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Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

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Quali sono i confini del contesto in cui i giovani medici sono chiamati ad operare? Quality and Safety in healthcare in EU

Parliamo di…
Quali sono i confini del contesto in cui i giovani medici sono chiamati ad operare?
Mai come oggi i cittadini dell’Unione Europea sono in movimento: le distanze si sono accorciate, gli spostamenti sempre più frequenti sono dovuti ad esigenze lavorative, di svago e… sanitarie! Quali sono i sistemi sanitari più efficienti? Dove conviene farsi curare? Quali le possibilità di guarigione? AlcunerispostenelRapporto”Assuring the quality of health care in the European Union. A case for action”, che analizza i sistemi sanitari dei 27 paesi dell’UE e pone le basi per un dialogo internazionale finalizzato alla condivisione e diffusione dei sistemi sanitari più efficienti. 
 

Fonte:
Legido-Quigley H et al. (2008) Assuring the quality of health care in the European Union. A case for action. WHO on behalf of European Observatory on Health Systems and Policies (Eds).

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Prescrizioni mediche. Arriva la “Ricetta UE”. Varrà in tutti gli Stati Membri

 Approvata dalla Commissione Europea lo scorso 20 dicembre, la direttiva dovrà essere adottata entro il 25 ottobre 2013. Previsto un elenco minimo di elementi comuni per identificare i medici, i pazienti e i prodotti prescritti. Nessun obbligo di uniformità per quanto riguarda l’aspetto o la lingua.

02 GEN – Via libera della Commissione Europea alla direttiva 2012/52 per introdurre regole comuni in materia di prescrizioni mediche in tutti i Paesi dell’Ue. Lo scopo è definire un elenco minimo di elementi affinché il paziente che viaggia possa vedere riconosciuta la prescrizione medica anche quando si trova al di fuori dei propri confini nazionali. Attraverso queste informazioni, infatti, sarà più facile per il farmacista verificare l’autenticità della ricetta.

Ricette Farmaci EU

“L’anno scorso, la Commissione ha adottato una legislazione sui diritti dei pazienti per l’assistenza sanitaria transfrontaliera. L’adozione odierna di un codice di condotta per le prescrizioni transfrontaliere è un ulteriore passo essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo principale di questa normativa: garantire che il diritto dei pazienti di accesso alle cure di buona qualità nei confini dell’Unione europea diventi una realtà”, ha spiegato Tonio Borg, Commissario Europeo per la Salute e la Politica dei consumatori. Secondo il quale “queste regole aiuteranno sicuramente i pazienti che viaggiano in un altro Stato membro ad ottenere le medicine di cui hanno bisogno nel Paese in cui si trovano”.

Nel complesso, il numero di prescrizioni transfrontaliere è stimata in circa 2,3 milioni all’anno, pari a circa lo 0,02%-0,04% di tutte le prescrizioni dell’Ue. Tuttavia, sottolinea una nota della Commissione Europea, “per gruppi specifici di pazienti il riconoscimento delle prescrizioni transfrontaliere farà una differenza importante”, ad esempio per i malati cronici, che potranno viaggiare senza temere di rimanere senza medicine, o i pazienti con malattie rare, che potranno reperire farmaci oltrefrontiera.

La nuova direttiva, che dovrà essere adottata dai Paesi Membri entro il 25 ottobre 2013, prevede che ad uniformarsi siano i dati che permettono di identificare facilmente il paziente, il medico prescrittore e il prodotto prescritto, si tratti sia di farmaci che di dispositivi medici. Ad esempio, i farmaci dovranno essere indicati attraverso la denominazione generica (salvo eccezioni per i farmaci biologici), in modo da facilitare la corretta identificazione dei prodotti commercializzari nell’Ue sotto diverse denominazioni commerciali nonché dei propotti posti in vendita solo in alcuni Stati Membri.

Nessun vincolo, invece, per quanto riguarda il formato, l’aspetto o la lingua in cui è redatta la prescrizione. Né vengono preclusi ulteriori elementi, in linea con le pratiche nazionali, che i medici aggiungono alla prescrizione.

Vedi il testo della Direttiva in italiano.

da QuotidianoSanità

Gli Italiani che decidono in Europa

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«Se sei tedesco, ti basta saper leggere e scrivere per diventare direttore alla Commissione europea», dice, amaro, un funzionario italiano che quella carica se l’è conquistata per meriti professionali. Non certo sulle ali di una nazionalità che, per una ragione o per l’altra, nel corso dei decenni in Europa spesso più che un atout è stata un handicap.

Dopodomani Mario Draghi si insedia alla guida della Bce, l’istituzione che più di qualsiasi altra incarna il cuore tedesco della moneta unica e della nuova Europa che pian piano va a incominciare.
Clamorosa rivincita del sistema-Italia? Ancora una volta a catapultare il governatore della Banca d’Italia nel micro-club dei decisori globali prima che europei, accanto all’americano Ben Bernanke della Fed, alla francese Christine Lagarde del Fmi e a pochissimi altri, sono state soprattutto grande professionalità e credibilità personale insieme, come sempre, anche a circostanze fortunate. Detto questo è innegabile che di recente l’Italia sia riuscita a guadagnare posizioni ai vertici delle istituzioni europee. In particolare nella nicchia oggi ipersensibile dell’unione economica e monetaria e della finanza, banche in primis. Tanto da suscitare i mugugni dei partner: tedeschi e olandesi denunciano lo “strapotere italiano” e stanno tentando di correre ai ripari.

Una congiuntura favorevole in effetti ci ha permesso di candidare le persone giuste ai posti giusti.
E così, Draghi a parte, ci sono altri quattro italiani nei punti strategici del fortino europeo. Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, è diventato presidente del Cef, il Comitato economico e finanziario che è il regista “ombra” di tutte le riunioni dei ministri finanziari europei. Alla Commissione Ue sulla poltrona di direttore generale Ecfin, siede Marco Buti ora con rafforzati compiti di sorveglianza sulle performance dei Paesi euro, Italia in testa, impegnati nella corsa a rigore e riforme. Poi c’è Lorenzo Codogno, direttore al Tesoro, alla testa del Comitato europeo per la politica economica, l’organo che sforna studi comparati Ue su pensioni, mercato del lavoro, propedeutici al varo delle riforme strutturali targate Eu2020. E ancora.

Da gennaio alla guida dell’Eba, l’Autorità bancaria europea con compiti di vigilanza a livello comunitario, stress test sui maggiori istituti di credito compresi, c’è Andrea Enria, ex-Banca d’Italia. Messi così tutti in fila sono senza dubbio una bella serie di posti strategicamente eccellenti. Un’isola felice. Dove potrebbe comparire anche il nome di Dario Scannapieco, con una vicepresidenza alla Bei (di diritto per i grandi Paesi).
Tutto questo però non giustifica smodati trionfalismi. Certo, la rimonta dell’Italia nella Commissione Ue c’è stata: «Prima ci facevamo la guerra tra italiani, ora invece facciamo sistema», racconta uno degli attori della partita, che elogia l’impegno del vicepresidente Antonio Tajani come del nostro ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci. «Di italiano chi sale nelle istituzioni spesso ha solo il passaporto. Quasi mai le alte posizioni di responsabilità sono il risultato degli sforzi dalla capitale.

da Il Sole 24 Ore

L’Europa e la crisi della Grecia (di Oscar Giannino)

La crisi greca esplose nell’autunno del 2009, quando i socialisti vinsero le elezioni e nel giro di pochi giorni si scoprì ciò che in realtà molti sospettavano. E cioè che i falsi nella contabilità pubblica greca superavano di gran lunga la media consentita per reciproca convenienza a molti membri dell’euroarea – compresi i grandi, Germania e Francia, non dimenticatevi che entrambe evitarono con cosmesi di bilancio le procedure d’infrazione,anche se molti sembrano averlo dimenticato.

Di fronte a falsi nell’ordine di 15 punti di Pil di deficit pubblico annuale occultato, la bomba esplose. L’incapacità in 18 mesi di trovare una buona soluzione comune alla crisi dell’eurodebito è un’evidente prova dell’inadeguatezza della classe politica europea.

C’erano quattro grandi problemi. Il primo è che grandi banche tedesche e francesi erano piene di carta pubblica greca ad alto rendimento, e dunque Berlino e Parigi escludevano che esse dovessero rimetterci, dopo i salvataggi pubblici avvenuti nei loro Paesi. Secondo, il governo Merkel era e resta in difficoltà a dire la verità ai propri elettori, e cioè che occorre procedere a evitare il peggio per gli eurodeboli, perché è interesse comune anche degli euroforti come la Germania. Terzo, le regole dell’euro non prevedevano e non prevedono uscite momentanee o definitive di Paesi in difficoltà, che non potendo contare su tassi d’interesse propri, e avendo limiti fisici al rigore pubblico deliberato da un momento all’altro senza cadere nella recessione profonda che rende comunque il debito insostenibile, possano almeno svalutare nella misura ritenuta giusta dai mercati, e ripartire incorporando un alleggerimento reale del debito rimasto nominalmente eguale. Quarto, le regole del’euro non prevedono neanche meccanismi di default parziale che non passino per la svalutazione monetaria, ma che avvengano invece attraverso modifiche alla duration dei titoli, o del loro valore nominale, o col minor rimborso di quote d’interessi dovuti (in gergo haircut, taglio di capelli). Né tanto meno prevedendo la distinzione dei diversi soggetti prenditori che devono in maniera diversa sobbarcarsi ad una o a tutte queste condizioni: distinguendo cioè tra banche e intermediari finanziari privati, la BCE che accetta titoli pubblici come collaterale, e il risparmio retail di massa che bisogna invece tentare di preservare.

Natura e proporzioni della crisi greca – che dietro di sé porta il rischio portoghese, irlandese e spagnolo – dovevano indurre la politica europea a capire in poche settimane che la soluzione numero tre o comunque numero quattro era preferibile a prestiti il cui tasso era impossibile, per una Grecia costretta a un rigore giusto ma tanto subitaneo da sprofondarla nella crisi. Quei prestiti a quelle condizioni avrebbero solo dilazionato e no evitato il botto, rendendolo però più caro per tutti.

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