Secondo alcune stime le banche italiane potranno assorbire il nostro debito ancora per un anno e mezzo. Mentre Grillo dice che siamo già falliti e che Monti serve solo a ripagare le banche tedesche. La posta in ballo nel 2013 è veramente alta, forse troppo per essere davvero compresa.

Paragonare le prossime elezioni a quelle del ’48 è errato non fosse altro perché lì, almeno, c’erano due sistemi che si confrontavano. Al capitalismo la sparizione della concorrenza ha fatto male e noi italiani siamo fra quelli che nel terremoto della caduta del sistema eravamo fra i più . Così col passare del tempo, e delle giravolte di Berlusconi, l’importanza del voto del 2013 si fa sempre più evidente: basta pensare che la quota di debito pubblico detenuta dagli investitori esteri è crollata dal 51% al 35% nell’arco di un anno, con tutte le possibili conseguenze del caso, mentre, secondo alcune stime, le banche italiane potranno continuare ad assorbire il nostro debito per ancora circa un anno e mezzo. Cosa succederà a quel punto?

Barriera in entrata o in uscita?

Non vogliamo lanciarci in previsioni sul tema di cosa accadrà, troppo aperte sono le variabili. Tuttavia ci sono alcuni punti certi. Il primo è che il tempo che separa le nostre elezioni da quelle tedesche di settembre è davvero breve. Da quando i tedeschi avranno fatto le loro scelte, tutto potrà accadere ma noi non avremo fatto progressi in termini di riforme. Sarebbe stato meglio votare molto prima o il più tardi possibile, così invece si bloccano molti provvedimenti che sarebbero stati utili, ma tant’è. Il punto è la certezza che in termini di riforme resteremo al palo non utiizzando al meglio quella preziosa risorsa che è il tempo. Il secondo è che, nonostante l’Unione Europea stia perdendo quota fra gli elettori, nonostante sia sempre più vista come il cavallo di Troia di politiche liberiste invise alla pubblica opinione (come il famigerato idraulico polacco della direttiva Bolkestein), nonostante il deficit democratico in cui l’ha imbrigliata il mix fra rigidità teutonica e burocrazia francese, non possiamo farne a meno, pur con tutte le cose da sistemare che ci sono. E non è retorica. Basta leggere l’ultimo rapporto del Nic (National Intelligence council) che riflette l’analisi delle 16 agenzie di intelligence Usa, dove si fissa al 2030 il sorpasso cinese sugli Usa. Per l’Ocse la data prevista per il sorpasso di Pechino è il 2017. Ma che sia 2017 o 2030 il cambiamento, per quanto atteso, è epocale.

Il rapporto dei servizi segreti americani parla di molte cose interessanti, come la possibilità per gli Usa, ora che si avvicinano all’indipendenza energetica, di dare una spallata all’Opec, o l’impatto che avranno sulla manifattura la robotica e le stampanti 3D. Ma soprattutto mostra che l’Asia sarà gigante dal punto di vista economico e militare rispetto «a qualsiasi altra area del mondo». Capito bene? «Qualsiasi». È troppo presto per parlarne, vista la situazione, ma l’ultima vera utopia, quella di vedere un giorno unite Usa e Ue, cambia natura davanti a previsioni di questa portata. Insomma, l’Europa, con tutti i suoi difetti, appare con sempre maggiore evidenza come il minimo che possiamo fare per restare fra quelli che decidono.

Poi certo, quando andremo alle urne, voteremo pensando a logiche locali, al nostro territorio, come capita sempre e ovunque. Tuttavia, sempre di più l’impatto della nostra decisione micro avrà un impatto macro. E le scelte del prossimo parlamento sono davvero cruciali: come abbiamo già sottolineato ulteriori cessioni di sovranità sono necessarie sia per ristabilire fiducia nell’unione monetaria sia per riacquistare, in maniera collettiva, quella sovranità che gli stati membri hanno perso a livello individuale nei confronti dei mercati. Alla Germania che chiede di sottoporre i bilanci nazionali al veto della Ue dovremo dire di sì o comunque dovremo aprire una discussione nel merito. Davanti a Fed e Bank of England che decidono di non avere più nella lotta all’inflazione il loro totem, dovremo rispondere in sede Bce.

E quella stessa Germania che si occupa delle nostre vicende interne, non è perdita di sovranità o ingerenza esterna. Se Berlino si intromette troppo rischia l’effetto boomerang ed è vero che se lo facesse con Parigi non sarebbe molto probabilmente accettato dai francesi, ma se chiediamo ai tedeschi di mutualizzare il debito, se chiediamo a uno di pagare per i nostri errori, è difficile poi dirgli di farsi i fatti suoi. Indipendenza significa capacità di operare in autonomia e noi, questa capacità, al momento, non l’abbiamo. Ma non solo. Le nostre classi che vivono di rendita, sperano che nulla cambi, che i tedeschi ci aiutino a fare restare lo status quo accettando di condividere il peso del nostro debito. Altri vedono invece in questa situazione la possibilità di riequilibrare una serie di ingiustizie, come quella fra lavoratori protetti e lavoratori precari, e sperano quindi nel sogno europeo come sogno riformatore per risolvere le storture di un paese che paga 9 milioni di pensioni a persone che non hanno versato i contributi necessari mentre lascia i giovani senza lavoro e quindi senza pensione.

Ecco, la posta in ballo è forse troppo complessa per essere davvero compresa in tutte le sue articolazioni. Ma quel processo di critica, o meglio, di rifiuto, dell’Europa prima incarnato soprattutto dalla Lega e ora da Grilllo, l’anno prossimo arriverà al giorno del giudizio assieme ai sogni della generazione Erasmus e ai ricordi di chi ha fatto la guerra. In un paese frastornato con Grillo che denuncia come l’Italia sia già fallita e che il tempo che ci è stato concesso in più servirebbe solo alle banche tedesche e francesi a rientrare dei loro crediti. E con Tremonti che gli fa eco e dice che gli italiani devono decidere se fare il bancomat delle borse europee. Dove il secondo dimentica che ci ha messo lui in questa posizione e il primo che i debiti si onorano, che non siamo l’Africa, che nessuno ci ha obbligato ad accumulare debito per pagare privilegi, corruzione, clientele e populismi.

Poi, è vero, che anche chi difende l’idea europea a spada tratta è spesso il primo a sapere che così non va, che avere una moneta dotata di banca centrale ma non di un ministero del Tesoro è un unicum, che avere la più granda piazza finanziaria, Londra, fuori dalla moneta unica, è un altro unicum, e che, di unicum in unicum, si producono solo mostri mitologici. Ma pur sapendo ciò, e vedendo la lentezza degli sforzi in corso, la domanda è: c’è troppa Europa nelle nostre vite o ce n’è troppa poca? Le prossime elezioni non saranno con ogni probabilità un referendum su Monti e Berlusconi ma saranno un referendum sul nostro posto nel mondo, nel momento in cui il mondo bussa con veemenza alla nostra porta.

Possiamo consolarci pensando che le previsioni lasciano il tempo che trovano. Paul Samuelson, nobel per l’economia, scrisse nella versione del 1961 del suo manuale di economia, in uso nei principali atenei, che l’Urss avrebbe sorpassato gli Usa nel 1984 o, al peggio, prima del 1997. Nella versione del testo aggiornata nel 1980 l’analisi resta la stessa ma cambiano le date (2002 e 2012). Tuttavia non è il nostro caso: prevedere che giocandoci l’Europa ci si gioca il nostro posto a tavola è vincere facile.

Twitter: @jacopobarigazzi

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