Cerca

Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

Lingua e medicina: 10 questioni

Per nessun sapere come per la medicina la parola è tanto importante.
Lo scrive Luca Serianni, storico della lingua della Sapienza di Roma, in una sua importante pubblicazione sul linguaggio medico (Un treno di sintomi, Milano, Garzanti, 2005).
È da affermazioni come queste che si evince la matrice profondamente umanista del sapere medico, che intrattiene con la lingua un rapporto da sempre strettissimo. Sono infatti vincolati all’espressione linguistica la relazione di cura, la nomenclatura tecnica sia classificatoria che descrittiva, i neologismi medici e il loro migrare nel vocabolario comune (studi recenti hanno mostrato come la terminologia medica sia il linguaggio settoriale che maggiormente ricorre nella lingua standard, quella di tutti), la divulgazione scientifica, il rapporto così frequente tra medicina e letteratura (si pensi al linguaggio medico usato da Dante nella Commedia: tico «tisico», idropesì, omor «umore»; ma ancor prima da Joacopone da Todi nella sua straordinaria O Segnor per cortesia che in dieci quartine espone una rassegna di patologie che rappresentano un documento importantissimo per il sapere medico medievale), i medici letterati e i romanzieri che scrivono di medicina, le patologie psichiche che hanno un sintomo primario nel linguaggio.

Ed è la lingua a segnare in medicina ogni cambiamento di paradigma, dalla scienza medica di Guglielmo da Saliceto, che si distingue non soltanto per le novità lessicali ma anche per le strategie stilistiche che mutano in relazione alla materia trattata, alla rivoluzione di Vesalio, che nel De humani corporis fabrica, pubblicato a Basilea nel 1543, opera un radicale rinnovamento della terminologia anatomica, sino agli anglismi che caratterizzano la medicina d’oggi.

Passando dalla medicina alla clinica, per quanto concerne il rapporto strettissimo tra patologia e lingua, la psicopatologia del linguaggio è oggi un ambito di ricerca problematico, e questo a partire dai termini implicati: “psicopatologia”, che viene usato ormai internazionalmente per indicare oggetti, settori e pratiche diverse e inassimilabili; “linguaggio”, che appare come un concetto diffratto, astrattizzante e declinabile. A meno di attuare una operazione di rimozione rispetto alla problematicità della definizione univoca degli stessi termini che dovrebbero – quantomeno – tratteggiare il perimetro di un sapere, le ricerche sulle lingue patologiche pongono a priori alcune questioni euristiche. Ne cito soltanto alcune:

1) quale punto di vista adottare rispetto al concetto stesso di lingua patologica? Considerarla una grammatica ‘a parte’, la cui devianza va misurata attraverso il confronto/riscontro con gruppi di controllo normotipici o, fenomenologicamente, una forma d’espressione la cui organizzazione va decriptata e compresa al netto dei termini di paragone?

2) quale uso fare delle diagnosi? decidere in buona sostanza di ignorarle e derivare classi diagnostiche ‘seconde’ e trasversali dal sintomo linguistico? usarle come indicatori forfettari o invece come classificazioni in toto fededegne rispetto all’espressione linguistica?;

3) considerare il rischio che alcune terapie farmacologiche incidano sull’espressione linguistica invalidando o relativizzando i risultati delle ricerche o ignorare la questione?;

4) da dove e come derivare i testi oggetto di studio? preferibilmente da materiali d’archivio o piuttosto da indagini sul campo e, in questo secondo caso, come concretamente procedere, quale setting predisporre per il dialogo, quale il discorso?;

5) nel caso si sottopongano questionari ‘a distanza’, è produttivo che il linguista che si occupa di psicopatologia del linguaggio non conosca i pazienti, – banalmente – non parli con loro?;

6) è plausibile che il linguista che si occupa di psicopatologia del linguaggio, anche lavorando in consorzio con medici, ignori la medicina, almeno nella specificità della patologia che indaga?

7) è vantaggioso che non abbia fatto ‘vita di reparto’ ignorando le condizioni reali da cui i materiali linguistici spesso derivano, le dinamiche gruppali che si innescano durante le lungodegenze, ruoli e autorappresentazioni, pensieri e discorsi, e insomma è produttivo – e in quali termini – che operi sui testi ‘da fuori’, in campo sterile? 8) è corretto considerare i testi patologici come oggetti linguistici che non hanno bisogno di una metodologia specifica e unicizzante che da essi derivi?

9) è corretto applicare ai testi patologici una metodologia elaborata a priori?

10) quali sono gli effettivi vantaggi delle indagini ‘a campione’ rispetto all’analisi del ‘caso’?

Tale elenco di questioni centrali a voler domostrare come il rapporto tra lingua, vita, salute è da sempre centrale, come mostra bene Salimbene nella Cronaca n. 1664: «[Federico II] volle sperimentare quale lingua e idioma avessero i bambini arrivando all’adolescenza senza aver mai potuto parlare con nessuno. E per ciò diede ordine alle balie e alle nutrici di dar latte agli infanti […] e con la proibizione di parlare loro. Voleva infatti conoscere se parlassero lingua ebrea, che fu la prima, oppure greca, o la latina, o l’arabica; o se parlassero sempre la lingua dei loro genitori, da cui erano nati. Ma s’affaticò senza risultato, perché i bambini morivano tutti».
A cura di Raffaella Scarpa-Docente Università di Torino – Presidente Gruppo di Ricerca Remedia (lingua medicina malattia)

Informe Wyden-Grassley: precios que maximizan el beneficio son una barrera para el acceso al tratamiento @LamataF

Fernando Lamata, martes, 8 de diciembre de 2015

Los elevadísimos precios de los nuevos medicamentos impiden el acceso de muchos pacientes a los tratamientos y ponen en cuestión el modelo actual de financiación de la innovación.

Un demoledor Informe del Comité de Finanzas del Senado de los EEUU sobre el precio del tratamiento para la Hepatitis C y su impacto en el sistema sanitario estadounidense, impulsado por los senadores Wyden y Grassley, ejemplifica con crudeza la barrera que el sistema actual de precios supone para el acceso a los medicamentos.

Leemos en la página web del Senado que el Informe revela “una estrategia de fijación de precios y de marketing centrada en maximizar el beneficio de la empresa, con poca preocupación por el acceso o por la capacidad de pago” [del paciente o el sistema de salud].

http://www.finance.senate.gov/newsroom/ranking/release/?id=3f693c73-0fc2-4a4c-ba92-562723ba5255 (accedido 7 diciembre 2015).

La paradoja es que el enorme “poder de negociación” de las empresas frente a los servicios de salud y los pacientes, que les permiten poner estos precios tan altos, se lo dan los propios Gobiernos mediante la concesión de monopolios a través del sistema de patentes y de la exclusividad de datos. Aquí debe estar también, como veremos, la solución del problema.

More: http://fernandolamata.blogspot.com.es/2015/12/informe-wyden-grassley-el-sistema.html

The future of medicine is food

Written by Deena Shanker

Med school has changed. (Tulane University)

 

In between anatomy and biochemistry, medical students in the US are learning how to sauté, simmer and season healthy, homemade meals.

Since 2012, first and second year students at Tulane University School of Medicine in Louisiana have been learning how to cook. Since the program launched, Tulane has built the country’s first med school-affiliated teaching kitchen and become the first medical school to count a chef as a full-time instructor.

Sixteen med schools have now licensed the center’s curriculum, as have two non-medical schools, the Children’s Hospital San Antonio-Sky Lakes Residency Program and the Nursing School at Northwest Arkansas Community College. In fact, about 10% of America’s medical schools are teaching their students how to cook with Tulane’s program, Tim Harlan, who leads Tulane’s Goldring Center for Culinary Medicine, told the James Beard Foundation conference last month. It also offers continuing medical education programs with a certification for culinary medicine, for doctors, physicians assistants, nurse practitioners, pharmacists, and registered dietitians.

The program, developed with culinary school Johnson & Wales, helps doctors give real health advice to their patients, says Harlan, who’s both a chef and a doctor. As he says in the video below: “We’re not talking about nutrition, we’re talking about food.”

“We translate the preponderance of dietary evidence,” which Harlan told Quartz supports the oft-praised Mediterranean diet, “for the American kitchen.” That includes consideration of cost as well as nutritional value—diet-related illnesses like obesity are often linked to low income communities, including the New Orleans community that Tulane’s kitchen also serves. This also works out well for training would-be doctors, says Harlan, who are usually on a stringent budget themselves.

The cooking classes are supplemented with lectures, reading and team-based problem solving as well, and though coursework begins broadly for first and second year students—with an overview of the Mediterranean diet and basic knife handling skills included in the first “module”—Harlan says they are developing about 30 more modules for third and fourth year students. Those will focus on specific ailments like congestive heart failure, HIV and celiac disease.

Fans of the program, including both doctors and chefs, are hoping it will be part of a major shift in the way doctors communicate with their patients about nutrition, especially amid rising rates of obesity and other diet-related illnesses. Currently less than half of American primary care physicians offer their patients specific guidance on diet, physical activity or weight control, a 2011 study found. “The fact that doctors are now learning to cook is like a revolution,” said Sam Kass, a former White House chef and senior nutrition policy advisor, at the James Beard conference.

While it’s still early days for the Tulane program, two separate studies have shown its effectiveness—for both the patients and med students alike. (Both studies included authors from the Goldring Center.) The first, which looked at patients with Type 2 Diabetes, found, for example, that those that who participated in the program saw a major drop in total cholesterol, while those who did not participate saw an increase. The second found that medical students also benefited: They not only thought nutrition advice was important for their patients, but for themselves, too. By the second year, the participating med students were eating significantly more fruits and vegetables than they had previously.

Harlan expects a sea change to take place in the way doctors treat chronic illness—and the way insurance charges for it. At the conference, Kass described a future where doctors write recipes as prescriptions and insurance companies treat food as a reimbursable expense. (There is, of course, a strong economic argument in favor of a prevention-based approach to health.) Harlan predicts that care plans will eventually include menu planning, recipes and maybe even programming to get the ingredients delivered to patients. “Call me up in ten years and let’s see if that’s true

 

“C’è un medico a bordo?” In una review del NEJM tutto quello che può capitare a un medico in aereo

“C’è un medico a bordo?”.

url.png

Se durante un viaggio aereo, un passeggero si sente male, i medici che viaggiano a bordo devono intervenire con misure di primo soccorso e possono chiedere al comandante di procedere ad un atterraggio di emergenza. Questo vademecum pubblicato in una review del NEJM può essere di aiuto.

P.S. Non solo i medici, tutti possono dare un contributo determinante.

Clicca nell’immagine sotto peril video NEJM “Epidemiology of in flight medical emergencies”

watch.jpg

In-Flight Medical Emergencies during Commercial Travel

Il New England Journal of Medicine dedica questa settimana un articolo (leggi qui) molto circostanziato al tema delle emergenze mediche a bordo di un volo commerciale, che secondo un recente studio si verificano su un volo ogni 604. Si tratta, ammettono gli autori, probabilmente di un dato sottostimato, in quanto gli interventi medici non complessi, non vengono comunicati alle torri di controllo e dunque non sono registrati da alcuna statistica.

Il vero problema però non sta tanto nell’attrezzatura disponibile a bordo, quanto nella presenza di qualche addetto ai lavori in grado di utilizzarla, e questo non è affatto scontato. Molte linee aeree, in caso di emergenza e in assenza di un medico, contattano dei servizi medici di emergenza a terra per ricevere istruzioni e la FAA rende obbligatorio che tutto il personale di bordo segua dei corsi di rianimazione cardiopolmonare un anno si e un anno no, e che sia addestrato all’utilizzo del defibrillatore.
C’è poi il problema della responsabilità medico-legale di un atto medico praticato a bordo di un aereo; qui la questione si fa assai spinosa e complessa perché il mondo, su questo punto, non la pensa allo stesso modo. Così, mentre per un australiano o un medico europeo è fatto obbligo di prestare soccorso in caso di emergenza, questa regola non vale per un medico americano, che viaggi a bordo di un aereo stelle e strisce. Un atto medico inoltre instaura una relazione medico-paziente, con tutto ciò che ne consegue in termini di responsabilità, anche quella normata in maniera diversa, nei vari Paesi. E un medico americano, sempre alle prese con assicurazioni ed avvocati, potrebbe non essere così invogliato ad intervenire in situazioni che gli si potrebbero ritorcere contro in termini di compensation.

Ed è forse anche per questo, che nel 1998 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la Aviation Medical Assistance Act (AMAA), che protegge i medici che rispondono all’appello del personale di bordo in caso di emergenza, da questioni di responsabilità legale, incoraggiandoli in questo modo ad intervenire. Nessuna protezione naturalmente in caso di comportamento ‘grossolanamente negligente’, quale quello ad esempio di un medico che presta soccorso in evidente stato di ebbrezza alcolica, per i troppi bicchieri di vino consumati a bordo. E naturalmente l’ombrello protettivo dell’AMAA si apre solo in caso di prestazioni erogate in regime di gratuità totale. Al termine della prestazione, il medico è tenuto inoltre a scrivere un breve rapporto, su modulo fornito dalla compagnia aerea.

In caso di reale e indifferibile emergenza (in genere cardiaca, neurologica o respiratoria), il medico può chiedere al comandante dell’aereo di fare un atterraggio d’emergenza per trasportare il paziente nell’ospedale più vicino. Ma la decisione finale spetta solo al comandante, che deve tenere in considerazione una serie di fattori, dalla disponibilità di carburante, ai costi, alla capacità di atterrare nell’aeroporto più vicino.

La review del New England sulle più frequenti emergenze a bordo.In caso di emergenze mediche a bordo di un aereo, queste sono le istruzioni per l’uso date da una serie di esperti in medicina d’emergenza di alcune università americane (Università di Washington, Università del Maryland, Università della Virginia), autori della review pubblicata sul New England.

Arresto cardiaco: è un’evenienza rara che statisticamente rappresenta solo lo 0,3% di tutte le emergenze, ma che da sola rappresenta l’86% delle cause di decesso in volo. In un’evenienza del genere i problemi cominciano dalla mancanza di spazio dove posizionare adeguatamente il paziente, dalla scarsità di strumenti e di personale in grado di intervenire. Gli unici interventi di qualche possibile utilità sono dunque riconoscere la situazione, esercitare la rianimazione cardiopolmonare con il massaggio cardiaco e utilizzare il defibrillatore. Di fronte ad un paziente rianimato, bisognerebbe quindi dirottare l’aereo verso l’ospedale più vicino. Al contrario, nella sfortuna evenienza che nulla accada dopo 20-30 minuti di tentativi, il medico è autorizzato a desistere dalle manovre rianimatorie. Solo il medico può diagnosticare il decesso a bordo di un aereo.

Sindromi coronariche acute (SCA). Rappresentano l’8% delle emergenze in aereo. Possono manifestarsi con sincope o presincope (37% dei casi), sintomi respiratori (12%), arresto cardiaco (0,3%). In un caso del genere, il medico volontario può essere guidato verso la diagnosi solo dalla storia del paziente e dall’esame obiettivo. Una responsabilità non da poco in questo caso, chiedere al pilota di fare un atterraggio d’emergenza, solo sulla base di sintomi quali dolore toracico, nausea, vomito, sudorazione algida, dispnea. L’unico atto medico che si può praticare di fronte ad una sospetta SCA a bordo di un aereo è somministrare dell’aspirina, a meno che naturalmente il paziente non sia allergico o abbia un’emorragia in atto.

Gli autori dell’articolo sconsigliano invece la somministrazione di nitroglicerina sublinguale che può provocare ipotensione, fino allo shock, nel caso di un infarto STEMI inferiore (non diagnosticabile a bordo di un aereo). Raccomandabile invece prendere un accesso venoso per somministrare una piccola quantità di liquidi, in caso di ipotensione e somministrare ossigeno. Il medico può anche richiedere al pilota di scendere ad una quota più bassa per migliorare l’ossigenazione (le cabine aeree sono pressurizzate all’equivalente di un’altezza di 1.800-2.400 metri, dove la pressione parziale arteriosa di ossigeno si aggira sui 60 mmHg, mentre a livello del mare è di 75-100 mmHg), anche se questo porterà a consumare più carburante.
Seppure non si opti per un atterraggio di emergenza, di fronte ad un sospetto di SCA è opportuno che all’atterraggio il paziente venga immediatamente prelevato da un’ambulanza e trasportato al pronto soccorso più vicino.

Ictus. Si può presentare in molti modi, rappresenta il 2% di tutte le emergenze in volo e va sempre sospettato di fronte all’improvvisa comparsa di sintomi neurologici. Sebbene non sia facile effettuare un esame obiettivo neurologico completo nelle ristrettezza dei sedili o del corridoio di un aereo, andrebbe comunque ricercata la presenza di deficit neurologici focali.
Anche in questo caso, non c’è molto che si possa fare in volo, se non somministrare un po’ d’ossigeno. No all’aspirina in questo caso, finché non sia possibile appurare la natura, ischemica o emorragica, dell’ictus. E questo ovviamente è possibile solo con una TAC.
Quello che invece va sempre fatto è controllare la glicemia da sangue capillare, perché una grave crisi ipoglicemica può presentarsi con i sintomi di un ictus. Qualora il kit di emergenza dell’aereo non preveda un glucometro, si può sempre chiedere se qualche passeggero ne abbia uno da prestare. Ma attenzione alla pulizia del device e al rischio di trasmissione di infezioni attraverso il sangue.
Infine, se il medico è proprio convinto di trovarsi di fronte ad un ictus, potrà chiedere al pilota di fare un atterraggio di emergenza.

Alterazioni dello stato di coscienza. Sono una miriade e possono anch’esse rappresentare un’emergenza medica a bordo. Crisi convulsive e stato post-critico rappresentano il 5,8% di tutte le emergenze in volo; le complicanze derivate dal diabete un altro 1,6%. Le diagnosi differenziali che il medico deve considerare sono veramente molte e vanno dalle alterazioni metaboliche, alle complicanze vascolari, alle infezioni, ai traumi, all’ipossiemia solo per citarne alcune.
Il viaggio aereo di per sé può esacerbare una condizione neurologica; è il caso ad esempio della soglia convulsiva, che si abbassa a causa dell’ipossiemia durante il volo in quota di crociera e per le alterazioni nel ritmo circadiano del passeggero. Va sempre controllata la glicemia e corretta in caso di riscontro di crisi ipoglicemica (con bustine di zucchero o glucosata per via endovenosa). Somministrare ossigeno e chiedere al pilota di scendere di quota rappresentano altre misure utili.

Sincope. Sincopi e presincopi fanno la parte del leone tra le emergenze mediche (37,4%). Possono dipendere dalla disidratazione, dalla scarsa ossigenazione, ma anche dalla stanchezza e da un’alimentazione alterata, soprattutto nei voli di lunga durata. Il medico dovrà controllare pressione arteriosa e frequenza cardiaca. Il malessere si risolve in genere semplicemente sdraiando a terra il paziente e sollevandogli le gambe; ma a volte può essere necessario ricorrere alla somministrazione di liquidi endovena. Anche in questo caso va controllata la glicemia. Se i sintomi persistono e il passeggero ha una storia di cardiopatia, questo dovrebbe far propendere per un atterraggio d’emergenza.

Traumi. Non sono rari a bordo, soprattutto in occasione di un vuoto d’aria. Si tratta spesso di contusioni, molto più raramente di fratture (agli arti inferiori per lo più), traumi cranici, ferite. Non sono quasi mai letali, ma il medico le deve contestualizzare nelle condizioni generali del paziente (età, terapie in corso, uso di anticoagulanti, patologie concomitanti). Come primo intervento, ghiaccio, anestetici e immobilizzazione dell’arto con la sospetta frattura, in posizione di scarico. Chi ha subito un trauma cranico va tenuto sotto osservazione e in caso di comparsa di sintomi d’allarme, andrà richiesto un atterraggio d’emergenza.

Dispnea. La ridotta ossigenazione presente in cabina, può esporre i passeggeri al rischio di una riacutizzazione di una patologia respiratoria (es. BPCO o pazienti con ipertensione polmonare). Le crisi respiratorie rappresentano il 12% di tutte le emergenze in aereo. Il medico chiamato ad assistere il passeggero con questa emergenza dovrà innanzitutto somministrare ossigeno (un passeggero con una saturazione di ossigeno pari al 92% a livello del mare dovrebbe in realtà già portare con sé la sua bombola portatile, previ accordi con la compagnia aerea). Nel kit di pronto soccorso dell’aereo è presente l’albuterolo da somministrare per via inalatoria in caso di broncospasmo. Nell’eventualità di un sospetto pneumotorace in un paziente instabile, il medico dovrebbe effettuare la decompressione inserendo un grosso ago, presente nel kit di pronto soccorso dell’aereo. Utile anche far scendere di quota l’aereo.

Infezioni acute.Nel sospetto di un paziente a bordo con una malattia potenzialmente contagiosa, questo deve essere isolato, allontanato dagli altri passeggeri e gli andrebbe impedito di muoversi per la cabina. Vanno inoltre avvertite le autorità aeroportuali e il personale di cabina nell’eventualità debba essere organizzata una quarantena.

Emergenze psichiatriche.Rappresentano il 3,5% elle emergenze aeree. Possono essere scatenate da procedure d’imbarco o di security troppo lunghe, dal ritardo del volo, dalla scomodità del posto a sedere, dal consumo di alcol. Un passeggero agitato rappresenta un vero problema a bordo e pone gravi problemi di sicurezza. Nel kit di pronto soccorso a bordo non ci sono sedativi. Può dunque essere necessario ricorrere a misure di contenzione fisica, se non si riesce a calmare il passeggero. Anche in questo caso è bene inoltre controllare la glicemia.

Maria Rita Montebelli (leggi tutto su QuotidianoSanità)

“Per App sanitarie prevedere l’obbligo di supervisione del medico”

Da prevedere obbligo supervisione del medico per App a scopi medici. No a video visite e riduzione relazione interpersonale. Per le applicazioni a scopi medici (diagnostici, terapeutici, assistenziali) per il Consiglio Nazionale Bio-Medico “dovrebbe esserci un obbligo di supervisione del medico (informazione al momento di scaricare la app/condizione per scaricare app)”.

Leggi tutto su QuotidianoSanità

Tutti i numeri del tumore al seno in Italia

Quante donne colpisce il cancro al seno in Italia? In quali fasce di età è più frequente? In un dossier, tutto quello che c’è da sapere sul tumore più frequente nella popolazione femminile

Tutti i numeri del tumore al seno in Italia

L’ncidenza

Lincidenza del tumore al seno, cioè il numero di donne colpite ogni anno, è molto elevata, la più alta di tutti i tipi di tumore: nelle donne, circa un tumore maligno su tre – il 29%, per l’esattezza – è al seno (seguono i tumori al colon retto, 14%, e al polmone, 6%)*.

Questa percentuale continua ad aumentare ovunque (sebbene possa variare molto a seconda dall’area geografica considerata). In base agli ultimi dati dell’Associazione italiana di oncologia medica e dell’Associazione italiana registri tumori (Aiom-Airtum, “I numeri del cancro in Italia, 2013“, clicca qui per scaricarlo), si stima che nell’anno in corso (2014), in Italia, si ammaleranno di tumore della mammella circa 47 mila donne (4 diagnosi l’ora) e 1000 uomini.

L’incidenza può anche essere espressa come “rischio cumulativo”: una misura che esprime il numero di persone che è necessario seguire nell’intero corso della loro vita perché una di queste abbia una diagnosi. Nel caso del tumore della mammella si tratta di circa una donna su 8: per confronto, la proporzione nella popolazione maschile è di un uomo su 521 (per un approfondimento vai alla scheda “Anche gli uomini si ammalano di cancro al seno“). Si tratta di un’incidenza tra le più alte in Europa.

Le più colpite sono le donne sopra i 64 anni: circa il 40% dei casi di tumore al seno riguarda queste pazienti. Alla fascia di età 50-64 anni si riferisce oltre il 30% dei casi, mentre il 20-30%dei casi riguarda donne under 50. Solo circa il 5–7%, però, riguarda le under 40.

La prevalenza

Ad oggi si stima che le donne che hanno avuto una diagnosi di cancro al seno in Italia siano oltre522 mila.

La sopravvivenza

Anche la sopravvivenza media, però, è molto alta: a cinque anni dalla diagnosi è dell’85% (la probabilità di sopravvivere 5 anni dopo un anno libere da malattia è del 87%, e dopo 5 anni è del 89%). Nonostante questo, il cancro al seno è ancora la prima causa di morte per tumore nella popolazione femminile italiana (e mondiale): i decessi stimati per il 2012 sono 13 mila.

Clicca qui per i dati sul tumore al seno metastatico.

*Escludendo i tumori della cute, le neoplasie in assoluto più frequenti in Italia sono quelle al colon-retto (50 mila nuovi casi); il tumore al seno è il secondo più frequente seguito da quello del polmone (38 mila nuovi casi) e della prostata (36 mila nuovi casi).

Fonte Repubblica.it

Testo originariamente pubblicato su Salute Seno il 18 novembre 2012. Ultima modifica: 2 ottobre 2014.

Sei medico e non ti continui a formare accumulando ECM? Il Ministero di cancella dai registri.

Il Ministero della Salute ha cancellato dal registro dei medici competenti circa 6mila degli oltre 10mila colleghi che si erano originariamente iscritti. Ciò per non avere acquisito i necessari crediti ECM previsti dal D.Lgs 81/2008 (150 crediti in tre anni, il 70% su temi di igiene e sicurezza sul lavoro). Tale provvedimento, oltre a costituire un precedente rilevante anche per altre specialità, dimezza il numero di figure professionali disponibili sul mercato togliendo di fatto a molte aziende la possibilità di utilizzare medici non più idonei a tale funzione. In attesa di eventuali provvedimenti del Ministero, auspicati da più parti (vedi comunicato ANMA), la newsletter Igienisti Online ha diffuso una nota di Matteo Riccò (Segretario della Sezione Emilia-Romagna della SItI, specialista in igiene e medicina del lavoro e medico competente) che ripercorre le tappe dell’iter evidenziandone anche alcuni aspetti controversi.

Tratto da Igienisti Online

Tra le vittime dell’ISIS ora ci sono anche i medici

I medici uccisi da Isis in un fotogramma del filmato diffuso in rete
I medici uccisi da Isis in un fotogramma del filmato diffuso in rete
Torna a far paura lo Stato Islamico (IS) e lo fa macchiando di sangue i camici bianchi. Infatti in Iraq, i jihadisti islamici hanno freddato con colpi di arma da fuoco alla testa una decina di «medici che si erano rifiutati di prestare cure ai miliziani feriti». A darne notizia è il canale satellitare iracheno Sumariya, che mostra un video diffuso dallo stesso ISIS. Secondo l’emittente, la strage è avvenuta a sud di Mosul, nel nord dell’Iraq, nei pressi di Hamam al Alil. Da tempo Isis ha avviato una campagna di reclutamento di giovani medici stranieri in modo da assicurarsi cure per i suoi soldati feriti. Inoltre, come dimostrano i proclami della propaganda, tra i compiti attribuiti alle donne c’è quello di praticare e studiare medicina.

           Tratto da Corriere.it

The Pope? An “undisciplined” patient

The pope’s doctors are telling him to lay off pasta and get more exercise.

 

Via http://www.npr.org/blogs/thetwo-way/2015/04/03/397270632/vatican-more-like-vaticant-eat-spaghetti-that-is

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: