Innocente Marcolini. Il suo nome dice ancora poco, ma tra vent’anni potrebbe essere sui libri di storia. Magari Google gli dedicherà pure un “doodle”. L’ex manager italiano è il primo uomo al mondo – sino a prova contraria – al quale un tribunale abbia detto «il suo tumore ha a che fare con l’uso del cellulare». Se non una prova medica (anche il Consiglio Superiore di Sanità ha di recente escluso correlazioni, seppur consigliato l’uso quotidiano degli auricolari), almeno è un precedente giudiziario del pericolo che deriva dall’uso del cellulare. Nell’azienda per cui lavorava, Marcolini gestiva il personale: 400 dipendenti e contatti quotidiani con le filiali all’estero. Che, tradotto in poche cifre, significa aver parlato cinque o sei ore al giorno, per dodici anni, tra telefonino e cordless. Prima del suo neurinoma del trigemino. Era il giugno 2002 quando, facendosi la barba, avvertì una strana sensazione al mento, come di torpore. Pochi mesi dopo la diagnosi. «Sentivo un gran calore stando al telefono tutto quel tempo – racconta -. Ma non avrei mai pensato che quel fastidio mi avrebbe rovinato la vita». Il primo grado la relazione è stata negata. In secondo, il 22 dicembre 2009, la Corte d’Appello di Brescia gli ha dato ragione, obbligando l’Inail a versagli una pensione per malattia professionale. Economicamente non ci ha guadagnato quasi niente, ma Marcolini, uomo battagliero, si sente soddisfatto, almeno dal punto di vista morale. «Il mio esempio – racconta – potrebbe dare il via a una class action. Così tutto questo dolore sarà servito a qualcosa. A sensibilizzare chi passa le giornate con quelle pistole puntate alle tempie». Specie oggi, che un altro collega, con mansioni simili alle sue, ha problemi analoghi.

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