Specialisti sempre più “tecnici” e in pieno ricambio generazionale. Diminuiscono i chirurghi generali e aumentano quelli maxillo-facciali, i chirurghi plastici, i cardiochirurghi e i neurochirurghi. La maggior parte dei camici bianchi con specialità poi è concentrata nelle fasce di età mature: più della metà sono tra i 54 e i 64 anni e il 23% sono “over 65”. E il calo generale di specialisti (-0,36% dal 2000 al 2012) è tutto a carico dei dottori, mentre le dottoresse guadagnano terreno: dal 2000 al 2012 gli specialisti maschi sono diminuiti di 10.900 unità, mentre le donne sono aumentate di circa 11mila.
A tracciare il nuovo identikit dei medici specialisti sono i dati sugli iscritti, aggiornati a novembre, raccolti dal Centro studi della FnomCeo, che li ha pubblicati sul suo periodico «La Professione». Un ritratto aderente alla realtà: negli ultimi dieci anni chi consegue una specialità medica normalmente la esercita, sia per il vincolo del numero chiuso, sia perché i blocchi contrattuali incanalano decisamente le scelte del medico.
Le elaborazioni sui dati FnomCeO sono pubblicate in un ampio servizio su Il Sole-24 Ore Sanità n. 46/2012
Le discipline più giovani sono quelle che hanno forze al di sotto dei 55 anni. Ma sono solo cinque specialità ad avere più della metà dei medici “under 54”: biochimica clinica (63%), chirurgia maxillo-facciale (61,2%), genetica medica (58,2%), cardiochirurgia (54,7%), chirurgia plastica e ricostruttiva (50,4%). Specialità di recente attivazione e molto settoriali, che rispecchiano il passaggio di questi ultimi venti anni dall’approccio macro-invasivo a quello mini-invasivo.
Le specialità emergenti. Due le categorie di specialità che mostrano un aumento negli ultimi dodici anni: quelle che hanno registrato una massiccia e fisiologica perdita di medici per raggiunti limiti di età e le “nuove” specializzazioni. Il portabandiera delle prime è la radioterapia: su 1.610 specialisti, ben 1.012 sono “over 69” e per questo negli ultimi dodici anni l’incremento dei nuovi specialisti raggiunge il 36,42%. La genetica medica e la chirurgia maxillofacciale sono invece l’emblema delle nuove specializzazioni: dal 2000 l’aumento della prima è del 17,54%, con la maggior parte dei medici concentrata nelle fasce più giovani; quello della seconda, in cui sono praticamente inesistenti i professionisti con oltre 64 anni (26 medici su 675), è pari al 14,33%. In “equilibrio” tra giovani e anziani è l’anestesia e rianimazione: il 38,5% di medici ha tra 54 e 64 anni, il 38,9% è al di sotto dei 54 anni e la crescita di iscritti è del 9,79%, dopo l’allarme lanciato negli anni scorsi sulla carenza di questo tipo di specialisti che rischiava di paralizzare le sale operatorie.
Le specialità “a rischio”. A “perdere” di più dal 2000 al 2012 è l’odontostomatologia, ma è un dato che potrebbe trarre in inganno: è una disciplina praticamente a esaurimento perché composta dai “vecchi” medici-dentisti, oggi sostituiti dagli odontoiatri. Più significativo, nella classifica ideale delle perdite di professionisti specializzati, è il “secondo posto” degli pneumologi (-8,87%), seguiti dai gastroenterologi (-6,84%) e dai pediatri (-5,95%). Si tratta infatti di specialità sensibili, il cui calo incide di più sull’assistenza. I pediatri, in particolare, non solo diminuiscono ma sono in maggior parte concentrati tra i 54 e i 64 anni: la professione necessiterebbe a questo punto di una revisione della programmazione, necessaria a scongiurare il fenomeno, già in atto, di una presenza sul territorio a macchia di leopardo. Discorso in parte valido anche per i medici di medicina generale, anche se il loro calo, ricorda ancora Benato, nei prossimi anni andrà analizzato alla luce dei processi di riorganizzazione dell’assistenza primaria. Discorso analogo vale per i cardiologi: calano solo del 2,65%, ma sono in gran parte anziani e quindi prossimi alla pensione. Eppure rappresentano una figura di riferimento per i bisogni di una popolazione che invecchia.
La situazione regionale. Il numero di specialisti e di specialità nelle Regioni (per ogni specialista la media nazionale è di 1,24 specialità, con il massimo di 1,31 in Friuli V.G. e il minimo di 1,16 in Sardegna) segue come incidenza sul totale dei medici l’andamento geografico Nord-Sud. Il massimo di specialisti è in Liguria, dove hanno il titolo oltre il 71% dei dottori, seguita dal 61% circa dell’Emilia Romagna, mentre il minimo è il 39% in Sicilia seguita dal 41% in Puglia.
Le specialità in rosa. Le donne crescono in tutte le specialità, nessuna esclusa, ma in alcune è un vero boom: anestesia e rianimazione 1.131 in più dal 2000 al 2012, psichiatria 783, radiodiagnostica 780, medicina interna 561.
Tuttavia non sempre riescono a compensare il calo dei maschi. In pediatria a esempio, a fronte di una riduzione in dodici anni di 1.459 uomini, le dottoresse aumentano solo di 327 unità. Così anche in igiene e medicina sociale dove i maschi in meno sono 964 e solo 136 donne in più, in cardiologia dove i dottori in meno sono 946 e le dottoresse in più 535 e in ginecologia: -923 maschi, +609 donne.
Al Policlinico Gemelli impiantato il primo cuore artificiale. Tecnologia e Medicina a difesa della salute. @drsilenzi
L’intervento, svolto su un uomo affetto da una grave malattia cardiaca e ricoverato in rianimazione in condizioni critiche e senza ormai nessuna possibilità di cura, si deve all’equipe del cardiochirurgo Massimo Massetti, un “cervello” rientrato in Italia dopo anni di carriera all’estero.
07 DIC – Anche al Policlinico “A. Gemelli” di Roma ha cominciato a pulsare il primo cuore artificiale: è stato impiantato a un uomo di 64 anni affetto da una grave malattia cardiaca (Cardiomiopatia Dilatativa Idiopatica) e ricoverato in rianimazione in condizioni critiche e senza ormai nessuna possibilità di cura.
L’intervento è stato eseguito presso il Dipartimento di Scienze Cardiovascolari grazie alla collaborazione tra l’équipe del professor Filippo Crea e quella del professor Massimo Massetti, rispettivamente a capo della Cardiologia e della Cardiochirurgia del Policlinico Gemelli.
Il paziente dopo l’intervento chirurgico, avvenuto a ottobre, e un breve periodo di degenza post-operatoria è stato trasferito in un centro di riabilitazione cardiologica con esperienza nei soggetti portatori di cuori artificiali. Attualmente le sue condizioni cliniche sono in netto miglioramento e nei prossimi giorni verrà dimesso per ritornare al suo domicilio in una regione del Centro Italia.
Con questo primo intervento il Gemelli avvia un programma che prevede l’impianto di altri cuori artificiali ad altri pazienti che non sono curabili altrimenti facendo partire un programma multidisciplinare per la cura dei pazienti affetti da grave insufficienza cardiaca, una condizione che caratterizza, purtroppo, la fine del percorso di molte malattie come l’infarto, le disfunzioni valvolari o le malattie stesse del muscolo cardiaco.
“Il Policlinico Gemelli – ha spiegato Massimo Massetti – ha pianificato un progetto ambizioso inerente il percorso clinico del paziente affetto da insufficienza cardiaca. Molti specialisti tra i quali Cardiologi, Cardiochirurghi, Anestesisti e Rianimatori, Internisti e Geriatri lavorano insieme intorno alle problematiche del paziente, esprimendo una sinergia d’eccellenza. In questo contesto è stato avviato il programma che prevede l’impianto di cuori artificiali nelle gravi insufficienze d’organo che non rispondono alle terapie convenzionali”.
Il cuore artificiale impiantato, denominato Jarvik 2000, è una pompa in titanio della grandezza di una pila torcia e del peso di 90 grammi. L’energia che lo fa funzionare è fornita da una batteria esterna attraverso un cavo elettrico collegato a uno spinotto fissato dietro l’orecchio. Un’apparecchiatura poco ingombrante e facile da utilizzare, anche per i pazienti più anziani. Dopo l’impianto del cuore artificiale i pazienti possono lavorare, guidare l’auto, fare la doccia e il bagno in piena sicurezza. Anzi, la qualità della vita dei pazienti che si avvalgono di questo cuore artificiale, dopo 9 mesi dall’intervento, è paragonabile a quella di persone non cardiopatiche di pari età e sesso.
In Europa ogni anno si fanno circa 600 impianti. Con circa 400 impianti, la Germania è il Paese europeo leader tra gli utilizzatori di questi dispositivi, seguito a distanza da Francia (100 impianti) e Inghilterra (20).
In Italia mediamente vengono impiantati tra 60 e 80 dispositivi della “famiglia” cui appartiene Jarvik 2000, dispositivi chiamati LVAD – Left Ventricular Assist Device. “Il dispositivo utilizzato al Gemelli, che presenta vantaggi importanti per la qualità di vita del paziente, viene utilizzato in 20-25 casi all’anno quasi sempre come destination therapy – spiega il professor Massetti – , ovvero come cura e non come dispositivo ponte in attesa di trapianto”.
“La tendenza è che si avrà sempre più domanda di organi – conclude il cardiochirurgo Massetti – a causa dell’invecchiamento della popolazione e della diffusione delle malattie cardiache, a fronte di donazioni che continuano a diminuire. Non si tratta di una dinamica che nasce soltanto dalla mancanza di cultura della donazione, ma è dovuta soprattutto all’invecchiamento dell’età dei donatori, da cui conseguono maggiori difficoltà nell’utilizzabilità dei cuori. In questo contesto, i dispositivi di assistenza ventricolare rappresentano una valida alternativa al trapianto di cuore, il cui programma in Italia ha già raggiunto livelli di eccellenza”.
Monti e la Sanità sostenibile (di
All’ennesima ondata di retorica di distrazione di massa sui caccia bombardieri ho sbottato. Ma perché dobbiamo sempre parlare d’altro? Oggi Mario Monti ha fatto delle dichiarazioni molto precise e le ha fatte su un tema che in un anno di governo non aveva messo ancora in agenda: la sanità. Lo ha fatto oggi in occasione di un convegno a Palermo in videoconferenza:
“Abbiamo la consapevolezza di vivere un momento difficile. La crisi ha colpito tutti e ha impartito lezioni a tutti. E’ importante riflettere sulle lezioni impartite dalla crisi. Il campo medico non è un’eccezione. Le proiezioni di crescita economica e quelle di invecchiamento della popolazione mostrano che la sostenibilità futura dei sistemi sanitari – incluso il nostro servizio sanitario nazionale, di cui andiamo fieri e di cui il Ministro Balduzzi, che tanto incisivamente lavora per migliorarlo ulteriormente, è giustamente fiero – potrebbe non essere garantita se non si individueranno nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni.
Immediate e pronte le reazioni sconcertate da destra, da sinistra, dalle categorie. Tutti a stracciarsi le vesti per difendere la sanità, pubblica e universalistica. Ma nella sostanza pochi dicono o fanno capire le cose come stanno.
La sanità è la prima voce di bilancio delle regioni. Ad integrazione dei finanziamenti locali arriva ogni anno una quota dal servizio sanitario nazionale. Questa quota verrà tagliata pesantemente e in modo “lineare” da quanto stabilito nella finanziaria Tremonti dell’estate 2011 (quella dello spread, proprio quella lì).
E sapete perché? Perché le Regioni non hanno trovato o (maliziosamente) non hanno voluto trovare un accordo.
Si intuisce infatti che si sia saldata una santa alleanza tra quelle virutose del centro nord, non importa se leghiste, di centro sinistra o di centro destra. L’importante è fare affondare quelle del sud nel loro dissesto. Noi ci teniamo il poco dove qualcosa funziona, o, come dice oggi Zaia, governatore veneto: “Monti pensi piuttosto al buco nero del sud”.
Ma il nodo della questione è un altro: che cos’é un modello innovativo di finanziamento, citato dal ministro Balduzzi nel “comunicato parafrasi” delle parole di Monti e nella successiva smentita del primo ministro stesso?
Il nodo della questione è lì: visto che di ticket non può trattarsi, stiamo parlando della stipula di assicurazioni private? Ci sono le condizioni in un sistema come quello italiano?
Oppure si sta pensando a forme integrative di sanità sul modello delle casse mutua delle categorie?
E come verranno reinvestiti i proventi di questo tipo di modello integrativo?
A tal proposito sulla cassa mutua della categoria a cui appartengo avrei giusto da dire due o tre cose. Mi limito a un paradosso: ho avuto la sfortuna di spaccarmi tre denti qualche mese fa: due sopra e uno sotto. I due sopra me li sono pagati di tasca mia, quello sotto me l’ha passato la cassa mutua. E non ho di certo uno stipendio da redattore ordinario. Però la cassa la pago e pure l’integrazione.
Capite dunque che la retorica dei caccia bombardieri non ci fa capire come stanno veramente le cose?
Ma per molti, anche nella nostra professione questi sono ancora argomenti troppo tecnici. Peccato che riguardano così tanto la vita delle persone.
Lazio. Il Gemelli dopo i tagli di Bondi: “Servizi a rischio e stop agli investimenti”
I decreti del commissario straordinario prevedono per il Policlinico romano un taglio complessivo di 29 mln di euro sul budget 2012. Il Dg Guizzardi: “Stiamo accumulando debiti da fornitori che ad un certo punto non riusciremo più a sopportare e questo punto si sta avvicinando”.
29 NOV – È allarme rosso al Policlinico Gemelli di Roma dopo i due decreti (n.348 e n. 349) adottati dal commissario per il debito del Lazio, Enrico Bondi che prevedono, nonostante il precedente e recente accordo raggiunto il 14 settembre con la Regione (il budget era stato fissato a 529 mln), un ulteriore taglio sul budget quantificabile in 29 milioni di euro (che equivalgono a circa il 30% dei tagli previsti per tutte le strutture sanitarie accreditate del Lazio). Di questi tagli circa 5 milioni riguardano le funzioni per l’Emergenza e per il Pronto soccorso senza riduzione delle prestazioni erogate.
La prima questione che hanno evidenziato i responsabili riguarda la decisione, assunta dai decreti, di assimilare il Gemelli ad altre strutture più piccole e private. “Indistintamente il Gemelli e’ stato messo allo stesso livello di strutture più piccole ed è stato investito da provvedimenti non negoziabili”, ha dichiarato Marco Elefanti, Direttore Amministrativo Università Cattolica del Sacro Cuore.
Critico anche Rocco Bellantone, Preside della Facolta’ di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per cui “il Gemelli esiste per le istituzioni quando vengono richieste determinate prestazioni, che evidentemente vengono richieste perché il Gemelli e’ una struttura simbolo insostituibile per la Regione Lazio. Poi però quando si tratta di sostenerlo a livello economico, il Gemelli non viene considerato”.
Duro anche il commento del Dg Maurizio Guizzardi: “Siamo amareggiati, soprattutto perché avevamo avviato in piena autonomia un percorso di razionalizzazione che prevede risparmi nell’ordine di 70 mln di euro entro il 2014 in collaborazione con la Regione con cui avevamo stipulato un accordo di reciproco impegno, senza dimenticare gli sforzi fatti da tutto il personale. Noi lo stavamo mantenendo, ma con questa nuova ondata di tagli, siamo sull’orlo del precipizio”. Ma il problema, è anche molto più ampio, perché il Gemelli vanta circa 800 mln di crediti nei confronti della Regione e per far andare avanti la struttura deve indebitarsi.
“Stiamo accumulando debiti da fornitori e banche – ha evidenziato il Dg – che ad un certo punto non riusciremo più a sopportare e questo punto si sta avvicinando”. In ogni caso, il Policlinico non intende intaccare l’offerta di salute. “ Noi continueremo a garantire l’assistenza finché potremo, perché questa è la ‘mission’ del Policlinico, ma le istituzioni devono rendersi conto che se chiudiamo sarà un disastro con pesanti ricadute su tutta la sanità regionale e non solo. Una situazione inimmaginabile”.
“Ancora una volta – hanno specificato i repsonsabili del Policlinico -, piuttosto che intervenire sulla programmazione sanitaria regionale al fine di garantire il diritto alla salute dei cittadini in un quadro di sostenibilità economico finanziaria del sistema, si è deciso a tavolino di intervenire con tagli lineari per giunta fatti in via retroattiva. Questi interventi vanno a colpire pesantemente il Policlinico Gemelli di cui va ribadito il ruolo e le funzioni pubbliche che svolge per il Servizio sanitario nazionale e regionale e che offre gratuitamente assistenza senza fare selezione di pazienti sulla base della redditività delle patologie e senza calcoli di remunerazione dei casi da trattare. Il Gemelli, quale policlinico universitario non statale, svolge cioè un servizio identico a quello delle strutture pubbliche di pari alta complessità. E il comportamento della Regione Lazio rischia di compromettere, fino a vanificarli, gli sforzi che il Gemelli, insieme a tutto il personale, sta facendo con l’attuazione del Piano strategico per ristrutturare i propri processi e contenere i costi al fine di raggiungere l’equilibrio economico entro i prossimi due anni e mantenere gli elevati standard assistenziali a beneficio di tutti i cittadini”.
Per il momento la dirigenza dell’ospedale ha fatto sapere di non voler tagliare le prestazioni ma, probabilmente i decreti del commissario per la Sanità del Lazio verranno impugnati. In ogni caso, per i responsabili del Policlinico i tagli vogliono dire una brusca frenata dal lato degli investimenti e dell’innovazione. “Come conseguenza di del taglio ulteriore sul budget non sarà possibile aprire attività già programmate proprio con la Regione, come per esempio il potenziamento dell’Unità di Terapia Intensiva Neonatale, in quanto ciò comporterebbe un aumento dei costi insostenibili da parte dell’ospedale”.
Sanità: le risorse ci sono, ma servono a coprire i debiti e gli sprechi
Il rapporto Sic 2011 mostra che negli ultimi dieci anni la spesa sanitaria è cresciuta del 60 per cento, ma a beneficiarne non sono stati i cittadini
Aumentano le risorse del Servizio sanitario nazionale, ma non a vantaggio dei cittadini, ma per coprire le spese degli sprechi e delle inappropriatezze. Una gravità enorme che sta mettendo a serio rischio in Italia il diritto della tutela della salute. È quanto è emerso dal compendio Sic Sanità 2011 presentato a Roma da Federanziani presso il Senato della Repubblica.
Negli ultimi dieci anni, a fronte di un aumento della spesa sanitaria di ben il 60 per cento, ovvero da 69,3 miliardi di euro del 2000 a 110,6 miliardi di euro del 2010, i cittadini sono costretti ad acquistare «con i loro soldi il 50% dei farmaci (6,3 miliardi) rispetto alla spesa sostenuta del Servizio sanitario nazionale (12,3 miliardi), mentre la spesa sanitaria procapite nazionale resta quasi invariata negli ultimi 3 anni, da 1.782 euro del 2008 a 1.883 euro del 2010», rileva il Sic 2011.
E ancora. Calano di circa 3,5 milioni in tre anni le giornate di degenza totali, passando da 75,3 milioni del 2008 a 71,9 del 2010, mentre nello stesso periodo sono circa 800 mila i ricoverati in meno (dai 12,1 milioni del 2008 agli 11,2 milioni del 2010), tanto che il presidente di Federanziani, Roberto Messina, si è chiesto «se ci si ammala di meno o se ci sia a disposizione una medicina miracolosa».
Tra i più significativi sprechi rilevati dal Sic 2011, «indignano gli sprechi elevati nei centri di trapianti, che sono 50 dislocati su tutto il territorio nazionale, con una media annuale di poco più di 60 trapianti per centro. Appare un inutile spreco – rileva ancora il Compendio – la presenza di ben 5 centri di trapianti nel Lazio, quasi come centri trapianti di quartiere, tutti peraltro nella sola città di Roma».
Il Sic 2011 evidenzia, tra le poche note positive, in un quadro complessivamente preoccupante, l’aumento di ben 523 unità di strutture private accreditate residenziali per anziani (da 3.717 nel 2007 a 4.240 nel 2009).
da HealthDesk
Il nuovo Commissario alla Sanità dell’UE arriva sempre da Malta.
Era stato fortemente contestato da una parte di europarlamentari e da moltissime associazioni internazionali, ma alla fine l’ex ministro maltese ultraconservatore è riuscito a convincere più della metà del Parlamento europeo a dargli fiducia per questa carica. Ora si attende solo la formalizzazione da parte del Consiglio Eu.
22 NOV – Sebbene non fosse del tutto scontato, Tonio Borg l’ha spuntata: il maltese, candidato non senza polemiche a sostituire il commissario alla sanità e ai consumatori, ha l’appoggio dell’Europarlamento per questo ruolo, con 386 voti a favore, 281 contro e 28 astensioni. Presto – non appena il Consiglio Ue formalizzerà la carica e nonostante le numerose opposizioni da parte di associazioni internazionali – coprirà dunque l’importante carica europea.
Chi è Tonio Borg?
Il personaggio è piuttosto controverso: ultraconservatore, dichiaratamente antiabortista, fermamente contrario ai diritti delle persone omosessuali e feroce antagonista del divorzio, fino a ieri era Ministro degli Esteri di Malta.
Qualche anno fa Borg era stato “denunciato” da Amnesty International per le sue politiche di espulsione dei rifugiati e nei centri di detenzione per stranieri, nonché al centro dello scandalo per il respingimento del barcone di cittadini eritrei che aveva poi portato alla morte di 75 persone. Per l’atteggiamento sulla questione dei migranti il maltese aveva ricevuto forti critiche e condanne anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Precedentemente, come ministro dell’Interno di Malta, aveva tentato di far inserire il divieto di aborto direttamente nella Costituzione, quando ad oggi è ‘solo’ una legge: l’isola è infatti l’unica nazione in Europa oltre a Città del Vaticano a non permettere l’aborto in nessun caso – neanche se vita della madre è a rischio – pena la detenzione da 18 mesi a 3 anni.
L’appoggio dell’Europarlamento
Nonostante le controversie, dopo le dimissioni di John Dalli, avvenute in seguito allo scandalo per una inchiesta sulla presunta estorsione ai danni di una società svedese del tabacco, Borg ha avuto l’appoggio del Partito popolare europeo (Ppe, principale gruppo politico al parlamento), dell’Ecr (conservatori e riformisti, nato nel 2009 da una costola del Ppe ), del presidente delle Commissione, José Manuel Barroso e di parte dei socialdemocratici (S&D).
L’opposizione e la manifesta preoccupazione espressa sia da liberali (Alde, terzo gruppo al parlamento europeo), Verdi e Gue/Ngl (Sinistra unita), che da associazioni come Amnesty International e International Planned Parenthood Federation – ma anche le italiane Certi Diritti, Gruppo Luna, Arcilesbica, Torinolaica e Aidos – non sono dunque riusciti a fermare la candidatura del maltese, che ha strappato l’appoggio della maggioranza dell’Europarlamento.
Cosa ha convinto e cosa no?
Anche prima di oggi, Borg non sembrava troppo preoccupato di non riuscire ad ottenere l’approvazione. Anzi, si era dimostrato molto sicuro di sé già nel corso dell’audizione al Parlamento europeo della scorsa settimana, nella quale eurodeputati e attivisti avevano potuto ascoltare le sue idee sui temi per i quali erano più preoccupati, come diritti di donne, soggetti Lgbt e migranti.
Riguardo alle sue idee sull’aborto, il neocommissario aveva dichiarato in quell’occasione che pur essendo lui contrario all’interruzione di gravidanza, questo non è uno dei campi di competenza degli Stati membri dell’Ue. Altrettanto tranquillizzante voleva essere la dichiarazione sulle discriminazioni: il politico aveva infatti affermato con fermezza di disapprovarne qualsiasi forma. Eppure, appena tre anni fa – quando ancora era un esponente del governo di Malta – aveva affermato altrettanto fermamente come il Partito Nazionalista di cui faceva parte non avesse alcuna intenzione di tutelare i diritti delle coppie omosessuali.
Le polemiche continuano
Le dichiarazioni rilasciate nei giorni precedenti all’approvazione, insomma, non avevano convinto tutti. Nonostante questo l’ok del Parlamento europeo è arrivato.
Ad oggi però le stesse preoccupazioni già sollevate rimangono, sia tra le associazioni che tra gli europarlamentari. “Il curriculum politico di Borg dimostra come le sue convinzioni abbiano una forte influenza su come agisce in politica, dunque nonostante le rassicurazioni che ha tentato di darci nel corso dell’audizione siamo ancora contrari a quest’elezione”, ha commentato Irene Donadio, portavoce di Planned Parenthood. Della stessa idea anche Chris Davies, parlamentare europeo per conto dei Liberal democratici inglesi: “La decisione è stata presa, ma non possiamo astenerci dal commentare che non siamo d’accordo – ha detto il politico – soprattutto perché non crediamo che Borg possa essere la persona giusta per occuparsi di questioni cruciali per la salute pubblica come la prevenzione dell’Hiv, o la ricerca sulle cellule staminali”.
Laura Berardi da QuotidianoSanità.it
“Avvento di Carità Titti”
Inoltro alla comunità del web questo messaggio/appello di Don Marco Ceccarelli, monsignore, amico e soprattutto brava persona attenta al prossimo. Questa nobile causa ha tutto il mio sostegno personale e pertanto vi invito ad aderire e diffondere l’iniziativa:
Carissimi amici,
Mi rivolgo a voi tutti per mettere alla vostra attenzione un problema serio che sta vivendo una mamma che ha perso il suo marito e che ora ha la responsabilità di far crescere i suoi quattro figli. Il più grande ha 18 anni. Questa famiglia è da me conosciuta ed è chiaramente in difficoltà.
Mi rivolgo a voi perché sto organizzando una colletta per aiutarla almeno a superare il problema della sua casa (estinguere il mutuo avendo problemi con la banca).
È un’opera di carità che vi chiedo. Non vi nascondo che sto cercando 30.000 euro.
Vi lascio le coordinate de mio conto Ceccarelli Marco
IBAN IT28 A076 0103 2000 0000 2859 561 con la causale “Avvento di Carità Titti” (il nome della Signora in questione).
Grazie di cuore per quanto ciascuno con un gesto piccolo e semplice potrà fare. Dio vi benedica
don Marco
Sanità: non solo spesa ma volano di sviluppo, da studio scenari futuri Italia e Ue
Roma, 19 nov. (Adnkronos Salute) – Un’analisi sulle possibili evoluzioni della sanità italiana in rapporto a quella degli Stati europei, volta a promuovere il confronto tra decisori politici, industria farmaceutica, ricercatori, operatori sanitari e pazienti. Un ambito nel quale il nostro Paese potrebbe giocare un ruolo di primo piano. Su questa prospettiva però pesa l’incognita della crisi e della capacità della politica di reagire recuperando il gap che il nostro Paese ha accumulato rispetto agli altri Paesi fondatori dell’Unione. In questo contesto la sanità potrebbe giocare un ruolo di traino perchè non solo voce di spesa, ma opportunità di investimento e sviluppo. E’ quanto emerge dalla pubblicazione ‘Il futuro del Servizio sanitario in Europa e in Italia. I Report di Economist e Ceis Tor Vergata’, elaborata da tre partner d’eccezione: Ceis – Centre for Economic and International Studies dell’Università Tor Vergata di Roma, Il Sole 24 Ore Sanità e Janssen Italia.
Diversi i fattori rilevabili in tutto l’Occidente industrializzato che giocheranno un ruolo nell’evoluzione dell’assistenza sanitaria in Europa – indicano gli esperti – come il progressivo invecchiamento della popolazione, l’aumento della cronicità e la diminuzione delle risorse disponibili, economiche ma non solo. È su questa base che il Rapporto realizzato dall’Economist Intelligence Unit e l’indagine del Ceis coordinata da Federico Spandonaro, analizzano le sfide che i sistemi sanitari europei, e in particolare quello italiano, sono chiamati ad affrontare.
L’Economist ha avviato la propria riflessione individuando 7 trend destinati ad assumere – nei prossimi 20 anni – un peso sempre più importante e a incidere fortemente sull’evoluzione dei servizi sanitari in Europa: la progressiva crescita della spesa sanitaria, la razionalizzazione dell’assistenza sanitaria, la maggiore importanza dei medici di medicina generale e delle politiche di prevenzione attraverso una più efficace promozione degli stili di vita salutari, maggiori e più trasparenti informazioni sanitarie, pazienti sempre più consapevoli e protagonisti, meno burocrazia e maggiore liberalizzazione delle professioni sanitarie.
L’Economist ha quindi delineato 5 scenari: il trionfo della tecnologia nella cura delle malattie croniche e l’e-health che assume un ruolo preminente nella gestione delle cure sanitarie; gli Stati europei che uniscono le proprie forze per creare un unico servizio sanitario pan-europeo; la promozione di sani stili di vita e le politiche di prevenzione diventano prioritarie rispetto alla cura delle malattie; i servizi sanitari europei che si focalizzano sui soggetti più vulnerabili della società, dove il concetto di vulnerabilità si allarga fino a includere interi Paesi dell’Europa dell’Est con basse aspettative di vita; gli Stati europei privatizzano tutte le cure e le prestazioni sanitarie, compreso il loro finanziamento.
Il Ceis ha elaborato le possibili evoluzioni del sistema sanitario italiano considerando trend e i fattori maggiormente caratterizzanti il nostro Paese: primo fra tutti una popolazione tra le più anziane del mondo, ma anche un Ssn universalistico con forti resistenze a modificare gli attuali criteri di equità e il sistema di finanziamento, l’assenza di un pilastro assistenziale privato. Dall’analisi emerge – in particolare in due degli scenari dipinti dall’Economist (‘Il trionfo della tecnologia’ e ‘Prima di tutto il benessere’) – che l’Italia potrebbe ricoprire un ruolo di leadership nell’evoluzione della tutela della salute in Europa.
“Il futuro del Servizio sanitario in Europa e in Italia. I Report di Economist e Ceis Tor Vergata’ è la prima pubblicazione di una collana chiamata ‘Sanità: scenari, prospettive’. Il prossimo numero sarà dedicato a un’ulteriore riflessione sui contenuti emersi dal lavoro del Ceis, coinvolgendo nel dibattito nuovi interlocutori che possano, con il loro apporto, arricchire l’analisi e le proposte del primo documento. “L’obiettivo – ha dichiarato Massimo Scaccabarozzi, presidente e amministratore delegato di Janssen Italia – è quello di continuare a stimolare il dibattito sul futuro del nostro Servizio sanitario, con aggiornamenti biennali, grazie alla creazione di un ‘think tank’ permanente, che esuli dal contingente e che possa contribuire allo sviluppo della sanità del futuro”.
Sicch, giovani cardiochirurghi disoccupati o emigranti
La mancanza di programmazione e il riverbero della riduzione dei costi in tutto il comparto sanitario aprono un nuovo spaccato di disoccupazione in ambiti fino ad ora inusitati. Il risultato è che per un giovane specializzato in cardiochirurgia l’Italia è divenuta inaccessibile professionalmente. Dalle stime, presentate nel corso del XXVI Congresso Sicch – Società italiana di chirurgia cardiaca, emerge la necessità negli ultimi 5 anni di 1 specialista ogni 3.000.000 di abitanti, ma le università italiane ne continuano a “preparare” 3 volte tanto. «I circa settanta specializzati che ogni anno tentano di accedere ai reparti di cardiochirurgia sono bloccati dal fatto che i loro colleghi più anziani non riescono ad andare in pensione e dal blocco delle assunzioni nel pubblico, effetto dei tagli alla spesa sanitaria» sottolinea Elena Caporali membro Junior del Consiglio Direttivo della Sicch. «Anche se da quest’anno il numero di posti in specialità è sceso a poco più che 50, grande parte di questi giovani colleghi sono destinati alla disoccupazione». Con l’eccesso di offerta di posti in specialità rispetto alla prospettive di assunzione può capitare anche che la specializzazione in cardiochirurgia venga utilizzata come un ammortizzatore sociale: un giovane aspirante cardiochirurgo iscrivendosi alla specializzazione ottiene uno stipendio per 5 anni. Al termine di questo percorso se, come spesso accade non viene assunto, intraprende o una strada di precariato di guardie notturne sottopagate o poco attinenti alla propria specialità, oppure intraprende la strada di una nuova specializzazione. Così può accadere che un cardiochirurgo disoccupato si specializzi in anestesia e quindi in igiene. Inoltre i giovani specializzati lamentano una carenza della formazione italiana rispetto allo standard europeo sia dal punto di vista delle tecniche chirurgiche sia della pratica ospedaliera. Per questo molti valutano l’idea di intraprendere la professione cardiochirurgica all’estero. «Non è un problema andare all’estero» spiega Daniela Manzone, neospecialista in cerca di lavoro in Italia, «anzi nonostante le difficoltà logistiche e linguistiche l’offerta è professionalmente di qualità. Fa solo rabbia lasciare l’Italia per carenze organizzative del sistema e per l’assoluta incapacità, spesso sospetta di formare e sostenere i futuri cardiochirurghi, non adeguata alla standard europeo richiesto».
Malati di Sla, “eutanasia di stato”. Il 21 in piazza senza respiratori
Il giorno 21 novembre 2012 davanti al Ministero dell’Economia, alcuni malati in carrozzina, con tracheostomia, si presenteranno senza ventilatore polmonare di scorta, dopo 5-6 ore si scaricheranno le batterie e moriranno per soffocamento”: ad annunciare la notizia, nella tarda serata di ieri, è Salvatore Usala che, raggiunto in mattinata da Redattore Sociale con la notizia dell’emendamento, prometteva nel pomeriggio “un comunicato esplosivo”, definendo l’emendamento “una provocazione, un insulto, un’elemosina. Loro vogliono dare 200 milioni indifferenziati per tutte le disabilità – scrive a Redattore Sociale – la ripartizione fra le regioni sarebbe un brodino solo per i loro bilanci. Per meno di 400 milioni finalizzati per le gravissime disabilità secondo l’incidenza, ci lasciamo morire”.
Poche ore dopo, il comunicato ufficiale conferma la notizia, aprendo con una digressione storica che vale da premessa : “Hitler pianificava la razza pura, l’eliminazione dei diversi, i disabili venivano usati come cavie. Sono passati 70 anni, la società moderna si è evoluta, ma l’emarginazione continua. I disabili gravissimi continuano a morire nel più assordante silenzio istituzionale. Il Governo non usa certamente metodi hitleriani – continua – ci mancherebbe, ma l’abbandono di una politica sociale produce effetti devastanti: le persone disabili e sane si lasciano morire, una vera eutanasia di stato”. Poi, riferendosi alla recente visita che ha ricevuto da parte dei ministri Fornero e Balduzzi, e che ha determinato la sospensione del primo sciopero, commenta: “Oggi la comunicazione è sofisticata, i Ministri vanno a casa degli scioperanti, si impegnano, promettono di scrivere, fanno dichiarazioni da Città del Messico, concordano elemosine. I partiti sono impegnati con le primarie, con la riforma elettorale anti Grillo, con i saldi di bilancio. Sembra una partita a scacchi, ma tutti dimenticano la disperazione, la solitudine, la vita delle persone”. Quindi, il commento della notizia del giorno: di fronte a una situazione in cui “ogni anno in Italia muoiono 1000 persone che rifiutano la tracheostomia per l’abbandono dello stato”, l’emendamento concordato in Commissione Bilancio con i relatori per la non autosufficienza di 200 milioni non finalizzati, generici” suona come “un’elemosina, un insulto, una vergogna”.
Usala passa quindi a suggerire il testo dell’emendamento che potrebbe rispondere ai bisogni dei malati: “Del presente fondo, 400 milioni sono riservati all’incremento del fondo di cui all’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, finalizzato al finanziamento dell’assistenza domiciliare delle persone gravemente non autosufficienti, bisognosi di assistenza vigile 24 ore su 24 con Piani Assistenziali Individualizzati (PAI). Tali PAI dovranno essere cofinanziati dalle Regioni con almeno il 30% dell’importo. Dovranno essere rapportati al livello di stadiazione. Il riparto fra le Regioni avverrà in base all’incidenza e non alla popolazione”. E poi riflette: “Non trovate 400 milioni per la vita ma spendete miliardi in armamenti, ponti fantasma, sprechi sanitari, corruzioni, ostriche e cenette, appalti truccati. Non mi si dica che è responsabile Monti, Grilli, Fornero o Balduzzi: le leggi le fa il Parlamento, sfiduciatelo se non vi sta bene! I 400 milioni vanno trovati in maniera strutturale. Non vi basta lo sciopero della fame? Volete il morto in diretta TV? Sarete accontentati! Noi non siamo ministri o politicanti, abbiamo una parola, un impegno, una dignità interiore.” Il comunicato si conclude con una replica alle critiche di chi, come Mario Melazzini, prende le distanze dallo sciopero: “Non è un ricatto, come dice l’assessore alla Sanità della Lombardia, nonché ex Presidente di Aisla, è un diritto costituzionale dovuto. Vogliamo vivere nella nostra casa, attorniati dai nostri cari, rifiutiamo le Rsa, che sono lager in mano a sporchi affaristi che costano 90 mila euro l’anno: a noi ne basta un terzo”.


