Il Corriere della Sera anticipa i primi numeri delle performance ospedaliere del Programma nazionale esiti del ministero della Salute e Agenas. Ma il complesso dei dati resta ancora top secret perché non c’è accordo sul fatto di renderli pubblici o limitarne l’uso alle analisi tecniche.

31 OTT – In alcuni centri di Piemonte o Lombardia si può essere operati di bypass con un rischio di mortalità sovrapponibile a 0. Ma al Sud il rischio sale al 5% fino a sfiorare, in alcune strutture, l’8%. E ci sono ospedali dove l’80% dei parti avviene con il cesareo.
Sono alcuni dei dati preliminari, anticipati sul Corriere della Sera di oggi, del Programma nazionale esiti realizzato dall’Agenas per conto del ministero della Salute. Ben 1.475 strutture pubbliche e private sotto la lente, con 47 prestazioni passate al setaccio in base alle schede di dimissione ospedaliera del 2009.

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Un progetto di cui si aspettano i risultati complessivi e definitivi nel corso dei prossimi mesi. Ma parte di essi sono già stati presentati in commissione Igiene e Sanità del Senato nelle scorse settimane e la scorsa estate l’Agenas ha consegnato alle Regioni un’edizione del programma realizzata sugli esiti degli anni 2005-2009, come aveva anche annunciato a Quotidiano Sanità Carlo Perucci, direttore scientifico del Programma, in un’intervista nel maggio 2010. Il Programma nazionale esiti, peraltro, muove i passi proprio dall’esperienza del programma P.Re.Val.E. della Regione Lazio coordinato, negli anni passati, dallo stesso Perucci.

Ma quelli pubblicati oggi dal quotidiano milanese potrebbero restare gli unici dati di questa ricerca conosciuti al grande pubblico. Come sottolineava infatti a maggio lo stesso Perucci che, favorevole alla pubblicazione, non nascondeva però l’esistenza di forti perplessità in merito anche tra le stesse Regioni, e come scrive ancora oggi il Corriere della Sera si sta tuttora ragionando sull’opportunità di renderli consultabili da tutti i cittadini italiani o se non sia meglio lasciarli nelle sole mani delle istituzioni e dei tecnici, che già oggi possono accedere ai dati su internet esclusivamente attraverso l’inserimento di un codice personale. Le “pagelle”, infatti, nascono per permettere ai responsabili delle strutture e dei servizi sanitari regionali di intervenire dove le cose non funzionano per aggiustare il tiro. E sono scritte in un linguaggio tecnico. Ma il ministero non esclude di elaborare una versione di più semplice lettura da rendere disponibile ai cittadini.

Arriviamo ai dati. Il Corriere della Sera si concentra in particolare su 3 indicatori tra i più rappresentativi della capacità delle strutture sanitarie di garantire la qualità delle prestazioni: mortalità a 30 giorni dall’intervento di Bypass Aortocoronarico (Bpac), proporzioni di parti cesarei primari, intervento chirurgico entro 48 ore a seguito di frattura del collo del femore nell’anziano. Le probabilità di recupero del paziente per questo intervento, infatti, dipendono più dalla tempestività delle cure che non dalla gravità della malattia in sé.

Mortalità a 30 giorni dall’intervento per bypass. Occorre anzitutto sottolineare che nel 2009 circa 30 ospedali non hanno superato la soglia dei 50 bypass all’anno mentre il volume considerato accettabile per la sicurezza del malato è di 200.
In generale, la media italiana di mortalità è del 2,2% (poco più di due pazienti su 100 muoiono a un mese dall’operazione). Tra le eccellenze il Monzino di Milano, la Poliambulanza di Brescia, le Molinette a Torino. Al di sotto dell’1,5% il Sacco di Milano, gli ospedali Riuniti di Bergamo, il Careggi di Firenze, il San Camillo Forlanini di Roma (con 0,79%), l’Ismett di Palermo. Ma la mortalità sale al sud, è superiore al 5% a Salerno, al Monaldi di Napoli, presso la casa di cura San Michele (Caserta, quasi 8%), al Papardo di Messina ma anche al Sant’Andrea e al Campus Biomedico di Roma.

Intervento entro 48 ore per frattura di femore. Opportunità negata in decine di ospedali del sud dove appena 5 pazienti su 100 vengono operati rispettando le linee guida internazionali. Ma anche a Milano (Niguarda, San Paolo) si scoprono gravi ritardi.

Cesarei. La forbice è davvero ampia. Si va dalle percentuali virtuose del Buzzi di Milano, ospedali Riuniti di Bergamo, casa di cura per il Bambino di Monza (dove meno di 10 donne su 100 partoriscono con la chirurgia) a realtà del sud che potrebbero essere definite vere e proprie fabbriche di cesarei. Case di cura private dove 8 donne su 10 ricevono il taglio probabilmente senza criteri di appropriatezza, solo perché vantaggioso sul piano della remunerazione. La Campania è maglia nera, ma esempi negativi si registrano anche in Piemonte: alla clinica Sedes Sapientiae il cesareo è scontato (9 volte su 10).

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