Alzheimer, malattia sociale

Disagio, sofferenza e solitudine. Sono le facce conosciute di un male che isola lasciando parzialmente intatte le emozioni dei pazienti. Uno studio della Cattolica indaga l’importanza della ricerca psicologica

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di Paolo Frediani da Cattolicanews.it

Non deve essere semplice il momento in cui una malattia viene diagnosticata. Nel caso dell’Alzheimer spesso alla paura si accompagna la mortificazione psicologica, la coscienza della perdita delle proprie facoltà. Non è questione di puro interesse scientifico scoprire esattamente cosa succede a chi ne è colpito, e quali difficoltà dovrà incontrare. Un quadro chiaro della situazione può infatti aiutare il paziente e chi gli sta intorno non solo nella gestione della malattia stessa, ma anche nell’affrontare le implicazioni emotive e psicologiche che ne conseguono.
Un importante contributo in questo senso è fornito da una ricerca condotta dall’ Unità di ricerca sulla Teoria della Mente del dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica, in collaborazione con l’Unità di Neurologia riabilitativa della Fondazione Don Carlo Gnocchi.
L’indagine, pubblicata sulla prestigiosa rivista Aging & Mental Health, con l’articolo Mapping levels of theory of mind in Alzheimer’s disease: A preliminary study – firmato da Ilaria Castelli, Alessandra Pini, Margherita Alberoni, Olga Liverta Sempio, Francesca Baglio, Davide Massaro, Antonella Marchetti, Raffello Nemni – rivela che, nelle prime fasi di sviluppo della malattia (mild Alzheimer Disease), rimane in buona parte intatta la capacità di immedesimarsi nella mente degli altri per intuirne gli stati mentali – cioè le emozioni, i desideri, le credenze – e per capire come essi influiscano sui comportamenti. Si tratta di un’abilità che in ambito scientifico è definita Teoria della mente (ToM. Acronimo di Theory of Mind) o “mentalizzazione”, che svolge un ruolo cruciale nella vita quotidiana, permettendoci di prendere parte in modo adeguato alle interazioni sociali e comunicative con gli altri individui.
Gli studi in ambito psicologico si sono tradizionalmente concentrati su come questa abilità si sviluppi durante l’infanzia e solo negli ultimi anni si sono occupati di capire se essa sia soggetta a cambiamenti nel corso dell’intero ciclo di vita. È proprio all’interno di questo recente interesse scientifico che è nata la collaborazione tra l’Unità di ricerca sulla Teoria della Mente, diretta da Antonella Marchetti, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, e l’Unità di Neurologia riabilitativa, diretta dal professor Raffaello Nemni, primario della suddetta Unità, che si occupa di malattie degenerative legate all’invecchiamento.
In questa ricerca è stata messa a confronto la capacità di mentalizzazione di 16 soggetti affetti da Alzheimer con quella di altri 16 in normali condizioni di salute. I partecipanti allo studio, over 60, sono stati sottoposti a test di difficoltà crescente per misurare la ToM. I compiti consistevano nel riconoscere emozioni e credenze di personaggi rappresentati attraverso storie o illustrazioni.
Un compito base consisteva nel far vedere ai partecipanti una scatola di caramelle, che conteneva a loro insaputa delle puntine, e chiedere loro cosa pensavano vi fosse all’interno. Una volta mostrate le puntine, la scatola veniva richiusa. A questo punto, si chiedeva loro che cosa avrebbe pensato di trovare nella medesima confezione un’altra persona che fosse entrata nella stanza. Un compito come questo richiede, oltre all’uso della memoria per ricordare che il reale contenuto è differente da quello indicato sulla scatola, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, per prevedere che cosa questi penserà del contenuto della scatola vedendola chiusa.
Un livello più avanzato di Teoria della Mente è stato misurato attraverso test più complessi. Uno di questi, raccontano Ilaria Castelli e Davide Massaro, due dei ricercatori dell’Università Cattolica che hanno preso parte allo studio, consisteva nel proporre una storia su due persone che utilizzano un oggetto. Per esempio, Gianni e Maria, marito e moglie, usano un telefonino in una stanza. La moglie ripone il cellulare nella sua borsa e lascia la stanza. Il marito lo riprende, continua a usarlo, sino a che si stanca e lo mette in un cassetto. Maria torna e vede dalla porta socchiusa dove Gianni, che non sa di essere stato visto, ha riposto il cellulare. Dopo cena Maria decide di andare a prendere il cellulare. A questo punto, si chiede a chi è sottoposto al test di spiegare dove Gianni pensi che Maria cercherà il telefono e per quale motivo: il soggetto testato deve mettersi nei panni di Gianni che non sa di essere stato visto da Maria. È chiaro, quindi, come oltre a ricordare diverse informazioni (il cellulare prima era nella borsa e dopo era nel cassetto) sia necessario saper articolare diversi livelli di prospettiva: mettersi nei panni di una persona e immaginare che cosa questa pensi rispetto a ciò che pensi un’altra persona e prevederne così il comportamento.
I malati di Alzheimer non hanno ottenuto risultati significativamente deboli negli esercizi di primo livello, che illustravano situazioni semplici. È probabile, quindi, che le capacità di ToM nelle prime fasi della malattia siano meno danneggiate di quanto possa apparire. I risultati ottenuti dai ricercatori, invece, hanno mostrato un legame tra le difficoltà nello svolgere i test avanzati di Teoria della Mente e i deficit di memoria e comprensione tipicamente danneggiati dall’Alzheimer.
Difficile dire quali possano essere le implicazioni di questi risultati. «È complicato sapere se un paziente ha fallito un test unicamente per le difficoltà di mentalizzazione o se invece, per esempio, il fatto che abbia problemi nel memorizzare i passaggi di una storia abbia giocato un ruolo importante – dice Davide Massaro -. È difficile scorporare artificialmente le due componenti, dato che nella vita quotidiana entrambe concorrono alla manifestazione di una buona competenza sociale».
Concludendo, il risultato più interessante è che gli individui con inizio di malattia di Alzheimer mostrano alcune difficoltà nell’utilizzo della Teoria della Mente nei compiti più complessi, mentre mantengono un buon funzionamento di questa competenza nei compiti più semplici. Per i due ricercatori, le conseguenze di questo risultato potrebbero essere notevoli sia per i pazienti sia per i familiari che li seguono. «I nostri risultati – auspica Massaro – potrebbero essere presi in considerazione da chi si occupa di approntare degli interventi riabilitativi e/o supportivi per le persone affette da Alzheimer. La ricerca ci aiuta a non esasperare l’inabilità di chi è colpito da questa malattia, che, dal punto di vista psicologico, comporta un disagio e una sofferenza altissimi. Alle volte il paziente può lasciarsi andare e convincersi di non poter più coltivare rapporti umani. Poter trovare il modo di gestire delle relazioni che diano ancora gratificazione migliorerebbe lo stato psicologico e l’umore. E questo sarebbe già un grande risultato».
E i vantaggi non riguarderebbero solo i pazienti: «Frequentemente – spiega Ilaria Castelli – a prendersi cura di chi soffre di Alzheimer sono il coniuge e/o i figli, come abbiamo avuto modo di verificare anche con la nostra ricerca. Per queste persone sapere che ci potrebbe essere un intervento che cerca di preservare non solo le capacità di memoria, ma anche quelle di mentalizzazione, potrebbe essere estremamente positivo, per aiutare il proprio famigliare affetto dalla malattia di Alzheimer a continuare a prendere parte in modo adeguato alle interazioni quotidiane».

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