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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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EURO

Eurozona: il momento delle scelte

“Cosa ne sarà dell’Unione europea?”, si domanda l’Economist. Secondo l’influente settimanale di economia la scelta è semplice: lo scioglimento dell’euro o un ulteriore passo verso l’integrazione, anche se solo “tecnocratica e limitata”.

Per due anni di durissima crisi i leader europei hanno evitato questa scelta. Dicono di voler mantenere intatto l’euro – fatta eccezione, forse, per la Grecia. Tuttavia i creditori del nord Europa, guidati dalla Germania, non sono disposti a pagare il prezzo della sopravvivenza della moneta unica, e i debitori del sud sono sempre più insofferenti verso gli stranieri che dicono loro cosa fare.

Se i leader europei scegliessero la fine dell’euro

le banche e le aziende del continente crollerebbero, perché non ci sarebbe più equilibrio tra attivi e passivi all’interno e all’estero. Seguirebbe una tempesta di fallimenti e processi civili, e i governi in deficit sarebbero costretti a ridurre drasticamente la spesa o a stampare valuta.

Questa è una delle ragioni per cui la rivista conclude “con riluttanza” che “le nazioni dell’eurozona dovrebbero condividere i loro fardelli”.

Salvare l’euro è la cosa giusta, e si può fare. Ma rimane un interrogativo in sospeso: i tedeschi, gli austriaci e gli olandesi si sentono abbastanza solidali con gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi e gli irlandesi da pagare anche per loro? Siamo convinti che farlo sia anche nel loro interesse. Per i leader europei – e per Angela Merkel in paritcolare – è arrivato il momento di spingere in questa direzione.

It is not a good idea for Greece to leave the euro. But it is time to prepare for its departure (The Economist)

“GREXIT” is an ugly term for what may soon become an even uglier reality: Greece’s departure from the euro zone. As fury in Athens runs up against frustration with Greek recalcitrance in the rest of the European Union, the EU’s most troubled economy could be heading out of the single currency within weeks. If Greek banks suffer a mass run, as depositors withdraw euros for fear they will be forcibly converted into new drachmas, Greece’s fate could be settled even sooner.

The Economist Crisi Grecia Andrea Silenzi

Greece’s ascendant politicians, particularly Alexis Tsipras, leader of the radical left Syriza party, want to repudiate Greece’s rescue deal with its European and IMF creditors. The creditors, particularly Germany, are standing firm, rightly making clear that they will not be blackmailed into repeatedly rewriting bail-outs. If in fresh elections on June 17th the objectors have a majority, as the polls suggest, and if they renege on Greece’s bail-out deal, then the world will cut off the supply of rescue funds. It is hard to see Greece then staying in the euro.

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Suicidi e crisi economica sono fenomeni interconnessi? (di Luciano Casolari)

La serie di suicidi che negli ultimi mesi avvengono in relazione, più o meno diretta, con situazioni di difficoltà economica interroga ognuno di noi. Ho incontrato diversi pazienti che mi hanno espresso i loro dubbi: “Dottore ce la farò a non impazzire di fronte al fallimento dell’azienda di famiglia?”. “Se, finita la cassa integrazione, non trovo un nuovo lavoro non è che cadrò in depressione ed arriverò a suicidarmi?”. “Sono talmente arrabbiato e frustrato che a volte penso di fare qualcosa di eclatante!”. Questo clima di tensione e angoscia esistenziale appare quasi palpabile per cui occorre provare a fornire qualche risposta seppur parziale.

Vorrei proporre alcune domande che sottopongo ai lettori. Per ogni domanda cercherò, come base di discussione, di fornire elementi frutto della mia esperienza trentennale come psichiatra psicoanalista.

1. E’ in atto un aumento dei suicidi?
Le statistiche ufficiali le avremo fra circa un anno. Se guardiamo al trend storico scopriamo che le variazioni in passato non hanno molto risentito delle fasi di espansione o contrazione dell’economia. In Italia i suicidi annuali secondo le statistiche sono circa 1 ogni 20 mila abitanti con enorme differenza fra Nord e Sud. In particolare al Nord sono 4 volte di più che al Sud. La ricca e prosperosa (economicamente) Germania ha il doppio di suicidi rispetto all’Italia mentre il picco, quattro volte superiore, lo troviamo nei paesi scandinavi. Il benessere economico parrebbe, quindi, ininfluente rispetto al fenomeno. Su questi dati statistici aleggiano seri dubbi. Se il suicida non viene culturalmente accettato può esserci la volontà di occultamento da parte dello stesso suicida che, per evitare che la sua famiglia debba vergognarsi, può nascondere il proprio suicidio facendolo apparire come incidente stradale, sul lavoro o accidentale. Oppure volontà dei familiari che, con l’appoggio più o meno compiacente dei medici o delle forze dell’ordine, possono, ad esempio, registrare come caduta accidentale un defenestramento. La cultura dell’accettazione del suicidio ha, quindi, una grande importanza nell’incidere sulla statistica. Ricordiamo che fino al secolo scorso al suicida veniva negata la cerimonia religiosa e la tumulazione nei normali cimiteri. Volendo provare a rispondere alla domanda la mia ipotesi è che non ci sia un reale aumento dei suicidi, ma piuttosto una sovraesposizione mediatica. Forse gli atti suicidi non facevano più notizia mentre ora sono maggiormente considerati?

2. Che rapporto c’è fra crisi economica e suicidio?
La perdita della sicurezza economica, dell’immagine sociale o gli stenti di una situazione di precarietà sicuramente fungono da fattori di malessere esistenziale e provocano momenti di intensa angoscia. Nella mia attività come medico ho conosciuto centinaia di persone che avevano attuato atti suicidi. In quasi tutti i casi emergeva una sofferenza profonda presente da parecchi mesi o anni che si innestava su un evento, a volte anche relativamente poco rilevante, che fungeva da momento scatenante. La descrizione più frequente è quella di una persona che si dibatte fra depressione, autosvalutazione e malesseri psicofisici da molto tempo che, d’un tratto, incorre in un evento che “fa traboccare il vaso”. Improvvisamente quella persona si descrive come lucida e calma perché ha superato un limite mentale e la decisione suicida appare chiara e semplice. In base a queste valutazioni e esperienze sarei portato a ritenere che la crisi economica, con le sue conseguenze, non sia la causa dei suicidi, ma possa fungere da fattore scatenante. Quello che possiamo chiederci è se non ci fosse stata la difficoltà economica cosa sarebbe successo? Sarebbe stato sventato definitivamente il pericolo? O invece un altro evento come una crisi di coppia, una malattia o altro avrebbe portato allo stesso esito?

3. L’attenzione mediatica è positiva o negativa?
Il comportamento suicida interroga i familiari e la società. Spesso si cercano dei significati che possono variare molto “Non mi avete capito!”. “Scusate non riuscivo a reggere la situazione!”, per cercare di farsene una ragione. Proprio l’integrazione mentale, attraverso l’incasellamento all’interno di un ragionamento che abbia un senso logico, è quello che la società, ma soprattutto i familiari cercano disperatamente. Nessuno riesce ad accettare il buco vuoto, il gesto senza alcuna ragione perché lascerebbe una ferita troppo lacerante. Se non c’è una ragione, infatti, qualsiasi evento diviene ancora più pauroso e terrifico. Tutto questo il suicida lo sa e spesso cerca, per quanto riesce, di lenire la sofferenza nelle persone che gli sono care o di gettare la colpa su chi odia. Quando l’attenzione mediatica comincia ad essere più forte per eventi suicidi si assiste a una sorta di epidemia di episodi analoghi. Si può pensare che ci siano decine di persone che meditano da mesi il suicidio le quali, influenzate dai mezzi di comunicazione, prendono la decisione di porlo in atto in quel momento e con quelle modalità perché il loro gesto non cada nel vuoto ma venga ricordato. A volte si tratta di un gesto di accusa verso qualcuno che in qualche modo deresponsabilizza altri. Ad esempio se risulta che mi sono suicidato per colpa delle tasse è evidente che i miei familiari soffriranno meno e si interrogheranno meno su eventuali loro manchevolezze nei miei confronti. La mia risposta alla domanda è che l’attenzione mediatica non incide sulle cause profonde ma può fungere da fattore che determina la decisione finale.

4. Cosa si può fare per aiutare chi soffre e ridurre gli eventi suicidi?
Gli uomini si suicidano dalle cinque alle dieci volte di più delle donne perché nell’educazione loro impartita esiste ancora il mito della forza d’animo. “Devi essere forte, farcela da solo, essere come James Bond che anche nella situazione più disperata se la cava, non devi essere una femminuccia”. Le donne educate a essere più umili e accettare la loro fragilità quando soffrono ne parlano fra di loro, con l’amica del cuore, non hanno timore a recarsi dal medico, ad assumere farmaci se necessario, ad accettare consigli. La mia risposta a questa domanda è che occorre che i mezzi di comunicazione descrivano l’uomo come esso è, una persona fragile con problemi esistenziali, con dubbi difficili da dirimere e con la necessità di stare vicino ad altri esseri umani. Sarebbe opportuno che i mezzi di comunicazione parlassero del suicidio anche quando non fa notizia e sdoganassero la depressione come una malattia “normale” che può capitare nella vita di ognuno di noi dal ricco al povero, intelligente e stupido, famoso o sconosciuto.

da IlFattoQuotidiano

Ecco le 46 forme di contratto di Lavoro.

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Ecco l’elenco delle 46 forme contrattuali vigenti, stilato dal dipartimento Mercato del Lavoro della Cgil. L’elenco è contenuto in uno studio a cura di Claudio Treves.

Leggi su Rassegna.it

L’Euro, vittima o carnefice?

Prima sognato, tanto da attendere con ansia il primo cambio utile per avere queste strane monetine europee tra le mani, anche a costo di piccoli acquisti inutili solo per poter rispondere alla domanda del commerciante “Il resto lo vuoi in Lire o in Euro?”.
Ora odiato, a stregua del peggiore incubo, non solo dai nostalgici della moneta dalla svalutazione facile.

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Trovarsi nel bel mezzo della peggiore crisi dal Dopoguerra non aiuta di certo. Lo spiega anche Fabrizio Goria:

Chiacchierata coi clienti in una farmacia: ma quanto è difficile difendere l’euro (di Fabrizio Goria – 3 gennaio 2012)

«Si stava meglio con la lira! L’euro ci ha rovinati!». Questa è una frase che sentirete sempre più spesso nei prossimi mesi. A dieci anni dall’entrata in circolo della moneta unica europea, cresce l’odio nei confronti di una valuta che in troppi vedono come inutile, imposta dall’esterno, foriera di sventure e povertà. La realtà dice altro, certo, ma poco conta. Poco conta che l’euro ha portato equilibrio e ha protetto i Paesi deboli dagli shock esterni. Poco conta che la via non è quella disgregazione, ma dell’unità. La gente dice basta. E lo si percepisce camminando per la strada, viaggiando in metropolitana, entrando nei negozi.

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La crisi del debito? Finirà con la cacciata dei politici (di Richard W. Rahn)

Nella prima settimana di dicembre è diventato sempre più evidente come finirà la crisi del debito: non bene. L’ultima trovata fasulla consiste nel far sì che i Paesi più grandi e “responsabili” pretendano un maggiore rigore fiscale dai presunti paesi “scriteriati”. In Europa la Germania di Angela Merkel e la Francia di Nicholas Sarkozy esigono che altri Stati europei cedano parte della propria sovranità e accettino limiti rigorosi alla spesa in disavanzo. Il presidente Barack Obama e il primo ministro David Cameron hanno impartito pistolotti all’Unione Europea, esortandola a mostrare più responsabilità fiscale. Giudicandole a partire dal loro comportamento in materia, queste prediche appaiono ben strane e ipocrite.

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Se consideriamo normale una crescita economica di circa il 3 per cento annuo, di solito un deficit pari o inferiore al 3 per cento non rappresenta un problema. Un disavanzo esiguo tende a non accrescere il rapporto tra debito e Pil e anche tra il debito e la stessa percentuale del Pil destinata agli interessi da pagare. È per tale motivo che, nel Trattato di Maastricht, il tetto del disavanzo annuale era stato posto al 3 per cento. Purtroppo, come evidenzia la tabella, durante i tredici anni di vita dell’euro i principali Paesi europei non hanno dato bella prova di sé sotto questo aspetto.

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L’Italia deve ancora dire grazie all’Euro, garanzia di rispetto per le nuove generazioni.

Parole da apprezzare, sottoscrivere ed in cui sperare.
L’Italia può e deve risollevarsi.
Si dia appoggio e potere alle competenze ed alle capacità.
Con la demagogia della politica abbiamo già dato. Grazie.

«La crescita – ha detto Monti nel corso del suo intervento berlinese – richiede riforme strutturali», che tolgano «ogni privilegio» alle categorie sociali che ne hanno, cancellando il problema italiano di chi «protegge la propria circoscrizione elettorale». Sull’euro Monti ha affermato che l’Italia è ancora in ampio credito, grazie «ai benefici che ha dalla appartenenza». Benefici che costituiranno «un patrimonio nel tempo». «Se l’Italia non avesse fatto parte dell’euro – ha detto – ci sarebbe più l’inflazione, politiche meno disciplinate e meno rispetto per le generazioni future». L’Italia – ha proseguito Monti – «è al centro dell’Europa. Politicamente e storicamente, l’Italia non può ignorare le sue responsabilità in quanto stato membro fondatore» dell’Ue. «Mi piacerebbe vedere un maggiore rispetto per la Germania di oggi», ha detto ancora, nel senso di rispetto per l’essere «più rigorosi, più costanti nel tempo, meno a breve termine e più pazienti». E Roma deve fare ogni sforzo per essere più coinvolta nella partnership franco-tedesca: «sarebbe nel comune interesse».

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Eurobond e Leadership per ritrovare rigore e crescita

«Alla fine degli anni 80, quando credevamo di aver visto tutto il possibile, l’Europa ci sorprese tutti con una rapida marcia verso l’Unione monetaria», scriveva Paul Krugman in un libro di alcuni anni fa.

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Dietro quella sorprendente marcia c’erano un progetto chiaro e lungimirante, frutto di un “orgoglio europeo” non fumoso, ma pragmatico, e una leadership in grado di realizzarlo. Il progetto dell’Unione monetaria europea (Uem) proponeva una grande zona di stabilità in difesa degli interessi europei, in un quadro internazionale caratterizzato da cambi fluttuanti e da un dollar standard puro, slegato definitivamente da qualunque riferimento sia pur virtuale a un tallone aureo. La leadership politica dei Paesi aderenti riuscì a realizzare il progetto, sebbene molti fossero gli osservatori che scommettevano contro, come la frase di Krugman lascia trasparire.
Un progetto chiaro e la leadership per realizzarlo è ciò di cui Eurolandia ha bisogno oggi, di fronte a un’ondata di “scommesse” contrarie che indossa le vesti della speculazione, più pericolose di quelle di disinteressati osservatori quali Krugman e altri economisti.

La proposta di EuroUnionBond (Eub) avanzata da Alberto Quadrio Curzio e Romano Prodi va, a mio parere, nella direzione giusta, coniugando in buone dosi pragmatismo e sofisticazione tecnica da un lato, visione di lungo periodo dall’altra.

Leggi l’approfondimento su il Sole 24 Ore

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