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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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Tutti i numeri del tumore al seno in Italia

Quante donne colpisce il cancro al seno in Italia? In quali fasce di età è più frequente? In un dossier, tutto quello che c’è da sapere sul tumore più frequente nella popolazione femminile

Tutti i numeri del tumore al seno in Italia

L’ncidenza

Lincidenza del tumore al seno, cioè il numero di donne colpite ogni anno, è molto elevata, la più alta di tutti i tipi di tumore: nelle donne, circa un tumore maligno su tre – il 29%, per l’esattezza – è al seno (seguono i tumori al colon retto, 14%, e al polmone, 6%)*.

Questa percentuale continua ad aumentare ovunque (sebbene possa variare molto a seconda dall’area geografica considerata). In base agli ultimi dati dell’Associazione italiana di oncologia medica e dell’Associazione italiana registri tumori (Aiom-Airtum, “I numeri del cancro in Italia, 2013“, clicca qui per scaricarlo), si stima che nell’anno in corso (2014), in Italia, si ammaleranno di tumore della mammella circa 47 mila donne (4 diagnosi l’ora) e 1000 uomini.

L’incidenza può anche essere espressa come “rischio cumulativo”: una misura che esprime il numero di persone che è necessario seguire nell’intero corso della loro vita perché una di queste abbia una diagnosi. Nel caso del tumore della mammella si tratta di circa una donna su 8: per confronto, la proporzione nella popolazione maschile è di un uomo su 521 (per un approfondimento vai alla scheda “Anche gli uomini si ammalano di cancro al seno“). Si tratta di un’incidenza tra le più alte in Europa.

Le più colpite sono le donne sopra i 64 anni: circa il 40% dei casi di tumore al seno riguarda queste pazienti. Alla fascia di età 50-64 anni si riferisce oltre il 30% dei casi, mentre il 20-30%dei casi riguarda donne under 50. Solo circa il 5–7%, però, riguarda le under 40.

La prevalenza

Ad oggi si stima che le donne che hanno avuto una diagnosi di cancro al seno in Italia siano oltre522 mila.

La sopravvivenza

Anche la sopravvivenza media, però, è molto alta: a cinque anni dalla diagnosi è dell’85% (la probabilità di sopravvivere 5 anni dopo un anno libere da malattia è del 87%, e dopo 5 anni è del 89%). Nonostante questo, il cancro al seno è ancora la prima causa di morte per tumore nella popolazione femminile italiana (e mondiale): i decessi stimati per il 2012 sono 13 mila.

Clicca qui per i dati sul tumore al seno metastatico.

*Escludendo i tumori della cute, le neoplasie in assoluto più frequenti in Italia sono quelle al colon-retto (50 mila nuovi casi); il tumore al seno è il secondo più frequente seguito da quello del polmone (38 mila nuovi casi) e della prostata (36 mila nuovi casi).

Fonte Repubblica.it

Testo originariamente pubblicato su Salute Seno il 18 novembre 2012. Ultima modifica: 2 ottobre 2014.

SANITÀ PUBBLICA: IN BASILICATA UN DEFIBRILLATORE IN OGNI COMUNE

BASILICATA da prendere ad esempio:
Protetta la vita di bambini ed adulti nella VITA quotidiana e durante lo sport.

Perché le altre regioni non hanno già fatto lo stesso?

(Sn) – Roma, 26 mar. – La Basilicata sara’ una delle prime regioni in Italia a dotare tutti i comuni di un defibrillatore. Il progetto e’ partito con un primo stock di 37 apparecchi, a cui se ne aggiungeranno altri 90 (131 sono in totale i municipi lucani) cosi’ da attivare una rete capillare in grado intervenire in pochi minuti su tutto il territorio. La regione ha stanziato anche le risorse per la formazione di circa 1500 volontari che dovranno essere in grado di effettuare le prime manovre rianimatorie. Il modello seguito e’ stato quello gia’ sperimentato per la Protezione civile, che ha dato buoni risultati in termini di efficienza ed affidabilita’. La struttura organizzativa coinvolge direttamente i comuni e le conferenze dei sindaci delle aree programma, ovvero dei futuri Distretti di comunita’. (Sn)

FONTE: http://www.sanitanews.it/

Salute sempre più costosa: la spesa sanitaria è salita del 64,1% dal 2000

da Corriere.it

Le spese per servizi e prodotti sanitari in Italia sono aumentati del 14,1% in cinque anni, a fronte di un +8,4% nell’Eurozona nello stesso periodo. Dal 2007 a oggi, quindi, il divario è aumentato di 5,7 punti in più rispetto agli altri Paesi.

MEDICINALI E ATTREZZATURE – Lo rileva un rapporto di Confartigianato presentato nell’ambito del Festival della Persona, che si conclude sabato ad Arezzo. A far registrare i maggiori rincari sono stati medicinali, prodotti farmaceutici, attrezzature e apparecchiature medicali. In questo caso, infatti, nell’arco di tempo considerato i prezzi sono saliti del 13,6%, a un ritmo quasi triplo rispetto al 5,0% dell’Eurozona. Uno spread sanitario elevato, e resta alto anche quello dei servizi ambulatoriali: in Italia salgono del 18,0%, 7,6 punti oltre la soglia media del 10,4%.

SPESA PUBBLICA MONSTRE IN 10 ANNI – A spaventare, però, è il divario – in questo caso tra il 2000 e il 2011 – della spesa pubblica per la sanità: in Italia è cresciuta a velocità doppia rispetto al Pil: + 64,1% contro il 31,9% del Prodotto interno lordo. E per il 2012 la cifra spesa è di 114,5 miliardi, pari al 7,2% del Pil e al 14,2% della spesa pubblica complessiva.

INCREMENTI MODESTI AL SUD – Le regioni che in questa fase hanno vissuto una crescita maggiore sono il Friuli Venezia Giulia con un aumento del 75,2% (battuto solo dalla provincia autonoma di Trento: +87,3%), il Molise (+75,1%) e la Lombardia (72,3%), poi Sardegna, Emilia Romagna, Lazio e Valle d’Aosta tutte comprese tra il 66 e il 70% (Guarda la dinamica della spesa del Servizio Sanitario Nazionale per Regione – pdf). Le dinamiche meno accentuate riguardano, invece, l’Abruzzo con il 43,9% davanti alla Calabria (47,9%) e alla Campania (50,0%). Sotto alla soglia del 55% anche Liguria, Piemonte e Marche. Per quanto riguarda i dati dello scorso anno, l’Italia ha speso in media 1.851 euro per ogni abitante. La spesa più elevata è stata registrata a Bolzano con 2.256 euro per cittadino, seguita dalla Valle d’Aosta con 2.222 euro e da Trento con 2.209 euro. La spesa sanitaria pro capite più bassa è stata invece in Calabria, con 1.704 euro per abitante.

LE SPESE 2008-11 DELLE REGIONI – Considerando soltanto il triennio 2008-11, il disavanzo sanitario regionale (tabella in pdf) si è rivelato particolarmente pesante in Lazio (4.958 milioni, pari al 45,0% del totale), in Campania (2.337 milioni, pari al 21,2%), in Puglia (1.103 milioni, pari al 10,0%), in Sardegna (786 milioni, pari al 7,1%), Calabria (632 milioni, pari al 5,7%) e Sicilia (592 milioni, pari al 5,4%). Restano, invece, in attivo l’Emilia Romagna con 113 milioni, seguita da Bolzano con 65 milioni, dal Veneto con 63 milioni, dal Friuli Venezia Giulia con 59 milioni, dalle Marche con 52 milioni, dalla Lombardia con 45 milioni, dall’Umbria con 32 milioni e dal Piemonte con 28 milioni. Questo equilibrio incide, a livello nazionale, per 182 euro per abitante. In Lazio pesa per 865 euro pro capite, mentre tra le regioni che registrano addirittura un saldo in positivo ci sono Bolzano con 128 euro per persona, Friuli Venezia Giulia con 47 euro, e si arriva fino a Piemonte (6 euro per abitante) e Lombardia (4 euro).

I Giovani Medici (SIGM) sollecitano le Istituzioni per l’indizione del concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione 2011/2012

Al fine di tutelare i colleghi che quest’anno tenteranno il concorso per accedere alle scuole di specializzazione di area sanitaria aa 2011-2012 il Dipartimento Specializzandi (SIMS) del Segretariato Italiano Giovani Medici (SIGM) ha inviato ai Ministeri competenti (MIUR e Ministero della Salute) una richiesta di aggiornamento sullo stato dell’arte dell’iter concorsuale al fine di sollecitare l’indizione dello stesso in tempi certi.

Il documento (scarica allegato) segue, nell’ordine, la richiesta inviata il 15 settembre 2011 (leggi qui) e le rassicurazioni ricevute dall’allora Ministro della Salute, Prof. Ferruccio Fazio, e dai Dottori Giovanni Leonardi e Daniele Livon (rispettivamente, DG Risorse Umane e Professioni Sanitarie del Ministero della Salute e DG Università, lo Studente ed il Diritto allo Studio del MIUR) in occasione del I Workshop sulla Formazione Medica organizzato dalla nostra Associazione in data 9 Novembre 2012 (leggi il resoconto della giornata).

Ricordiamo che già in quell’occasione i Direttori Generali del MIUR e della Salute avevano annunciato…[…]

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Giocare a “Tetris” per 15 minuti al giorno fa bene al cervello

Condotta in Giappone e pubblicata suPLoS ONE la ricerca che farà felici gli amanti dei videogame di logica: giocare per un quarto d’ora al giorno per venti giorni migliora la capacità di pianificare e controllare le proprie azioni, nonché la velocità di risposta agli stimoli.

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15 GEN – Già da qualche anno esistono videogiochi per consolle portatili che promettono di ringiovanire il cervello tramite l’allenamento in giochi di logica. Ma questi passatempi interattivi aiutano davvero a migliorare alcune funzioni cerebrali? Lo ha verificato uno studio pubblicato sulla rivista PLoS ONE da un gruppo di ricerca dell’Università di Tohoku in Giappone.

Per testare l’ipotesi il team ha reclutato 32 adulti, che sono stati poi inseriti in maniera casuale in due gruppi diversi. Queste persone, che avevano dichiarato di non essere giocatori incalliti di videogames, e anzi di aver usato giochi interattivi per meno di un’ora a settimana nei precedenti due anni. Ad ognuno dei due gruppi è stato imposto di giocare per 15 minuti al giorno per almeno 5 giorni a settimana per un mese (o fino al raggiungimento di venti giorni di gioco totali) ad uno tra due famosi videogames: Tetris e Brain Age, uno dei più famosi giochi di training per il cervello, in cui l’utente deve risolvere esercizi di aritmetica, schemi di sudoku oppure superare prove mnemoniche.

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Il rischio che sparisca di nuovo il Ministero della Salute

Se Mario Monti sarà il prossimo presidente del Consiglio, è probabile, secondo quanto si è appreso, che ci sarà una riduzione del numero dei ministri.
L’attuale Governo Berlusconi ha, oltre il premier, 13 ministri con portafoglio e 10 ministri senza portafoglio. Nel dicembre 2009 con la legge 172, il Governo Berlusconi ha anche provveduto a sdoppiare il ministero del Welfare, creando il ministero della Salute guidato da Ferruccio Fazio.
Monti dovrà decidere se mantenere o meno l’attuale assetto ministeriale, anche per quanto riguarda i rapporti fra regioni e Governo in materia sanitaria e potrebbe quinadi riaccorpare la Salure a Lavoro e Previdenza in un nuovo ministero del Welfare.

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L’indiscrezione sull’intenzione di Monti di tornare alla legge Bassanini nella sua versione originale prima della promozione a ministro della salute di Ferruccio Fazio è circolata insistemente in giornata, creando allarme soprattutto fra le Regioni, grandi sponsor della rinascita del ministero della Salute. Calano dunque nel totoministri legato a Monti le quotazioni di Umberto Veronesi e dello stesso Fazio, ministri tecnici della Salute nei governi di centrosinistra e centrodestra ma spendibili solo nel settore sanitario, materia di loro stretta competenza
I ministeri senza portafoglio – quelli che “rischiano” di più – sono : Rapporti con le regioni (Fitto), Programma di Governo (Rotondi), Pubblica amministrazione e innovazione (Brunetta), Pari opportunità (Carfagna), Politiche Ue (Bernini), Rapporti con il Parlamento (Vito), Riforme per il Federalismo (Bossi), Gioventù (Meloni), Semplificazione normativa (Calderoli), Turismo (Brambilla ma solo dall’8 maggio 2009).

dal Sole24Ore Sanità

Il racconto delle malattie: un laboratorio in tempo reale

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Nasce su Repubblica.it lo spazio aperto “Viverla Tutta”: una iniziativa creata con la collaborazione degli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, Istituto Mario Negri, Asl 10 di Firenze, European Society for Health and Medical Sociology. Il primo studio di Medicina Narrativa sul web

“Viverla Tutta” è uno spazio aperto all’interno di Repubblica.it, nato per raccogliere le testimonianze di persone che pur trovandosi a vivere una condizione di malattia, propria o della persona che assistono, cercano di non arrendersi agli eventi, ma, anzi, lottano con coraggio ogni giorno, senza cedere alla paura o abbandonarsi alla commiserazione.

Lo scopo è cercare di raccontare cosa significa vivere la malattia oggi, in un’epoca in cui abbiamo a disposizione cure e trattamenti un tempo impensabili, ma in cui dobbiamo fare i conti con il fatto che molto spesso siamo noi, con la nostra volontà ed il nostro coraggio, i primi responsabili della lotta alla malattia.

La società di oggi è, infatti, abituata a pensare la malattia soprattutto come insieme di sintomi, cause e rimedi: raramente è disposta ad ascoltare il racconto dell’esperienza della malattia da parte di chi ne è coinvolto direttamente. Un racconto, fatto di sensazioni, emozioni, dettagli, che, quando viene ascoltato, riserva grandi potenzialità e un incredibile guadagno: la possibilità di trasmettere qualcosa di utile e prezioso. Le storie di malattia contengono, infatti, una serie di elementi relativi alla percezione della malattia, alla sua interpretazione e al modo di affrontarla che, se correttamente raccolti, interpretati ed analizzati attraverso apposite tecniche e metodologie (quelle della Narrative Based Medicine, NBM, o Medicina Narrativa), possono contribuire a migliorare i percorsi di assistenza e cura, riconoscendo la centralità del paziente ed affermando l’importanza, per la medicina, di prendersi cura del malato e non solo della malattia.

La protagonista è quindi la personale esperienza della malattia, trasformata però da evento negativo, portatore unicamente di dolore e sofferenza, spesso anche di emarginazione e solitudine, in un vissuto costruttivo, fatto di saperi e di comportamenti fondati sull’esperienza diretta, utile per sé e comunicabile agli altri.
“Viverla Tutta” ospita una griglia di domande online, costruita secondo la metodologia della Medicina Narrativa, che aiuta le persone a raccontare la propria storia.

Le storie raccolte confluiranno in uno studio più ampio ed articolato, promosso dal Laboratorio Sperimentale di Medicina Narrativa, coordinato, per le malattie croniche, dalla Azienda Sanitaria Locale (ASL) 10 di Firenze e, per le malattie rare, dal Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) – Istituto Superiore di Sanità (ISS) (www.iss. it/cnmr), e dalla European Society for Health and Medical Sociology.

Le storie raccolte tramite il web ed il Laboratorio Sperimentale, saranno successivamente analizzate da un comitato scientifico, composto da esperti italiani di Medicina Narrativa, con l’obiettivo finale di giungere all’individuazione ed elaborazione di raccomandazioni volte a promuovere l’integrazione tra la Narrative Based Medicine e l’Evidence Based Medicine, nell’ambito delle malattie rare e delle malattie croniche e diffondere l’impiego della narrazione e delle tecniche narrative in medicina ed in sanità nel nostro Paese.
Raccontaci la tua storia di malattia, per aiutarci a costruire buone storie di assistenza e cura

Lo studio fa riferimento al protocollo di ricerca “Laboratorio Sperimentale di Medicina Narrativa” messo a punto dal Comitato Tecnico Scientifico composto da:
– Domenica Taruscio, Direttore Centro Nazionale Malattie Rare – Istituto Superiore di Sanità, Roma
– Stefania Polvani, Direttore Educazione alla Salute, Azienda Sanitaria Locale 10, Firenze
– Alfredo Zuppiroli, Direttore Dipartimento Cardiologia, Azienda Sanitaria Locale 10, Firenze e Presidente Commissione di Bioetica, Regione Toscana
– Guido Giarelli, Past-President European Society for Health and Medical Sociology
– Gianni De Crescenzo, Medical Director Pfizer Italia, che partecipa all’iniziativa nell’ambito del Progetto “Viverla Tutta”

Alla discussione per la messa a punto del protocollo di ricerca del progetto ha contribuito il Laboratorio per il Coinvolgimento dei Cittadini in Sanità, Istituto Mario Negri, Milano.
Questa iniziativa è resa possibile grazie alla collaborazione di Pfizer nell’ambito della campagna d’impegno sociale “Viverla Tutta”.
(12 settembre 2011)

Da Repubblica.it

Alzheimer, malattia sociale

Disagio, sofferenza e solitudine. Sono le facce conosciute di un male che isola lasciando parzialmente intatte le emozioni dei pazienti. Uno studio della Cattolica indaga l’importanza della ricerca psicologica

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di Paolo Frediani da Cattolicanews.it

Non deve essere semplice il momento in cui una malattia viene diagnosticata. Nel caso dell’Alzheimer spesso alla paura si accompagna la mortificazione psicologica, la coscienza della perdita delle proprie facoltà. Non è questione di puro interesse scientifico scoprire esattamente cosa succede a chi ne è colpito, e quali difficoltà dovrà incontrare. Un quadro chiaro della situazione può infatti aiutare il paziente e chi gli sta intorno non solo nella gestione della malattia stessa, ma anche nell’affrontare le implicazioni emotive e psicologiche che ne conseguono.
Un importante contributo in questo senso è fornito da una ricerca condotta dall’ Unità di ricerca sulla Teoria della Mente del dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica, in collaborazione con l’Unità di Neurologia riabilitativa della Fondazione Don Carlo Gnocchi.
L’indagine, pubblicata sulla prestigiosa rivista Aging & Mental Health, con l’articolo Mapping levels of theory of mind in Alzheimer’s disease: A preliminary study – firmato da Ilaria Castelli, Alessandra Pini, Margherita Alberoni, Olga Liverta Sempio, Francesca Baglio, Davide Massaro, Antonella Marchetti, Raffello Nemni – rivela che, nelle prime fasi di sviluppo della malattia (mild Alzheimer Disease), rimane in buona parte intatta la capacità di immedesimarsi nella mente degli altri per intuirne gli stati mentali – cioè le emozioni, i desideri, le credenze – e per capire come essi influiscano sui comportamenti. Si tratta di un’abilità che in ambito scientifico è definita Teoria della mente (ToM. Acronimo di Theory of Mind) o “mentalizzazione”, che svolge un ruolo cruciale nella vita quotidiana, permettendoci di prendere parte in modo adeguato alle interazioni sociali e comunicative con gli altri individui.
Gli studi in ambito psicologico si sono tradizionalmente concentrati su come questa abilità si sviluppi durante l’infanzia e solo negli ultimi anni si sono occupati di capire se essa sia soggetta a cambiamenti nel corso dell’intero ciclo di vita. È proprio all’interno di questo recente interesse scientifico che è nata la collaborazione tra l’Unità di ricerca sulla Teoria della Mente, diretta da Antonella Marchetti, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, e l’Unità di Neurologia riabilitativa, diretta dal professor Raffaello Nemni, primario della suddetta Unità, che si occupa di malattie degenerative legate all’invecchiamento.
In questa ricerca è stata messa a confronto la capacità di mentalizzazione di 16 soggetti affetti da Alzheimer con quella di altri 16 in normali condizioni di salute. I partecipanti allo studio, over 60, sono stati sottoposti a test di difficoltà crescente per misurare la ToM. I compiti consistevano nel riconoscere emozioni e credenze di personaggi rappresentati attraverso storie o illustrazioni.
Un compito base consisteva nel far vedere ai partecipanti una scatola di caramelle, che conteneva a loro insaputa delle puntine, e chiedere loro cosa pensavano vi fosse all’interno. Una volta mostrate le puntine, la scatola veniva richiusa. A questo punto, si chiedeva loro che cosa avrebbe pensato di trovare nella medesima confezione un’altra persona che fosse entrata nella stanza. Un compito come questo richiede, oltre all’uso della memoria per ricordare che il reale contenuto è differente da quello indicato sulla scatola, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, per prevedere che cosa questi penserà del contenuto della scatola vedendola chiusa.
Un livello più avanzato di Teoria della Mente è stato misurato attraverso test più complessi. Uno di questi, raccontano Ilaria Castelli e Davide Massaro, due dei ricercatori dell’Università Cattolica che hanno preso parte allo studio, consisteva nel proporre una storia su due persone che utilizzano un oggetto. Per esempio, Gianni e Maria, marito e moglie, usano un telefonino in una stanza. La moglie ripone il cellulare nella sua borsa e lascia la stanza. Il marito lo riprende, continua a usarlo, sino a che si stanca e lo mette in un cassetto. Maria torna e vede dalla porta socchiusa dove Gianni, che non sa di essere stato visto, ha riposto il cellulare. Dopo cena Maria decide di andare a prendere il cellulare. A questo punto, si chiede a chi è sottoposto al test di spiegare dove Gianni pensi che Maria cercherà il telefono e per quale motivo: il soggetto testato deve mettersi nei panni di Gianni che non sa di essere stato visto da Maria. È chiaro, quindi, come oltre a ricordare diverse informazioni (il cellulare prima era nella borsa e dopo era nel cassetto) sia necessario saper articolare diversi livelli di prospettiva: mettersi nei panni di una persona e immaginare che cosa questa pensi rispetto a ciò che pensi un’altra persona e prevederne così il comportamento.
I malati di Alzheimer non hanno ottenuto risultati significativamente deboli negli esercizi di primo livello, che illustravano situazioni semplici. È probabile, quindi, che le capacità di ToM nelle prime fasi della malattia siano meno danneggiate di quanto possa apparire. I risultati ottenuti dai ricercatori, invece, hanno mostrato un legame tra le difficoltà nello svolgere i test avanzati di Teoria della Mente e i deficit di memoria e comprensione tipicamente danneggiati dall’Alzheimer.
Difficile dire quali possano essere le implicazioni di questi risultati. «È complicato sapere se un paziente ha fallito un test unicamente per le difficoltà di mentalizzazione o se invece, per esempio, il fatto che abbia problemi nel memorizzare i passaggi di una storia abbia giocato un ruolo importante – dice Davide Massaro -. È difficile scorporare artificialmente le due componenti, dato che nella vita quotidiana entrambe concorrono alla manifestazione di una buona competenza sociale».
Concludendo, il risultato più interessante è che gli individui con inizio di malattia di Alzheimer mostrano alcune difficoltà nell’utilizzo della Teoria della Mente nei compiti più complessi, mentre mantengono un buon funzionamento di questa competenza nei compiti più semplici. Per i due ricercatori, le conseguenze di questo risultato potrebbero essere notevoli sia per i pazienti sia per i familiari che li seguono. «I nostri risultati – auspica Massaro – potrebbero essere presi in considerazione da chi si occupa di approntare degli interventi riabilitativi e/o supportivi per le persone affette da Alzheimer. La ricerca ci aiuta a non esasperare l’inabilità di chi è colpito da questa malattia, che, dal punto di vista psicologico, comporta un disagio e una sofferenza altissimi. Alle volte il paziente può lasciarsi andare e convincersi di non poter più coltivare rapporti umani. Poter trovare il modo di gestire delle relazioni che diano ancora gratificazione migliorerebbe lo stato psicologico e l’umore. E questo sarebbe già un grande risultato».
E i vantaggi non riguarderebbero solo i pazienti: «Frequentemente – spiega Ilaria Castelli – a prendersi cura di chi soffre di Alzheimer sono il coniuge e/o i figli, come abbiamo avuto modo di verificare anche con la nostra ricerca. Per queste persone sapere che ci potrebbe essere un intervento che cerca di preservare non solo le capacità di memoria, ma anche quelle di mentalizzazione, potrebbe essere estremamente positivo, per aiutare il proprio famigliare affetto dalla malattia di Alzheimer a continuare a prendere parte in modo adeguato alle interazioni quotidiane».

Sanità, parte la rivoluzione ticket in Toscana cercando un maggiore giustizia fiscale (Valdelsa.net)

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22-08-2011 TICKET SANITA’ TOSCANA | Parte la rivoluzione ticket in Toscana. Tutti i cittadini non esenti e con un reddito superiore ai 36mila euro dovranno pagare un contributo, modulato sul reddito, sui farmaci e sulle visite specialistiche. Le novità del provvedimento sono state spiegate dal presidente della Regione Enrico Rossi.

«Chiariamo subito – ha spiegato il governatore – i ticket sono voluti dal governo nazionale. Ci hanno tagliato 66 milioni di euro e l’intento del governo era quello di imporre un ticket uguale per tutti di 10 euro. Noi ci siamo opposti e abbiamo modulato diversamente in rapporto al reddito la compartecipazione. Prima di tutto dobbiamo dare un messaggio di tranquillità: il 70% delle prestazioni che noi eroghiamo come servizio sanitario regionale è esente per patologia o invalidità, questi cittadini continueranno a non pagare nessun ticket».

Ecco le tre fasce di reddito individuate: da 36.151 a 70mila, da 70mila a 100 e oltre 100mila. «Abbiamo messo i ticket – ha continuato Rossi – sulla farmaceutica per redditi a partire da 36mila in su e sulla specialistica. Abbiamo messo una compartecipazione per le grandi prestazioni su risonanza magnetica e tac modulata in rapporto alle fasce di reddito». Da domani, per i farmaci e le visite si farà riferimento all’Isee o al reddito familiare fiscale.

«Consigliamo a tutti di fare riferimento all’Isee – ha raccomandato Rossi – già 617mila cittadini in Toscana sono in possesso di questo documento su 1,7 milioni di abitanti. E’ più equo e tiene conto del reddito familiare complessivo, con una serie di detrazioni, come figli a carico, il conto in banca, il mutuo o l’affitto. Il reddito fiscale no». Per esempio, in una famiglia di quattro persone (due lavoratori e due figli), con un reddito da 65mila euro annui, un mutuo da 200mila euro e un conto da 25mila, l’Isee verrebbe 26mila euro e la famiglia rientrerebbe in una fascia esente.

«Abbiamo costruito la delibera per agevolare chi presenta l’Isee che deve diventare, in 5-6 mesi, un punto di riferimento per i servizi sanitari, come per i comuni. Con l’Isee la condizione effettiva è molto più evidente», ha continuato Rossi. Le tre fasce di reddito hanno tutte una sigla. Con l’Isee, la sigla è Ib per la prima fascia, da 36mila a 70mila. Da 70 a 100mila è Ic e oltre è Id.
Con il reddito lordo fiscale, la sigla è rb-rc-rd. Per la specialistica, il cittadino troverà alla Asl dei moduli dove dichiarare la propria fascia di reddito. Per i farmaci, invece, si dovrà dichiarare il reddito, sempre utilizzando le apposite sigle, sulla ricetta. Per gli esenti, ci penserà il medico curante a segnalarlo sulla ricetta. Per i farmaci, chi rientra nella prima fascia pagherà un euro, due nella seconda e tre nella terza. Per la specialistica il contributo sarà di 5, 10 e 15 euro.

Il governatore Rossi ha già annunciato guerra ai furbi, con controlli sulle autocertificazioni: «Stiamo concludendo l’accordo con Equitalia, cercando di smussare le sue asperità – ha annunciato – però garantiamo controlli in percentuale più che sufficiente per scoraggiare i furbi. Procederemo con molto determinazione».

Pronti anche i farmacisti: «Le farmacie – ha spiegato Marco Mungai Nocentini, presidente dell’associazione farmacisti Toscana – hanno condiviso la manovra. Non mi risultano prese di posizioni, l’obiettivo è dare continuità al servizio. Tutte le varie problematiche le misureremo con i fatti. Stanotte, nelle 1.100 farmacie toscane, gireranno i programmi per aggiornare software. Le farmacie sono state informate e il cittadino dovrà solo barrare le caselle con il reddito e mettere firma. Siamo tranquilli, ma ci potrà essere qualche rallentamento nel servizio».

In conclusione il presidente Enrico Rossi ha dichiarato: «Dobbiamo prendere la strada di una vera giustizia fiscale, dove i cittadini compartecipano al servizio in base all’effettivo reddito familiare. Chiedo pazienza e collaborazione mi pare che adesso scegliere la via facile penalizza chi è più debole e non crea prospettive per il futuro. Chiedere un euro a un precario che non sa come arrivare in fondo al mese è un insulto, mentre a chi ha un reddito da più di 100mila euro si può chiedere anche molto più di quanto non chiediamo adesso”. Secondo Rossi, “la più grande rivoluzione dei ticket è culturale: avere l’onestà di scrivere su un foglio quanto prendiamo. Se si pagasse le tasse in questo Paese, non ci sarebbe bisogno della manovra. Dobbiamo lavorare affinchè a pagare non siano sempre gli stessi. Dovremmo chiedere perché c’è questa situazione così scandalosa e vergognosa. Se andassimo a chiedere soldi a chi veramente è sotto i 36mila euro, è evidente che a ingiustizia si sommerebbe a ingiustizia».

da Valdelsa.net

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