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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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Ipad

In dieci video ecco il fenomeno Steve Jobs

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Prima intervista in video. Un giovanissimo Steve Jobs dice sorpreso: “Guarda, sono in televisione”. Aveva 23 anni.

Palcoscenico Apple. Un incontro nel 1983: era presente anche Bill Gates (ultimo a destra nel video), allora astro nascente del software.

1984. È lo spot trasmesso in occasione dell’arrivo del Macintosh: è ispirato al romanzo di George Orwell, “1984”. Il regista è Ridley Scott. Va in onda durante il Super Bowl.

Esilio da Apple. Nel 1985 Steve Jobs abbandona l’azienda di Cupertino e l’anno successivo acquista la Pixar, un gruppo specializzato in animazioni digitali: in questa intervista del 1996 commenta i risultati di Toy Story.

Ricordi. Steve Jobs racconta la sua vita durante un discorso ai neolaureati dell’università di Stanford nel 2005. Dice: “Non si possono connettere i punti guardando in avanti, ma all’indietro”.

Arriva iPhone. È il 2007

Incontri storici. Una rara intervista del 2007 con Bill Gates e Steve Jobs.

Parodie. Un episodio dei Simpson: nelle immagini appare Steve Mobbs, amministratore delegato della Mapple.

Il lancio di iPad. “È la cosa migliore che abbiamo mai fatto”, dice Steve Jobs.

Addio a Apple. Steve Jobs si dimette con una lettera pubblicata sul sito web dell’azienda di Cupertino.

dal Sole24Ore.it

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L’iPhone 5 atteso il 4 ottobre. Sarà il battesimo sul palco per il ceo Tim Cook. Le anticipazioni…

Il nuovo numero uno di Apple, Tim Cook, il 4 ottobre potrebbe salire sul palco dello Yerba Buena Center e presentare al mondo il nuovo iPhone 5, oltre a lanciare ufficialmente iCloud e la versione 5 di iOS, il sistema operativo degli iPhone e iPad di Apple. Questo, almeno, secondo attendibili indiscrezioni raccolte dall’autorevole gruppo di blogger di All Things Digital del Wall Street Journal.
I nuovi iPhone 5 verrebbero presentati sul palco ma non sarebbero da subito disponibili nei negozi. Ci sarebbero stati infatti ritardi di produzione, difficoltà da parte dei terzisti asiatici nell’assemblaggio delle componenti, e quindi la messa in commercio nel mondo potrebbe essere scaglionata e ritardata di qualche settimana. Questo darebbe così il modo alla Apple di far partire senza altre interferenze i servizi di iCloud, una delle operazioni più delicate dell’azienda di Cupertino, che deve riuscire a colmare il divario con Google e Microsoft nell’offerta di servizi di Cloud computing.

In ogni caso, l’evento in cui sarà presentato l’iPhone 5, che si tenga il prossimo 4 ottobre o più avanti, sarà comunque condotto da Tim Cook. Sconosciuto al grande pubblico, che non l’ha mai visto parlare in pubblico, è invece un personaggio più noto ai giornalisti economici che lo incontrano da anni regolamente negli eventi di presentazione dei risultati finanziari. Schivo e poco portato per le apparizioni gratuite, in realtà Cook è tutt’altro che timido o impacciato in pubblico. La sua personale strategia in Apple è stata finora quella di lavorare nelle retrovie senza apparire in pubblico. Ha gestito tutta la trasformazione operativa di Apple dopo il rientro di Steve Jobs alla fine degli anni Novanta, quando l’azienda era in crisi (e lui ha fatto chiudere le fabbriche di prodotti in California, trovando i terzisti asiatici in grado di produrre gli attuali apparecchi della Mela morsicata “Designed in Cupertino, Made in China”) e si è imposto come il più capace nel governare l’azienda sia nell’ordinaria amministrazione che nei momenti di “crisi” con il numero uno impossibilitato. La scelta logica da parte del board dei consiglieri d’amministrazione caldeggiata anche dallo stesso Steve Jobs è stata che fosse Tim Cook a sostituire il co-fondatore dell’azienda. Così è stato e i mercati finanziari hanno premiato questa scelta facendo continuare il rally del titolo di Apple. Ma la vera prova del fuoco sarà sul palcosenico, durante il primo impatto con il pubblico della Mela durante il lancio di iPhone 5. Un pubblico esigente e particolare, che segue le vicende di Apple da decenni e che ha contestato e poi esaltato lo stesso Steve Jobs. Un pubblico che, se non dovesse “gradire” Cook, potrebbe indebolirlo al punto da rischiare di affondarlo.
Non è chiaro se parteciperà all’evento anche Steve Jobs: le voci che provengono da Cupertino dicono che la decisione sarà presa all’ultimo, verificando le condizioni di salute Jobs che sarebbero adesso “altalenanti”. In ogni caso, se da un lato la presenza di Jobs toglierebbe a Cook la possibilità di avere il palco tutto per sé per conquistarsi il suo nuovo pubblico, dall’altra darebbe agli appassionati della Mela la possibilità di avere una transizione esplicita tra i due uomini e potrebbe così aiutare anche i più intransigenti “partigiani” di Steve Jobs ad accettare il nuovo corso dell’azienda. In ogni caso, anche per un manager di lungo corso e grande esperienza come Cook, avere ottenuto la guida di Apple ancora non basta: il vero esame deve essere ancora superato.

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Com’è fatto. L’apparecchio sarebbe sostanzialmente più sottile dell’attuale iPhone 4 (che è spesso 9,3 millimetri), avrebbe i bordi smussati e il fondo leggermente bombato in alluminio e non più in vetro, con un cristallo di protezione allo schermo un po’ più grande dell’attuale. Non è chiaro se cambierà la risoluzione dell’attuale Retina Display da 3,5 pollici con 640 per 960 pixel (con una densità 326 ppi) ma potrebbe in realtà utilizzare semplicemente una superficie maggiore (attorno ai 4 pollici) a parità di risoluzione, per controbattere la concorrenza soprattutto dei prodotti Samsung come il Galaxy S II, che sono dotati di ottimi e più grandi display Amoled da 4,27 pollici. Ci sarebbero un tasto “home” più grande e rettangolare, la possibilità di utilizzare le “gestures” come sull’iPad per passare da una applicazione all’altra o per chiuderle (disponibili con iOS 5) e addirittura un concept di smart cover magnetica che si potrebbe “attaccare” come una tendina al telefono.
Le voci sulle possibili funzionalità del nuovo iPhone nelle ultime settimane hanno quasi raggiunto il parossismo: è stato suggerito che possa essere presente anche un meccanismo di ricarica senza cavi ma “a contatto”, che potrebbe permettere di dare energia alla batteria del telefono semplicemente appoggiandolo sopra una superifcie induttiva. E, ancora, ci sarebbe il chip NFC per le funzioni di pagamento elettronico contactless (come alcune carte di credito e i telefoni concorrenti sempre di Samsung), funzioni avanzate di riconoscimento vocale e del viso, una batteria migliorata nettamente così come l’antenna (che nel modello 4 è stata protagonista di una spiacevole polemica sul suo effettivo buon design, chiamata Antennagate), addirittura doppio flash LED.
Queste le principali voci, delle quali non si può ovviamente verificare la la fondatezza sino a quando non arriverà il telefono.
Di sicuro però si può azzardare il nuovo iPhone sarà più potente e porterà un netto miglioramento nel settore delle videocamere: maggiore risoluzione per quella frontale da usare nelle chat video (FaceTime) e soprattutto migliore risoluzione rispetto all’attuale videocamera posteriore da 5 megapixel, che potrebbe arrivare a 8-10 megapixel, ad esempio come alcuni prodotti già commercializzati dalla concorrenza coreana.
Accanto all’iPhone 5 circolano diverse indiscrezioni anche su altri due scenari. Verrebbe lanciato durante l’evento del 4 ottobre anche un secondo apparecchio “low cost”, cioè una versione “depotenziata” dell’attuale iPhone 4, con la videocamera dell’iPod touch (risoluzione minore) e meno memoria. Inoltre, lo stesso iPod touch potrebbe essere abbandonato, per far spazio appunto a una versione dotata di connessione 3G, che coinciderebbe con l’iPhone low cost. Sembra un discorso poco chiaro perché, in realtà, lo è: sono sempre più numerose e incontrollate le voci che si susseguono e in buona parte si sovrappongono, tanto da portare alla luce anche evidenti contraddizioni logiche in quello che è diventato una specie di gioco di società: azzeccare gli annunci di Apple.

Da Sole24Ore

Yale medical school switching to iPad curriculum, Harvard medical school creating custom apps

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Add Yale’s School of Medicine to the growing list of medical schools that are embracing the iPad as the primary source of medical teaching.

This upcoming year Yale will be giving their medical students, all 520 of them, an iPad 2 with an external wireless keyboard. We’ve covered with great depth the growing list of medical schools using iPads as the main tool for learning — such as Stanford, UC-Irvine, and many more.

“Yale School of Medicine this year will outfit all students with iPads and no longer provide printed course materials. The initiative, born out of a going-green effort, could save the school money in the long run, said Assistant Dean for Curriculum Mike Schwartz.

The school typically spends about $100,000 each year in printing costs for class materials for the first- and second- year students. That doesn’t include the cost of labor, he said.

Schwartz said the iPads will provide professors with new classroom tools, including clearer graphics and the ability to change course materials as often as necessary. “

While Harvard’s School of Medicine isn’t providing a specific tablet or device, they are instead providing supporting apps. They are test piloting apps that medical students can use on the iOS and Android platform — for example — the ability to do patient tracking using your smartphone.

Source: Boston.com

Presentata l’ultima creatura di Steve Jobs: ecco l’iTeam!

One last thing, un’ultima cosa. Se Steve Jobs si fosse trovato a tenere una delle sue memorabili presentazioni, avrebbe forse introdotto così la notizia del giorno. Invece, ha scelto la forma della lettera, brevissima, per lanciare la sua ultima creatura. Che si potrebbe chiamare i-Team, la squadra che prende il suo posto. Lascia perché non ha più le forze per continuare, Jobs, il leader malato della Apple più sana, ricca e profittevole della storia. E quindi presenta al board la sua richiesta: si dimette, suggerisce di nominare al suo posto Tim Cook e chiede di poter restare come presidente e dipendente della società. L’essenziale sa essere commovente. Il board accetta e in poche ore il sito della Apple registra che Tim Cook è il CEO.

E ora? Perché sia un successo, l’iTeam, occorre che il capo abbia progettato la squadra in modo che chi gli succede sia grande. Anche senza di lui.
Certo, non sarà facile. Basta guardare a questo agosto di terremoti nell’industria digitale, che si conclude con il massimo grado. Il mercato di borsa ne approfitta per risentirne. Ebbene, tutto quello che è successo, dall’acquisto della divisione telefoni cellulari della Motorola da parte di Google al sostanziale abbandono di Palm da parte della Hp, appare come la conseguenza delle innovazioni fondamentali prodotte dalla Apple guidata da Jobs. È la sua leadership culturale, più ancora che la sua produzione, ad aver cambiato il destino dell’industria musicale, con l’introduzione del sistema iPod-iTunes, della telefonia, con l’iPhone-AppStore, e della fruizione quotidiana della rete, con l’iPad. Google e Hp sembrano rispondere, non fare la partita. E pensando alle condizioni disastrose in cui si trovava la Apple quando Jobs è tornato, come pensando ai successi incredibili che ha ottenuto nei quasi tre lustri successivi, il mondo da anni si domanda che cosa sarà della Apple dopo la fatale partenza del suo leader. Ed è per questo che la successione è destinata a essere il capolavoro o il fallimento di Jobs.

Sapendo quanto maniacale sia sempre stato Jobs nella cura dei dettagli, anche l’iTeam che lascia al suo posto deve essere stato preparato con attenzione. Tim Cook è da anni il suo braccio destro. È l’uomo che è riuscito a rendere possibile l’impossibile: fare prodotti di massima qualità con costi ridotti all’osso, senza rinunciare alle componenti più ricche. Cook dice sempre: «Il magazzino è il male». Jobs lo ha spesso ripetuto: è Cook che ha consentito alla Apple di essere unica nei prodotti e di rispondere alle esigenze del mercato senza inefficienze, per arrivare a una profittabilità straordinaria: i computer, i telefoni, i lettori di musica, alla Apple, non sono commodity. Sono oggetti unici fatti in serie. Prima di Cook, la Apple non riusciva mai sincronizzarsi con la domanda del mercato. Con Cook ce l’ha fatta perfettamente.

Per questo, l’esigentissimo, essenziale, elegante designer Jonathan Ive ha potuto scrivere pagine decisive nella progettazione degli oggetti digitali. E Ive resta l’altro caposaldo dell’iTeam, cui tutti guardano per la continuità del messaggio identitario fondamentale dei prodotti della Mela. È per questo, probabilmente, che Philip Shiller resta al suo posto di capo del marketing: «Lo sapete che cosa succede quando un’azienda ha innovato tanto che è l’unica a fare i prodotti che fa? Che cominciano a comandare i capi delle vendite. Gli uomini di prodotto ne soffrono. Ma questo significa che quando quei prodotti saranno superati l’azienda non avrà più innovatori al suo interno». Così parlò Steve Jobs, nel 2004, quando stava già pensando alla successione. Shiller aveva preso il posto di Jobs, in passato, quando si trattava di parlare in pubblico dei nuovi prodotti. Ma era Cook a essere nominato per prendere il posto di Jobs durante i suoi periodi di assenza: perché i prodotti della Apple non sono il modo in cui vengono raccontati. Sono il risultato di un’intera filosofia aziendale. Che interpreta l’esigenza del pubblico offrendo qualcosa che il pubblico non sapeva di poter desiderare, definendo così il percorso dell’innovazione.

Il prodotto di successo, alla Apple, non è il colpo di genio di un inventore: è il risultato di un metodo. Che diventa identità aziendale.
Quel metodo e quell’identità sono i binari sui quali Jobs lascia la sua squadra. Perché siano grandi, i suoi successori dovranno interpretare il loro compito senza timidezza. Ma con la stessa fiducia di poter cambiare il mondo e con la stessa maniacale attenzione al risultato della loro opera.

Se l’iTeam saprà superare il suo fondatore, il suo fondatore avrà superato sé stesso.

di Luca De Biase

La lezione di Jobs. Le aziende che promuovono i propri manager guadagnano di più

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La squadra è tutto in in un’azienda. Lo sa da molto tempo e l’ha messo in pratica Steve Jobs, che prima del suo abbandono definitivo, ha lavorato molto per costruire l’«i-Team» che lo sostituirà in Apple nei prossimi anni.

Jobs ha lasciato in eredità la sua società a Tim Cook, che da anni è il suo braccio destro e che negli anni si è conquistato la piena fiducia dei dipendenti, del cda e soprattutto di Wall Street. Anche l’ultima mossa dell’«uomo che ha inventato il futuro» si potrebbe rivelare, dunque, azzeccata.
A conferma di questa scelta, la risposta positiva dei mercati dopo l’addio, e un recente studio di una business school americana. Secondo il report congiunto della società di consulenza A.T.Kearney e della Kelley School of Business dell’Università dell’Indiana, le società che rinnovano la leadership pescando al proprio interno ricavano maggiori profitti.

L’analisi, Twenty-year Study Shows Superior Long-Term Financial Performance for S&P 500 Corporations that Promote CEOs from Within, che risale all’aprile scorso, prende in esame le performance di 500 società non finanziarie dello S&P tra il 1988 al 2007. Scartando il 75% delle aziende, che nel frattempo sono scomparse, tra le rimanenti ben 36 big society che avevano reclutato i loro amministratori delegati internamente, hanno dimostrato di aver superato in redditività e valore quelle che hanno invece preferito rivolgersi ai cacciatori di teste per scegliere a qualunque costo il «ceo migliore sulla piazza».

C’è poi un altro aspetto che contribuisce ad aumentare l’appeal di una scelta interna: la spesa. Tra stipendio, bonus e altri incentivi un manager che viene da fuori costa il 65% del più di uno promosso nel team dirigenziale. Tra le società analizzate che hanno contribuito a creare il piano di successione più redditizio fino ad ora ci sono Best Buy, Caterpillar, FedEx, Honda, McDonald’s, Microsoft, Oracle, Johnson & Johnson e Nike. Probabilmente, tra dieci anni, ci sarà anche Apple.

da il Sole 24 Ore

Steve Jobs si dimette da a.d. di Apple

Ha chiesto di essere nominato presidente. Al suo posto andrà Tim Cook. E in Borsa il titolo perde il 7%

<<Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario>>

MILANO – Steve Jobs si dimette da amministratore delegato. Il papà di tutti i grandi successi di Apple lascerà ogni impegno operativo e ha proposto il nome del suo attuale successore ad interim, Tim Cook come a.d. di Apple. Jobs ha annunciato di voler chiedere al consiglio di amministrazione di nominarlo presidente. Sopravvissuto ad un tumore al pancreas ed ad un trapianto di fegato, aveva preso un periodo di convalescenza il 17 gennaio 2011. Le dimissioni hanno effetto immediato, annuncia Apple. Immediata la reazione delle Borsa: dopo l’annuncio i titoli di Cupertino perdono il 7%.
«GUARDO AL FUTURO» – In un’accorata lettera agli azionisti e ai dipendenti Steve Jobs ha annunciato le sue dimissioni per il suo stato di salute. «Ho sempre detto che sarebbe venuto il giorno in cui non avrei più potuto rispettare i miei impegni come a.d. di Apple. Sfortunatamente quel giorno è arrivato», si legge nella missiva in cui Jobs designa come successore Tim Cook e conferma la sua fiducia nella società: «Credo che i più brillanti e innovativi giorni di Apple siano davanti a noi e io guardo avanti per contribuire al successo (di Apple) in un nuovo ruolo»

“Se non riesco più ad assolvere alle mie funzioni, vi avevo promesso che sareste stati i primi ad apprenderlo”, ha scritto Jobs nella email di ieri ai dipendenti. A 56 anni, colpito dal cancro al pancreas già nel 2004, nonostante l’apparente riuscita di un trapianto di fegato nel 2009, Jobs era apparso sempre più magro e affaticato. Già da tempo la sua effettiva posizione di comando nell’azienda era in dubbio, la sua presenza al quartier generale di Cupertino (nella Silicon Valley californiana) era rarissima. Già il 17 gennaio di quest’anno Jobs aveva dato un pre-avvertimento sotto forma di una email ai dipendenti del gruppo. Come un dipendente qualsiasi, quel giorno Jobs informava di avere “chiesto e ottenuto dall’azienda un permesso malattia” per il bisogno di “concentrarsi sulla propria salute”, senza fornire ulteriori dettagli. 

A differenza dal 2009, quando annunciò che sarebbe stato assente per sei mesi, nella email del 17 gennaio Jobs non aveva fatto previsioni sulla data del rientro. La conclusione del messaggio  –  “amo così tanto Apple e spero di tornare appena posso”  –  era parsa un brutto presagio. Tuttavia in questi mesi era riuscito a impegnarsi ancora in uno dei suoi ruoli favoriti: “venditore” numero uno. Era stato ancora lui a lanciare pubblicamente i nuovi prodotti di Apple, le ultime generazioni
di iPad e iPhone, in quegli happening-spettacolo che lo hanno reso celebre, hanno contribuito al fascino della sua azienda, e hanno fatto di Jobs quasi un “guru” con un seguito mondiale di ammiratori.
E proprio grazie al successo di questi prodotti, Apple di recente ha scalato la classifica di Borsa fino a issarsi al primo posto assoluto, superando non solo altri giganti hi-tech come Microsoft e Google ma perfino un big del petrolio come Exxon. Ora però sul futuro di Apple incombe un interrogativo: riuscirà a sopravvivere all’uscita di scena del suo fondatore e capo carismatico? Che Jobs fosse ormai avviato verso l’uscita, pochi lo dubitavano. Le incertezze non erano sul “se”, ma sul “quando”. Eppure, per quanto il management di Apple e i mercati abbiano potuto prepararsi a questo evento, solo il test della realtà darà una risposta sulla tenuta dell’azienda.

dal CdS e Repubblica.it

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