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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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The future of medicine is food

Written by Deena Shanker

Med school has changed. (Tulane University)

 

In between anatomy and biochemistry, medical students in the US are learning how to sauté, simmer and season healthy, homemade meals.

Since 2012, first and second year students at Tulane University School of Medicine in Louisiana have been learning how to cook. Since the program launched, Tulane has built the country’s first med school-affiliated teaching kitchen and become the first medical school to count a chef as a full-time instructor.

Sixteen med schools have now licensed the center’s curriculum, as have two non-medical schools, the Children’s Hospital San Antonio-Sky Lakes Residency Program and the Nursing School at Northwest Arkansas Community College. In fact, about 10% of America’s medical schools are teaching their students how to cook with Tulane’s program, Tim Harlan, who leads Tulane’s Goldring Center for Culinary Medicine, told the James Beard Foundation conference last month. It also offers continuing medical education programs with a certification for culinary medicine, for doctors, physicians assistants, nurse practitioners, pharmacists, and registered dietitians.

The program, developed with culinary school Johnson & Wales, helps doctors give real health advice to their patients, says Harlan, who’s both a chef and a doctor. As he says in the video below: “We’re not talking about nutrition, we’re talking about food.”

“We translate the preponderance of dietary evidence,” which Harlan told Quartz supports the oft-praised Mediterranean diet, “for the American kitchen.” That includes consideration of cost as well as nutritional value—diet-related illnesses like obesity are often linked to low income communities, including the New Orleans community that Tulane’s kitchen also serves. This also works out well for training would-be doctors, says Harlan, who are usually on a stringent budget themselves.

The cooking classes are supplemented with lectures, reading and team-based problem solving as well, and though coursework begins broadly for first and second year students—with an overview of the Mediterranean diet and basic knife handling skills included in the first “module”—Harlan says they are developing about 30 more modules for third and fourth year students. Those will focus on specific ailments like congestive heart failure, HIV and celiac disease.

Fans of the program, including both doctors and chefs, are hoping it will be part of a major shift in the way doctors communicate with their patients about nutrition, especially amid rising rates of obesity and other diet-related illnesses. Currently less than half of American primary care physicians offer their patients specific guidance on diet, physical activity or weight control, a 2011 study found. “The fact that doctors are now learning to cook is like a revolution,” said Sam Kass, a former White House chef and senior nutrition policy advisor, at the James Beard conference.

While it’s still early days for the Tulane program, two separate studies have shown its effectiveness—for both the patients and med students alike. (Both studies included authors from the Goldring Center.) The first, which looked at patients with Type 2 Diabetes, found, for example, that those that who participated in the program saw a major drop in total cholesterol, while those who did not participate saw an increase. The second found that medical students also benefited: They not only thought nutrition advice was important for their patients, but for themselves, too. By the second year, the participating med students were eating significantly more fruits and vegetables than they had previously.

Harlan expects a sea change to take place in the way doctors treat chronic illness—and the way insurance charges for it. At the conference, Kass described a future where doctors write recipes as prescriptions and insurance companies treat food as a reimbursable expense. (There is, of course, a strong economic argument in favor of a prevention-based approach to health.) Harlan predicts that care plans will eventually include menu planning, recipes and maybe even programming to get the ingredients delivered to patients. “Call me up in ten years and let’s see if that’s true

 

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Tra le vittime dell’ISIS ora ci sono anche i medici

I medici uccisi da Isis in un fotogramma del filmato diffuso in rete
I medici uccisi da Isis in un fotogramma del filmato diffuso in rete
Torna a far paura lo Stato Islamico (IS) e lo fa macchiando di sangue i camici bianchi. Infatti in Iraq, i jihadisti islamici hanno freddato con colpi di arma da fuoco alla testa una decina di «medici che si erano rifiutati di prestare cure ai miliziani feriti». A darne notizia è il canale satellitare iracheno Sumariya, che mostra un video diffuso dallo stesso ISIS. Secondo l’emittente, la strage è avvenuta a sud di Mosul, nel nord dell’Iraq, nei pressi di Hamam al Alil. Da tempo Isis ha avviato una campagna di reclutamento di giovani medici stranieri in modo da assicurarsi cure per i suoi soldati feriti. Inoltre, come dimostrano i proclami della propaganda, tra i compiti attribuiti alle donne c’è quello di praticare e studiare medicina.

           Tratto da Corriere.it

“NON C’È SOLO LA DURATA: SENSIBILIZZIAMO LE ISTITUZIONI PER UNA FORMAZIONE DI QUALITÀ!”

COMUNICATO STAMPA

ASSOCIAZIONE ITALIANA GIOVANI MEDICI (SIGM)

Un “mail-bombing” per chiedere al MIUR ed al Ministero della Salute di farsi garanti dell’adozione ed utilizzo di indicatori di performance assistenziali e formative nel processo di accreditamento e di attivazione delle Scuole di Specializzazione di medicina ai sensi della Riforma sul Riordino.

In queste giornate caotiche in cui molti medici in formazione specialistica sono chiamati ad effettuare una scelta “a scatola chiusa” nell’esercizio del diritto di opzione al nuovo ordinamento didattico delle scuole di specializzazione di medicina è doveroso ricordare come più che la DURATA sotto i riflettori del processo di riordino debba rimanere la QUALITÀ della formazione. Qualità sempre difficile da dimostrare ma che, sicuramente, si può misurare!

Tra gli aspetti innovativi e qualificanti del Decreto Interministeriale sul Riordino degli Ordinamenti didattici delle scuole di specializzazione di area sanitaria (D.I. 4 febbraio 2015 n. 68), di particolare interesse resta l’introduzione di specifici Indicatori di Qualità (indicatori di performance assistenziali e formative), in aggiunta agli standard e ai requisiti strutturali e organizzativi ad oggi utilizzati ai fini dell’accreditamento ed attivazione delle scuole di specializzazione.

Al fine di chiedere al MIUR ed al Ministero della Salute di farsi garanti dell’adozione e dell’utilizzo dei citati indicatori di qualità, l’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) lancia un “mail-bombing”.

Sono invitati ad aderire all’iniziativa tutti i medici in formazione specialistica e gli aspiranti specializzandi (neolaureati e studenti in medicina). A partire dal 30 marzo 2015 e sino al 2 aprile 2015 questi dovranno inviare il testo allegato (SCARICARE) ed inviarlo per e-mail al MIUR (segreteria.cdg@istruzione.it) ed al Ministero della Salute (segr.capogabinetto@sanita.it).

Maggiori info su:

http://www.giovanemedico.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2189:non-ce-solo-la-durata-sensibilizziamo-le-istituzioni-per-una-formazione-di-qualita&catid=121:specializzandi&Itemid=178

#stamina Perché dopo la decisione del Tar da giovane medico mi vergogno dell’Italia.

Chiacchierate tra amici, punti di vista. Si parla del caso #stamina, soprattutto dopo che oggi il Tar del Lazio ha accolto il ricorso contro la legittimità della composizione del comitato di esperti che ha bocciato il “metodo” Vannoni. Colleghi sdegnati, lo sdegno e la rabbia di chi per fare ricerca in questo Paese deve scalare montagne e passare per la cruna di un ago.
Nasce naturale un senso di vergogna misto a sdegno, monta la rabbia. C’è da vergognarsi di questo Paese incapace di dare una risposta di sistema, da scappare a gambe levate come medico ed, ancor più, come cittadino/paziente.
Perché si sta giocando per business sulla pelle e sulla speranza delle persone. Di lestofanti come Vannoni negli USA sono pieni perché le staminali, rappresentando la grande speranza della ricerca biomedica, sono il nuovo grande mercato globale dove tutti vogliono entrare. Ma addirittura quel sistema, fondato sulla mercificazione della salute, riesce a tenere ai margini cialtroni che millantano miracoli salvo poi negare la trasparenza dei risultati e la pubblicazione dei dati quando se ne chiede conto. La medicina moderna è complessa e sempre più iper tecnologica. Nella complessità serve chiarezza per poter fare scelte le più giuste possibili e garantire la tutela del diritto alla salute a tutti, soprattutto ai più deboli e bisognosi. Per questo la medicina moderna è basata sulle prove di efficacia: ogni ricerca per essere applicata ed arrivare al paziente deve dimostrare in modo univoco e riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale di non essere nociva e di portare miglioramenti indiscutibili ai pazienti. Qui manca tutto. Siamo al caso di bella 2. Ed il discorso del “proviamolo, che vi importa, tanto lo faccio sulla mia pelle tanto sto già male” non è accettabile. Anzi è deprecabile. Uno per motivi etici. Due perché la sperimentazione per motivi compassionevoli ha un costo per la collettività e significherebbe buttare denaro che è essenziale per garantire prestazioni a tanti malati in un momento dove ogni goccia è essenziale. Doppiamente sbagliato, quindi, per la morale. Non posso permettermi spreco di denaro di alcun tipo quando devo garantire le cure migliori possibili alla mia collettività. 300 milioni oggi buttati su stamina sono 300 milioni negati a tanti malati in termini di assistenza, farmaci, prestazioni, interventi, ricerca etc. Ecco perché mi vergogno. Perché il mio Paese non è in grado di garantire quello che negli altri è garantito: la serietà nei comportamenti e nelle risposte alle domande sacrosante di chi ha bisogno.
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Policlinico #Gemelli: gli Ospedali Universitari ed il processo di cambiamento del Servizio Sanitario Nazionale @WRicciardi @drsilenzi

Una riflessione a più voci  sul ruolo degli Ospedali Universitari di fronte alle nuove sfide poste da un sistema sanitario in profonda trasformazione. E’ uno degli obiettivi del Convegno intitolato “Gli Ospedali Universitari e il processo di cambiamento del Servizio Sanitario Nazionale” che si svolgerà presso l’auditorium della Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”  venerdì 8  e sabato 9 novembre 2013. Articolato in quattro Tavole Rotonde che affronteranno alcune determinanti tematiche del contesto sanitario attuale.

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SCARICA IL PROGRAMMA DELL’ EVENTO

Un confronto a tutto campo con relatori e moderatori di diversa estrazione culturale provenienti dal mondo sanitario, universitario, economico, giuridico e giornalistico. Alla fine di ciascuna sessione le considerazioni conclusive saranno affidate ai rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali.

 

 

Docenti e studenti di medicina: nuove regole negli USA per rapporti trasparenti

Nuove linee guida per la trasparenza dei rapporti finanziari tra industria e università e per nuovi modelli di professionalità nell’insegnamento della medicina. Ecco il titolo di un articolo scritto da Anand Reddi, giovane ricercatore dell’University of Colorado School of Medicine, su Jama Pediatrics. «Nel maggio 2011 studenti e docenti della Scuola medica dell’’Università del Colorado (Ucsom) hanno proposto una politica di divulgazione dei conflitti di interessi dei docenti durante le attività di formazione degli studenti. Dopo un anno di dialogo con i docenti, il Senato accademico ha approvato la mozione all’unanimità» spiega Reddi, già vincitore del Thomas Jefferson Award, una delle più alte onorificenze dell’Università del Colorado. In medicina accademica, un principio emergente di professionalità è la gestione trasparente dei rapporti finanziari tra docenti e industria, una collaborazione di vitale importanza per la scoperta e lo sviluppo di nuovi farmaci e dispositivi. Allo stesso tempo, tuttavia, il legame tra industria e accademia non è privo di rischi, data l’associazione significativa tra sponsorizzazione finanziaria e conclusioni pro-industria di medici e scienziati. 

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«La maggior parte delle scuole mediche statunitensi chiedono ai docenti di comunicare i conflitti di interessi prima della pubblicazione di articoli scientifici, ma non ne richiedono la divulgazione agli studenti di medicina durante lezioni, seminari o altri contesti educativi. Così nel giugno 2011 Reddi ha proposto, a nome degli studenti dell’American Medical Association (Ama), una risoluzione che invitava il Comitato di collegamento sull’educazione medica (Lcme) ad adottare nuove normative per incoraggiare i docenti delle scuole mediche nazionali a rivelare i conflitti di interessi durante la formazione medica. «L’assemblea dei delegati dell’Ama ha adottato la risoluzione, trasmettendola per renderla operativa al Lcme, autorità di accreditamento per tutte le scuole mediche statunitensi, nonché punto focale per la creazione di linee guida nazionali per la formazione medica» continua il giovane ricercatore. Il prossimo passo? Per ottenere l’attuazione della risoluzione l’Ama sta lavorando con l’Associazione delle università americane, e ha già trasmesso le nuove regole a ogni scuola di medicina, a ciascun amministratore dei programmi di formazione medica e a tutti gli ospedali universitari degli Stati Uniti.

JAMA PEDIATR. PUBLISHED ONLINE SEPTEMBER 30, 2013.

Quanto guadagnano i medici nei diversi Paesi del mondo? dal @nytimes [@giovanimedici]

In response to Uwe Reinhardt’s recent post on “rationing” doctors’ salaries, a number of readers wrote in asking about physician compensation in other countries. Doing a direct comparison of remuneration across different countries is tricky because the same salary may allow for different standards of living in different places. But here are two possible ways to think about these comparisons, taken from a 2007 Congressional Research Service report entitled “U.S. Health Care Spending: Comparison with Other OECD Countries.”

GPpay

Source: Congressional Research Service analysis; see notes in table below

One way to compare cross-country data is to adjust the salaries for purchasing-power parity — that is, adjusting the numbers so that $1,000 of salary buys the same amount of goods and services in every country, providing a general sense of a physician’s standard of living in each nation. These numbers are in the second, fourth and sixth columns of the chart below. They show that American general practitioners and nurses earn more than their counterparts in other developed countries, and American specialists are close to the top of the pack.

DESCRIPTION
Source: Congressional Research Service (CRS) analysis of Remuneration of Health Professions, OECD Health Data 2006 (October 2006), available at [http://www.ecosante.fr/OCDEENG/70.html].

Sorted by specialists’ compensation. Amounts are adjusted using U.S. dollar purchasing power parities. Amounts from previous years are trended up to 2004 dollars using the annualized Bureau of Labor Statistics Employment Cost Index for wages and salaries of health services workers in private industry. It is not known whether wage growth in health professions in other countries was similar to that in the United States. Amounts are from previous years for 10 countries: data for Australia, Canada, Denmark (for specialists and nurses), Finland (for nurses), and the Netherlands are from 2003; data for Belgium (for specialists), Denmark (for general practitioners), New Zealand (for nurses), and Sweden are from 2002; data for Switzerland and the United States (for specialists and general practitioners) are from 2001; and data for Belgium (for general practitioners) and the United States (for nurses) are from 2000. Ratios of salaries to GDP per capita reflect the year the data was collected and are not adjusted for inflation. For countries that have both self-employed and salaried professionals in a given field, the amount presented here is the higher of the two salaries. Four countries have both salaried and self-employed specialists: the Czech Republic (where compensation is $29,484 for salaried and $34,852 for self-employed specialists), Greece ($67,119 and $64,782), the Netherlands ($130,911 and $252,727), and the United States ($170,300 and $229,500). One country has both salaried and self-employed general practitioners: in the United States, salaried general practitioners earn $134,600, compared with $154,200 if self-employed. All nurses are salaried among this data.

Another way is look at how a doctor’s salary compares to the average national income in that doctor’s country — that is, gross domestic product per capita. These numbers are in the third column, fifth and seventh columns of the chart.

As a country’s wealth rises, so should doctors’ pay. But even accounting for this trend, the United States pays doctors more than its wealth would predict:

DESCRIPTION
Source: Congressional Research Service (CRS) analysis of Remuneration of Health Professions, OECD Health Data 2006 (October 2006), available at [http://www.ecosante.fr/OCDEENG/70.html].

According to this model, the 2007 report says, “The U.S. position above the trendline indicates that specialists are paid approximately $50,000 more than would be predicted by the high U.S. GDP. General practitioners are paid roughly $30,000 more than the U.S. GDP would predict, and nurses are paid $8,000 more.”

But it’s important to keep in mind, the report notes, that health care professionals in other O.E.C.D. countries pay much less (if anything) for their medical educations than do their American counterparts. In other words, doctors and nurses in the rest of the industrialized world start their medical careers with much less student loan debt compared to medical graduates in the United States.

For more data on health spending in O.E.C.D. countries, go here. For a recent American-only survey on the pay of physicians with various specialties, go here.

Read more on The NYT

Se Steve fosse nato in provincia di Napoli (o in Italia in generale)

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

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Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

P.S. E mi permetto di aggiungere che nella catena malefica non sono stati menzionati i sindacati sindacalisti nostrani!

Tratto dal Blog di Antonio Menna

Path to United States Practice Is Long Slog to Foreign Doctors

Thousands of foreign-trained immigrant physicians are living in the United States with lifesaving skills that are going unused because they stumbled over one of the many hurdles in the path toward becoming a licensed doctor here.

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The involved testing process and often duplicative training these doctors must go through are intended to make sure they meet this country’s high quality standards, which American medical industry groups say are unmatched elsewhere in the world. Some development experts are also loath to make it too easy for foreign doctors to practice here because of the risk of a “brain drain” abroad.

But many foreign physicians and their advocates argue that the process is unnecessarily restrictive and time-consuming, particularly since America’s need for doctors will expand sharply in a few short months under President Obama’s health care law. They point out that medical services cost far more in the United States than elsewhere in the world, in part because of such restrictions.

The United States already faces a shortage of physicians in many parts of the country, especially in specialties where foreign-trained physicians are most likely to practice, like primary care.

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