Sandro Cinquini è stato uno degli ultimi quattro a scendere dalla nave naufragata davanti l’isola del Giglio. Insieme hanno salvato le 500 persone rimaste intrappolate sul lato sinistro della Concordia: “Schettino ha osato troppo. Il mare non sopporta l’arroganza”

ROMA – I pantaloni che indossava la notte del naufragio sono stesi ad asciugare su una sedia del suo terrazzo. L’odore di nafta non va via, si sente ancora fortissimo. Sono tornati bianchi ma sanno di mare, di porto, di nave. “Sono estivi e larghi. Li avevo messi per stare comodo e pronto, perché il 13 gennaio ero di guardia notturna”. Sandro Cinquini è un omone corpulento dagli occhi verdi, profondi, annacquati. E’ il direttore sanitario della Costa Concordia, il primo medico di bordo, vent’anni sulle navi da crociera. E con quei pantaloni larghi e troppo leggeri è rimasto a bordo mentre la nave si girava su un fianco, fino all’alba, dopo aver salvato centinaia di persone. C’è arrivato sull’isola del Giglio al freddo, c’è salito sul traghetto per Porto Santo Stefano il giorno dopo, e alla fine c’è tornato a casa, a Roma, in treno.

Cinquini non avrebbe parlato della sua storia, la sua avventura da eroe “per caso” come ha specificato più volte, è la stessa raccontata dal vicesindaco del Giglio 2. Sul lato sinistro della nave, quello che oggi non è sott’acqua, circa cinquecento persone rimaste in trappola sono state salvate da quattro uomini. Il vice sindaco, un giovane ufficiale e un commissario, il quarto era Cinquini. Ha deciso di parlare perché sulla nave che di Concordia conserva ormai solo il nome, si stanno accavallando troppe voci. Come quella del secondo medico di bordo, di supporto, Gianluca Marino Cosentino, messo in imbarazzo dalle domande di Vespa a Porta a Porta. Cosentino è il dottore salito sulla scialuppa di salvataggio. Cinquini quello che non c’è salito. “Su questa storia ormai è chiaro un po’ tutto. L’85 per cento di quello che passa dai media è vero, ma rimane qualche ombra”, dice Cinquini. Che le ombre non le vuole avere sulla coscienza.

“Per il servizio sanitario superati i duemila passeggeri a bordo sono previsti due medici e tre infermieri. Il direttore sanitario, che sarei io, e un medico di supporto. Dopo il botto che abbiamo sentito quando la nave si è incagliata sullo scoglio, c’è stato un primo allarme. ‘Tango India’ che significa che il personale deve recarsi ai propri posti. Noi siamo andati in ospedale, al piano zero, secondo la procedura. Ma non c’erano feriti e la nave ha cominciato a inclinarsi poco dopo. Con l’allarme di emergenza, bisogna andare sul ponte 4 per l’evacuazione. Metà per ogni lato. Io sono andato su quello sinistro, l’altro medico su quello destro, quello da dove sono poi riuscite a scendere le scialuppe di salvataggio. Il collega ha seguito la procedura. Non è stato vigliacco, quanto forse impreparato a subire le domande in tv. La nave gli si stava ripiegando addosso ma da quel lato tutti sono saliti sulle scialuppe. Restare e andare a vedere cosa succedeva dal lato opposto era una scelta che poteva fare ma, come ha raccontato, ha aiutato quelli che erano caduti in acqua poi ha continuato i soccorsi a terra”, spiega Cinquini.

“Non è vero che non c’erano ufficiali sulla nave. Molti sono stati sorpresi mentre erano in cabina o al ristorante in abiti civili. Non si riuscivano a distinguere magari, questo sì. Non svettavano con le divise in mezzo al caos ma c’erano. E lo stesso il personale, l’equipaggio, perfino i camerieri. Ognuno ha fatto quello che doveva e sapeva fare. Quattromila persone da gestire sono un’enormità”, continua. “Io ero dall’altro lato, il sinistro, lì la situazione era diversa. La nave ci si girava sotto i piedi, le scialuppe già dopo poco non potevano più essere calate in mare. C’erano scene di panico. Uomini, donne, bambini che non sapevano cosa fare. Ero stranamente calmo. Guardavo la terra così vicina, cercavo di fare il mio lavoro, continuavo a ripetere a tutti di non agitarsi”. Ma era impossibile.

“La folla è un brutto mostro se è nel panico. Nessuno mi ascoltava, andavano tutti su e giù, scivolando, pronti a buttarsi sotto. Poi la nave è andata giù di colpo. Quelli che stavano cercando di raggiungere l’altro lato per prendere le scialuppe sono rimasti in trappola. In quel momento è arrivato il vicesindaco 3, aveva delle corde e insieme abbiamo cominciato a tirare su le persone incastrate, ne abbiamo salvate una decina. La parete era verticale, bisognava imbracarle. L’ultimo era un indiano, ormai l’acqua gli arrivava al collo, ci ha detto che c’erano altri dietro di lui, ma che non li vedeva più”, dice abbassando la voce. Bagnati, in ipotermia, guidati da Cinquini e da Pellegrini, i passeggeri sono saliti su un ponte superiore. “Da lì si vedevano le stelle” racconta il dottore. “Era una notte bellissima, calma, indifferente al caos, una volta fuori all’aperto la gente ha visto la terra vicina e si è calmata. E io ho cominciato a fare il mio lavoro di medico. Un’hostess coreana si era rotta il perone scivolando. Le ho fatto un’ingessatura con il coperchio del neon, l’ho abbracciata tutto il tempo, perché tremava. Poco dopo è finito tutto. Anche noi quattro potevamo scendere, era l’alba. Il vicesindaco però è rimasto. Voleva essere sicuro ma avevamo fatto tutto il possibile”.

Qualche cosa si poteva fare meglio, sussurra. “Le esercitazioni per esempio. La gente s’imbarca da diversi porti. La nostra era prevista a Savona. Non ci siamo mai arrivati. Le persone devono sapere cos’è una nave, e per sapere si deve spiegare” ripete. E poi ripete le ombre. “Dicono che hanno deciso di mandare troppo tardi le scialuppe in mare, la procedura prevede di restare sulla nave il più possibile, perché è più solida, almeno fino al segnale di abbandono nave. Quello può darlo solo il comandante. Non so chi l’abbia dato alla fine nessuno seguiva più ordini né procedure. L’abbandono della nave la gente l’ha fatto prima di qualsiasi ordine”, spiega.

Per Cinquini la procedura però è stata seguita. Forse non era adatta a una nave senza più equilibrio che si ripiegava ferita da un lato. Forse la catena di comando si è spezzata dopo un inchino troppo arrogante e questo ha aumentato il caos. “Il comandante Schettino lo conoscevo da poco. So che era un bravo pilota ma il mare, l’arroganza di un uomo non la perdona” conclude. Poi cerca il lato positivo, “se fosse stata notte fonda, non si sarebbe salvata così tanta gente” aggiunge. Vuole togliere le ombre, ma certe restano, non vanno via, come l’odore di nafta.

tratto da Repubblica.it

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