Le donne perdono terreno nella salute rispetto agli uomini: l’aspettativa di vita maschile alla nascita resta più bassa (79,1 anni nel 2010, 78,7 nel 2007) ma negli ultimi quattro anni è migliorata più di quella femminile (che è arrivata a 84,3 anni nel 2010 contro gli 84 nel 2007). Le donne stanno acquisendo sempre più i vizi tradizionalmente maschili che gli uomini stanno abbandonando, dal fumo all’alcol. E si stanno ammalando sempre più di quelle patologie da cui un tempo si credevano protette, come infarto e ictus. Colpa della crisi, che distoglie l’attenzione dalla salute. Ma anche di servizi non sufficientemente orientati al femminile.

Il monito arriva dalla terza edizione del Libro bianco sulla salute della donna di Onda, l’Osservatorio nazionale dedicato, e presentato oggi a Roma nella sede di Farmindustria. In oltre 200 pagine il documento fotografa epidemiologia e assistenza, squilibri geografici e di genere. Con un obiettivo: fornire alla politica, alle istituzioni sanitarie e all’industria farmaceutica strumenti per conoscere le esigenze di salute delle italiane e rispondere efficacemente.

Il primo punto fermo è chiaro: la maggiore longevità femminile non si associa a una migliore qualità di vita. Le donne presentano un maggior carico di disabilità e usufruiscono dei servizi socioassistenziali con un tasso più del doppio superiore agli uomini. «Molte patologie a elevato impatto debilitante – spiega Francesca Merzagora, presidente Onda – sono femminili: si pensi ad alcuni tumori, all’artrite reumatoide o all’osteoporosi. Le donne, poi, hanno ritmi di vita frenetici per l’esigenza di coniugare impegni lavorativi e familiari, gestire casa e figli, condizione che ha trasferito loro patologie fino a qualche decennio fa diffuse solo tra gli uomini». Il risultato è che il vantaggio “di salute” delle donne si sta assottigliando. La contrazione della mortalità per tutte le cause, evidente nel confronto tra la media del triennio 1999-2001 e quella del biennio 2006-2007, è maggiore negli uomini, in particolare per le malattie del sistema circolatorio (i decessi sono passati da 40,2 a 31,3 per 10mila negli uomini e da 27 a 21,5 nelle donne). Guadagni più elevati per gli uomini sono evidenti anche in speranza di vita libera da disabilità: il numero medio di anni in assenza di disabilità è passato per gli uomini di 65 anni da 13,7 a 14,9, per le donne da 15,2 a 16,1.

Anche sul fronte dei fattori di rischio c’è da stare attenti: se l’abitudine al fumo è cresciuta tra le donne dello 0,5% dal 2007 al 2009, il fenomeno del binge drinking (oltre sei bicchieri di alcol in un’unica occasione) è in calo tra gli italiani e stabile tra le italiane. Lo svantaggio maschile per le patologie cardio e cerebrovascolari rimane netto: nel 2007 il tasso di decessi per malattie ischemiche del cuore (15,04 per 10.000) è stato quasi doppio rispetto a quello delle donne. Ma le donne non devono abbassare la guardia: nelle più anziane il tasso di mortalità è 144 volte più alto rispetto a quello delle più giovani (92,56 decessi per 10.000 contro 0,64). Un effetto “età” che negli uomini non si riscontra. Alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione e delle politiche di prevenzione, questo dato deve far riflettere.
Anche sui tumori il genere pesa: la prevalenza risulta più elevata nelle donne sia nel 2000 sia nel 2007, e i valori sono in aumento per entrambi i sessi. Ma è l’incidenza a preoccupare: i tassi per tutte le neoplasie sono in calo per gli uomini mentre quelli per le donne sono aumentati. Una sempre maggiore adesione agli screening si conferma cruciale.

E ancora: depressione e disturbi psichici sono in crescita tra le donne ma le italiane si rivolgono meno alle strutture sanitarie degli uomini. Dal 2003 al 2008 i ricoveri per questo tipo di patologie sono calati del 6,5 per cento. Perché? In parte per fattori socioculturali, in parte perché la distribuzione di servizi sul territorio non è omogenea. Nettamente in diminuzione anche l’ospedalizzazione per disturbi psichici da abuso di droghe (-15,8%) e il numero di decessi per suicidi e atti di autolesionismo, comunque con una prevalenza di quelli femminili. «Se da un lato questo aspetto può essere confortante – commenta Tiziana Sabetta, ricercatrice dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni diretto da Walter Ricciardi – dall’altro risulta poco rappresentativo di una realtà che vede il genere femminile sempre più esposto a fattori di rischio per la malattia psichiatrica». Come a dire: probabilmente il fenomeno è sottostimato e non adeguatamente gestito. Lasciando le donne ancora più sole.

da Sole24Ore Sanità

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