La mancanza di programmazione e il riverbero della riduzione dei costi in tutto il comparto sanitario aprono un nuovo spaccato di disoccupazione in ambiti fino ad ora inusitati. Il risultato è che per un giovane specializzato in cardiochirurgia l’Italia è divenuta inaccessibile professionalmente. Dalle stime, presentate nel corso del XXVI Congresso Sicch – Società italiana di chirurgia cardiaca, emerge la necessità negli ultimi 5 anni di 1 specialista ogni 3.000.000 di abitanti, ma le università italiane ne continuano a “preparare” 3 volte tanto. «I circa settanta specializzati che ogni anno tentano di accedere ai reparti di cardiochirurgia sono bloccati dal fatto che i loro colleghi più anziani non riescono ad andare in pensione e dal blocco delle assunzioni nel pubblico, effetto dei tagli alla spesa sanitaria» sottolinea Elena Caporali membro Junior del Consiglio Direttivo della Sicch. «Anche se da quest’anno il numero di posti in specialità è sceso a poco più che 50, grande parte di questi giovani colleghi sono destinati alla disoccupazione». Con l’eccesso di offerta di posti in specialità rispetto alla prospettive di assunzione può capitare anche che la specializzazione in cardiochirurgia venga utilizzata come un ammortizzatore sociale: un giovane aspirante cardiochirurgo iscrivendosi alla specializzazione ottiene uno stipendio per 5 anni. Al termine di questo percorso se, come spesso accade non viene assunto, intraprende o una strada di precariato di guardie notturne sottopagate o poco attinenti alla propria specialità, oppure intraprende la strada di una nuova specializzazione. Così può accadere che un cardiochirurgo disoccupato si specializzi in anestesia e quindi in igiene. Inoltre i giovani specializzati lamentano una carenza della formazione italiana rispetto allo standard europeo sia dal punto di vista delle tecniche chirurgiche sia della pratica ospedaliera. Per questo molti valutano l’idea di intraprendere la professione cardiochirurgica all’estero. «Non è un problema andare all’estero» spiega Daniela Manzone, neospecialista in cerca di lavoro in Italia, «anzi nonostante le difficoltà logistiche e linguistiche l’offerta è professionalmente di qualità. Fa solo rabbia lasciare l’Italia per carenze organizzative del sistema e per l’assoluta incapacità, spesso sospetta di formare e sostenere i futuri cardiochirurghi, non adeguata alla standard europeo richiesto».

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