Batterio killer, l’esempio tedesco da non seguire: i rischi del federalismo sanitario.

La sanità è una materia complessa e delicata, densa di conseguenze negative se gestita male, e non solo sulla salute dei cittadini, ma anche sulle tasche dei produttori e dei consumatori, come dimostrato dalla recente epidemia batterica in Germania, affrontata in modo catastrofico dalle autorità tedesche con decine di morti, migliaia di soggetti infetti e centinaia di milioni di euro dilapidati. Ancora oggi non vi è certezza su quali alimenti abbiano effettivamente veicolato l’infezione e, analogamente a quanto successo anni fa con la sindrome della mucca pazza in Gran Bretagna, la miopia e la divisione delle burocrazie ministeriali, in questo caso tedesche, ha generato prima una mancanza di trasparenza che ha allarmato e reso diffidenti cittadini e governi di tutta Europa, poi un caos informativo in cui il ministro dell’agricoltura di un land (la regione) smentiva il ministro del land vicino, con i ministri della salute dei singoli länder che litigavano tra loro e il ministro federale della salute che manifestava pubblicamente tutta la sua impotenza.

E’ importante discutere di queste disfunzioni, tipiche di un paese federale la cui sanità non ha alcuna forma di coordinamento nazionale, anche nella nostra Italia avviata, sembra, verso un federalismo spinto sul versante sanitario, per evitare errori analoghi in futuro e per consolidare quanto ha espresso e può esprimere di buono il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Attualmente in Italia questo non sarebbe potuto succedere; abbiamo fortunatamente un Ministero della Salute a cui è ancora affidata la tutela della salute di tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di nascita o di residenza. Abbiamo una rete di organizzazioni sanitarie e di medici sentinella in grado di attivarsi immediatamente in caso di emergenza ed abbiamo ancora forme di coordinamento centrale che non dobbiamo assolutamente perdere, anche se l’erogazione e gestione dei servizi sanitari sono affidate alle singole regioni – e ciò sta determinando diseguaglianze crescenti tra cittadini che vivono in regioni più virtuose e quelli che abitano in regioni (quasi tutte quelle del centro sud) in forte ritardo e difficoltà. Perché quello di buono che già esiste a livello centrale non venga vanificato, c’è bisogno della diffusa consapevolezza, sia tra gli addetti ai lavori, sia nella popolazione generale, che non è con slogan sul federalismo che potranno essere affrontati i problemi della sanità del futuro, stretta tra l’aumento dei bisogni sanitari della popolazione, l’incremento della domanda di servizi da parte dei cittadini e la limitatezza delle risorse finanziarie e umane disponibili.

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Cultura, orgoglio italiano – Roma, 23 giugno 2011 – Teatro Argentina

L’industria culturale italiana è una delle più importanti
risorse della nazione, il nostro più prestigioso biglietto da visita nel mondo e una straordinaria fucina di innovazione, creatività, lavoro e ricchezza.

Eppure la cronica disinformazione sul tema continua ad alimentare rappresentazioni del tutto inadeguate di questo settore, ora come luogo di scontri politici ora come strumento di consenso o come fonte fastidiosa di richieste di assistenza economica.

Al contrario, è urgente che gli italiani ritrovino tutto
l’orgoglio della propria cultura e che la discussione pubblica ne riconosca il valore di grande risorsa strategica per il presente e per il futuro del nostro paese.
Perché è proprio in Italia che la storia e l’industria della
cultura offrono un’articolazione di talenti, idee e produzioni che non ha eguali in nessun altro paese.
Italia Futura, fedele alla propria vocazione di luogo di riflessione pubblica, promuove una giornata aperta al pubblico nella quale dar voce ai diversi settori dell’industria culturale, dal patrimonio storico-artistico al cinema, dall’archeologia alla musica classica e contemporanea, dall’architettura alla valorizzazione del territorio, dall’editoria all’arte.
Chiameremo a raccolta gli esponenti più prestigiosi del nostro mondo culturale insieme ai protagonisti più giovani, in un confronto libero e creativo tra tutti coloro che ogni giorno concorrono a rinnovare la cultura italiana e che ne hanno a cuore il prestigio in Italia e nel mondo.

La Giornata dell’Orgoglio della Cultura Italiana si terrà a Roma il prossimo 23 giugno alle ore 14,00, al Teatro Argentina.

eventi@italiafutura.it

Le cause contro i medici sono un boomerang per il cittadino: limitiamo la medicina difensiva.

I contenziosi tra pazienti e medici, nell’ultimo decennio sono cresciuti del 145%, arrivando a costare alle casse delle aziende ospedaliere 500 milioni di euro all’anno e il maggior numero di cause legali si registra per i settori di ostetricia e la ginecologia. Sono i dati, allarmanti, diffusi dal presidente della Società italiana di medicina legale e delle assicurazioni (Simla), Paolo Arbarello che ieri ha aperto i lavori delle Giornate medico legali romane ed europee. «Noi al policlinico Umberto I di Roma siamo in regime di autotutela – afferma Arbarello – ed è una situazione che investe anche molti altri ospedali italiani. Siamo praticamente senza assicurazione e siamo costretti a pagare i risarcimenti ai pazienti che vincono le cause legali con i fondi dell’ospedale. Circa un anno fa, al rinnovo delle polizze, le compagnie di assicurazione hanno disertato la gara d’appalto». È un segnale allarmante, secondo Arbarello che legge come conseguenze del progressivo e costante aumento di cause legali, l’aumento del numero dei parti cesarei, oggi al 35-40% in Italia, e la riduzione degli interventi per protesi d’anca nei pazienti con più di 70 anni».

Tratto da http://www.doctor33.it

Dimissione: atto di responsabilità da programmare sin dall’ingresso del paziente.

di Andrea Silenzi

La dimissione è, nella percezione comune, l’ultimo atto dell’iter assistenziale che il medico compie nei confronti del paziente. La lettera di dimissione altro non è che il documento che certifica l’operato del medico, segnalando ciò che è stato fatto durante il ricovero e ciò che il paziente dovrà fare una volta fuori dall’ospedale, demarcando di fatto una sorta di limite di responsabilità professionale. La stessa etimologia (cit. dal latino dimìttere) ci suggerisce come l’atto indichi proprio il mandare da altra parte, il congedare. In realtà, la preoccupazione di lasciare il paziente nel limbo dei percorsi di cura del nostro sistema sanitario, la sofferta applicazione del modello integrato ospedale-territorio, le pressioni ricevute da un lato dalla necessità di razionalizzare le risorse per far fronte alla crescente domanda di salute e, dall’altro, dall’aumento vertiginoso dei contenziosi medico-legali provocano, di fatto, un ribaltamento dei ruoli costringendo il medico a subire l’atto della dimissione.

In questo contesto si inserisce il controverso messaggio che arriva dalla IV Sezione Penale della Cassazione che ha ribaltato l’assoluzione dall’accusa di omicidio colposo di un medico ritenuto responsabile della morte di un paziente avvenuta a poche ore dalla dimissione. Per l’opinione pubblica e per parte della stampa il caso è stato rapidamente derubricato nella sezione malasanità e malpractice medica. Un’analisi più attenta, lontana dai sensazionalismi, mette invece in luce come molto in questa vicenda sia dovuto al gioco delle parti tra accusa e difesa che rischia però di creare molta confusione e pericolosi precedenti in ambito medico-legale. La dimissione deve essere decisa solo in base a valutazioni “mediche” e non secondo i criteri “economici” delle linee guida delle strutture sanitarie: questo il contenuto della sentenza della Cassazione – n.8254 – che ha accolto il ricorso contro l’assoluzione di un medico di un paziente che sarebbe deceduto a causa di una dimissione “frettolosa”. Il caso, fino alla dimissione, rientra nella routine: la cartella clinica racconta di un paziente colto da infarto del miocardio e trasportato in urgenza in ospedale dove viene sottoposto ad angioplastica; la dimissione arriva dopo 9 giorni (di cui 5 passati in UTIC e 4 in cardiologia) dal momento che secondo i medici il paziente risultava «asintomatico e stabilizzato». Ma la notte del rientro a casa il paziente viene colpito da un nuovo malore e, nonostante la corsa in ospedale, giunge già in arresto cardiocircolatorio. L’autopsia accerta che la causa della morte deriva non da un secondo “scompenso congestizio, bensì da aritmia tipo tachicardia-fibrillazione ventricolare“. Partono le indagini che interessano tutti i medici che avevano avuto in cura il paziente al seguito delle quali il PM chiede l’archiviazione del procedimento. Richiesta accolta dal Gip, tranne che per il Dott. Roberto G. che viene chiamato a rispondere del delitto di omicidio colposo perché, quale sanitario responsabile della dimissione “agendo con negligenza, imprudenza ed imperizia, avendo dimesso dall’ospedale il paziente con esiti di recente infarto esteso del miocardio, […] ne aveva causato la morte”. In primo grado viene condannato a 8 mesi di reclusione e a risarcire i danni morali ai familiari. In appello invece, viene assolto «perché il fatto non costituisce reato» in quanto il giudice afferma che il medico nell’operare le proprie scelte aveva seguito le linee guida in tema di dimissioni e riabilitazione del paziente post-infartuato. E’ a questo punto che la Cassazione ribalta la questione affermando che “nulla si conosce dei contenuti di tali linee guida, né della autorità dalle quali provengono, né del loro livello di scientificità, né delle finalità che con esse si intende perseguire, né è dato di conoscere se le stesse rappresentino una ulteriore garanzia per il paziente ovvero, come sembra di capire dalla lettura delle sentenze in atti, altro non siano che uno strumento per garantire la economicità della gestione della struttura ospedaliera”. Proprio le linee guida sono diventano il centro della campagna mediatica che questo caso ha scatenato, a causa dell’estrema facilità con la quale la sentenza della Cassazione si presta ad essere cavalcata dal sensazionalismo: c’è molta “confusione formale” nella sovrapposizione delle linee guida di trattamento clinico con i protocolli aziendali volti alla razionalizzazione ed al miglior utilizzo delle risorse. Sentenzia la Cassazione: “Il rispetto delle linee guida assunto quale parametro di riferimento della legittimità della dimissione […], nulla può aggiungere o togliere al diritto del malato di ottenere le prestazioni mediche più appropriate né alla autonomia ed alla responsabilità del medico nella cura del paziente”. È sacrosanto infatti che le logiche economiche non debbano guidare la decisione del medico. È altrettanto vero però che la nostra professione non deve essere condizionata dallo spauracchio di possibili conseguenze giudiziarie.

Apre il SANiT, Fazio: “Piani di rientro, un “successo” tra luci e ombre”.

«I piani di rientro, che derivano da Governi precedenti al nostro, si sono dimostrati uno strumento di grande successo», ha dichiarato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, intervenuto a Roma all’inaugurazione del Sanit, la manifestazione in programma fino a venerdì.

Per Fazio, «ciò ci deve far capire che giá questo è federalismo. Stiamo infatti mettendo a norma un meccanismo di manutenzione continua della sanitá» ha concluso. In effetti la recente relazione della Corte dei conti sulla sanità (VEDI) contenuta nel «Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica» ha sottolineato un deficit 2010 in netto calo rispetto agli anni precedenti: 2,326 miliardi lo scorso anno contro i 3,252 miliardi del 2009. E il merito, sottolinea la Corte è dell’effetto dei piani di rientro che hanno decisamente ridotto la spesa nelle Regioni finora con i conti in rosso.

Ma se i piani rientro hanno funzionato a dovere, non sono bastati a contenere del tutto una spesa sanitaria che a quanto pare dovrà subire ulteriori rivisitazioni dalla prossima manovra economica estiva (VEDI). La partita si gioca proprio sul federalismo e lo snodo cruciale saranno i costi standard, che dovrebbero garantire tra i 4 e i 5 miliardi di risparmi. Accompagnando il tutto con altri interventi già in cantiere: dalla stretta sull’acquisto di beni e servizi ai farmaci, dal personale ai ricoveri. Senza tralasciare l’impulso sempre più deciso che sarà dato in prospettiva alla sanità integrativa, verso la quale indirizzare spese di più già ora trascurate dal Ssn, a cominciare da odontoiatria e long term care.

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Ecco gli studi che analizzano il rischio tra l’uso del cellulare ed il cancro

La comunità scientifica è divisa sulle conseguenze dei telefonini sul cervello. Sono due i principali studi che ne analizzano gli effetti, Ip e Hardell. Il primo (parzialmente) li scagiona, il secondo li accusa. Ma l’Oms interviene e non esclude il nesso causale tra onde elettromagnetiche e cancro: al termine di una settimana di studi a Lione dove 31 specialisti da 14 Paesi hanno passato in rassegna la migliore letteratura scientifica sul tema l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), ha modificato la sua precedente posizione. “Le prove, che continuiamo a raccogliere, sono forti abbastanza per giungere a questa conclusione” ha dichiarato Jonathan Samet, a capo del gruppo di lavoro, “e per includere i telefonini nella categoria dei carcinogeni di tipo 2B”.

Uno studio pubblicato su Jama dimostra come l’esposizione al cellulare modifichi il metabolismo del glucosio nel cervello. “Non conosciamo ancora l’esito di questo cambiamento, ma sappiamo che è il telefonino a provocarlo. E nessuno d’ora in poi potrà più sostenere il contrario. Il consiglio – scrive Nora Volkow, coordinatrice dello studio – è di cercare di mantenere il cellulare il più possibile lontano dalla testa, utilizzando appositi auricolari o la funzione vivavoce’.

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L’Italia in movimento: un esercito di 100.000 imprenditrici straniere, giovani e nel terziario.

I dati dell’Osservatorio sull’imprenditoria femminile di Confcommercio e Censis. Il primato è delle cinesi. L’area più multietnica è il Centro Italia

ROMA – Un esercito di quasi centomila donne straniere che non fanno le colf o le badanti. E’ il quadro tracciato dall’Osservatorio sull’evoluzione dell’imprenditoria femminile di Confcommercio e Censis. Per la precisione le imprenditrici straniere nel nostro Paese sono 98.294. Il 70% è nel terziario, il 13,5% nei settori del noleggio e delle agenzie viaggio, il 15% nel commercio e nella ristorazione.

 

 

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Come cambia la sanità in Italia: dagli infermieri che medicano nei pronto soccorso ai Creg della Lombardia, fino alle cure primarie.

(Dottnet Merqurio) E’ una partenza in sordina, ma come in un immenso puzzle, i tanti tasselli di una medicina sempre più decentrata si stanno aggiungendo al progetto di una nuova sanità. Una sanità che prevede l’ingresso di nuove figure, degli ambulatori multipli e anche del rinnovato ruolo delle farmacie. Una rivoluzione che spesso, tuttavia, va a scapito della medicina generale, cardine di un sistema che da sempre vede il paziente e il suo medico la pietra portante della salute in Italia. 

Per esempio Regione Toscana prima, e Emilia Romagna poi, hanno scelto di affidare agli infermieri in pronto soccorso una piccola parte di codici minori, secondo la prassi anglosassone del See and Treat (vedi e tratta), provocando così anche un esposto alla magistratura da parte dell’Ordine dei medici di Bologna. Gli infermieri, dopo aver seguito un corso specifico, sotto la supervisione di un medico possono eseguire una serie di medicazioni previste in appositi protocolli o anche mandare il paziente dallo specialista. I risultati sarebbero  soddisfacenti. Dicono all’Asl 10 di Firenze dove  nei sei ospedali coinvolti è stato trattato dagli infermieri circa l’8% dei casi con  tempi di attesa e permanenza nell’ambulatorio infermieristico sono inferiori rispetto a quelli dei percorsi normali. Il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, sostiene la necessità di cambiare la cultura ospedalocentrica del Sistema sanitario nazionale. Da tre anni, Fazio propugna un’idea: il 70-80% di codici verdi e bianchi che si riversano nelle sale d’attesa dei pronto soccorso, a suo dire “impropriamente”, devono invece essere gestiti dai medici di medicina generale sul territorio. “Bisogna individuare una serie di strutture, vicine e lontane ai pronto soccorso, attraverso le quali attivare un’assistenza 24 ore su 24” diceva Fazio già nel 2008 lanciando il dibattito sul riordino delle Cure primarie. Nel piatto della nuova sanità territoriale, che richiede un ripensamento del ruolo dei medici di famiglia ma anche di guarda medica (la cosiddetta continuità assistenziale) il ministro ha messo 350 milioni di euro. E così per ridurre le code nei pronto soccorso i medici di medicina generale ”dovranno prendere in carico le emergenze, avranno un’importanza sempre maggiore che non è solo di prendersi carico di un singolo paziente ma avranno incarichi h24, sempre in associazionismo, per poter gestire le emergenze dei codici bianchi e verdi”. Il ministero della Salute, ha aggiunto Fazio, ”sta lavorando per coinvolgere il medico sempre più sul territorio”.  Tutta la nuova sanità, ha concluso Fazio, è basata ”sulla presa in carico, continuità assistenziale, passaggi in ospedali molto brevi, ripassaggi sul territorio e gestione di un rapporto buono ospedale territorio. Le malattie croniche dovranno essere trattate sul territorio dai medici di medicina generale e non vanno ospedalizzate”. In questo contesto è stato introdotti per primo in Lombardia il Creg (Cronic Related Group), il progetto lombardo che applica il modello dei drg ospedalieri all’assistenza delle patologie croniche sul territorio.

Le delibere applicative della Regione sono state licenziate un paio di settimane fa e il convegno organizzato dalla Fimmg Lombardia  ha consentito di fare il punto sul cantiere dei lavori. Si partirà tra luglio e settembre in cinque Asl (Milano, Melegnano (Asl Milano 2), Bergamo, Lecco e Como), con una sperimentazione-pilota di un anno su un “portafoglio” di patologie croniche che comprende Bpco, scompenso cardiaco, diabete di tipo 1 e 2, ipertensione, cardiopatia ischemica, osteoporosi e patologie neuromuscolari, per un totale di circa 400mila potenziali pazienti. Secondo meccanismi analoghi ai drg, la Regione ha fissato un tariffario per raggruppamenti omogenei di patologie, tariffario che comprende i consumi per ambulatoriale, farmaceutica, ossigeno, protesica, ospedalizzazione domiciliare eccetera (ma non la quota capitaria del Mmg). La gestione del pacchetto è affidata a un provider (medici, gruppi di medici, cooperative, società, aziende ospedaliere), che avrà il compito di seguire i pazienti nel loro percorso diagnostico-terapeutico secondo la modalità del case-manager e che indirettamente pagherà i fornitori: nella fase sperimentale, infatti, è previsto che le prestazioni vengano rimborsate dall’Asl che a sua volta fattura al provider, ma è probabile che nella fase a regime sarà quest’ultimo a gestire i pagamenti agli erogatori e, forse, a negoziare le prestazioni. Non solo: nel caso in cui il paziente non rispettasse il percorso, il provider ne “risponderà” con una decurtazione del 15-20% sulla tariffa del creg. Il progetto concede ai medici di famiglia una prelazione, nel senso che la loro eventuale adesione nelle Asl pilota esclude altri soggetti; in caso contrario l’azienda provvederà a una gara con capitolato, perché il provider dovrà comunque assicurare alcuni servizi come gestione di flussi di spesa, call center informativo h12 per il cittadino (per 365 giorni l’anno), second opinion, rapporti con gli erogatori e i Mmg, verifica informatizzata della compliance terapeutica eccetera. Un po’ troppo per un medico “singolo”, e infatti nelle province che ospiteranno la sperimentazione i medici di famiglia della Fimmg sono già al lavoro per mettere in piedi formule aggregative che consentano ai medici interessati di partecipare al Creg. A Bergamo, per esempio, si sta lavorando a una cooperativa alla quale potranno aderire liberamente i Mmg che decideranno di sottoscrivere il Creg con l’Asl. C’è da dire, comunque, che i medici di medicina generale e gli ospedalieri fanno parte di due mondi che dialogano a fatica. I primi vedono, almeno per la maggioranza di loro, nella riforma a favore del territorio una possibilità di riscatto professionale e anche un futuro. Gli altri sono scettici, temono duplicazioni inutili e non risolutive dei complessi problemi dei pronto soccorso. In mezzo c’è anche il Sistema 118, la struttura del soccorso sul territorio, preoccupata di mantenere la propria autonomia. Ma la missione di spostare il baricentro del sistema sanitario, è molto più ardua. Perché bisogna anche convincere le persone a rivolgersi a queste nuove strutture e non al pronto soccorso. A favore, per esempio, è la Cgil all’indomani del colloquio col ministro Ferruccio Fazio: “È stato un incontro costruttivo” e “riteniamo nella giusta direzione l’intervento che il Ministro Fazio intende apportare alle cure primarie”, ha detto Nicola Preiti, coordinatore nazionale Fp Cgil Medicina generale, dopo il vertice tra il capo di gabinetto del ministero della Salute, Giuseppe Palumbo, e le organizzazioni sindacali dell’area delle cure primarie, alla presenza delle Regioni e della Sisac. I progetti del ministro per la sanità territoriale non riguardano, infatti, solo lo spostamento dei codici bianchi e verdi dal Pronto soccorso al territorio (questione sulla quale il ministro ha già incontrato i sindacati della medicina ospedaliera e territoriale il 4 maggio scorso). L’obiettivo è quello di intervenire profondamente sulla natura stessa delle cure primarie. “Il ministero – ha spiegato Preiti – intende  predisporre con le Regioni, nel giro di poche settimane, per arrivare ad  una ridefinizione sostanziale delle cure primarie. È previsto anche un  intervento legislativo di modifica e adeguamento della fonte normativa delle convenzioni: l’Art. 8 della 502”. Le modifiche della legge, ha spiegato il sindacalista della Cgil, dovrebbero intervenire sui punti critici dell’assistenza territoriale: gestione delle cronicità e h24,  rapporti  con l’ospedale e tra operatori, definizione residenzialità intermedia, criteri di accesso e struttura del compenso. Il percorso da iniziare con le modifiche al 502 dovrebbe poi essere completato con il rinnovo delle convenzioni. La Fp Cgil Medici ha inviato le proposte al Ministro Fazio, sottolineando in particolare alcuni aspetti:

– l’intervento sulle cure primarie deve essere un  intervento globale basato su una nuova visione del territorio e sulla sua organizzazione; con l’organizzazione deve cambiare anche la  mentalità e la cultura  professionale, i compiti e le funzioni di ogni operatore. “Non si può cambiare l’organizzazione pensando di fare le stesse cose di ieri”;

– nel territorio si dovrà determinare un assetto  organizzativo che strutturi fisicamente l’assistenza, garantendo la presa in carico e la continuità assistenziale orizzontale nelle 24 ore, e verticale per i diversi livelli di assistenza necessari al cittadino. Questo, secondo la Fp Cgil Medici, può garantire anche  lo sgravio burocratico al medico e fornirgli gli  adeguati strumenti necessari a fornire un’assistenza di qualità;

– per i medici di famiglia è necessario conservare il  rapporto di fiducia con il cittadino sulla base della libera scelta, ma è oggi  necessario renderlo medico anche di quel territorio e non solo del paziente;

–    per il 118, va risolta l’ambiguità normativa che  per un verso ci porta alla commistione di medici che fanno il 118 con contratto da dipendente accanto a medici che fanno lo stesso lavoro con convenzione, e però altro lascia indistinti i titoli necessari per accedere a questa attività. E infatti nelle Regioni troviamo le soluzioni più disparate;

–    per i medici di guardia medica abbiamo ribadito la  necessità della loro piena valorizzazione abolendo il servizio di guardia medica oggi noto, che con la sua organizzazione risponde ad un modello di sanità ormai vecchio oltre 30 anni.

di Silvio Campione

Facebook rallenta negli USA, ma continua l’espansione nel mondo

Gli utenti degli Stati Uniti voltano le spalle a Facebook: a maggio circa sei milioni di iscritti non sono entrati a curiosare nella loro pagina personale. È un balzo indietro. Per la prima volta il social network affronta una perdita così ampia negli Usa dove è iniziata la sua espansione. Non sembra un episodio isolato. I dati rilevati attraverso la sua piattaforma pubblicitaria mostrano una riduzione della partecipazione anche in Gran Bretagna, Russia e Norvegia: circa centomila utenti attivi in meno nell’ultimo mese in ognuno dei tre paesi europei.

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Ritratto di un paese che spreca efficienza.

Sono ormai quotidiane le cattive notizie sui giovani, sempre più inabissati nella depressione sociale. Dopo aver appreso dall’Istat del triste record europeo dei Neet ( Not in Education, Employment or Training: 1 giovane su 5 non studia né lavora), del tasso di disoccupazione al 30%, del calo delle matricole all’università, ora costatiamo che l’effetto scoraggiamento coinvolge anche il nostro giovane brain power professionale. Lo dimostra il tonfo a due cifre del numero di esaminati e abilitati per l’accesso alle libere professioni.

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http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-13/ritratto-paese-spreca-efficienza-064621.shtml?uuid=AaAoVNfD