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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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Sanità

Stop ad incarichi convenzionati a medici in pensione. Leggete cosa dice la risposta del Ministero all’interpellanza presentata. #svoltiAMOlaSANITÀ

tersilliNel mese di marzo l’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) si era fatta promotrice di una ferma richiesta alle Istituzioni competenti atta a far rispettare la normativa che sancisce l’incompatibilità tra i medici dipendenti in quiescenza dal SSN ed il convenzionamento con la specialistica ambulatoriale.

In questa cornice rientra l’interpellanza n. 92815 presentata dall’On. Prof. Calabrò tesa ad avere chiarimenti circa le iniziative per regolamentare l’incompatibilità tra incarichi di consulenza e trattamento pensionistico per il personale medico già dipendente dal Servizio Sanitario Nazionale.

La risposta de Ministero sembra soddisfacente. Guardate cosa dice la risposta scritta all’interpellanza.

(___Leggi tutto qui___)

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Ecco come si è ripresa la sanità ad Haiti dopo il terremoto: grazie alla videoconferenza

Ripristinare sia l’infrastruttura fisica che il normale programma educativo delle scuole mediche haitiane e degli ospedali universitari si è subito rivelato necessario per rimettere in piedi il paese dopo il devastante cataclisma. Ed è così che e-learning e videoconferenze si sono rivelate strumento utile.

 06 AGO – Un terremoto devastante come quello di Haiti – con oltre 230.000 vittime – è capace di distruggere tutto. Oltre alle vite delle vittime e delle loro famiglie, alle case e alle auto, distrugge l’impianto stesso della società: l’istruzione non esiste più, così come la sanità: da un giorno all’altro Haiti ha perso la maggior parte delle università intorno alla capitale Port-au-Prince e quattro scuole di medicina sono state interamente distrutte. Il sistema di formazione medica haitiano, nella sua interezza ha dovuto ricostruirsi da zero. E proprio questo è stato lo scopo del progetto Haiti Medical Education (HME). Lo strumento principale per questa rinascita si è rivelato – forse a sorpresa per qualcuno – l’e-learning, ovvero l’insegnamento in videoconferenza.

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Germania: El Dorado del lavoro per i professionisti della sanità

Medici e infermieri figurano nell’elenco dei lavoratori più richiesti in Germania. Si aggiungono a ingegneri, informatici e addetti al turismo: tutte specializzazioni professionali di cui i tedeschi hanno carenza e per i quali si rivolgono all’estero. Il fatto è che la Germania presenta un tasso di disoccupazione ai minimi storici – il 5,4% – e il calo di natalità che si registra ormai da anni proietta sempre più l’economia tedesca in uno stato di carenza di manodopera. Quella specializzata è particolarmente difficile da reperire ed è così che sono già in vertiginoso aumento le immigrazioni dai Paesi mediterranei, Italia compresa. Secondo le statistiche, la disoccupazione italiana è più che doppia rispetto a quella tedesca e ben peggiore è la situazione in Spagna, Portogallo e Grecia. Nel 2012 sono stati 42.000 gli italiani che hanno fatto le valigie e hanno approfittato delle possibilità di occupazione offerte dalla Germania: in percentuale, si tratta di un aumento del 40%. Ma l’incremento delle richieste di lavoratori è stato ben maggiore: +300%. Le giovani generazioni se ne sono rese conto: gli iscritti al Goethe Institut sono aumentati del 22%; i ragazzi che vanno a studiare in Germania del 36%; quelli che all’università scelgono il tedesco come seconda lingua del 37%; i partecipanti a corsi intensivi di lingua del 184%. Sul sito dell’Eures (European employment services – Servizi europei per l’impiego), il portale europeo della mobilità professionale, sono più di 300.000 le offerte di lavoro provenienti dalla Germania, che in questa particolare classifica è seconda solo alla Gran Bretagna, altro Paese che attrae dall’estero molti professionisti della salute. Come si fa notare sul sito, «l’assistenza sanitaria in Germania è gestita sia da soggetti privati che pubblici; gli enti di entrambi i settori potrebbero essere potenziali partner di cooperazione».

Tratto da DoctorNews33

España: Una ‘marea bianca’ si oppone ai tagli alla sanità @drsilenzi

Ieri decine di migliaia di medici, infermieri, sindacati del comparto e cittadini ‘indignados’ sono scesi in piazza in quindici città per opporsi ai tagli e al sempre più ampio coinvolgimento dei privati. Nell’ultimo triennio è stata adottata una cura dimagrante da 6,7 miliardi che ha snellito del 10,6% l’intero settore.

18 FEB – Migliaia di persone si sono riversate ieri in quindici città spagnole per protestare contro i piani di tagli e privatizzazioni alla sanità messi a punto da alcuni governi regionali. Il centro nevralgico delle manifestazioni è stato Madrid, dove le strade sono state invase – per la sesta volta in tre mesi – da decine di migliaia di medici, infermieri, sindacati del comparto e cittadini ‘indignados’ che si sono riuniti nella neonata piattaforma nazionale ‘Mesa en defensa de la sanidad publica’. Ieri, per la prima volta, le proteste si sono estese in tutte le penisola, raggiungendo anche Barcellona, Valencia, Saragozza, Malaga, Cadice, Ourense, Murcia e Palma de Mallorca. La cosiddetta ‘marea bianca’ si oppone al taglio da complessivi 6,7 miliardi di euro varato – a partire dal 2010 – dalle Regioni con l’obiettivo di rientrare nei parametri di deficit previsti per l’anno. Una cura dimagrante che ha snellito il sistema del 10,6% in tre anni.

Particolarmente colpita è la Regione di Madrid, dove l’approvazione dell’ultima legge di bilancio ha stabilito la privatizzazione di sei ospedali e di 27 dei 270 centri sanitari. La manovra dell’amministrazione guidata da Ignacio Gonzalez (Pp) impone – per il settore – il taglio del 7,7% della spesa sanitaria sostenuta nel 2012, pari a circa 1,4 miliardi. E già imperversa la battaglia sulle cifre. I sindacati stimano che la privatizzazione dei servizi nella sola capitale costerà oltre 10mila posti di lavoro, mentre secondo Gonzalez il costo medio annuo a persona dell’assistenza ospedaliera scenderà dai 600 euro di quella pubblica ai 411 di quella a gestione privata. Una riforma che però non sembra convincere buona parte dei medici che hanno distribuito nelle piazze volantini in cui denunciano che “l’ingresso degli utili nel sistema determina una diminuzione della qualità assistenziale”. I manifestanti hanno poi focalizzato l’attenzione sui primi effetti prodotti dai tagli dell’ultimo triennio. La situazione più drammatica riguarderebbe il territorio dell’Extremadura, dove la maggior parte dei centri sanitari deve chiudere alle 15 per mancanza di personale. Un grido d’allarme arriva anche dalla Federazione spagnola dei diabetici che – per bocca del suo presidente, Angel Cabrera – ha denunciato la massiccia diminuzione dei più elementari dispositivi di assistenza, in particolare in Aragona e Catalogna.

La partita resta quindi ancora aperta, anche se il processo sembra ormai avviato e molti governatori stanno studiando l’esempio di Madrid. Dal coordinamento però non sembrano arrivare segnali di resa, anzi. “Resisteremo come abbiamo fatto sin’ora”, promettono i sindacati.

Cosa sono i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)?

I Livelli Essenziali di Assistenza sono costituiti dai servizi e dalle prestazioni garantiti dal Servizio sanitario nazionale su tutto il territorio italiano. Le prestazioni incluse nei LEA sono individuate sulla base di principi di effettiva necessità assistenziale, di efficacia e di appropriatezza. Attualmente il provvedimento di definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza (DPCM 29 novembre 2001), emanato sulla base di un accordo Stato-Regioni del 2001, elenca le prestazioni erogabili nell’ambito del Servizio sanitario, le prestazioni erogabili soltanto secondo specifiche indicazioni cliniche e quelle escluse dai livelli e non erogabili in tale ambito. Le Regioni, inoltre, possono decidere di includere nei LEA ulteriori prestazioni, che vanno a costituire il livello di assistenza regionale.

I nuovi Lea proposti da Balduzzi arrivano dopo un analogo tentativo di riforma da parte di Livia Turco nel 2008 (dove era previsto l’inserimento di 109 malattie rare, di 6 malattie croniche e dell’anestesia epidurale) che però non andò in porto per problemi di copertura economica. Attualmente i Lea in vigore risalgono al novembre 2001 e il loro rinnovo è stato all’ordine del giorno per molti anni ma finora senza successo.

E’ molto importante ricordare che le prestazioni e i servizi inclusi nei Lea rappresentano il livello “essenziale” garantito a tutti i cittadini ma le Regioni, come hanno fatto fino ad oggi, potranno utilizzare risorse proprie per garantire servizi e prestazioni ulteriori rispetto a quelle incluse nei Lea.

Per la formulazione della nuova proposta di aggiornamento è stata creata una rete di referenti regionali, anche al fine di valutare e tenere in debito conto l’esigenza di non creare disagi al cittadino e di non rendere difficoltose le procedure amministrative. Per alcune patologie di particolare complessità sono stati creati specifici gruppi di lavoro che hanno approfondito le problematiche relative alla malattia diabetica, alle malattie dell’apparato respiratorio, alle malattie reumatologiche, nefrologiche e gastroenterologiche, con il coinvolgimento di numerosi specialisti ed esperti.

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#AgendaMonti & Sanità: “Un Welfare per il nostro tempo: cosa dice l’agenda Monti in tema di Sanità? Ecco l’estratto…”

Cosa dice l’agenda Monti in tema di Sanità? Ecco l’estratto:

[…] L’Europa e la sua agenda di disciplina delle finanze pubbliche e riforme strutturali sono nemiche del welfare? No. Lo Stato sociale è il cuore del modello sociale europeo e della sua sintesi tra efficienza ed equità, mercato e solidarietà. Realizzare obiettivi di redistribuzione e di lotta contro le diseguaglianze senza attenuare le energie per la crescita è la sfida politica centrale del nostro tempo. Di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di debito. E ci impone di capire che il modello che abbiamo costruito si sta incrinando sotto il peso del cambiamento demografico e della sempre più difficile sostenibilità finanziaria.
Abbiamo due alternative. O cercare di conservare il welfare state com’è, rassegnandoci a tagli e riduzioni di servizi per far fronte ad una spesa sempre crescente. O provare a rendere il sistema più razionale e aperto all’innovazione. Nel settore dell’assistenza sanitaria bisogna garantire il diritto alla tutela della salute in un nuovo contesto, organizzando il sistema sanitario secondo i principi di appropriatezza delle cure, costo/efficacia, riduzione al massimo degli sprechi, gestione manageriale basata su una valutazione trasparente dei risultati. Senza contrapporre sanità pubblica e sanità privata, perché ombre e luci, merito e sprechi, esistono in entrambe. Il servizio sanitario nazionale resta una conquista da difendere e rafforzare attraverso innovazione, efficienza e professionalità.
Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti, una soluzione che permette di coniugare risparmi di spesa e una migliore condizione del paziente. E dare attuazione alla riforma dell’ISEE per rendere più obiettivo e trasparente l’accesso alle prestazioni agevolate di oltre 20 milioni di italiani, con una particolare attenzione alle famiglie numerose e per quelle con figli molto piccoli. Senza dimenticare che la sanità e la sicurezza sociale sono la più grande industria di servizi del Paese. Promuoverla significa anche sostenere la crescita e l’innovazione.
Bisogna riconoscere e valorizzare il ruolo del volontariato, un mondo vastissimo che spesso incontriamo senza neppure riconoscerlo e che svolge funzioni preziose non solo nel campo dell’assistenza, ma anche dell’educazione, nella formazione degli adulti, nello stimolo culturale. In Italia è cresciuto in questi anni un modello di impresa sociale molto avanzato e che anche in Europa è guardato con interesse. […]

Malati di Sla, “eutanasia di stato”. Il 21 in piazza senza respiratori

Il giorno 21 novembre 2012 davanti al Ministero dell’Economia, alcuni malati in carrozzina, con tracheostomia, si presenteranno senza ventilatore polmonare di scorta, dopo 5-6 ore si scaricheranno le batterie e moriranno per soffocamento”: ad annunciare la notizia, nella tarda serata di ieri, è Salvatore Usala che, raggiunto in mattinata da Redattore Sociale con la notizia dell’emendamento, prometteva nel pomeriggio “un comunicato esplosivo”, definendo l’emendamento “una provocazione, un insulto, un’elemosina. Loro vogliono dare 200 milioni indifferenziati per tutte le disabilità – scrive a Redattore Sociale – la ripartizione fra le regioni sarebbe un brodino solo per i loro bilanci. Per meno di 400 milioni finalizzati per le gravissime disabilità secondo l’incidenza, ci lasciamo morire”.

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Poche ore dopo, il comunicato ufficiale conferma la notizia, aprendo con una digressione storica che vale da premessa : “Hitler pianificava la razza pura, l’eliminazione dei diversi, i disabili venivano usati come cavie. Sono passati 70 anni, la società moderna si è evoluta, ma l’emarginazione continua. I disabili gravissimi continuano a morire nel più assordante silenzio istituzionale. Il Governo non usa certamente metodi hitleriani – continua – ci mancherebbe, ma l’abbandono di una politica sociale produce effetti devastanti: le persone disabili e sane si lasciano morire, una vera eutanasia di stato”. Poi, riferendosi alla recente visita che ha ricevuto da parte dei ministri Fornero e Balduzzi, e che ha determinato la sospensione del primo sciopero, commenta: “Oggi la comunicazione è sofisticata, i Ministri vanno a casa degli scioperanti, si impegnano, promettono di scrivere, fanno dichiarazioni da Città del Messico, concordano elemosine. I partiti sono impegnati con le primarie, con la riforma elettorale anti Grillo, con i saldi di bilancio. Sembra una partita a scacchi, ma tutti dimenticano la disperazione, la solitudine, la vita delle persone”. Quindi, il commento della notizia del giorno: di fronte a una situazione in cui “ogni anno in Italia muoiono 1000 persone che rifiutano la tracheostomia per l’abbandono dello stato”, l’emendamento concordato in Commissione Bilancio con i relatori per la non autosufficienza di 200 milioni non finalizzati, generici” suona come “un’elemosina, un insulto, una vergogna”.

Usala passa quindi a suggerire il testo dell’emendamento che potrebbe rispondere ai bisogni dei malati: “Del presente fondo, 400 milioni sono riservati all’incremento del fondo di cui all’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, finalizzato al finanziamento dell’assistenza domiciliare delle persone gravemente non autosufficienti, bisognosi di assistenza vigile 24 ore su 24 con Piani Assistenziali Individualizzati (PAI). Tali PAI dovranno essere cofinanziati dalle Regioni con almeno il 30% dell’importo. Dovranno essere rapportati al livello di stadiazione. Il riparto fra le Regioni avverrà in base all’incidenza e non alla popolazione”. E poi riflette: “Non trovate 400 milioni per la vita ma spendete miliardi in armamenti, ponti fantasma, sprechi sanitari, corruzioni, ostriche e cenette, appalti truccati. Non mi si dica che è responsabile Monti, Grilli, Fornero o Balduzzi: le leggi le fa il Parlamento, sfiduciatelo se non vi sta bene! I 400 milioni vanno trovati in maniera strutturale. Non vi basta lo sciopero della fame? Volete il morto in diretta TV? Sarete accontentati! Noi non siamo ministri o politicanti, abbiamo una parola, un impegno, una dignità interiore.” Il comunicato si conclude con una replica alle critiche di chi, come Mario Melazzini, prende le distanze dallo sciopero: “Non è un ricatto, come dice l’assessore alla Sanità della Lombardia, nonché ex Presidente di Aisla, è un diritto costituzionale dovuto. Vogliamo vivere nella nostra casa, attorniati dai nostri cari, rifiutiamo le Rsa, che sono lager in mano a sporchi affaristi che costano 90 mila euro l’anno: a noi ne basta un terzo”.

da affaritaliani.it

Stop setting hospital benchmarks at the state average @kevinmd @carlofavaretti

Recently, I discovered the statewide report on quality of stroke care in Massachusetts. It’s a plain document, mostly in black and white, much of what you might expect from a state government report. Yet, this 4-page document is a reminder of how we have come to accept mediocrity as the standard in our healthcare delivery system.

The report is about 1,082 men and women in Massachusetts unfortunate enough to have a stroke but lucky (or vigilant) enough to get to one of the 69 Massachusetts hospitals designated as Primary Stroke Service (PSS) in a timely fashion. Indeed, all these patients arrived within 2 hours of onset of symptoms and none had a contradiction to IV-tPA, a powerful “clot busting” drug that has been known to dramatically improve outcomes in patients with ischemic stroke, a condition in which a blood clot is cutting off blood supply to the brain. For many patient-ts, t-PA is the difference between living a highly functional life versus being debilitated and spending the rest of their lives in a nursing home. There are very few things we do in medicine where minutes count – and tPA for stroke is one of them.

So what does this report tell us? That during 2009-2010, patients who showed up to the ER in time to get this life-altering drug received in 83.3% of the time. Most of us who study “quality of care” look at that number and think – well, that’s pretty good. It surely could have been worse.

Pretty good? Could have been worse? Take a step back for a moment: if your parent or spouse was having a stroke (horrible clot lodged in brain, killing brain cells by the minute) – you recognized it right away, called 911, and got your loved one to a Primary Stroke Service hospital in a fabulously short period of time, are you happy with a 1 in 5 chance that they won’t get the one life-altering drug we know works? Only 1 in 5 chance that they might spend their life in a nursing home instead of coming home? Is “pretty good” good enough for your loved one?

The Massachusetts Department of Health has put substantial effort in this area and the numbers have steadily improved. By many accounts, this is a success story (the number was 66% in 2008, rising to 83.5% in 2011). But this level of performance is not nearly good enough.

There are plenty of hospitals that seem to get it right. I counted 14 that were at 100% and another dozen or so that might have missed it on one patient. But here’s the problem. From a clinical perspective, so few patients with stroke ever show up in the magic window of less than 4.5 hours of the onset of symptoms (that’s the cut-off for using t-PA) that the average hospital in Massachusetts sees about 8 such patients per year (less than one a month). If you were unfortunate enough to end up at Lowell General, there was nearly a 40% chance (depending on which campus) that you won’t get tPA. At Milton hospital, there was a 60% chance that you wouldn’t get tPA. These numbers may be getting better slowly, but that’s cold comfort to those permanently disabled because hospitals haven’t yet put in the systems needed to reliably provide a therapy we’ve known is effective since 1995.

So what might state and federal policymakers do if they wanted to get serious about improving these rates? There are lots of potential solutions, including greater training, more oversight, even robust pay-for-performance. I have a simpler request:

Stop setting the benchmark at the state average.

In this report (like almost every other report card), you are judged against the “average”. So, if your state is lousy, a lot of mediocre hospitals can look fine. Instead, set a goal for what you want to achieve. In this case, the goal is 100%. Period. Tell me which hospitals were “statistically” worse than 100%. That’s a lot more meaningful than which hospitals were “statistically” worse than average.

In this report, 64 out of 69 hospitals were labeled “equal” because they weren’t statistically worse than average, including South Shore Hospital, which failed to provide t-PA to 8 of their 31 patients (26% failure rate). Lucky for them, that’s not statistically worse than the state average of 17% failure – but perhaps not so lucky for those 8 patients. For the 64 hospitals that are labeled as “equal”, such as South Shore, there is little motivation to improve. Yet, I’m confident that South Shore would be having a very different set of internal discussions if the benchmark was 100%.

If we’re going to use transparency to improve, we need to choose the right benchmarks. In situations in which strong, evidence-based processes are involved (like providing a life-saving drug), the benchmark should be 100%. Benchmarking to the average is benchmarking to a “C”. We spend a LOT of money on healthcare – we deserve better, and our hospitals can do better. With all the knowledge and expertise in the medical field, we don’t have to settle for a “C”. We should demand that our hospitals provide “A” care consistently and reliably to all their patients.

Ashish Jha is an Associate Professor of Health Policy and Management, Harvard School of Public Health. He blogs at An Ounce of Evidence and can be found on Twitter @ashishkjha.

Turni massacranti, soli in corsia Inchiesta sull’utilizzo degli @Specializzandi

PADOVA – Sono l’ultima ruota del carro. Non si possono opporre all’ordine di ricoprire ruoli massacranti in ospedale o di sorreggere sulle loro giovani spalle pesi che meriterebbero maggiore esperienza. Con lo spiacevole rischio che, se qualcosa poi va storto, a pagare siano quasi sempre loro. Nel vero senso della parola: con condanne di un tribunale, che in alcuni casi hanno messo a rischio l’inizio di una carriera. Ora però qualcuno ha deciso di accendere un faro sul fitto sottobosco di medici specializzandi che popola l’ospedale di Padova. Perché al quarto piano del palazzo di Giustizia, il sostituto procuratore Sergio Dini ha aperto un’inchiesta conoscitiva – per ora senza indagati e senza un capo d’imputazione – per accertare la liceità dell’utilizzo degli specializzandi in ospedale nelle ore notturne e oltre i limiti di orario. L’inchiesta è appena nata, ma potrebbe portare a galla diverse situazioni mai uscite alla luce del sole. A svolgere le indagini sono i carabinieri del Nas, che da alcuni giorni hanno iniziato a sentire i tirocinanti, costretti a coprire da soli i turni di guardia in corsia e a confrontarsi con le emergenze più disparate: a volte per scelta della stessa scuola di specializzazione, a volte per carenza di organici strutturati nel reparto.

È questo il primo passo mosso dagli inquirenti che poi, una volta conclusi i primi interrogatori, si dedicheranno all’acquisizione dei registri dell’ospedale, per verificare i turni e le presenze di specialisti e specializzandi. E capire in quali casi gli studenti delle scuole di formazione vengono lasciati soli e quali i casi in cui ad affiancarli c’è uno specialista dipendente e strutturato, come vorrebbe il regolamento di ogni scuola di formazione medica. La goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha portato all’apertura del fascicolo, è stata l’inchiesta penale che vede indagato con l’accusa di lesioni colpose per un parto finito male il dottor Roberto Laganara, medico strutturato della Clinica Ginecologica di Padova. Il dottore, a sentire la denuncia sporta dallo stesso direttore della Clinica Ginecologica, Giovanni Battista Nardelli, non sarebbe stato sempre presente in sala parto e avrebbe rimandato di parecchie ore la decisione su un taglio cesareo d’urgenza, con la conseguenza che il feto è nato con gravi problemi cerebrali. Quelle che però hanno attirato l’attenzione della magistratura sono i passi della denuncia in cui il direttore della Clinica Ginecologica spiega come il medico strutturato fosse stato chiamato più volte dagli specializzandi a intervenire. Ma non si sarebbe presentato fino alle 23.

Un caso questo molto simile ad altri finiti poi a processo. E che vedono alla sbarra sia il medico strutturato (quasi sempre assente nei momenti decisivi), sia i tirocinanti. A tal proposito il sostituto procuratore Dini, nell’aprire il fascicolo d’inchiesta, ha acquisito una lettera della scuola di anestesia, rianimazione e terapia intensiva dell’Università di Padova, scritta l’11 luglio 2008 e indirizzata ai vertici di Università e ospedale. I tre fogli sono venuti alla luce il 3 febbraio 2011 durante l’udienza del processo per la morte di Tatiana Vitacchio Abrahamsohn, spirata a 71 anni il 30 luglio 2008 per una intempestiva estubazione e la «successiva reintubazione con posizionamento del tubo in esofago». Processo che ha portato alla condanna a 6 mesi dell’allora specializzando Giampiero Gallo e all’assoluzione del cardiologo Giulio Rizzoli. Nella lettera, ancora attualissima e firmata dallo stesso Gallo nove giorni prima dei fatti, è raccontato il disagio di giovani medici tirocinanti chiamati ad «assumere delle responsabilità, umane e professionali, sproporzionate alla loro preparazione ed esperienza».

Condite da turni massacranti, con un monte ore quasi impossibile da sopportare, ma che «ha un’importanza trascurabile di fronte al carico di responsabilità che pesa sul medico specializzando». Chiamato «senza diretto tutoraggio – si legge ancora nel documento – ad assumere decisioni critiche in materia di trattamento di pazienti estremamente complessi e delicati». Con la paura che «il mantenimento di tale modello organizzativo configuri una situazione di grave rischio per i pazienti». «E’ un problema che sentiamo molto, la nostra è una situazione giuridica particolare. Siamo medici abilitati ma non specializzati – spiegano gli specializzandi -. Ci chiedono di acquisire autonomia medica progressivamente. Ma nessuno spiega i tempi e spesso ci viene detto che quell’autonomia ce l’abbiamo da un momento all’altro».

Nicola Munaro
12 ottobre 2012
da CorrieredelVeneto

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