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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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Apple

“Per App sanitarie prevedere l’obbligo di supervisione del medico”

Da prevedere obbligo supervisione del medico per App a scopi medici. No a video visite e riduzione relazione interpersonale. Per le applicazioni a scopi medici (diagnostici, terapeutici, assistenziali) per il Consiglio Nazionale Bio-Medico “dovrebbe esserci un obbligo di supervisione del medico (informazione al momento di scaricare la app/condizione per scaricare app)”.

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Se Steve fosse nato in provincia di Napoli (o in Italia in generale)

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

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Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

P.S. E mi permetto di aggiungere che nella catena malefica non sono stati menzionati i sindacati sindacalisti nostrani!

Tratto dal Blog di Antonio Menna

Le App del Ministero della Salute

In questa pagina del sito ufficiale del Ministero della Salute sono raccolte le applicazioni per dispositivi mobili Apple e Android. Le applicazioni sono suddivise per sistema operativo:

  • iOS – Sistema operativo sviluppato da Apple per iPhone, iPod touch e iPad
  • Android – Sistema operativo openSource

Clicca qui http://www.salute.gov.it/app/app.jsp

In dieci video ecco il fenomeno Steve Jobs

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Prima intervista in video. Un giovanissimo Steve Jobs dice sorpreso: “Guarda, sono in televisione”. Aveva 23 anni.

Palcoscenico Apple. Un incontro nel 1983: era presente anche Bill Gates (ultimo a destra nel video), allora astro nascente del software.

1984. È lo spot trasmesso in occasione dell’arrivo del Macintosh: è ispirato al romanzo di George Orwell, “1984”. Il regista è Ridley Scott. Va in onda durante il Super Bowl.

Esilio da Apple. Nel 1985 Steve Jobs abbandona l’azienda di Cupertino e l’anno successivo acquista la Pixar, un gruppo specializzato in animazioni digitali: in questa intervista del 1996 commenta i risultati di Toy Story.

Ricordi. Steve Jobs racconta la sua vita durante un discorso ai neolaureati dell’università di Stanford nel 2005. Dice: “Non si possono connettere i punti guardando in avanti, ma all’indietro”.

Arriva iPhone. È il 2007

Incontri storici. Una rara intervista del 2007 con Bill Gates e Steve Jobs.

Parodie. Un episodio dei Simpson: nelle immagini appare Steve Mobbs, amministratore delegato della Mapple.

Il lancio di iPad. “È la cosa migliore che abbiamo mai fatto”, dice Steve Jobs.

Addio a Apple. Steve Jobs si dimette con una lettera pubblicata sul sito web dell’azienda di Cupertino.

dal Sole24Ore.it

Un morso alla mela in garage…e Steve Jobs inventò il futuro (di Beppe Severgnini)

Come si riconosce un genio? Qual è il confine tra un imprenditore e un rivoluzionario, tra un produttore di oggetti e un progettista di futuro? Forse accade quando un’ industria forma una cultura, un prodotto si trasforma in un’ abitudine e un uomo diventa un paradigma: testa inimitabile, vicenda imprevedibile, successo irriproducibile. È il cervello che conta: i girocollo neri e i Levi’ s 501 si comprano.

È stato costretto a diventare un personaggio, Steven Paul Jobs. Lo è anche oggi, dopo aver lasciato il timone al fidato Tim Cook, e aver scritto – con un ottimismo che è il sale e il segno dell’ America – «credo che i giorni migliori e più innovativi di Apple siano davanti a noi». Da utenti appassionati ce lo auguriamo, anche di fronte all’ evidenza della malattia. Ma diciamolo: anche i giorni dietro di noi sono stati memorabili, comunque vada.

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Apple è nata con Steve Jobs, senza di lui era moribonda, con lui è risorta. C’ era una mistica, nel marchio della mela morsicata, in cerca di un profeta. Ma l’ aspetto ieratico, il carattere difficile, l’ egocentrismo e gli annunci teatrali non sarebbero bastati. L’ America è piena di personaggi, sceneggiature e coreografie. La differenza l’ hanno fatta i prodotti.

Il Macintosh, o Mac, è stato il primo personal computer di successo dotato di un mouse e di un’ interfaccia grafica: le icone sostituivano i comandi digitati sulla tastiera (command-line interface, terminal emulator). Un cubo magico, una stranezza e una provocazione. Uno schermo che sorrideva, accendendosi. Venne lanciato da una pubblicità televisiva firmata da Ridley Scott, trasmessa durante il terzo quarto del Super Bowl XVIII il 22 gennaio 1984: una citazione di George Orwell, un invito a salvare l’ umanità dal conformismo di IBM, e dai suoi tentativi di dominare il mondo dei computer.

Ricordo l’ emozione, una domenica mattina, a New York: ho visto una borsa cubica per computer, l’ ho comprata e ho deciso che qualunque cosa andasse lì dentro dovesse essere geniale. Venticinque anni dopo, posso dirlo: non mi sbagliavo.

Come tutti gli appassionati – una setta oggi diventata una chiesa, con i suoi conformismi – ho resistito sulla barca di Apple attraverso tutte le successive tempeste: la cacciata di Jobs, un portatile pesante e sbagliato (Macintosh Portable, 1989), un altro piccolo e fascinoso (Powerbook 140, 1991), la serie prevedibile dei Performa (1992-1997) e finalmente, con il ritorno di Steve J., l’ approdo su coste sicure. Nel 1998 il momento decisivo: il coloratissimo iMac, disegnato da Jonathan Ive – lo stesso di iPod e iPhone. Più di 800.000 pezzi venduti nei primi cinque mesi, software nuovo e sorprendente (per foto e video): si avvicinava la fine del secolo e la fine dell’ esperienza – eccitante, irritante – di sentirsi in minoranza. La domanda «Ma è compatibile?» (sottinteso: con i programmi Microsoft) perdeva significato. L’ avvento di Internet e del protocollo IP livellava il campo. E in quel campo improvvisamente piatto, il cavallo di Steve Jobs non aveva rivali.

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La storia è sufficientemente nota: iTunes è del gennaio 2001, iPod dell’ ottobre 2001, iPhone del 2007, iPad del 2010. Quella piccola «i» che precede i nomi è stato un grande colpo di marketing: in inglese suona come «io», e fotografa il decennio dell’ autoindulgenza. Ma c’ è molto di più, nell’ intuizione di Jobs. Quegli oggetti sono diventati l’ icona emotiva degli anni Duemila. Guardiamo un iPhone – o una delle sue molte imitazioni – e vediamo il ponte tra il passato prossimo e l’ immediato futuro.

La biografia dell’ uomo che ha creato questo può apparire eccezionale, ma contiene diversi elementi che lo avvicinano ad altri connazionali che hanno fatto la storia. Come Barack Obama, Steve Jobs è nato da uno studente straniero e da una ragazza americana (il padre biologico era siriano, Steve venne adottato da Paul and Clara Jobs, genitori di grande cuore e pochi mezzi). Come il coetaneo Bill Gates – entrambi del 1955, ambedue esordienti nel garage di casa – SJ s’ è rivelato un fallimento accademico. Bill ha lasciato Harvard, dopo essersi distinto nel calcolo e nel poker; Steve ha mollato Reed College (Portland, Oregon) dopo un solo semestre, ma ha continuato a frequentare i corsi che gli interessavano, mentre riciclava bottiglie di Coca-Cola a 5¢ per guadagnarsi da vivere. Uno in particolare: quello di calligrafia, che anni dopo gli avrebbe suggerito di dotare il Mac di una grafica rivoluzionaria, prontamente imitata da Microsoft e da tutti gli altri. «Unire i puntini», dice ora SJ con insolita modestia.

Sia chiaro: l’ uomo, per quanto brillante, non ha l’ esclusiva dell’ intuizione e dell’ innovazione. Ci sono stati – nello stesso Paese, nella stessa industria – fuoriclasse prima di lui e dopo di lui (Intel, Microsoft, Amazon, Google, Facebook e Twitter ne sono la prova). La capacità di Jobs è stata quella di trasformare una fantasia in un prodotto. Non tutti se la sentono. Tredici anni fa, in un’ intervista per il «Corriere della Sera», Bill Gates mi ha detto: «Io do per scontato l’ avvento di una grossa novità: una tavoletta portatile che ha una risoluzione tale che ci permetterà di leggerla a letto e di tenerla nella borsa». Però iPad non l’ ha fatto Microsoft. L’ hanno fatto Apple e Steve Jobs.

Una qualità che è di pochi: essere profondamente contemporanei e, insieme, sempre un poco avanti. Saper sognare e, con la stessa baldanza, reagire alla distruzione dei sogni. Il fallimento in America non è un marchio d’ infamia: vuol dire, come minimo, averci provato. Cacciato dalla Apple – «la cosa migliore che mi sia capitata nella vita» – il trentenne Steve ha fondato Pixar, e Pixar ha creato Toy Story, il primo film di animazione creato da un computer. Nella sua autobiografia, John Sculley, l’ ex dirigente della PepsiCo che estromise Jobs nel 1985, ridicoleggiava così le ambizioni del rivale: «Per lui Apple avrebbe dovuto diventare una meravigliosa società di prodotti di largo consumo. Un progetto lunatico. L’ high-tech non può essere progettata e venduta come un prodotto di consumo». How wrong can you be, ma quanto ci si può sbagliare, ha scritto il «Financial Times», commentando l’ infelicissima profezia.

Steve Jobs è certamente un vincitore: non un uomo mite. È un personaggio che ha inventato il futuro, come recita il titolo della biografia scritta da Jay Elliott, ex vicepresidente esecutivo Apple, con William L. Simon (Hoepli, 2011). Un uomo consapevole del suo valore, e poco disposto alle critiche: Apple Store rifiutò una biografia poco rispettosa (poi riammessa). La rivista «Fortune» ha scritto nel 2007: «Steve Jobs è considerato uno dei principali egomaniaci della Silicon Valley». Il co-fondatore di NeXt, Dan’ l Lewin, ricorda così il lavoro insieme, negli anni Ottanta: «Alti e bassi. Gli alti erano incredibili, ma i bassi erano inimmaginabili». L’ ufficio di Jobs ha risposto: «Il suo carattere è cambiato, da allora».

Cambiato, certo: ma nessuno sembra sapere esattamente come fosse, e cosa sia diventato. Si favoleggia di una relazione giovanile con Joan Baez – meritevole di aver amato Bob Dylan. Si cita spesso una passione per i Beatles, indicati come modello di business («Erano quattro ragazzi che tenevano sotto controllo le reciproche tendenze negative, si equilibravano a vicenda. E il totale era più grande della somma delle parti»). Come tutti i miliardari americani Jobs ha acquistato case a New York che non ha abitato, guida Mercedes senza targa e coltiva curiose abitudine alimentari: è un «pescetariano», solo pesce niente carne. Dettagli.

Tre anni fa, il 28 agosto 2008, Bloomberg ha pubblicato per sbaglio il suo necrologio, con tanto di spazi bianchi per la data e la causa di morte. Steve ha risposto con umorismo, citando Mark Twain: «Reports of my death are greatly exaggerated», le notizie sulla mia morte sono notevolmente esagerate. Ma da allora non ha più risposto a domande sulla salute. «Nessuno vuol morire», ha detto anni fa. «Anche quelli che sono sicuri di andare in paradiso non hanno alcuna fretta». Dev’ essere ben strano per lui lasciare il comando mentre Apple vale in Borsa quanto le 32 maggiori banche europee. «Un piccolo capolavoro» l’ ha definito ieri Luca Annunziata su «Punto Informatico»: «Steve Jobs sembra riuscito a trasformare anche le sue dimissioni da Ceo di Apple in un momento topico e nodale dell’ esistenza dell’ azienda che ha contribuito a plasmare, rilanciare, che ha portato al successo. Jobs lascia in un momento critico dell’ economia globale, in cui le Borse faticano e la sua azienda nonostante tutto tiene e guadagna». Così è: l’ uomo non finisce di sorprendere.

Il 12 giugno 2005 Steve Jobs ha parlato ai laureati di Stanford. In quel «commencement address» – noi lo chiameremmo pomposamente lectio magistralis – ha spiegato la sua filosofia di vita e di lavoro, e ha parlato della malattia con un ottimismo che – a distanza di sei anni, un trapianto e molte ansie – appare commovente. Un discorso di quindici minuti, che consigliamo di ascoltare in Rete: «They only way to do great work is to love what you do. If you haven’ t found it yet, keep looking, and don’ t settle», l’ unico modo di fare un grande lavoro è amare quello che fate. Se non l’ avete ancora trovato, continuate a cercare, e non accontentatevi.

Come consiglio di un egocentrico, sembra abbastanza visionario.

di Beppe Severgnini (da Corriere della Sera)

In diretta dalla presentazione Apple: ecco l’iPhone 4s!!!

Presentato il nuovo iPhone 4s..ecco le foto dalla diretta:

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Design identico all’iPhone 4…ma all’interno nuovo processore A5 che lo renderà 7 volte più veloce

Versioni e prezzi: 16Gb 199$ 32Gb 299$ 64Gb 399$

In Italia dal prossimo 28 ottobre 2011

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Il nuovo processore darà anche maggior respiro alla batteria, che durerà più a lungo. Ecco il prospetto presentato da Cook

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Antenna riposizionata (migliore ricezione)

Nuova fotocamera da 8 Mpx e video in full HD!!
Il sensore della fotocamera è retroilluminato e capace di catturare il 73% della luce in più; ottima rapidità di esecuzione… 1 secondo per la prima foto e mezzo per le successive.
Ecco il confronto con la “concorrenza”:

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Possibilità del Video Mirroring con o senza fili, come su iPad2. Si potrà condividere tutto sulla tv, non solo foto e video.

Inserita la Voice Recognition (riconoscimento vocale)…pareggiato e superato l’unico punto che mancava rispetto alla concorrenza.
Potrete chiedere tutto al nuovo “assistente vocale”, tecnologia innovativa chiamata SIRI:

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L’iPhone 4s diventa il nostro personale “grillo parlante”, con il controllo di tutte le funzionalità dal calendario ai messaggi, dalle note all’email:

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Non serve più navigare e cercare le informazioni su Safari o Wikipedia…basterà chiedere al nostro iPhone 4s. Idem per fissare appuntamenti e memorizzarli sul calendario:

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Diventa il nostro “ricercatore” personale….chiediamo e l’iPhone 4s tramite SIRI risponde:

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Apple ha dato vita a KITT di Micheal in Supercar!!!

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Supporta Inglese Francese e Tedesco…work in progress per Spagnolo ed Italiano.
Miglioriamo la nostra pronuncia…

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da IphoneItalia

Non è la macchina ad essere importante, la rivoluziome è altrove. Ed è in un sistema che, per la prima volta, si propone a noi in maniera completa come una alternativa a tutto quello che fino ad oggi abbiamo conosciuto e considerato come assodato. Il cloud significa vivere senza supporti e poter utilizzare anche un piccolissimo oggetto come uno smartphone al posto del dvd o della console per i videogame sotto al televisore. E Siri, l’assistente intelligente, ci dice anche che stiamo entrando in un mondo senza tastiere, nemmeno quelle virtuali alle quali da pochissimo, con smartphone e tablet, ci eravamo abituati. Il mondo post-pc non ha nulla di fisico, non ci sono tastiere e supporti, non ci sono dischi, libri, giornali o dvd. E tra poco non avremo nemmeno bisogno di un motore di ricerca tradizionale, perché il nostro piccolo smartphone sarà in grado, è già in grado, di ascoltare le nostre domande e cercare per noi le risposte, come abbiamo visto in centinaia di film di fantascienza. Siamo all’inizio, l’assistente parla solo tre lingue, inglese, francese e tedesco, e non è detto che capisca davvero tutto al primo colpo. Ma se pensiamo a com’erano i telefoni cellulari solo una decina di anni fa è facile scommetere su un rapido miglioramento del software.

 

 

 

 

 

L’iPhone 5 atteso il 4 ottobre. Sarà il battesimo sul palco per il ceo Tim Cook. Le anticipazioni…

Il nuovo numero uno di Apple, Tim Cook, il 4 ottobre potrebbe salire sul palco dello Yerba Buena Center e presentare al mondo il nuovo iPhone 5, oltre a lanciare ufficialmente iCloud e la versione 5 di iOS, il sistema operativo degli iPhone e iPad di Apple. Questo, almeno, secondo attendibili indiscrezioni raccolte dall’autorevole gruppo di blogger di All Things Digital del Wall Street Journal.
I nuovi iPhone 5 verrebbero presentati sul palco ma non sarebbero da subito disponibili nei negozi. Ci sarebbero stati infatti ritardi di produzione, difficoltà da parte dei terzisti asiatici nell’assemblaggio delle componenti, e quindi la messa in commercio nel mondo potrebbe essere scaglionata e ritardata di qualche settimana. Questo darebbe così il modo alla Apple di far partire senza altre interferenze i servizi di iCloud, una delle operazioni più delicate dell’azienda di Cupertino, che deve riuscire a colmare il divario con Google e Microsoft nell’offerta di servizi di Cloud computing.

In ogni caso, l’evento in cui sarà presentato l’iPhone 5, che si tenga il prossimo 4 ottobre o più avanti, sarà comunque condotto da Tim Cook. Sconosciuto al grande pubblico, che non l’ha mai visto parlare in pubblico, è invece un personaggio più noto ai giornalisti economici che lo incontrano da anni regolamente negli eventi di presentazione dei risultati finanziari. Schivo e poco portato per le apparizioni gratuite, in realtà Cook è tutt’altro che timido o impacciato in pubblico. La sua personale strategia in Apple è stata finora quella di lavorare nelle retrovie senza apparire in pubblico. Ha gestito tutta la trasformazione operativa di Apple dopo il rientro di Steve Jobs alla fine degli anni Novanta, quando l’azienda era in crisi (e lui ha fatto chiudere le fabbriche di prodotti in California, trovando i terzisti asiatici in grado di produrre gli attuali apparecchi della Mela morsicata “Designed in Cupertino, Made in China”) e si è imposto come il più capace nel governare l’azienda sia nell’ordinaria amministrazione che nei momenti di “crisi” con il numero uno impossibilitato. La scelta logica da parte del board dei consiglieri d’amministrazione caldeggiata anche dallo stesso Steve Jobs è stata che fosse Tim Cook a sostituire il co-fondatore dell’azienda. Così è stato e i mercati finanziari hanno premiato questa scelta facendo continuare il rally del titolo di Apple. Ma la vera prova del fuoco sarà sul palcosenico, durante il primo impatto con il pubblico della Mela durante il lancio di iPhone 5. Un pubblico esigente e particolare, che segue le vicende di Apple da decenni e che ha contestato e poi esaltato lo stesso Steve Jobs. Un pubblico che, se non dovesse “gradire” Cook, potrebbe indebolirlo al punto da rischiare di affondarlo.
Non è chiaro se parteciperà all’evento anche Steve Jobs: le voci che provengono da Cupertino dicono che la decisione sarà presa all’ultimo, verificando le condizioni di salute Jobs che sarebbero adesso “altalenanti”. In ogni caso, se da un lato la presenza di Jobs toglierebbe a Cook la possibilità di avere il palco tutto per sé per conquistarsi il suo nuovo pubblico, dall’altra darebbe agli appassionati della Mela la possibilità di avere una transizione esplicita tra i due uomini e potrebbe così aiutare anche i più intransigenti “partigiani” di Steve Jobs ad accettare il nuovo corso dell’azienda. In ogni caso, anche per un manager di lungo corso e grande esperienza come Cook, avere ottenuto la guida di Apple ancora non basta: il vero esame deve essere ancora superato.

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Com’è fatto. L’apparecchio sarebbe sostanzialmente più sottile dell’attuale iPhone 4 (che è spesso 9,3 millimetri), avrebbe i bordi smussati e il fondo leggermente bombato in alluminio e non più in vetro, con un cristallo di protezione allo schermo un po’ più grande dell’attuale. Non è chiaro se cambierà la risoluzione dell’attuale Retina Display da 3,5 pollici con 640 per 960 pixel (con una densità 326 ppi) ma potrebbe in realtà utilizzare semplicemente una superficie maggiore (attorno ai 4 pollici) a parità di risoluzione, per controbattere la concorrenza soprattutto dei prodotti Samsung come il Galaxy S II, che sono dotati di ottimi e più grandi display Amoled da 4,27 pollici. Ci sarebbero un tasto “home” più grande e rettangolare, la possibilità di utilizzare le “gestures” come sull’iPad per passare da una applicazione all’altra o per chiuderle (disponibili con iOS 5) e addirittura un concept di smart cover magnetica che si potrebbe “attaccare” come una tendina al telefono.
Le voci sulle possibili funzionalità del nuovo iPhone nelle ultime settimane hanno quasi raggiunto il parossismo: è stato suggerito che possa essere presente anche un meccanismo di ricarica senza cavi ma “a contatto”, che potrebbe permettere di dare energia alla batteria del telefono semplicemente appoggiandolo sopra una superifcie induttiva. E, ancora, ci sarebbe il chip NFC per le funzioni di pagamento elettronico contactless (come alcune carte di credito e i telefoni concorrenti sempre di Samsung), funzioni avanzate di riconoscimento vocale e del viso, una batteria migliorata nettamente così come l’antenna (che nel modello 4 è stata protagonista di una spiacevole polemica sul suo effettivo buon design, chiamata Antennagate), addirittura doppio flash LED.
Queste le principali voci, delle quali non si può ovviamente verificare la la fondatezza sino a quando non arriverà il telefono.
Di sicuro però si può azzardare il nuovo iPhone sarà più potente e porterà un netto miglioramento nel settore delle videocamere: maggiore risoluzione per quella frontale da usare nelle chat video (FaceTime) e soprattutto migliore risoluzione rispetto all’attuale videocamera posteriore da 5 megapixel, che potrebbe arrivare a 8-10 megapixel, ad esempio come alcuni prodotti già commercializzati dalla concorrenza coreana.
Accanto all’iPhone 5 circolano diverse indiscrezioni anche su altri due scenari. Verrebbe lanciato durante l’evento del 4 ottobre anche un secondo apparecchio “low cost”, cioè una versione “depotenziata” dell’attuale iPhone 4, con la videocamera dell’iPod touch (risoluzione minore) e meno memoria. Inoltre, lo stesso iPod touch potrebbe essere abbandonato, per far spazio appunto a una versione dotata di connessione 3G, che coinciderebbe con l’iPhone low cost. Sembra un discorso poco chiaro perché, in realtà, lo è: sono sempre più numerose e incontrollate le voci che si susseguono e in buona parte si sovrappongono, tanto da portare alla luce anche evidenti contraddizioni logiche in quello che è diventato una specie di gioco di società: azzeccare gli annunci di Apple.

Da Sole24Ore

Yale medical school switching to iPad curriculum, Harvard medical school creating custom apps

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Add Yale’s School of Medicine to the growing list of medical schools that are embracing the iPad as the primary source of medical teaching.

This upcoming year Yale will be giving their medical students, all 520 of them, an iPad 2 with an external wireless keyboard. We’ve covered with great depth the growing list of medical schools using iPads as the main tool for learning — such as Stanford, UC-Irvine, and many more.

“Yale School of Medicine this year will outfit all students with iPads and no longer provide printed course materials. The initiative, born out of a going-green effort, could save the school money in the long run, said Assistant Dean for Curriculum Mike Schwartz.

The school typically spends about $100,000 each year in printing costs for class materials for the first- and second- year students. That doesn’t include the cost of labor, he said.

Schwartz said the iPads will provide professors with new classroom tools, including clearer graphics and the ability to change course materials as often as necessary. “

While Harvard’s School of Medicine isn’t providing a specific tablet or device, they are instead providing supporting apps. They are test piloting apps that medical students can use on the iOS and Android platform — for example — the ability to do patient tracking using your smartphone.

Source: Boston.com

Presentata l’ultima creatura di Steve Jobs: ecco l’iTeam!

One last thing, un’ultima cosa. Se Steve Jobs si fosse trovato a tenere una delle sue memorabili presentazioni, avrebbe forse introdotto così la notizia del giorno. Invece, ha scelto la forma della lettera, brevissima, per lanciare la sua ultima creatura. Che si potrebbe chiamare i-Team, la squadra che prende il suo posto. Lascia perché non ha più le forze per continuare, Jobs, il leader malato della Apple più sana, ricca e profittevole della storia. E quindi presenta al board la sua richiesta: si dimette, suggerisce di nominare al suo posto Tim Cook e chiede di poter restare come presidente e dipendente della società. L’essenziale sa essere commovente. Il board accetta e in poche ore il sito della Apple registra che Tim Cook è il CEO.

E ora? Perché sia un successo, l’iTeam, occorre che il capo abbia progettato la squadra in modo che chi gli succede sia grande. Anche senza di lui.
Certo, non sarà facile. Basta guardare a questo agosto di terremoti nell’industria digitale, che si conclude con il massimo grado. Il mercato di borsa ne approfitta per risentirne. Ebbene, tutto quello che è successo, dall’acquisto della divisione telefoni cellulari della Motorola da parte di Google al sostanziale abbandono di Palm da parte della Hp, appare come la conseguenza delle innovazioni fondamentali prodotte dalla Apple guidata da Jobs. È la sua leadership culturale, più ancora che la sua produzione, ad aver cambiato il destino dell’industria musicale, con l’introduzione del sistema iPod-iTunes, della telefonia, con l’iPhone-AppStore, e della fruizione quotidiana della rete, con l’iPad. Google e Hp sembrano rispondere, non fare la partita. E pensando alle condizioni disastrose in cui si trovava la Apple quando Jobs è tornato, come pensando ai successi incredibili che ha ottenuto nei quasi tre lustri successivi, il mondo da anni si domanda che cosa sarà della Apple dopo la fatale partenza del suo leader. Ed è per questo che la successione è destinata a essere il capolavoro o il fallimento di Jobs.

Sapendo quanto maniacale sia sempre stato Jobs nella cura dei dettagli, anche l’iTeam che lascia al suo posto deve essere stato preparato con attenzione. Tim Cook è da anni il suo braccio destro. È l’uomo che è riuscito a rendere possibile l’impossibile: fare prodotti di massima qualità con costi ridotti all’osso, senza rinunciare alle componenti più ricche. Cook dice sempre: «Il magazzino è il male». Jobs lo ha spesso ripetuto: è Cook che ha consentito alla Apple di essere unica nei prodotti e di rispondere alle esigenze del mercato senza inefficienze, per arrivare a una profittabilità straordinaria: i computer, i telefoni, i lettori di musica, alla Apple, non sono commodity. Sono oggetti unici fatti in serie. Prima di Cook, la Apple non riusciva mai sincronizzarsi con la domanda del mercato. Con Cook ce l’ha fatta perfettamente.

Per questo, l’esigentissimo, essenziale, elegante designer Jonathan Ive ha potuto scrivere pagine decisive nella progettazione degli oggetti digitali. E Ive resta l’altro caposaldo dell’iTeam, cui tutti guardano per la continuità del messaggio identitario fondamentale dei prodotti della Mela. È per questo, probabilmente, che Philip Shiller resta al suo posto di capo del marketing: «Lo sapete che cosa succede quando un’azienda ha innovato tanto che è l’unica a fare i prodotti che fa? Che cominciano a comandare i capi delle vendite. Gli uomini di prodotto ne soffrono. Ma questo significa che quando quei prodotti saranno superati l’azienda non avrà più innovatori al suo interno». Così parlò Steve Jobs, nel 2004, quando stava già pensando alla successione. Shiller aveva preso il posto di Jobs, in passato, quando si trattava di parlare in pubblico dei nuovi prodotti. Ma era Cook a essere nominato per prendere il posto di Jobs durante i suoi periodi di assenza: perché i prodotti della Apple non sono il modo in cui vengono raccontati. Sono il risultato di un’intera filosofia aziendale. Che interpreta l’esigenza del pubblico offrendo qualcosa che il pubblico non sapeva di poter desiderare, definendo così il percorso dell’innovazione.

Il prodotto di successo, alla Apple, non è il colpo di genio di un inventore: è il risultato di un metodo. Che diventa identità aziendale.
Quel metodo e quell’identità sono i binari sui quali Jobs lascia la sua squadra. Perché siano grandi, i suoi successori dovranno interpretare il loro compito senza timidezza. Ma con la stessa fiducia di poter cambiare il mondo e con la stessa maniacale attenzione al risultato della loro opera.

Se l’iTeam saprà superare il suo fondatore, il suo fondatore avrà superato sé stesso.

di Luca De Biase

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