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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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Crisi

5 giorni su 7 a 340 euro? Botta e risposta sulle condizioni di #lavoro dei giovani professionisti @corriereit @drsilenzi

Botta e risposta nata dalla testimonianza di una giovane che sta tentando di entrare nel mondo della “comunicazione” a cui, successivamente, risponde un giovane imprenditore di comunicazione.

Tempo stimato per la lettura 5 minuti.

La lettura li vale tutti per capire cosa sta accadendo in questo momento in Italia.

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di Giorgia D.

Dobbiamo imparare, a volte, a dire no. Dire no a quel datore di lavoro furbetto che ti offre due spiccioli per un impiego che meriti e per il quale hai studiato.

Io ho detto di no ma, finché ci saranno ragazzi che accetteranno qualsivoglia compromesso, la situazione in Italia non cambierà.

Ho 26 anni e sono una giornalista praticante. Vivo nelle Marche ma sto cercando lavoro dove si dice che ancora qualcosina ci sia: Milano.  Ho mandato il curriculum a un’agenzia di comunicazione che, dopo un primo colloquio, ha deciso di assumermi. Bello vero?

Sì, peccato che mi offrivano 500 euro con partita Iva. Chiamo immediatamente il mio commercialista che mi spiega come funziona. Ecco la sintesi. Per gli under 35 la partita Iva è agevolata al 5 per cento quindi significa che ai 500 euro iniziali avrei dovuto togliere 25 euro. Totale stipendio mensile: 475 euro. Ma non finisce qui. A questa somma vasottratto il 27% della Gestione Separata dell’Inps.

Ho studiato Lettere ma due calcoli riesco a farli.  Al mese  il guadagno sarebbe stato di 340 euro. Con questa cifra sarebbe stato impossibile prendere una stanza in affitto e sopravvivere, così ho detto subito di no. Arrivederci, senza grazie.

Un altro ragazzo invece ha accettato l’offerta. Lui è di Milano e ha deciso di svegliarsi cinque giorni su sette per prendere 340 euro. Chi finora ha accettato questi compromessi, si deve ritenere colpevole della crisi economica e della disoccupazione giovanile.

Basta a dire “fa curriculum”, “fa esperienza”. Abbiate il coraggio di dire che vi meritate di più. 

 

 
Cara Giorgia
Ti rispondo dopo aver pensato molto a cosa dirti. Il mercato del lavoro è complesso. Io ho un’azienda che da tre anni si destreggia nei dedali della comunicazione, e lavoro con ragazzi che hanno al massimo 30 anni (io ne ho 36) quasi tutti laureati e quasi tutti eccellenti professionisti. Ma cosa vedo in giro? Universitari che vengono per uno stage formativo senza conoscere l’inglese, senza sapere cos’è un social media, senza nemmeno essere in grado di fare una telefonata, che scrivono qual è con l’apostrofo, e non sanno cos’è un anacoluto. Vedo e leggo curricula in cui impazzano errori di ortografia e grammatica, faccio colloqui a gente che “vuol lavorare nel mondo della comunicazione” e non sa dirmi l’ultimo libro che ha letto, semplicemente perché non legge. L’informazione è acquistata gratuitamente su internet, e non si legge più nemmeno un giornale (per carità non che non si campi meglio, ma se vuoi fare il giornalista o lavorare nel mondo della comunicazione mi sembra il de minimis). Sento gente che si lamenta perché non c’è lavoro: io ho aperta una posizione per addetto stampa da quasi un anno (figura junior) con una base mese dopo un periodo di prova che definirei oltre modo dignitosa. Certamente più dignitosa della mia quando a 24/25 anni sono entrato in questo mondo a 500 euro al mese pagati dopo 7 mesi di carestia. Ma sai cosa penso? Penso che l’alibi dei soldi sia spesso un gran bell’alibi. Per carità, non sarà il tuo caso e non è mia intenzione offendere la tua dignità di professionista o futura tale. Ma per lavorare bisogna farsi il mazzo, perché non è vero che è un diritto e basta. Il lavoro è un dovere. Morale ed etico nei tuoi confronti, per la tua capacità di inserirti nel mondo. E se vuoi fare quello che ti piace bisogna che questo lavoro sia fatica quotidiana che ti porta a migliorare giorno dopo giorno. Il lavoro è studio. E lo studio è obbligatorio nel mondo della comunicazione, perché è la tua formazione, che va al di là del mero titolo di studio o della capacità di svolgere un compito. è tutto. è l’insieme. Io vedo giovani ragazzi a cui non darei una cicca del mio lavoro. Perché non solo non hanno capacità, ma non hanno la mentalità per lavorare con me, per la mia azienda, per i miei clienti. Gente che pensa che questo sia un lavoro a ore, e poi si lamenta che non fa nulla di interessante. MI dispiace Giorgia. Io penso che tu abbia sbagliato (però non conosco bene i dettagli e quindi è un giudizio parziale). Questo lavoro si prende, perché se sei brava, se hai le qualità, le capacità e l’intelligenza per farlo da 500 euro si arriva velocemente a 800 (scrivendo a cottimo, sotto falso nome, lavorando come ghost per le case editrici di notte perché di giorno lavori per l’agenzia o il giornale, scrivendo centinaia di marchette per 15 euro a pezzo…insomma con la grande arte dell’arrangiarsi che se non hai allora non puoi lavorare in questo mondo). Di giornalisti è pieno il mondo. E nessuno sente la mancanza di un giornalista in meno. Di persone valide ne stiamo cercando tutti. Ahimè, non si trovano. Perché, ormai ne sono convinto, non ci sono. (anche se qualche volta qualcuno lo trovo… lo prendo, lo pago e non ci sono soldi meglio spesi). 
p.s non entriamo nemmeno nell’argomento “diventare giornalisti professionisti” perché sarebbe da farci un bel libretto, giusto? e nemmeno di quanto lavora un media un giornalista nelle redazioni dei giornali, giusto??? e nemmeno di come i giornali hanno business plan che se fossero aziende normali andrebbero dritti dritti nei tribunali fallimentari???
Cioè parliamo di mondo reale, giusto?
damiano
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Eurocrisi, al via la terza ondata migratoria spagnola. Direzione Messico

Se in Europa la meta è Berlino, sempre più spagnoli oltreoceano preferiscono il Paese latinoamericano. Secondo l’Istituto nazionale di statistica di Madrid dal 1 gennaio 17.958 giovani tra i 20 e i 34 anni vivono nel nuovo Eldorado

Eurocrisi, al via la terza ondata migratoria spagnola. Direzione Messico

Vente a Alemania, Pepe, vieni in Germania, Pepe. Si chiamava così un famoso film spagnolo che nel 1971 mostrava il lato tragicomico della migrazione iberica. Raccontava di come, in pienadittatura franchista, stritolati dalla crisi economica e senza opportunità, molti lavoratori cercavano un lavoro e un futuro migliore in Francia, Svizzera e soprattutto in Germania. Quattro decenni dopo, la trama diretta da Pedro Lazaga torna d’attualità. La Spagna è di certo un Paese diverso, ma affronta ancora una volta l’incubo della migrazione.

Quelli che abbandonano Madrid, quasi 55mila da gennaio a ottobre secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica – un 21,6 per cento in più rispetto all’anno scorso -, non sono però manodopera a basso costo, adatti alle fabbriche del nord Europa, come era la generazione di Pepe nel film degli anni Settanta. Sono uomini e donne che hanno in valigia un titolo universitario o un dottorato, parlano più lingue e hanno viaggiato, ma che si ritrovano in una terra dove la parola lavoro è diventata quasi un’utopia.

I dati ufficiali parlano chiaro: avvocati, ingegneri, antropologi, economisti, architetti, giornalisti, designer, tra i 30 e i 45 anni, che non riescono più a trovare impiego nei loro settori in uno Stato devastato da una combinazione perversa di crisi economica, bolla immobiliare, sperpero pubblico e cattiva gestione politica. Emigranti 2.0 con skype, carta di credito e iPhone. Ma pur sempre migranti, in fin dei conti.

Così, per esempio, il numero di spagnoli che lavora in Germania è aumentato del 12 per centosolo nell’ultimo anno e le autorità tedesche continuano a reclutare da Madrid personale qualificato di cui hanno bisogno anche in campi come sanità, ingegneria, insegnamento e turismo. E non solo. Da qualche tempo la Spagna guarda di nuovo al Nuovo mondo. In particolare al Messico. Non ci sono cifre ufficiali sul numero di giovani iberici che sono arrivati nel Paese latino dall’inizio della crisi, perché molti sono entrati col visto da turista. Ma dati parziali sì. Secondo l’Istituto migratorio di Città del Messico 7.630 spagnoli hanno ottenuto un permesso di lavoro nel Paese. E per l’Istituto nazionale di statistica di Madrid dal 1 gennaio 17.958 giovani, tra i 20 e i 34 anni, vivono in Messico.

Del resto in terra iberica l’idea che il Paese sudamericano offra opportunità sta crescendo: il Fondo monetario internazionale ha previsto che il Messico, entro il 2017, diventerà la prima potenza economia di lingua ispanica. Da una parte, insieme al Brasile, è uno dei Paesi emergenti dell’America latina. Dall’altra la comunanza linguistica e un tasso di disoccupazione di appena il 5 per cento, hanno reso Città del Messico una capitale molto ambita dai giovani iberici in cerca di occupazione. A maggior ragione se i dati dell’Eurostat di ottobre raccontano di una disoccupazione giovanile pari al 55,9 per cento, dove in Europa ormai dietro a Madrid c’è solo Atene.

Ma in quella che è stata definita la terza ondata migratoria – la prima alla fine del XIX secolo, la seconda con la guerra civile del ’39 – non sono solo i cittadini a spostarsi. In accordo con il ministero dell’Economia, gli investimenti esteri diretti provenienti dalla Spagna, nel 2011, hanno superato i 3 miliardi di dollari. E il Messico è diventato uno dei Paesi preferiti, visto che, dal 1999 al 2012, sono nate oltre quattromila filiali locali di aziende europee.

Di spagnole la Camera di Commercio messicana ne ha contate 315, come Iberia, Zara, Gas Natural, Repsol, Seat, Telefónica, Gruppo Santander. Ma già altre hanno fatto le prime carte bollate per approdare in territorio azteco nel 2013, come ha spiegato alla stampa Francisco Garzón, consigliere della Commissione economica e commerciale spagnola in Messico: “Negli ultimi mesi abbiamo visto un gran numero di imprese iberiche interessate a commerciare e investire in Messico. Le aziende hanno capito, purtroppo, che per sopravvivere devono uscire fuori”. E con loro anche i giovani migranti.

da il FattoQuotidiano.it

Salute sempre più costosa: la spesa sanitaria è salita del 64,1% dal 2000

da Corriere.it

Le spese per servizi e prodotti sanitari in Italia sono aumentati del 14,1% in cinque anni, a fronte di un +8,4% nell’Eurozona nello stesso periodo. Dal 2007 a oggi, quindi, il divario è aumentato di 5,7 punti in più rispetto agli altri Paesi.

MEDICINALI E ATTREZZATURE – Lo rileva un rapporto di Confartigianato presentato nell’ambito del Festival della Persona, che si conclude sabato ad Arezzo. A far registrare i maggiori rincari sono stati medicinali, prodotti farmaceutici, attrezzature e apparecchiature medicali. In questo caso, infatti, nell’arco di tempo considerato i prezzi sono saliti del 13,6%, a un ritmo quasi triplo rispetto al 5,0% dell’Eurozona. Uno spread sanitario elevato, e resta alto anche quello dei servizi ambulatoriali: in Italia salgono del 18,0%, 7,6 punti oltre la soglia media del 10,4%.

SPESA PUBBLICA MONSTRE IN 10 ANNI – A spaventare, però, è il divario – in questo caso tra il 2000 e il 2011 – della spesa pubblica per la sanità: in Italia è cresciuta a velocità doppia rispetto al Pil: + 64,1% contro il 31,9% del Prodotto interno lordo. E per il 2012 la cifra spesa è di 114,5 miliardi, pari al 7,2% del Pil e al 14,2% della spesa pubblica complessiva.

INCREMENTI MODESTI AL SUD – Le regioni che in questa fase hanno vissuto una crescita maggiore sono il Friuli Venezia Giulia con un aumento del 75,2% (battuto solo dalla provincia autonoma di Trento: +87,3%), il Molise (+75,1%) e la Lombardia (72,3%), poi Sardegna, Emilia Romagna, Lazio e Valle d’Aosta tutte comprese tra il 66 e il 70% (Guarda la dinamica della spesa del Servizio Sanitario Nazionale per Regione – pdf). Le dinamiche meno accentuate riguardano, invece, l’Abruzzo con il 43,9% davanti alla Calabria (47,9%) e alla Campania (50,0%). Sotto alla soglia del 55% anche Liguria, Piemonte e Marche. Per quanto riguarda i dati dello scorso anno, l’Italia ha speso in media 1.851 euro per ogni abitante. La spesa più elevata è stata registrata a Bolzano con 2.256 euro per cittadino, seguita dalla Valle d’Aosta con 2.222 euro e da Trento con 2.209 euro. La spesa sanitaria pro capite più bassa è stata invece in Calabria, con 1.704 euro per abitante.

LE SPESE 2008-11 DELLE REGIONI – Considerando soltanto il triennio 2008-11, il disavanzo sanitario regionale (tabella in pdf) si è rivelato particolarmente pesante in Lazio (4.958 milioni, pari al 45,0% del totale), in Campania (2.337 milioni, pari al 21,2%), in Puglia (1.103 milioni, pari al 10,0%), in Sardegna (786 milioni, pari al 7,1%), Calabria (632 milioni, pari al 5,7%) e Sicilia (592 milioni, pari al 5,4%). Restano, invece, in attivo l’Emilia Romagna con 113 milioni, seguita da Bolzano con 65 milioni, dal Veneto con 63 milioni, dal Friuli Venezia Giulia con 59 milioni, dalle Marche con 52 milioni, dalla Lombardia con 45 milioni, dall’Umbria con 32 milioni e dal Piemonte con 28 milioni. Questo equilibrio incide, a livello nazionale, per 182 euro per abitante. In Lazio pesa per 865 euro pro capite, mentre tra le regioni che registrano addirittura un saldo in positivo ci sono Bolzano con 128 euro per persona, Friuli Venezia Giulia con 47 euro, e si arriva fino a Piemonte (6 euro per abitante) e Lombardia (4 euro).

Se la banca ti presta soldi per comprare Cristiano Ronaldo

Bankia rischia di diventare un problema deflagrante per i tifosi di calcio spagnoli. Che gli istituti di credito c’entrassero con le banche, gli iberici dovrebbero saperlo: basta loro guardare a cosa è successo in italia negli ultimi dieci anni (a Roma e Lazio, ad esempio). Ma quello che racconta Danilo Taino sul Corriere della Sera ha dell’incredibile: il Barcellona, qualche giorno prima della dichiarazione di responsabilità sui buchi di bilancio, ha bussato alla porta di Bankia per la campagna acquisti del post-Guardiola. Ma sia l’istituto in crisi che le altre banche hanno detto no:

Un sussulto di dignità di fronte alla prospettiva di dover chiedere all’Europa 100 miliardi di aiuti per tenere in piedi il sistema finanziario spagnolo. La cattiva notizia (per italiani, spagnoli e tutti gli altri contribuenti dell’Eurozona) è che i 10,5 milioni di stipendio per Messi la «pulce», i 13 per la stella del Real Madrid Cristiano Ronaldo, i 14,8 del suo irascibile allenatore Mourinho e gli altri mega stipendi della Liga arriveranno dalle loro tasche. 

LEGGI ANCHE: Contro le banche a ritmo di flamenco

Anche perché il debito del calcio spagnolo, prima e seconda divisione, ronza attorno a 5 miliardi, un mezzo punto del deficit nazionale. Fosse una famiglia (o anche solo un’azienda normale) avrebbe già i libri in tribunale visto che gli incassi annuali sono dell’ordine dei 1,8miliardi, ma le spese correnti sono di 300 milioni più alte:

Per andare in pari (senza neppure cominciare a restituire i debiti) bisognerebbe liquidare i calciatori di un terzo della Liga oppure il Real Madrid dimezzare il monte stipendi ai vari Ronaldo, Kaka e co. Solo di tasse arretrate e oneri sociali il futbol deve un miliardo al Regno di Spagna. Il ministro dell’Educazione e dello Sport, José Ignacio Wert, ha appena firmato un accordo con la Liga de Fútbol Profesional in base al quale, dal prossimo campionato, il 35% dei diritti tv andrà a garanzia degli arretrati. Per mettersi in regola con il Fisco, Real, Barça e gli altri hanno tempo però fino al 2020. Otto lunghissimi anni. Cominciando a pagare dalla stagione 2014-2015.

E poi ci sono gli esempi concreti:

Florentino Peres, patron dei blancos, ottenne 76,5milioni da Caja Madrid per comprare Cristiano Ronaldo e Kaka (90 e 67 milioni) nel 2009. Ottimo il tasso d’interesse: 1,5 più dell’Euribor. Nella stessa estate il Valencia evitò il fallimento grazie a unmaxi prestito di Bancaja. Entrambe le banche vennero poi fuse in Bankia per salvarle dall’esplosione della bolla immobiliare. Allora fu lo Stato spagnolo a mettere i 4 miliardi necessari,ma siccome la palla è rotonda e, soprattutto i soldi sono finiti, ora toccherà agli europei metterne 19.

da http://www.giornalettismo.com

Spending review: la soddisfazione nascosta dei professionisti? (di Nino Cartabellotta)

Nelle polemiche che hanno accompagnato il doloroso processo di spending review, nessuno ha citato l’art. 6 (Qualità professionale e gestionale) del Codice di Deontologia Medica:  “il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell’autonomia della persona tenendo conto dell’uso appropriato delle risorse”.

Consapevole dell’urgenza delle misure previste dal Ministero della Salute nel processo di spending review, è inevitabile e indispensabile il coinvolgimento dei medici che non possono più lamentarsi di tagli indiscriminati se non collaborano con la loro professionalità a individuare e contenere gli sprechi evitabili.

Se, infatti, da tempo la bioetica affronta il delicato tema del contenimento dei costi inteso come “allocazione di risorse limitate”, solo di recente il dibattito si sta spostando verso l’etica della riduzione degli sprechi, un cambio di paradigma che presenta sia rilevanti implicazioni di politica sanitaria, sia una rivalutazione della responsabilità professionale sull’utilizzo appropriato delle risorse.

L’etica del razionamento poggia su due presupposti fondamentali: innanzitutto, il razionamento è richiesto quando le risorse sono limitate e la politica sanitaria deve scegliere quali servizi e prestazioni sanitarie non possono più essere garantiti; in secondo luogo, le modalità di razionamento dovrebbero sempre essere rese esplicite, mentre oggi si usano spesso metodi di razionamento implicito, non sempre equi e che prestano il fianco alle critiche più disparate.

La principale obiezione etica al razionamento è che ciascun medico, al fine di mantenere il rapporto fiduciario con ciascun paziente, finisce per soddisfarne preferenze e aspettative sempre crescenti, senza considerare i costi sostenuti dalla comunità. Tuttavia, quando le risorse si esauriscono questa obiezione è priva di senso, perché i pazienti privi di livelli essenziali di assistenza sono persone reali verso cui l’intera classe medica è obbligata a mantenere un rapporto fiduciario “collettivo”.

Oggi il dibattito etico si può risolvere solo identificando come sprechi tutti i costi sostenuti per interventi sanitari inefficaci e/o inappropriati che, oltre a non determinare alcun beneficio, spesso causano eventi avversi che generano altri costi. Infatti, le evidenze scientifiche dimostrano che questi sprechi incidono almeno per il 30% e rappresentano una delle cause principali di aumento dei costi.

Purtroppo se un tempo i medici, nel rispetto della loro integrità professionale, rifiutavano di offrire un trattamento inutile, anche quando richiesto da pazienti e familiari, oggi consistenti evidenze dimostrano che interventi sanitari inefficaci e/o inappropriati vengono prescritti non solo per le pretese dei pazienti sempre più insistenti, ma anche per decisione autonoma dei professionisti condizionata dalla resistenza al cambiamento, dai conflitti d’interesse, da prove di efficacia insufficienti o distorte.

Pertanto, se l’etica del razionamento appartiene alla politica sanitaria, l’etica della riduzione degli sprechiè indissolubilmente legata alla professionalità dei medici, perché poggia su differenti presupposti: innanzitutto, nessun paziente dovrebbe essere privato di interventi sanitari efficaci e appropriati, anche se costosi; in secondo luogo, test diagnostici e trattamenti inefficaci e/o inappropriati oltre a non determinare alcun beneficio causano spesso effetti avversi anche gravi, come nel caso dell’overdiagnosis.

Infine, esiste un aspetto di minore rilevanza etica, ma che genera spinosi interrogativi politici e sociali: la sostanziale riduzione degli interventi sanitari inefficaci e inappropriati se da un lato permette di contenere la spesa sanitaria, dall’altro riduce gli utili dell’industria biomedicale con gravi conseguenze sui posti di lavoro e sull’economia globale.

La strada che ha imboccato la politica per definire i tagli della sanità sicuramente non ha coinvolto i professionisti, ma in fondo la classe medica non può che essere soddisfatta perché, di fatto, mantiene ben salda l’autonomia di prescrivere tutto a tutti che, purtroppo, coincide con la massima libertà di sprecare il denaro pubblico in nome dell’autonomia professionale.

FonteCartabellotta A. Etica della spending review: razionamento o riduzione degli sprechi? Il Sole 24 Ore Sanità 2012, 10-16 luglio. Pag.13-14

DOPO LA MANIFESTAZIONE I GIOVANI MEDICI CERCANO IL CONFRONTO CON LE ISTITUZIONI SU FORMAZIONE E LAVORO: ESSERE GIOVANI MEDICO NELL’ITALIA DELLA CRISI “2° CONFERENZA NAZIONALE SIGM” ROMA, 20-21 APRILE 2012

Cosa significa essere giovane medico nell’Italia e nell’Europa della crisi?

Si afferma spesso che ai giovani Italiani si prospetti inesorabilmente un futuro non roseo. La questione vera è che, al di là di ogni previsione, il futuro va costruito nel presente a partire dal contesto culturale di riferimento.

DOPO LA GRANDE MANIFESTAZIONE DI ROMA I GIOVANI MEDICI (SIGM) INVITANO TUTTI I COLLEGHI AL CONFRONTO CON LE ISTITUZIONI SU FORMAZIONE, LAVORO E PREVIDENZA A PARTECIPARE ALLA

2°CONFERENZA NAZIONALE GIOVANI MEDICI (SIGM)

GIOVANI MEDICI NELL’ITALIA E NELL’EUROPA DELLA CRISI

Credere nei network per realizzare il cambiamento da protagonisti

Roma 20 – 21 Aprile 2012

SCARICA IL PROGRAMMA

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GIOVANI MEDICI NELL’ITALIA E NELL’EUROPA DELLA CRISI: II CONFERENZA NAZIONALE S.I.G.M. – (Roma, 20-21 Aprile 2012)

Cosa significa essere giovane medico nell’Italia e nell’Europa della crisi? Si sente spesso asserire che ai giovani Italiani si prospetti inesorabilmente un futuro non roseo. La questione vera è che, al di là di ogni previsione, il futuro va costruito nel presente a partire dal contesto culturale di riferimento.

info e programma su www.giovanemedico.it

1Il S.I.G.M. prosegue, pertanto, nell’opera di sensibilizzazione delle Istituzioni, ma soprattutto della categoria dei giovani medici, nella convinzione che il cambiamento della Professione e dell’assistenza socio-sanitaria non possa che partire dal diretto coinvolgimento dei giovani in un progetto di rinnovamento culturale che trovi ispirazione e fondamento nell’affermazione dell’etica, della responsabilità sociale della professione e della cultura di sistema.

La II Conferenza Nazionale dei Giovani Medici (SIGM) si propone di essere momento di sintesi delle migliori aspirazioni delle nuove classi mediche: la strutturazione in Capitoli (Professione, Assistenza ed Associazione) vuole essere specchio fedele di un mondo in evoluzione, ricco di potenzialità.

Venerdi 20 Aprile presso la Sala Conferenze della Fondazione ENPAM, sita in Via Torino 38, e sabato 21 Aprile presso l’ Aula A1 – Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, sita in Viale Regina Elena, 287/A – Via Caserta 6 i Giovani Medici saranno protagonisti di una intensa due giorni di lavori congressuali in compagnia dei maggiori esperti del settore e dei rappresentanti delle Istituzioni che sovrintendono alla formazione medica (scarica programma in allegato).

Healthcare for all: l’assalto all’Universalismo in tempo di crisi (Nerina Dirindin e Gavino Maciocco)

La crisi economico-finanziaria sta imponendo al nostro welfare revisioni e ridimensionamenti che rischiano di andare oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica

05 FEB – Quello che sta accadendo in Gran Bretagna può insegnare qualcosa al resto dell’Europa? E all’Italia? Dove Il quadro è estremamente preoccupante. La crisi economico-finanziaria sta imponendo al nostro welfare revisioni e ridimensionamenti che rischiano di andare oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica.
È possibile che la Gran Bretagna, la culla del welfare state, sia teatro di un assalto senza precedenti all’universalismo?
Per rispondere a questa domanda – si legge in un recente articolo del BMJ  [1] –  è necessario tornare indietro agli anni 40, quando in Gran Bretagna fa istituito un robusto sistema di welfare universalistico, quello che partorì il  Servizio Sanitario Nazionale. Il suo ideatore, Sir William Beveridge, era un parlamentare liberale, ma il  progetto fu attuato dal Partito Laburista e continuato dal Partito Conservatore. Le ragioni di un così ampio consenso sono numerose ma la più importante è quella di aver fornito alla gente comune la sicurezza nel caso che il mondo intorno gli dovesse crollare.

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La crisi manda sul lastrico anche i Medici americani…

NEW YORK (CNNMoney) —Doctors in America are harboring an embarrassing secret: Many of them are going broke. This quiet reality, which is spreading nationwide, is claiming a wide range of casualties, including family physicians, cardiologists and oncologists.

Industry watchers say the trend is worrisome. Half of all doctors in the nation operate a private practice. So if a cash crunch forces the death of an independent practice, it robs a community of a vital health care resource.
“A lot of independent practices are starting to see serious financial issues,” said Marc Lion, CEO of Lion & Company CPAs, LLC, which advises independent doctor practices about their finances.
Doctors list shrinking insurance reimbursements, changing regulations, rising business and drug costs among the factors preventing them from keeping their practices afloat. But some experts counter that doctors’ lack of business acumen is also to blame.
Loans to make payroll: Dr. William Pentz, 47, a cardiologist with a Philadelphia private practice, and his partners had to tap into their personal assets to make payroll for employees last year. “And we still barely made payroll last paycheck,” he said. “Many of us are also skimping on our own pay.”
Pentz said recent steep 35% to 40% cuts in Medicare reimbursements for key cardiovascular services, such as stress tests and echocardiograms, have taken a substantial toll on revenue. “Our total revenue was down about 9% last year compared to 2010,” he said.

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