L’Italia: cronaca di un Paese che grida al conflitto di interesse solo quando riguarda qualcun altro. @drsilenzi

Nell’ultima tornata elettorale la sanità è letteralmente sbarcata in Parlamento, come documentato da un’interessante articolo apparso su Panorama della Sanità dello scorso 25 marzo (leggi qui) che ha raccolto nomi, volti e curricula di tutti i parlamentari provenienti dalle fila della sanità italiana.

Difatti, nella legislatura che si è aperta in questi giorni, la XVII, il “partito della Sanità” conta ben 73 parlamentari, quasi tutti alla prima esperienza.

Tra questi dovere di menzione, in primis, è per i due “Presidenti”: il dott. Amedeo Bianco e la dott.ssa Annalisa Silvestro, entrambi alla prima esperienza politica arrivata dopo anni passati a capo, rispettivamente, della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri (FNOMCeO) e della Federazione Nazionale Collegi Infermieri professionali, Assistenti sanitari, Vigilatrici d’infanzia (IPASVI).

Bianco Senatore

Massima è la stima professionale e grande l’augurio di intraprendere nel migliore dei modi questa nuova avventura, magari con una carriera politica altrettanto fortunata e di qualità.

I dubbi (tanti) riguardano semmai la gestione del post elezione che ha visto entrambi cercare l’appoggio dei propri consigli direttivi al fine di tutelare la “doppia carica”, Senatore e Presidente, probabilmente in vista di una XVII legislatura incerta e segnata da auspici che lasciano presagire un suo sviluppo vincolato a termine.

Per approfondire leggi qui per IPASVI e qui per FNOMCeO 1, 2, 3

Parlando della Professione medica, poi, risulta veramente grottesco affermare che la carica di Senatore per il Presidente del massimo organo di rappresentanza dei medici sia “una valore aggiunto per la Professione” (leggi qui).

Come sono stati ribaditi la stima professionale e l’augurio di una brillante carriera politica allo stesso modo è lecito ribadire l’inaccettabilità di questa scelta che trascina direttamente nell’agone politico le massime istituzioni delle professioni sanitarie che, nella loro stessa costituzione invece, gridano l’obbligo di restare super partes per garantire la tutela della terzietà degli organi di massima rappresentanza di medici ed infermieri.

Un Paese che da anni è costretto, suo malgrado, a discutere senza soluzione del conflitto di interesse ai massimi livelli a causa dell’inettitudine della propria classe politica, vive in sordine quello che altrove, in qualsiasi altra parte del mondo civile, avrebbe gridato allo scandalo.

Non è questione di lotte interne, non è questione di poltrone o poltroncine.

Ne va della credibilità di una Sanità che può mettere a disposizione del Paese autorevolissime professionalità, come avvenuto in passato e come accaduto anche questa volta, ma che deve far sentire la propria voce a tutela di tutti, non soltanto di una parte, qualunque essa sia.

Per favore, se siamo tornati ai livelli del Senato delle Corporazioni qualcuno ci avverta.

Non è facile, in questi giorni convulsi a causa della crisi finanziaria e di sistema che stiamo vivendo, capire qual è il volto dell’Italia migliore che siamo chiamati a presentare al mondo.

Tra tanti dubbi una certezza arriva dai giovani: non è sicuramente quella del Paese del conflitto di interesse, della doppia morale e delle doppie poltrone.

«I giovani medici non sanno usare il bisturi»

Escono dall’università con la media del 28 o del trenta ed hanno la parete della stanza costellata di attestati e titoli di studio. Ma non sanno impugnare un bisturi. Eccoli i medici specializzandi lombardi: super preparati nella teoria. Un po’ meno nella pratica.
A sollevare il problema è Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano. Il primo che osa dire ad alta voce quello che da sempre si sussurra nei corridoi. Ovviamente la situazione non è la stessa in tutti gli ospedali: in alcuni reparti si impara di più e in altri di meno. «Il problema – sollecita Rossi – è molto diffuso. La preparazione teorica dei nostri ragazzi è eccellente ma quella pratica non è neanche paragonabile a quella delle scuole europee e nordamericane. Bisogna rivedere le regole».
Rossi fa un confronto efficace: dopo un corso di quattro anni di aeronautica un giovane è perfettamente in grado di pilotare un aereo che vale 80 milioni di euro. Ecco, allora, dopo cinque anni di specializzazione un medico deve essere preparato a operare il cuore o il cervello di un uomo. «Le università della nostra regione – spiega il rappresentante dei medici – sono perfettamente in grado di dare questo tipo di preparazione. È urgente che ci si muova in tal senso».
Tuttavia per chi è agli inizi, non è semplice entrare in sala operatoria. I giovani assistono agli interventi, anche i più complicati, osservano la destrezza dei primari e dei chirurghi più abili, cercano di rubare con gli occhi tutti i trucchi del mestiere. Ma il percorso per diventare terzo assistente è davvero lungo. Per arrivare ad essere il secondo assistente del chirurgo spesso c’è da sgomitare. Raggiungere l’autonomia sembra quasi impossibile, pur lavorando nello stesso reparto per anni. «Non abbiamo un assetto legislativo che consenta di operare prima della fine della specialità – denuncia l’Ordine dei medici – e ci sono ancora parecchi problemi con le coperture assicurative». Problemi che riguardano i medici titolari, figuriamoci chi non è ancora in ruolo e nell’organico fisso dell’ospedale. Ovviamente la piaga della poca pratica si fa sentire soprattutto nelle specialità chirurgiche.
Le cose funzionano meglio nei reparti di medicina interna e affini dove gli specializzandi imparano a formulare diagnosi e a impostare le cure durante il «giro» dei letti del mattino assieme alle équipe. I primi a sentirsi insicuri sono i diretti interessati: i giovani medici che indossano il camice bianco da pochi anni. «A volte incontriamo medici che ci insegnano e ci coinvolgono – raccontano – Altre, per esigenze di lavoro, non riusciamo a fare molta pratica. E così fare un’ecografia o saper leggere davvero bene una radiografia diventa dura».
Qualche giovane medico racconta di aver visto colleghi arricciare il naso nelle cliniche Svizzere davanti al «titolo di specialità» preso in Italia. Da qui l’appello della categoria: «Dobbiamo mettere i nostri giovani in grado di competere con la concorrenza straniera. Abbiamo ottime università e insegnanti bravi. Va solo presa qualche accortezza in più nel percorso della “gavetta“».

da IlGiornale.it

 

Cosa sono i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)?

I Livelli Essenziali di Assistenza sono costituiti dai servizi e dalle prestazioni garantiti dal Servizio sanitario nazionale su tutto il territorio italiano. Le prestazioni incluse nei LEA sono individuate sulla base di principi di effettiva necessità assistenziale, di efficacia e di appropriatezza. Attualmente il provvedimento di definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza (DPCM 29 novembre 2001), emanato sulla base di un accordo Stato-Regioni del 2001, elenca le prestazioni erogabili nell’ambito del Servizio sanitario, le prestazioni erogabili soltanto secondo specifiche indicazioni cliniche e quelle escluse dai livelli e non erogabili in tale ambito. Le Regioni, inoltre, possono decidere di includere nei LEA ulteriori prestazioni, che vanno a costituire il livello di assistenza regionale.

I nuovi Lea proposti da Balduzzi arrivano dopo un analogo tentativo di riforma da parte di Livia Turco nel 2008 (dove era previsto l’inserimento di 109 malattie rare, di 6 malattie croniche e dell’anestesia epidurale) che però non andò in porto per problemi di copertura economica. Attualmente i Lea in vigore risalgono al novembre 2001 e il loro rinnovo è stato all’ordine del giorno per molti anni ma finora senza successo.

E’ molto importante ricordare che le prestazioni e i servizi inclusi nei Lea rappresentano il livello “essenziale” garantito a tutti i cittadini ma le Regioni, come hanno fatto fino ad oggi, potranno utilizzare risorse proprie per garantire servizi e prestazioni ulteriori rispetto a quelle incluse nei Lea.

Per la formulazione della nuova proposta di aggiornamento è stata creata una rete di referenti regionali, anche al fine di valutare e tenere in debito conto l’esigenza di non creare disagi al cittadino e di non rendere difficoltose le procedure amministrative. Per alcune patologie di particolare complessità sono stati creati specifici gruppi di lavoro che hanno approfondito le problematiche relative alla malattia diabetica, alle malattie dell’apparato respiratorio, alle malattie reumatologiche, nefrologiche e gastroenterologiche, con il coinvolgimento di numerosi specialisti ed esperti.

Leggi maggiori info su QuotidianoSanità.it

Mobile health in 2013: from the gym to the doctor’s office

Mobile health is on the upswing but, to date, consumers have mostly gravitated to apps for fitness tracking and general wellness. In 2013, however, the field could make its biggest strides yet in the actua

Dec 24, 2012 – 1:33PM PT

doctor lab coat

Thanks to a boom in digital health, the smartphone has assumed the role of everything from an ever-present fitness coach to FDA-approved heart monitor. And, as consumers move to mobile platforms, surveys show that more people are not only turning to their mobile devices for health information, they’re quickly imbuing the new technology with a great deal of trust (maybe too much trust given the poor quality of many apps currently available).  A study earlier this month from Royal Philips Electronics found that nearly a third of Americans said they use interactive health applications or symptom checker websites instead of going to the doctor.

But as some point out, the adoption of mobile health apps has been uneven, with most consumers gravitating to those for exercise, diet and weight and doctors indicating interest in, but not necessarily widespread adoption of, mobile apps. Given the fact that general fitness and wellness apps can appeal to a broader audience of healthy consumers and don’t require buy-in from doctors, insurance companies or other institutional players, it makes sense that mobile health, to date, has moved faster for fitness applications than clinical ones.

In 2013, however, mobile health could make its biggest strides yet in the actual delivery of healthcare services —  from disease management to remote health monitoring and more.

More clinical adoption on the horizon

“I think next year is the year we start to see much more clinical adoption,” said Chris Wasden, managing director in the PwC Healthcare Strategy and Innovation Practice. “I think you’re going to see in this next year a lot of announcements that are just more meaningful than the [those] we’ve seen.”

At next month’s Consumer Electronics Show, 25 percent more digital health and fitness gadgets are expected to be on display, with a solid showing from companies behind apps powering medical history management and telemedicine.  But the products themselves are just the beginning — in the last year, the regulatory and institutional landscapes have adjusted in favor of mobile health.

While the Food & Drug Administration (FDA) is still expected to provide further clarity on the kinds of health apps it will regulate, it’s already approved a range of apps (at least 75 according to ananalysis by MobiHealthNews). Developers still want more information on the scope of health apps the FDA plans to oversee, as well as details on the approval process and its timeframe, but Wasden said its track record on approved apps thus far removes some apprehension as it shows that there’s a somewhat standardized and reliable process. The FDA’s decision earlier this month to approve remote monitoring in a clinical trial was another major milestone and paves the way for increased mobile health adoption in the medical community.

Aside from that, the continued support of the Affordable Care Act and other health IT-related legislation passed under President Obama could give hospitals and doctors new incentives for mobile health apps related to issues like accountability and electronic health records.

Insurance companies go mobile

Insurance companies are also stepping up their games, with mobile platforms that combine their own mobile apps with third-party, consumer-facing apps. For example, earlier this month, Aetna’s CEO said his company’s health data syncing platform CarePass would go mobile in March, 2013 to connect its own full-service symptom checking app iTriage with fitness apps like Fitbit andMapMyFitness.

As app options proliferate, healthcare providers and patients need a way to distinguish the good from the bad – especially given reports that many apps overstate their effectiveness or are just thinly based on science. But companies like Happtique are emerging to provide healthcare providers with private app marketplaces that curate and certify top-quality health and fitness apps. Those kinds of platforms could further drive up the role of mobile apps in the medical arena.

An additional obstacle for health app developers, some say, has been the mismatch between the values of the medical community and those of launching a startup. Healthcare providers want documented proven outcomes and startup founders want to iterate fast and get early validation for their ideas. But the rise of health startup incubators, like Rock Health, Startup Health and Blueprint Health is helping to bridge those cultural divides and encourage innovation that satisfies both groups.

There are other challenges to broader adoption of mobile health technologies: patients often download apps only to later ignore them and doctors want more training around liability concerns, workflow changes and how to handle new data. Beyond that, some argue that the people who cost the health system the most are least likely to use new technology. Still, even though a mass shift to mobile health won’t happen overnight, 2012 set the stage for a new wave of mobile adoption by the medical community. Let’s see how much progress it can make in 2013.

da Gigaom.com

Eurocrisi, al via la terza ondata migratoria spagnola. Direzione Messico

Se in Europa la meta è Berlino, sempre più spagnoli oltreoceano preferiscono il Paese latinoamericano. Secondo l’Istituto nazionale di statistica di Madrid dal 1 gennaio 17.958 giovani tra i 20 e i 34 anni vivono nel nuovo Eldorado

Eurocrisi, al via la terza ondata migratoria spagnola. Direzione Messico

Vente a Alemania, Pepe, vieni in Germania, Pepe. Si chiamava così un famoso film spagnolo che nel 1971 mostrava il lato tragicomico della migrazione iberica. Raccontava di come, in pienadittatura franchista, stritolati dalla crisi economica e senza opportunità, molti lavoratori cercavano un lavoro e un futuro migliore in Francia, Svizzera e soprattutto in Germania. Quattro decenni dopo, la trama diretta da Pedro Lazaga torna d’attualità. La Spagna è di certo un Paese diverso, ma affronta ancora una volta l’incubo della migrazione.

Quelli che abbandonano Madrid, quasi 55mila da gennaio a ottobre secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica – un 21,6 per cento in più rispetto all’anno scorso -, non sono però manodopera a basso costo, adatti alle fabbriche del nord Europa, come era la generazione di Pepe nel film degli anni Settanta. Sono uomini e donne che hanno in valigia un titolo universitario o un dottorato, parlano più lingue e hanno viaggiato, ma che si ritrovano in una terra dove la parola lavoro è diventata quasi un’utopia.

I dati ufficiali parlano chiaro: avvocati, ingegneri, antropologi, economisti, architetti, giornalisti, designer, tra i 30 e i 45 anni, che non riescono più a trovare impiego nei loro settori in uno Stato devastato da una combinazione perversa di crisi economica, bolla immobiliare, sperpero pubblico e cattiva gestione politica. Emigranti 2.0 con skype, carta di credito e iPhone. Ma pur sempre migranti, in fin dei conti.

Così, per esempio, il numero di spagnoli che lavora in Germania è aumentato del 12 per centosolo nell’ultimo anno e le autorità tedesche continuano a reclutare da Madrid personale qualificato di cui hanno bisogno anche in campi come sanità, ingegneria, insegnamento e turismo. E non solo. Da qualche tempo la Spagna guarda di nuovo al Nuovo mondo. In particolare al Messico. Non ci sono cifre ufficiali sul numero di giovani iberici che sono arrivati nel Paese latino dall’inizio della crisi, perché molti sono entrati col visto da turista. Ma dati parziali sì. Secondo l’Istituto migratorio di Città del Messico 7.630 spagnoli hanno ottenuto un permesso di lavoro nel Paese. E per l’Istituto nazionale di statistica di Madrid dal 1 gennaio 17.958 giovani, tra i 20 e i 34 anni, vivono in Messico.

Del resto in terra iberica l’idea che il Paese sudamericano offra opportunità sta crescendo: il Fondo monetario internazionale ha previsto che il Messico, entro il 2017, diventerà la prima potenza economia di lingua ispanica. Da una parte, insieme al Brasile, è uno dei Paesi emergenti dell’America latina. Dall’altra la comunanza linguistica e un tasso di disoccupazione di appena il 5 per cento, hanno reso Città del Messico una capitale molto ambita dai giovani iberici in cerca di occupazione. A maggior ragione se i dati dell’Eurostat di ottobre raccontano di una disoccupazione giovanile pari al 55,9 per cento, dove in Europa ormai dietro a Madrid c’è solo Atene.

Ma in quella che è stata definita la terza ondata migratoria – la prima alla fine del XIX secolo, la seconda con la guerra civile del ’39 – non sono solo i cittadini a spostarsi. In accordo con il ministero dell’Economia, gli investimenti esteri diretti provenienti dalla Spagna, nel 2011, hanno superato i 3 miliardi di dollari. E il Messico è diventato uno dei Paesi preferiti, visto che, dal 1999 al 2012, sono nate oltre quattromila filiali locali di aziende europee.

Di spagnole la Camera di Commercio messicana ne ha contate 315, come Iberia, Zara, Gas Natural, Repsol, Seat, Telefónica, Gruppo Santander. Ma già altre hanno fatto le prime carte bollate per approdare in territorio azteco nel 2013, come ha spiegato alla stampa Francisco Garzón, consigliere della Commissione economica e commerciale spagnola in Messico: “Negli ultimi mesi abbiamo visto un gran numero di imprese iberiche interessate a commerciare e investire in Messico. Le aziende hanno capito, purtroppo, che per sopravvivere devono uscire fuori”. E con loro anche i giovani migranti.

da il FattoQuotidiano.it

#AgendaMonti & Sanità: “Un Welfare per il nostro tempo: cosa dice l’agenda Monti in tema di Sanità? Ecco l’estratto…”

Cosa dice l’agenda Monti in tema di Sanità? Ecco l’estratto:

[...] L’Europa e la sua agenda di disciplina delle finanze pubbliche e riforme strutturali sono nemiche del welfare? No. Lo Stato sociale è il cuore del modello sociale europeo e della sua sintesi tra efficienza ed equità, mercato e solidarietà. Realizzare obiettivi di redistribuzione e di lotta contro le diseguaglianze senza attenuare le energie per la crescita è la sfida politica centrale del nostro tempo. Di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di debito. E ci impone di capire che il modello che abbiamo costruito si sta incrinando sotto il peso del cambiamento demografico e della sempre più difficile sostenibilità finanziaria.
Abbiamo due alternative. O cercare di conservare il welfare state com’è, rassegnandoci a tagli e riduzioni di servizi per far fronte ad una spesa sempre crescente. O provare a rendere il sistema più razionale e aperto all’innovazione. Nel settore dell’assistenza sanitaria bisogna garantire il diritto alla tutela della salute in un nuovo contesto, organizzando il sistema sanitario secondo i principi di appropriatezza delle cure, costo/efficacia, riduzione al massimo degli sprechi, gestione manageriale basata su una valutazione trasparente dei risultati. Senza contrapporre sanità pubblica e sanità privata, perché ombre e luci, merito e sprechi, esistono in entrambe. Il servizio sanitario nazionale resta una conquista da difendere e rafforzare attraverso innovazione, efficienza e professionalità.
Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti, una soluzione che permette di coniugare risparmi di spesa e una migliore condizione del paziente. E dare attuazione alla riforma dell’ISEE per rendere più obiettivo e trasparente l’accesso alle prestazioni agevolate di oltre 20 milioni di italiani, con una particolare attenzione alle famiglie numerose e per quelle con figli molto piccoli. Senza dimenticare che la sanità e la sicurezza sociale sono la più grande industria di servizi del Paese. Promuoverla significa anche sostenere la crescita e l’innovazione.
Bisogna riconoscere e valorizzare il ruolo del volontariato, un mondo vastissimo che spesso incontriamo senza neppure riconoscerlo e che svolge funzioni preziose non solo nel campo dell’assistenza, ma anche dell’educazione, nella formazione degli adulti, nello stimolo culturale. In Italia è cresciuto in questi anni un modello di impresa sociale molto avanzato e che anche in Europa è guardato con interesse. [...]

Sanità militare, tra sprechi e inefficienze quanto costano gli ospedali per i soldati

di Emilia Audino

Alla Camera da qualche giorno è passata la legge-delega, già approvata in Senato, sul riordino dello strumento militare, che pone sul tavolo, tra gli altri, alcuni elementi proprio di riforma della sanità militare. Secondo i dati della ragioneria nel 2011 lo Stato ha pagato 328 milioni di euro per gli ospedali miliari: due terzi per il personale e solo un terzo per le voci di esercizio e investimento.
ROMA – Se la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale è a rischio per il futuro, come dice il presidente Monti, qual è lo stato di salute della sanità militare, finanziata dallo Stato e ad uso esclusivo delle 4 forze armate, dei dipendenti civili della Difesa e relativi familiari?.

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Da pochi giorni alla Camera è passata la legge-delega, già approvata in Senato, sul riordino dello strumento militare, che pone sul tavolo, tra gli altri, alcuni elementi di riforma della sanità militare. All’art. 2 il testo si esprime su tre punti: razionalizzare le strutture della sanità militare attraverso criteri interforze e di specializzazione, promuovere convenzioni con la sanità pubblica tramite accordi con le regioni, prevedere l’attività libero professionale intra-muraria dei medici militari, così come per i medici del SSN. In che modo questa riforma potrà essere di sostengo alla sanità pubblica in difficoltà?

Prima di affrontare questi punti varrebbe la pena fare un passo indietro e chiedersi: quanto costa allo Stato mantenere una sanità militare separata dalla sanità pubblica? Quanto sono efficienti al momento le strutture ospedaliere militari?

Il costo per la sanità militare per lo Statosi aggira intorno ai 328 milioni di euro (dati 2011). Questo è quanto emerge dai dati pubblici della Ragioneria dello Stato e da quelli messi a disposizione dalla Direzione Generale del personale militare. Nel Consuntivo del ministero della Difesa per piani di gestione 2011, si possono isolare quei capitoli di spesa che hanno finalità esplicitamente sanitarie (59.8 mln euro), sommare il costo per il personale (stima prudenziale di 218.8 mln euro) e il costo di gestione e mantenimento (50 mln euro), così come suggerito da fonte interna all’amministrazione della sanità militare. Quindi due terzi si spendono per il personale (2070 ufficiali medici e circa 3000 sottufficiali medici al luglio 2012) mentre un terzo per le voci di esercizio e investimento. Questa stima coincide con l’analisi critica del Capo di Stato Maggiore Abrate quando, nel corso dell’audizione in Commissione Difesa alla Camera il 20 novembre, lamenta l’attuale ripartizione interna al suo ministero: “il 70% del budget della Difesa è assorbito dalla spesa del personale, mentre solo il 18% alla voce esercizio e il 12% all’investimento”.

Se spalmiamo la spesa sanitaria totale per il bacino di utenza assai ridotto della sanità militare, in tutto circa 318.000 unità (forze armate, carabinieri, dipendenti civili della Difesa) e relativi familiari, vediamo che il costo pro capite non è affatto insignificante. E’ circa la metà di quanto spende il servizio sanitario nazionale per la salute di ogni cittadino, in media 1900 euro/anno (dati Istat 2010). Dal momento che tutti i cittadini sono iscritti al Servizio sanitario nazionale, la spesa sanitaria di un militare pesa due volte, una volta come cittadino e una volta come militare. E’ sostenibile nelle attuali condizioni di finanza pubblica?

da Repubblica – Inchieste

Sanità militare, il modello tedesco ospedali efficienti e sempre aperti

A Berlino c’è uno dei presidi ospedalieri militari migliori di Germania: aperto 24 ore al giorno nel 2010 ha avuto circa 10.849 ricoveri ordinari e 15.000 accessi in pronto soccorso a fronte di 367 posti letto per 246 medici. Ma quello che colpisce di più, oltre ai numeri, è la composizione del personale interno all’ospedale: su un migliaio di persone, un terzo sono civili.

“LA Mia città, il mio ospedale”. L’ospedale di Berlino è uno dei più piccoli tra i 5 ospedali militari presenti in Germania, ma si fa un vanto di essere aperto a tutti, 24 ore al giorno. Nel 2010 ha avuto circa 10.849 ricoveri ordinari e 15.000 accessi in pronto soccorso a fronte di 367 posti letto per 246 medici. Ma quello che colpisce di più, oltre ai numeri, è la composizione del personale interno all’ospedale: su un migliaio di persone, un terzo sono civili. In totale gli ospedali militari tedeschi, che nel 2010 hanno affrontato circa 50.000 ricoveri, dispongono di circa 3295 operatori militari e circa 2284 operatori civili.

La Francia invece ha 9 ospedali militari aperti a tutti, ma con accesso prioritario a militari e loro familiari. Rispetto a quella tedesca, la sanità militare francese è più imponente e conta 16.000 effettivi, di cui due terzi militari e un terzo civili (dati del 30 luglio 2012). Tra i 16.000 effettivi circa 3000 sono medici, specializzandi compresi. Nel sito del Service de santé des armées, un inno alla trasparenza della pubblica amministrazione d’oltralpe, è possibile accedere a molte informazioni, tra cui notizie sul finanziamento della sanità militare. Si viene così a sapere che la sanità militare francese si finanzia con il 65% di risorse provenienti dal Ministero della Difesa mentre il restante 35% proviene dal rimborso dell’attività ospedaliera.

Diversa invece è stata la scelta degli inglesi. Il Defence Medical Services, che conta un personale di 7000 unità e provvede alla salute di 196.000 persone in divisa, non ha più ospedali ma soltanto unità ospedaliere all’interno degli ospedali civili, oltre a 15 dipartimenti di Salute Mentale e 15 unità regionali di riabilitazione.

In generale la sanità militare tedesca e francese contano su una presenza consistente, e ben maggiore di quanto non accada in Italia, di operatori civili che lavorano fianco a fianco con operatori militari. Inoltre la medicina di guerra in Inghilterra, Francia e Germania è sempre più orientata e più attenta al disagio psichico post traumatico e in generale un’attenzione particolare è rivolta alla riabilitazione dei militari che tornano da zone di guerra. In Italia l’argomento comincia ad esser preso in considerazione, come emerge dalle parole di agosto del Ministro della Difesa riguardo al reparto di lungodegenza di Anzio: “dovrà essere esaminata l’esigenza di valorizzare ulteriormente tale struttura per la lungo-degenza e per il supporto al personale bisognoso di questo tipo di assistenza, esigenza che risulta in aumento in concomitanza con la partecipazione alle missioni internazionali”.

da Repubblica – Inchieste

Fissate le priorità, il resto è solo sabbia.

Un professore stava davanti alla sua classe di filosofia e aveva davanti alcuni oggetti. Quando la classe incominciò a zittirsi prese un grande barattolo di maionese vuoto e lo iniziò a riempire di palline da golf, chiese poi agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi risposero che lo era.

Il professore allora prese un barattolo di ghiaia e la rovesciò nel barattolo di maionese, lo scosse leggermente e i sassolini si posizionarono negli spazi vuoti tra le palline da golf.

Chiese di nuovo agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi concordarono che lo era.

Il professore prese allora una scatola di sabbia e la rovesciò nel barattolo, ovviamente la sabbia si sparse ovunque all’interno. Chiese ancora una volta se il barattolo fosse pieno e gli studenti risposero con un unanime ‘si’.

l professore estrasse quindi due birre da sotto il tavolo e versò l’intero contenuto nel barattolo, effettivamente si riempirono gli spazi vuoti nella sabbia; gli studenti risero.

‘Ora’, disse il professore non appena la risata si fu placata, ‘Voglio che consideriate questo barattolo come la vostra vita.

Le palle da golf sono le cose importanti: la vostra famiglia, i vostri bambini, il vostro compagno/a, la vostra salute, i vostri amici e le vostre passioni; le cose per cui, se anche tutto il resto andasse perduto, e solo queste rimanessero, la vostra vita continuerebbe ad essere piena; i sassolini sono le altre cose che hanno importanza come il vostro lavoro, la casa, la macchina…; la sabbia è tutto il resto, le piccole cose.

Se voi mettete nel barattolo la sabbia per prima non ci sarà spazio per la ghiaia e nemmeno per le palle da golf. Lo stesso vale per la vita: se spendete tutto il vostro tempo e le vostre energie dietro le piccole cose non avrete più spazio per le cose che sono importanti per voi.

Prestate attenzione alle cose che sono indispensabili per la vostra felicità; giocate con i vostri bambini, godetevi la famiglia e genitori finche ci sono; portate il vostro compagno/a fuori a cena… e non solo nelle occasioni importanti! Tanto ci sarà sempre tempo per pulire la casa o fissare gli appuntamenti. Prendetevi cura per prima delle palle da golf, le cose che contano davvero!!!
Fissate le priorità… il resto è solo sabbia.

Uno degli studenti alzò la mano e chiese cosa rappresentasse il maraschino. Il professore sorrise: ‘Sono felice che tu l’abbia chiesto, serve solo per mostrarvi che non importa quanto piena possa sembrare la vostra vita, ci sarà sempre spazio per un paio di birre con un amico.

Beh… Che dire?

Quando vi sembra di avere troppe cose da gestire nella vita, quando 24 ore in un giorno non sono abbastanza…ricordatevi del vaso della maionese e delle due birre!!!

2013, l’anno in cui l’Italia decide se stare in Europa (@jacopobarigazzi @linkiesta)

Secondo alcune stime le banche italiane potranno assorbire il nostro debito ancora per un anno e mezzo. Mentre Grillo dice che siamo già falliti e che Monti serve solo a ripagare le banche tedesche. La posta in ballo nel 2013 è veramente alta, forse troppo per essere davvero compresa.

Paragonare le prossime elezioni a quelle del ’48 è errato non fosse altro perché lì, almeno, c’erano due sistemi che si confrontavano. Al capitalismo la sparizione della concorrenza ha fatto male e noi italiani siamo fra quelli che nel terremoto della caduta del sistema eravamo fra i più . Così col passare del tempo, e delle giravolte di Berlusconi, l’importanza del voto del 2013 si fa sempre più evidente: basta pensare che la quota di debito pubblico detenuta dagli investitori esteri è crollata dal 51% al 35% nell’arco di un anno, con tutte le possibili conseguenze del caso, mentre, secondo alcune stime, le banche italiane potranno continuare ad assorbire il nostro debito per ancora circa un anno e mezzo. Cosa succederà a quel punto?

Barriera in entrata o in uscita?

Non vogliamo lanciarci in previsioni sul tema di cosa accadrà, troppo aperte sono le variabili. Tuttavia ci sono alcuni punti certi. Il primo è che il tempo che separa le nostre elezioni da quelle tedesche di settembre è davvero breve. Da quando i tedeschi avranno fatto le loro scelte, tutto potrà accadere ma noi non avremo fatto progressi in termini di riforme. Sarebbe stato meglio votare molto prima o il più tardi possibile, così invece si bloccano molti provvedimenti che sarebbero stati utili, ma tant’è. Il punto è la certezza che in termini di riforme resteremo al palo non utiizzando al meglio quella preziosa risorsa che è il tempo. Il secondo è che, nonostante l’Unione Europea stia perdendo quota fra gli elettori, nonostante sia sempre più vista come il cavallo di Troia di politiche liberiste invise alla pubblica opinione (come il famigerato idraulico polacco della direttiva Bolkestein), nonostante il deficit democratico in cui l’ha imbrigliata il mix fra rigidità teutonica e burocrazia francese, non possiamo farne a meno, pur con tutte le cose da sistemare che ci sono. E non è retorica. Basta leggere l’ultimo rapporto del Nic (National Intelligence council) che riflette l’analisi delle 16 agenzie di intelligence Usa, dove si fissa al 2030 il sorpasso cinese sugli Usa. Per l’Ocse la data prevista per il sorpasso di Pechino è il 2017. Ma che sia 2017 o 2030 il cambiamento, per quanto atteso, è epocale.

Il rapporto dei servizi segreti americani parla di molte cose interessanti, come la possibilità per gli Usa, ora che si avvicinano all’indipendenza energetica, di dare una spallata all’Opec, o l’impatto che avranno sulla manifattura la robotica e le stampanti 3D. Ma soprattutto mostra che l’Asia sarà gigante dal punto di vista economico e militare rispetto «a qualsiasi altra area del mondo». Capito bene? «Qualsiasi». È troppo presto per parlarne, vista la situazione, ma l’ultima vera utopia, quella di vedere un giorno unite Usa e Ue, cambia natura davanti a previsioni di questa portata. Insomma, l’Europa, con tutti i suoi difetti, appare con sempre maggiore evidenza come il minimo che possiamo fare per restare fra quelli che decidono.

Poi certo, quando andremo alle urne, voteremo pensando a logiche locali, al nostro territorio, come capita sempre e ovunque. Tuttavia, sempre di più l’impatto della nostra decisione micro avrà un impatto macro. E le scelte del prossimo parlamento sono davvero cruciali: come abbiamo già sottolineato ulteriori cessioni di sovranità sono necessarie sia per ristabilire fiducia nell’unione monetaria sia per riacquistare, in maniera collettiva, quella sovranità che gli stati membri hanno perso a livello individuale nei confronti dei mercati. Alla Germania che chiede di sottoporre i bilanci nazionali al veto della Ue dovremo dire di sì o comunque dovremo aprire una discussione nel merito. Davanti a Fed e Bank of England che decidono di non avere più nella lotta all’inflazione il loro totem, dovremo rispondere in sede Bce.

E quella stessa Germania che si occupa delle nostre vicende interne, non è perdita di sovranità o ingerenza esterna. Se Berlino si intromette troppo rischia l’effetto boomerang ed è vero che se lo facesse con Parigi non sarebbe molto probabilmente accettato dai francesi, ma se chiediamo ai tedeschi di mutualizzare il debito, se chiediamo a uno di pagare per i nostri errori, è difficile poi dirgli di farsi i fatti suoi. Indipendenza significa capacità di operare in autonomia e noi, questa capacità, al momento, non l’abbiamo. Ma non solo. Le nostre classi che vivono di rendita, sperano che nulla cambi, che i tedeschi ci aiutino a fare restare lo status quo accettando di condividere il peso del nostro debito. Altri vedono invece in questa situazione la possibilità di riequilibrare una serie di ingiustizie, come quella fra lavoratori protetti e lavoratori precari, e sperano quindi nel sogno europeo come sogno riformatore per risolvere le storture di un paese che paga 9 milioni di pensioni a persone che non hanno versato i contributi necessari mentre lascia i giovani senza lavoro e quindi senza pensione. Continua a leggere