Medici tra alcol e droghe: il prezzo da pagare per la carriera?

Doctor House
SOCIETÀ di Monica Piccini

22 maggio 2012 – 17:58Bello e sfuggente, il dottor Gianmarco B. ha 38 anni e uno sguardo da cui già a prima vista traspare difficoltà a relazionarsi con gli altri. Quando si rivolge allo psicologo del Sert di Brescia, mostra soddisfazione per aver conseguito la laurea e la specializzazione in ortopedia e traumatologia. Il percorso da studente modello comincia a sgretolarsi dopo aver vinto un concorso ed essere stato assunto dalla Croce Rossa della sua città. La cocaina lo aiuta a sostenere l’ideale iperlavorativo. Nei momenti di pausa sniffa in studio. In questo modo, non sente la fatica e può protrarre la giornata a suo piacere. Frequenta una collega, separata con figli. La relazione diventa totalizzante e a un certo punto lei lo lascia.

Non trovando conferme nell’ex compagna, il dottore le cerca nella dipendenza. Diventa aggressivo e ben presto comincia ad assumere cocaina anche durante le ore di lavoro. Durante una visita domiciliare va fuori strada con l’auto. I Carabinieri chiamati sul posto si accorgono che c’è qualcosa di sospetto nel suo atteggiamento: dopo il test antidroga, scatta il ritiro della patente e la sospensione dall’Ordine dei Medici; solo a quel punto è costretto a chiedere aiuto. Dopo aver seguito il programma di recupero del Sert, potrà avere di nuovo la patente ed essere valutato dalla Commissione medica per riprendere l’esercizio della professione.

Come lui, il 12% di chi indossa un camice bianco in Italia trova rifugio nell’alcol e nelle droghe, un “aiutino” per far fronte al sovraccarico di lavoro, al peso emotivo, alla fatica, all’eccesiva burocratizzazione della professione e all’alto tasso di conflittualità tra colleghi. Secondo il Journal of American Medical Association, la percentuale di dottori con problemi di tossicodipendenza è simile a quella della popolazione generale, ma con conseguenze professionali ben più pesanti, dal momento che un errore in sala operatoria può essere fatale per il paziente.

In Italia l’argomento è tabù. Un esperto nel campo come Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento dipendenze patologiche della Asl di Milano, dice che «sì, il problema esiste, anche se non si hanno numeri in merito». In mancanza di dati certi, «si stima che la situazione nel nostro paese sia molto simile a quella spagnola», gli fa eco la dottoressa Paola Mora, segretario generale dell’Associazione per la difesa delle professionalità mediche. È lei l’ideatrice del ‘Progetto Helper’, sviluppato sull’esempio del programma di recupero “El Paime”, in funzione da ormai dieci anni dall’Ordine dei Medici di Barcellona.

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