One last thing, un’ultima cosa. Se Steve Jobs si fosse trovato a tenere una delle sue memorabili presentazioni, avrebbe forse introdotto così la notizia del giorno. Invece, ha scelto la forma della lettera, brevissima, per lanciare la sua ultima creatura. Che si potrebbe chiamare i-Team, la squadra che prende il suo posto. Lascia perché non ha più le forze per continuare, Jobs, il leader malato della Apple più sana, ricca e profittevole della storia. E quindi presenta al board la sua richiesta: si dimette, suggerisce di nominare al suo posto Tim Cook e chiede di poter restare come presidente e dipendente della società. L’essenziale sa essere commovente. Il board accetta e in poche ore il sito della Apple registra che Tim Cook è il CEO.

E ora? Perché sia un successo, l’iTeam, occorre che il capo abbia progettato la squadra in modo che chi gli succede sia grande. Anche senza di lui.
Certo, non sarà facile. Basta guardare a questo agosto di terremoti nell’industria digitale, che si conclude con il massimo grado. Il mercato di borsa ne approfitta per risentirne. Ebbene, tutto quello che è successo, dall’acquisto della divisione telefoni cellulari della Motorola da parte di Google al sostanziale abbandono di Palm da parte della Hp, appare come la conseguenza delle innovazioni fondamentali prodotte dalla Apple guidata da Jobs. È la sua leadership culturale, più ancora che la sua produzione, ad aver cambiato il destino dell’industria musicale, con l’introduzione del sistema iPod-iTunes, della telefonia, con l’iPhone-AppStore, e della fruizione quotidiana della rete, con l’iPad. Google e Hp sembrano rispondere, non fare la partita. E pensando alle condizioni disastrose in cui si trovava la Apple quando Jobs è tornato, come pensando ai successi incredibili che ha ottenuto nei quasi tre lustri successivi, il mondo da anni si domanda che cosa sarà della Apple dopo la fatale partenza del suo leader. Ed è per questo che la successione è destinata a essere il capolavoro o il fallimento di Jobs.

Sapendo quanto maniacale sia sempre stato Jobs nella cura dei dettagli, anche l’iTeam che lascia al suo posto deve essere stato preparato con attenzione. Tim Cook è da anni il suo braccio destro. È l’uomo che è riuscito a rendere possibile l’impossibile: fare prodotti di massima qualità con costi ridotti all’osso, senza rinunciare alle componenti più ricche. Cook dice sempre: «Il magazzino è il male». Jobs lo ha spesso ripetuto: è Cook che ha consentito alla Apple di essere unica nei prodotti e di rispondere alle esigenze del mercato senza inefficienze, per arrivare a una profittabilità straordinaria: i computer, i telefoni, i lettori di musica, alla Apple, non sono commodity. Sono oggetti unici fatti in serie. Prima di Cook, la Apple non riusciva mai sincronizzarsi con la domanda del mercato. Con Cook ce l’ha fatta perfettamente.

Per questo, l’esigentissimo, essenziale, elegante designer Jonathan Ive ha potuto scrivere pagine decisive nella progettazione degli oggetti digitali. E Ive resta l’altro caposaldo dell’iTeam, cui tutti guardano per la continuità del messaggio identitario fondamentale dei prodotti della Mela. È per questo, probabilmente, che Philip Shiller resta al suo posto di capo del marketing: «Lo sapete che cosa succede quando un’azienda ha innovato tanto che è l’unica a fare i prodotti che fa? Che cominciano a comandare i capi delle vendite. Gli uomini di prodotto ne soffrono. Ma questo significa che quando quei prodotti saranno superati l’azienda non avrà più innovatori al suo interno». Così parlò Steve Jobs, nel 2004, quando stava già pensando alla successione. Shiller aveva preso il posto di Jobs, in passato, quando si trattava di parlare in pubblico dei nuovi prodotti. Ma era Cook a essere nominato per prendere il posto di Jobs durante i suoi periodi di assenza: perché i prodotti della Apple non sono il modo in cui vengono raccontati. Sono il risultato di un’intera filosofia aziendale. Che interpreta l’esigenza del pubblico offrendo qualcosa che il pubblico non sapeva di poter desiderare, definendo così il percorso dell’innovazione.

Il prodotto di successo, alla Apple, non è il colpo di genio di un inventore: è il risultato di un metodo. Che diventa identità aziendale.
Quel metodo e quell’identità sono i binari sui quali Jobs lascia la sua squadra. Perché siano grandi, i suoi successori dovranno interpretare il loro compito senza timidezza. Ma con la stessa fiducia di poter cambiare il mondo e con la stessa maniacale attenzione al risultato della loro opera.

Se l’iTeam saprà superare il suo fondatore, il suo fondatore avrà superato sé stesso.

di Luca De Biase

Annunci