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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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Crisi Economica

Sanità: le risorse ci sono, ma servono a coprire i debiti e gli sprechi

Il rapporto Sic 2011 mostra che negli ultimi dieci anni la spesa sanitaria è cresciuta del 60 per cento, ma a beneficiarne non sono stati i cittadini

Aumentano le risorse del Servizio sanitario nazionale, ma non a vantaggio dei cittadini, ma per coprire le spese degli sprechi e delle inappropriatezze. Una gravità enorme che sta mettendo a serio rischio in Italia il diritto della tutela della salute. È quanto è emerso dal compendio Sic Sanità 2011 presentato a Roma da Federanziani presso il Senato della Repubblica.
Negli ultimi dieci anni, a fronte di un aumento della spesa sanitaria di ben il 60 per cento, ovvero da 69,3 miliardi di euro del 2000 a 110,6 miliardi di euro del 2010, i cittadini sono costretti ad acquistare «con i loro soldi il 50% dei farmaci (6,3 miliardi) rispetto alla spesa sostenuta del Servizio sanitario nazionale (12,3 miliardi), mentre la spesa sanitaria procapite nazionale resta quasi invariata negli ultimi 3 anni, da 1.782 euro del 2008 a 1.883 euro del 2010», rileva il Sic 2011.
E ancora. Calano di circa 3,5 milioni in tre anni le giornate di degenza totali, passando da 75,3 milioni del 2008 a 71,9 del 2010, mentre nello stesso periodo sono circa 800 mila i ricoverati in meno (dai 12,1 milioni del 2008 agli 11,2 milioni del 2010), tanto che il presidente di Federanziani, Roberto Messina, si è chiesto «se ci si ammala di meno o se ci sia a disposizione una medicina miracolosa».
Tra i più significativi sprechi rilevati dal Sic 2011, «indignano gli sprechi elevati nei centri di trapianti, che sono 50 dislocati su tutto il territorio nazionale, con una media annuale di poco più di 60 trapianti per centro. Appare un inutile spreco – rileva ancora il Compendio – la presenza di ben 5 centri di trapianti nel Lazio, quasi come centri trapianti di quartiere, tutti peraltro nella sola città di Roma».
Il Sic 2011 evidenzia, tra le poche note positive, in un quadro complessivamente preoccupante, l’aumento di ben 523 unità di strutture private accreditate residenziali per anziani (da 3.717 nel 2007 a 4.240 nel 2009).

da HealthDesk

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È la finanza il campo di battaglia della terza guerra mondiale (di Cosimo Pacciani)

“Let’s dance, to the song they’re playing on the radio”

David Bowie – Let’s Dance

Einstein aveva torto. La III Guerra mondiale non sarà nucleare, ma digitale e finanziaria. Il campo di battaglia sarà quella zona d’ombra, con molte più di 50 sfumature di grigio, dove si incontrano flussi di dati e di capitali. La disfida del futuro prossimo, se non del presente, è per il controllo dei dati che raccontano chi siamo, cosa preferiamo, quanto guadagniamo, come risparmiamo. Flussi di denaro che attraversano il mondo in un attimo, dove sarebbe interessante aggiungere a Google Maps un tasto che ci dica come mandare cento euro da un posto all’altro. Capiremmo tante cose, se potessimo vedere visualizzata questa mappa dei trasferimenti, dei cambi di valuta, della maniera con la quale, un po’ come i bagagli all’aeroporto, i soldi arrivano più o meno regolarmente a destinazione. Conti cifrati, numeri. Una matrice spaventosa e colossale, nella quale si nasconde la chiave del futuro.

Un tempo i capitali viaggiavano alla velocità dell’uomo, dei suoi mezzi di trasporto. I mercanti fiorentini osservavano ansiosi i loro corrieri partire, ben sapendo che delle due o tre navi di pezze o di argento, forse solo una sarebbe arrivata a destinazione, integra o senza aver dovuto esigere un costo esorbitante di dazi e tasse. Il famoso «un fiorino» di Benigni e Troisi ripetuto all’infinito. Oggi, la finanza viaggia a velocità assolutamente impossibili da concepire. Il trading è spesso automatizzato, non solo per gli operatori che immaginiamo come vampiri assetati di liquidità, ma anche per le persone normali, che possono vendere sui siti di trading on-line, appena un’azione arriva al prezzo voluto.

Ed in quell’ammasso di operazioni e di trasferimenti di denaro si nasconde, oggi, il segreto del benessere di un paese, di una regione. Chi controlla la liquidità controlla i mercati. Perché sarà sempre in grado di smuovere prezzi e distruggere/creare ricchezza. Non che prima non fosse così, ma oggi l’informatica e la sofisticazione dei sistemi e dei processi, nonchè la globalizzazione del settore della finanza, hanno creato uno sbilanciamento enorme fra l’economia fisica e quella digitale. Non uso la dicotomia reale/sintetica, perché in realtà tutto è reale. In fondo alla catena di futures sul petrolio, c’è sempre un operaio che mette barili di greggio su una nave, ci sono persone che mangiano, studiano e vivono, sui proventi di quella catena di contratti.

Questa guerra dei flussi di capitale, che ha spostato la ricchezza del pianeta sempre più verso nuove aree, leggasi Cina, Singapore, Medio Oriente, alcune repubbliche ex sovietiche, come il Kazakistan, il Brasile, viene combattuta in maniera sempre più esplicita, anche da banche centrali ed istituzioni internazionali. Con l’arma della regolamentazione finanziaria, della vigilanza bancaria. La finanza e la sua esuberanza hanno prima creato le condizioni per una crescita drogata dell’economia dell’Occidente ed ora è diventata un problema geopolitico. Una Guerra che si misura in termini di numero giornaliero di poste elettroniche con inviti a convegni e seminari, su temi ogni volta nuovi, da decifrare, su nuove leggi e nuove disposizioni su rischi operativi, derivati, collaterale, etc. Un trionfo di sigle ed acronimi, come Cva, Isda, Reg. 67bis-x. Nel mondo che osservo da vicino, nei 15 anni che lavoro nella City, la Financial Services Authority è stata scorporata e reinglobata nella Bank of England almeno due volte, con ogni volta un cambiamento delle sue mansioni e responsabilità.

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Suicidi e crisi economica sono fenomeni interconnessi? (di Luciano Casolari)

La serie di suicidi che negli ultimi mesi avvengono in relazione, più o meno diretta, con situazioni di difficoltà economica interroga ognuno di noi. Ho incontrato diversi pazienti che mi hanno espresso i loro dubbi: “Dottore ce la farò a non impazzire di fronte al fallimento dell’azienda di famiglia?”. “Se, finita la cassa integrazione, non trovo un nuovo lavoro non è che cadrò in depressione ed arriverò a suicidarmi?”. “Sono talmente arrabbiato e frustrato che a volte penso di fare qualcosa di eclatante!”. Questo clima di tensione e angoscia esistenziale appare quasi palpabile per cui occorre provare a fornire qualche risposta seppur parziale.

Vorrei proporre alcune domande che sottopongo ai lettori. Per ogni domanda cercherò, come base di discussione, di fornire elementi frutto della mia esperienza trentennale come psichiatra psicoanalista.

1. E’ in atto un aumento dei suicidi?
Le statistiche ufficiali le avremo fra circa un anno. Se guardiamo al trend storico scopriamo che le variazioni in passato non hanno molto risentito delle fasi di espansione o contrazione dell’economia. In Italia i suicidi annuali secondo le statistiche sono circa 1 ogni 20 mila abitanti con enorme differenza fra Nord e Sud. In particolare al Nord sono 4 volte di più che al Sud. La ricca e prosperosa (economicamente) Germania ha il doppio di suicidi rispetto all’Italia mentre il picco, quattro volte superiore, lo troviamo nei paesi scandinavi. Il benessere economico parrebbe, quindi, ininfluente rispetto al fenomeno. Su questi dati statistici aleggiano seri dubbi. Se il suicida non viene culturalmente accettato può esserci la volontà di occultamento da parte dello stesso suicida che, per evitare che la sua famiglia debba vergognarsi, può nascondere il proprio suicidio facendolo apparire come incidente stradale, sul lavoro o accidentale. Oppure volontà dei familiari che, con l’appoggio più o meno compiacente dei medici o delle forze dell’ordine, possono, ad esempio, registrare come caduta accidentale un defenestramento. La cultura dell’accettazione del suicidio ha, quindi, una grande importanza nell’incidere sulla statistica. Ricordiamo che fino al secolo scorso al suicida veniva negata la cerimonia religiosa e la tumulazione nei normali cimiteri. Volendo provare a rispondere alla domanda la mia ipotesi è che non ci sia un reale aumento dei suicidi, ma piuttosto una sovraesposizione mediatica. Forse gli atti suicidi non facevano più notizia mentre ora sono maggiormente considerati?

2. Che rapporto c’è fra crisi economica e suicidio?
La perdita della sicurezza economica, dell’immagine sociale o gli stenti di una situazione di precarietà sicuramente fungono da fattori di malessere esistenziale e provocano momenti di intensa angoscia. Nella mia attività come medico ho conosciuto centinaia di persone che avevano attuato atti suicidi. In quasi tutti i casi emergeva una sofferenza profonda presente da parecchi mesi o anni che si innestava su un evento, a volte anche relativamente poco rilevante, che fungeva da momento scatenante. La descrizione più frequente è quella di una persona che si dibatte fra depressione, autosvalutazione e malesseri psicofisici da molto tempo che, d’un tratto, incorre in un evento che “fa traboccare il vaso”. Improvvisamente quella persona si descrive come lucida e calma perché ha superato un limite mentale e la decisione suicida appare chiara e semplice. In base a queste valutazioni e esperienze sarei portato a ritenere che la crisi economica, con le sue conseguenze, non sia la causa dei suicidi, ma possa fungere da fattore scatenante. Quello che possiamo chiederci è se non ci fosse stata la difficoltà economica cosa sarebbe successo? Sarebbe stato sventato definitivamente il pericolo? O invece un altro evento come una crisi di coppia, una malattia o altro avrebbe portato allo stesso esito?

3. L’attenzione mediatica è positiva o negativa?
Il comportamento suicida interroga i familiari e la società. Spesso si cercano dei significati che possono variare molto “Non mi avete capito!”. “Scusate non riuscivo a reggere la situazione!”, per cercare di farsene una ragione. Proprio l’integrazione mentale, attraverso l’incasellamento all’interno di un ragionamento che abbia un senso logico, è quello che la società, ma soprattutto i familiari cercano disperatamente. Nessuno riesce ad accettare il buco vuoto, il gesto senza alcuna ragione perché lascerebbe una ferita troppo lacerante. Se non c’è una ragione, infatti, qualsiasi evento diviene ancora più pauroso e terrifico. Tutto questo il suicida lo sa e spesso cerca, per quanto riesce, di lenire la sofferenza nelle persone che gli sono care o di gettare la colpa su chi odia. Quando l’attenzione mediatica comincia ad essere più forte per eventi suicidi si assiste a una sorta di epidemia di episodi analoghi. Si può pensare che ci siano decine di persone che meditano da mesi il suicidio le quali, influenzate dai mezzi di comunicazione, prendono la decisione di porlo in atto in quel momento e con quelle modalità perché il loro gesto non cada nel vuoto ma venga ricordato. A volte si tratta di un gesto di accusa verso qualcuno che in qualche modo deresponsabilizza altri. Ad esempio se risulta che mi sono suicidato per colpa delle tasse è evidente che i miei familiari soffriranno meno e si interrogheranno meno su eventuali loro manchevolezze nei miei confronti. La mia risposta alla domanda è che l’attenzione mediatica non incide sulle cause profonde ma può fungere da fattore che determina la decisione finale.

4. Cosa si può fare per aiutare chi soffre e ridurre gli eventi suicidi?
Gli uomini si suicidano dalle cinque alle dieci volte di più delle donne perché nell’educazione loro impartita esiste ancora il mito della forza d’animo. “Devi essere forte, farcela da solo, essere come James Bond che anche nella situazione più disperata se la cava, non devi essere una femminuccia”. Le donne educate a essere più umili e accettare la loro fragilità quando soffrono ne parlano fra di loro, con l’amica del cuore, non hanno timore a recarsi dal medico, ad assumere farmaci se necessario, ad accettare consigli. La mia risposta a questa domanda è che occorre che i mezzi di comunicazione descrivano l’uomo come esso è, una persona fragile con problemi esistenziali, con dubbi difficili da dirimere e con la necessità di stare vicino ad altri esseri umani. Sarebbe opportuno che i mezzi di comunicazione parlassero del suicidio anche quando non fa notizia e sdoganassero la depressione come una malattia “normale” che può capitare nella vita di ognuno di noi dal ricco al povero, intelligente e stupido, famoso o sconosciuto.

da IlFattoQuotidiano

Alla più grande fiera dell’usato al mondo: ecco cosa la Grecia venderà.

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Dove trovare i soldi per salvarsi? È la domanda che il governo di Atene si fa ogni giorno. Esclusa l’Acropolis, la lista è comunque lunga: compagnie aeree e ferroviarie, scommesse sui cavalli, monopoli di Stato, fonderie, miniere, linee telefoniche, patrimonio immobiliare (che include gli storici palazzi di Atene e quelli finanziari nel centro della capitale), centrali elettriche, azioni delle banche. Tutto in vendita. In un videoreportage, il Wall Street Journal spiega come in Grecia si terrà «la più grande vendita di oggetti usati al mondo». E le isole? Anche se fanno tanta scena, non sono (non sono mai state) in vendita: le spiagge però potrebbero essere affittate, come le colline piene di ginepri e altri affascinanti paesaggi di proprietà dello Stato.

Ecco il piano di austerity varato dal governo greco leggi qui

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