dopo gli ultimi due concistori, quello del 18 febbraio scorso e il penultimo del 20 novembre 2010. “S’avanza il partito italiano”, titolarono diversi quotidiani sottolineando il fatto che fu soprattutto agli italiani, molti di questi curiali vicini a Bertone, che venne concessa la berretta rossa. E ora? Si rincorrono voci sul fatto che il Papa avrebbe una soluzione in tasca: sparigliare le carte indicendo un nuovo concistoro a fine anno (o a inizio 2013) nel quale portare all’interno del collegio cardinalizio principalmente berrette straniere. Anche per dare un segnale chiaro per la sua successione: il conclave non dovrà essere una guerra tra italiani. E non è un caso che tra i pochi cardinali che in queste ore hanno parlato vi sia Robert Sarah, 66 anni, nativo della Guinea, presidente del Pontificio consiglio Cor Unum. “Se il prossimo Papa fosse un africano, potrebbe essere lui” ha recentemente scritto il vaticanista americano John Allen. Sarah che in queste ore ha detto: “Nessuno a priori può escludere scenari di complotti e manovre pilotate ad arte”. Come a suggerire che dietro i crimini (ancora da verificare) imputati all’aiutante di camera Paolo Gabriele ci potrebbe essere una regia nascosta, figlia di uno scontro giocato più in alto. Anche se, ieri, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha smentito che vi sia un cardinale indagato o una misteriosa donna.

Prima dell’ultimo concistoro erano appena diciannove i cardinali italiani che avrebbero partecipato a un eventuale conclave. Dopo l’assise il loro numero è sostanzialmente raddoppiato. Un dato non da poco. Su circa 120 cardinali elettori, averne una trentina di un solo paese significa creare un blocco notevole capace di influenzare tutta la votazione. Ha detto ancora John Allen sull’ultimo conscistoro: “La metà dei nuovi cardinali sono ‘funzionari del Vaticano’. Non solo: un terzo dei cardinali elettori del prossimo Papa sono uomini di curia”. Un dato che aveva confermato, più di un anno fa, anche Giancarlo Zizola su Repubblica: “Non si ricordava dagli ultimi decenni del Novecento una affermazione così impetuosa del partito romano”.
Gerard O’Connell, irlandese, vaticanista per il mondo anglofono, sostiene che “Vatileaks avrà un impatto notevole sul prossimo conclave. Anche se non c’è proporzione tra il numero dei cardinali europei e il numero degli extra europei”. Dice: “Sebbene la maggior parte dei cattolici del mondo ora viva nell’emisfero sud, il collegio dei cardinali elettori non riflette questa realtà in termini proporzionali e nemmeno c’è un’indicazione che la rifletterà in futuro o che dovrebbe rifletterla. Con le sue ultime nomine cardinalizie si è fatto pendere l’equilibrio in favore dell’Europa, e in particolare in favore dell’Italia, rispetto al collegio cardinalizio che ha eletto Ratzinger nell’aprile del 2005. Questo piccolo ma non poco significativo spostamento ha portato alcuni analisti a concludere che Benedetto ha aumentato la probabilità che il suo successore sia un altro europeo e molto probabilmente un italiano. D’altra parte, dato che ci sono già ‘papabili’ extra europei nel collegio dei cardinali, e dato che Benedetto XVI ne ha aggiunti di più con le sue ultime nomination, i cardinali elettori potrebbero ancora votare per un non-europeo al prossimo conclave, ma per eleggerlo molti europei dovrebbero votare per lui”.

Massimo Introvigne, direttore del Centro studi sulle nuove religioni, sostiene che i cattolici all’estero guardano “stupefatti” le attuali vicende vaticane. “Ai cardinali stranieri, ai vescovi, ma anche alla base interessano altri temi: su tutti la libertà religiosa, poi la pedofilia nella chiesa. Le vicende dello Ior o della fuga di documenti riservati interessa molto relativamente. Prendiamo Ettore Gotti Tedeschi – dice –: all’estero era visto più che altro come un analista che ha lavorato all’enciclica ‘Caritas in veritate’ e che andava in giro a parlare della crisi demografica. La sua capacità di management era ritenuta secondaria. Insomma, le chiese nel mondo sono scosse da altri problemi, dai mille cristiani uccisi a settimana nell’Africa subsahariana, dai temi della libertà religiosa negata o della vita, e non capiscono perché in Vaticano, principalmente gli italiani, si accapiglino su queste cose”.

il Foglio.it

J. Ratzinger «Non cedete alla tentazione della mediocrità»

Estratti dal testo del discorso di Benedetto XVI all’incontro promosso dal Rinnovamento nello Spirito Santo. “Coltivate nell’animo desideri alti e generosi”. La citazione dal vangelo secondo Matteo: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”.

“Cari amici, continuate a testimoniare la gioia della fede in Cristo, la bellezza di essere discepoli di Cristo, la potenza d’amore che il suo Vangelo sprigiona nella storia, [...] Non cedete alla tentazione della mediocrità e dell’abitudine! Coltivate nell’animo desideri alti e generosi! Fate vostri i pensieri, i sentimenti, le azioni di Gesù! Sì, il Signore chiama ciascuno di voi ad essere collaboratore infaticabile del suo disegno di salvezza, che cambia i cuori; ha bisogno anche di voi per fare delle vostre famiglie, delle vostre comunità e delle vostre città, luoghi di amore e di speranza.

Nella società attuale viviamo una situazione per certi versi precaria, caratterizzata dalla insicurezza e dalla frammentarietà delle scelte. Mancano spesso validi punti di riferimento a cui ispirare la propria esistenza. Diventa, pertanto, sempre più importante costruire l’edificio della vita e il complesso delle relazioni sociali sulla roccia stabile della Parola di Dio, lasciandosi guidare dal Magistero della Chiesa. Si comprende sempre più il valore determinante dell’affermazione di Gesù, che dice: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia» (Mt 7, 24-25).

Il Signore è con noi, agisce con la forza del suo Spirito. Ci invita a crescere nella fiducia e nell’abbandono alla sua volontà, nella fedeltà alla nostra vocazione e nell’impegno a diventare adulti nella fede, nella speranza e nella carità.

Adulto, secondo il Vangelo, non è colui che non è sottoposto a nessuno e non ha bisogno di nessuno. Adulto, cioè maturo e responsabile, può essere solo colui che si fa piccolo, umile e servo davanti a Dio, e che non segue semplicemente i venti del tempo.

È necessario, perciò, formare le coscienze alla luce della Parola di Dio e così dare fermezza e vera maturità; Parola di Dio da cui trae senso e spinta ogni progetto ecclesiale e umano, anche per quanto concerne l’edificazione della città terrena (cfr Sal 127,1). Occorre rinnovare l’anima delle istituzioni e fecondare la storia con semi di vita nuova.

Oggi i credenti sono chiamati ad una convinta, sincera e credibile testimonianza di fede, strettamente unita all’impegno della carità. Per mezzo della carità, infatti, anche persone lontane o indifferenti al Messaggio del Vangelo riescono ad avvicinarsi alla verità e convertirsi all’amore misericordioso del Padre celeste.

Non stancatevi di rivolgervi verso il Cielo: il mondo ha bisogno della preghiera. Servono uomini e donne che sentano l’attrazione del Cielo nella loro vita, che facciano della lode al Signore uno stile di vita nuova. E siate cristiani gioiosi!

Copyright 2012 Libreria Editrice Vaticana tratto da Linkiesta.it

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