Via al cambio di stagione: in Italia da oggi bandite giacche double-face per chi ha in contemporanea ruoli ordinistici e politici. Entro 30 giorni la scelta tra Parlamento e Ordine.

Era il 4 Marzo 2013 e all’indomani delle elezioni c’era chi (l’Associazione Italiana Giovani Medici in primis) chiedeva al neo eletto Sen. Amedeo Bianco, Presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri, di risolvere un macroscopico e dannoso conflitto di interesse (LEGGI QUI)

Oggi, 27 Ottobre 2014, si legge dai giornali (LEGGI QUI) che una delibera dell’Autorità Anticorruzione firmata da Raffaele Cantone la scorsa settimana da 30 giorni di tempo a lui, al Presidente e Vice Presidente della Federazione Ordini Farmacisti (Sen. Andrea Mandelli e Luigi D’Ambrosio Lettieri) e al Presidente della Federazione Nazionale Collegi Infermieri (Annalisa Silvestro) per scegliere quale giacca indossare

Maglio tardi che mai.

In un Paese civile sarebbe stato davvero necessario un parere dell’Autorità Anti Corruzione?

AS

PATTO DELLA SALUTE: riflessioni sulle ipotesi di stravolgimento in tema di formazione medica (ad oggi scongiurate!) – di Maria Teresa Riccardi

Cari Colleghi,
vi informiamo con soddisfazione che, almeno per il momento, le proposte in tema di formazione specialistica sono state rimosse dal Patto della Salute (leggi specifica a fondo pagina).
Se volessimo limitarci a guardare le idee che sottendono ognuna di queste proposte, potremmo davvero trovarci del positivo e dell’innovativo; tuttavia, all’atto pratico, ci sono non poche questioni che rendono il quadro d’insieme abbastanza allarmante.
Cerchiamo dunque di analizzare in sintesi cosa avrebbero comportato tali proposte e quali criticità vi si nascondono.

• Assunzione di medici neo abilitati nei Servizi Sanitari Regionali. 
La proposta prevedeva che, dopo la formazione pre-lauream e aver sostenuto l’esame di abilitazione, si potesse accedere tramite concorso ad un’assunzione nei vari Servizi Sanitari Regionali. Non avendo una specializzazione, però, un medico neo abilitato sarebbe da assumere al pari dei profili non medici e con un inquadramento non dirigenziale, come invece è quello dei medici specialisti assunti dagli stessi enti.
Le Aziende Sanitarie avrebbero potuto assumere (a tempo determinato, si intende) medici da destinare ad incarichi prettamente assistenziali, potenzialmente anche dislocandoli in ospedali periferici o dovunque ci fosse necessità. Tutto ciò a fronte della riduzione del numero dei posti nelle dotazioni organiche degli enti sanitari, il che avrebbe aperto la strada del precariato per molti giovani colleghi, oggi studenti, almeno finché ogni Regione non avrà sviluppato la propria rete assistenziale sul territorio.
Alto turn-over (contratti a tempo determinato). Basso costo (inquadramento non dirigenziale). Minori posti con inquadramento dirigenziale (maggior precariato).

• La specializzazione “parallela”.
Una volta assunti, questi medici, avrebbero avuto la possibilità di accedere al concorso di specializzazione in sovrannumero in qualità di dipendenti del SSN, previo il superamento del concorso nazionale. In caso di successo, non scontato, sarebbe stato previsto quindi un percorso formativo parallelo, con formazione teorica nelle aule universitarie della scuola di specializzazione fuori dal monte ore di assistenza. L’attività svolta nel Sistema Sanitario Regionale sarebbe stata scomputata come formazione pratica. Ne discende che, l’accesso non avrebbe potuto essere indiscriminato, ma ad una tipologia di scuola in linea con la tipologia di assistenza prestata e comunque secondo un contingente massimo per specialità definito dalla Programmazione triennale? Ma quale Programmazione? Quella sbagliata degli ultimi anni, fondata sul dato storico e che non ha preso in considerazione i nuovi bisogni di salute (invecchiamento popolazione, malattie croniche ed invalidanti), ecc.? Ricapitolando: impiego con contratto pari a quello dei profili non medici. Percorso parallelo che creerà delle disparità di trattamento, medici formati a fare gli specialisti altri un meno.
Fermiamoci inoltre a pensare alla sanità italiana odierna: enormi differenze in termini di organizzazione, volumi di attività e casistica tra le diverse Aziende Sanitarie, solo di recente (parzialmente) comparate attraverso l’adozione di indicatori di esito (Programma Nazionale Esiti – PNE dell’Agenzia Nazionale dei Servizi Sanitari Regionali) con un mancanza di trasparenza e misurabilità che ad oggi copre una disparità nazionale enorme di cui sicuramente risentirebbe la potenziale offerta formativa. In più, nel momento in cui la finalità di una retribuzione sta nel rispetto di un contratto di assunzione e non nell’investimento in formazione su un medico che sta acquisendo una professionalità, quanto si punterà sulla qualità di questa formazione? Quali sarebbero i requisiti che una struttura ospedaliera o del territorio dovrebbe avere per fare formazione? Nella proposta avanzata non ci sarebbero assolutamente state garanzie di realtà lavorative che potessero arricchire dal punto di vista professionalizzante, potendosi anzi trovare a dover gestire da soli situazioni complesse con tanto di ricadute medico legali. E poi, quale futuro dopo la specializzazione? Dirigenza medica negli ospedali solo per pochi eletti a seguito della razionalizzazione degli ospedali e della contrazione delle piante organiche?

• Il dirottamento degli specializzandi negli SSR.
L’altra proposta si riferiva alla possibilità di incardinamento degli specializzandi degli ultimi due anni nei vari Servizi Sanitari Regionali. Non una novità bensì un’ipotesi prevista dall’articolo 7 del “Ddl Lorenzin”, attualmente al vaglio del Senato.

Anche in questo caso, il pericolo da scongiurare è la confusione tra medici con esigenze formative in strutture con esigenze di impiego ben precise. Niente che garantisca la qualità della professionalità acquisita, niente che regoli il rapporto tra strutturati e specializzandi all’interno del SSN con il forte rischio che vi sia una sovrapposizione di mansioni e quindi un ancora minor interesse delle Aziende Sanitarie nell’assunzione di medici specialisti. Ma ci sono margini ampi di miglioramento ed a questo stiamo lavorando! Serve mettere dei paletti precisi per garantire la formazione delle strutture del SSN adeguate e per non rendere sistitutiva l’attività dello specializzando rispetto a quella degli strutturati, regolamentando il rapporti numerico tra le due figure e scongiurando anche in questo caso la saturazione delle piante organiche (che comporterebbe per i più giovani serie difficoltà di stabilizzazione nel SSN).
Vorremmo chiarire a questo proposito che il SIGM da anni propone di allargare agli ospedali ed al territorio la rete formativa non solo delle scuole di specializzazione ma ancor prima dei corsi di laurea in medicina e chirurgia: questo a prova del fatto che non c’è negli intenti dell’Associazione una volontà di chiusura al Sistema Sanitario Nazionale. Semplicemente, delle riforme fatte esclusivamente secondo logiche contabili vanno a scontrarsi con i nostri sforzi continui per garantire al panorama italiano un SSN sostenibile senza rinunciare alla qualità della formazione, alle dovute tutele e ai dovuti riconoscimenti.

Proviamo ora a combinare queste tre carte.
Prima impressione: più possibilità di lavoro, più possibilità di formazione, più conoscenza del SSN (compreso il territorio). Tre idee brillanti.
Proviamo ora ad essere obiettivi, senza le comprensibili ansie per l’attuale stato delle cose che potrebbero farci accontentare di soluzioni apparentemente facili e appetitose: progressiva diminuzione degli specialisti che lavorano sul territorio, con impiegati non dirigenti formati alla meno peggio; medici di serie A e medici di serie B, cioè medici in formazione specialistica con diritti, tutele, esigenze formative, e medici con una formazione non tutelata; precariato per gli specializzandi che, al termine di due anni sul territorio, si trovano di fronte ad un SSN saturo e senza interesse nell’assunzione di medici specialisti.
Paradossalmente, a ben vedere, si avrebbe un’ulteriore scissione tra mondo universitario e SSN territoriale, con un impoverimento di quest’ultimo in primis in termini di professionalità e di conseguenza in termini di capacità di gestione delle risorse: soluzioni maldestre ai gravi errori di programmazione commessi in passato.

Al momento sembra che l’allarme sia rientrato e che la disamina della proposta sia stata demandata ad un necessario confronto tra MIUR e Ministero della Salute. La nostra Associazione, nel rinnovare l’impegno a vigilare sull’evoluzione della materia, rinnova la richiesta di istituzione di una “costituente” della formazione Medica che veda coinvolti il MIUR, il Ministero della Salute, le Regioni, le Università e tutti i portatori di interesse (studenti in medicina, laureati in medicina, specializzandi e giovani medici tutti), che possa rivisitare in tempi brevi l’intero impianto dell’organizzazione della formazione medica post laurea (ivi inclusa la formazione specifica di medicina generale che si dovrebbe evolvere in Scuola di Specializzazione integrata a nostro avviso, al pari di quanto accade nel resto di Europa), avendo il coraggio di investire nella formazione delle giovani generazioni e non facendo scelte al ribasso.
Perché quando le risorse scarseggiano bisogna usarle meglio, non meno.

LE NOSTRE PRIORITA’
Il nodo della formazione medica, ad avviso del SIGM, non è Università versus SSN, bensì riuscire a mettere a sistema il meglio che possano esprimere i due ambiti, al pari di quanto avviene nella maggior parte dei modelli formativi in adozione in Europa. Occorre:
• adottare urgentemente adeguati strumenti di programmazione del fabbisogno di medici generalisti e specialisti;
• scegliere opportuni indicatori che valutino le reali capacità formative di una struttura sanitaria ad opera di un soggetto indipendente, e di conseguenza chiudere quelle scuole di specializzazione che non documentino standard adeguati ed aprire le reti formative a quelle strutture territoriali in grado di garantire la crescita richiesta;
• definire chiaramente un rapporto ottimale tra strutturati e specializzandi all’interno del SSN, non rendendo questi ultimi sostitutivi del personale strutturato e quindi non incorrendo nel rischio di saturare le piante organiche a discapito delle giovani generazioni sopravanzanti;
• ridurre da parte delle singole Regioni sprechi, inappropriatezze, clientelismi, e recuperare risorse per investire sulla formazione: sappiamo che margini di recupero finanziari ci sono, basti pensare che per il corrente anno accademico la sola regione Campania dovrebbe finanziare circa 150 contratti aggiuntivi di formazione specialistica, tra utilizzo di Fondi Strutturali Europei e risorse ordinarie;
• contrastare il sistema ospedalo-centrico che ancora il mondo sindacale ospedaliero tenta di mantenere in piedi, in un’ottica di parte e non di sistema che non risponde ai nuovi scenari di salute, con multi-cronicità e multi-morbidità da gestire necessariamente sul territorio.

VI RICORDIAMO CHE, AL FINE DI POTER MAGLIO RAPPRESENTARE LE DIFFERENTI SENSIBILITÀ ED ISTANZE IN TEMA DI FORMAZIONE MEDICA, IL SIGM HA LANCIATO UN QUESTIONARIO DI 8 DOMANDE CHE TROVATE A QUESTO LINK

Il Patto per la Salute non è una norma, ma un accordo finanziario e programmatico tra il Governo e le Regioni, di valenza triennale, in merito alla spesa e alla programmazione del Servizio Sanitario Nazionale, finalizzato a migliorare la qualità dei servizi, a promuovere l’appropriatezza delle prestazioni e a garantire l’unitarietà del sistema. Per rendere operativi gli stravolgimenti contestati si sarebbe in ogni caso dovuto fare ricorso alla traduzione in legge del tutto, con tempi Parlamentari notoriamente lunghi e che quindi non potrebbero in alcun modo interessare gli attuali laureati, che concorreranno al concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione del corrente aa.2013/2014

 

di Maria Teresa Riccardi – Sede Locale Roma UCSC

Fonte: http://www.giovanemedico.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1991:patto-della-salute-scongiurati-gli-stravolgimenti-dellorganizzazione-della-formazione-specialistica&catid=1:generichecat&Itemid=142

Medicina, storia di una “selezione” – di Donatella Lippi

«Insegnerò la medicina ai miei figli, ai figli del mio maestro e agli allievi legati dal Giuramento medico, ma a nessun altro».

Questo il messaggio contenuto nel testo del Giuramento, che la tradizione ha proditoriamente attribuito a Ippocrate.

La formazione medica, circoscritta al rapporto genitoriale maestro-allievo, si sarebbe poi arroccata dietro l’impenetrabilità della lingua, il ceto sociale, i privilegi, ritagliandosi un suo spazio esclusivo, attraverso il distacco da altri professionisti della salute, privi di curriculum formativo certificato.

Il medico laico, insignito del titolo di doctus atque peritus, dotato di claritas del sapere, lucidus habitus scientifico, splendor dottrinale, diventa, così, protagonista di una elitaria ascesa, confluendo, nelle sue espressioni socialmente superiori, nella noblesse de robe, la nuova nobiltà di toga.

Leggi tutto

Immagine

 

Stop ad incarichi convenzionati a medici in pensione. Leggete cosa dice la risposta del Ministero all’interpellanza presentata. #svoltiAMOlaSANITÀ

tersilliNel mese di marzo l’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) si era fatta promotrice di una ferma richiesta alle Istituzioni competenti atta a far rispettare la normativa che sancisce l’incompatibilità tra i medici dipendenti in quiescenza dal SSN ed il convenzionamento con la specialistica ambulatoriale.

In questa cornice rientra l’interpellanza n. 92815 presentata dall’On. Prof. Calabrò tesa ad avere chiarimenti circa le iniziative per regolamentare l’incompatibilità tra incarichi di consulenza e trattamento pensionistico per il personale medico già dipendente dal Servizio Sanitario Nazionale.

La risposta de Ministero sembra soddisfacente. Guardate cosa dice la risposta scritta all’interpellanza.

(___Leggi tutto qui___)

5 giorni su 7 a 340 euro? Botta e risposta sulle condizioni di #lavoro dei giovani professionisti @corriereit @drsilenzi

Botta e risposta nata dalla testimonianza di una giovane che sta tentando di entrare nel mondo della “comunicazione” a cui, successivamente, risponde un giovane imprenditore di comunicazione.

Tempo stimato per la lettura 5 minuti.

La lettura li vale tutti per capire cosa sta accadendo in questo momento in Italia.

Immagine

di Giorgia D.

Dobbiamo imparare, a volte, a dire no. Dire no a quel datore di lavoro furbetto che ti offre due spiccioli per un impiego che meriti e per il quale hai studiato.

Io ho detto di no ma, finché ci saranno ragazzi che accetteranno qualsivoglia compromesso, la situazione in Italia non cambierà.

Ho 26 anni e sono una giornalista praticante. Vivo nelle Marche ma sto cercando lavoro dove si dice che ancora qualcosina ci sia: Milano.  Ho mandato il curriculum a un’agenzia di comunicazione che, dopo un primo colloquio, ha deciso di assumermi. Bello vero?

Sì, peccato che mi offrivano 500 euro con partita Iva. Chiamo immediatamente il mio commercialista che mi spiega come funziona. Ecco la sintesi. Per gli under 35 la partita Iva è agevolata al 5 per cento quindi significa che ai 500 euro iniziali avrei dovuto togliere 25 euro. Totale stipendio mensile: 475 euro. Ma non finisce qui. A questa somma vasottratto il 27% della Gestione Separata dell’Inps.

Ho studiato Lettere ma due calcoli riesco a farli.  Al mese  il guadagno sarebbe stato di 340 euro. Con questa cifra sarebbe stato impossibile prendere una stanza in affitto e sopravvivere, così ho detto subito di no. Arrivederci, senza grazie.

Un altro ragazzo invece ha accettato l’offerta. Lui è di Milano e ha deciso di svegliarsi cinque giorni su sette per prendere 340 euro. Chi finora ha accettato questi compromessi, si deve ritenere colpevole della crisi economica e della disoccupazione giovanile.

Basta a dire “fa curriculum”, “fa esperienza”. Abbiate il coraggio di dire che vi meritate di più. 

 

 
Cara Giorgia
Ti rispondo dopo aver pensato molto a cosa dirti. Il mercato del lavoro è complesso. Io ho un’azienda che da tre anni si destreggia nei dedali della comunicazione, e lavoro con ragazzi che hanno al massimo 30 anni (io ne ho 36) quasi tutti laureati e quasi tutti eccellenti professionisti. Ma cosa vedo in giro? Universitari che vengono per uno stage formativo senza conoscere l’inglese, senza sapere cos’è un social media, senza nemmeno essere in grado di fare una telefonata, che scrivono qual è con l’apostrofo, e non sanno cos’è un anacoluto. Vedo e leggo curricula in cui impazzano errori di ortografia e grammatica, faccio colloqui a gente che “vuol lavorare nel mondo della comunicazione” e non sa dirmi l’ultimo libro che ha letto, semplicemente perché non legge. L’informazione è acquistata gratuitamente su internet, e non si legge più nemmeno un giornale (per carità non che non si campi meglio, ma se vuoi fare il giornalista o lavorare nel mondo della comunicazione mi sembra il de minimis). Sento gente che si lamenta perché non c’è lavoro: io ho aperta una posizione per addetto stampa da quasi un anno (figura junior) con una base mese dopo un periodo di prova che definirei oltre modo dignitosa. Certamente più dignitosa della mia quando a 24/25 anni sono entrato in questo mondo a 500 euro al mese pagati dopo 7 mesi di carestia. Ma sai cosa penso? Penso che l’alibi dei soldi sia spesso un gran bell’alibi. Per carità, non sarà il tuo caso e non è mia intenzione offendere la tua dignità di professionista o futura tale. Ma per lavorare bisogna farsi il mazzo, perché non è vero che è un diritto e basta. Il lavoro è un dovere. Morale ed etico nei tuoi confronti, per la tua capacità di inserirti nel mondo. E se vuoi fare quello che ti piace bisogna che questo lavoro sia fatica quotidiana che ti porta a migliorare giorno dopo giorno. Il lavoro è studio. E lo studio è obbligatorio nel mondo della comunicazione, perché è la tua formazione, che va al di là del mero titolo di studio o della capacità di svolgere un compito. è tutto. è l’insieme. Io vedo giovani ragazzi a cui non darei una cicca del mio lavoro. Perché non solo non hanno capacità, ma non hanno la mentalità per lavorare con me, per la mia azienda, per i miei clienti. Gente che pensa che questo sia un lavoro a ore, e poi si lamenta che non fa nulla di interessante. MI dispiace Giorgia. Io penso che tu abbia sbagliato (però non conosco bene i dettagli e quindi è un giudizio parziale). Questo lavoro si prende, perché se sei brava, se hai le qualità, le capacità e l’intelligenza per farlo da 500 euro si arriva velocemente a 800 (scrivendo a cottimo, sotto falso nome, lavorando come ghost per le case editrici di notte perché di giorno lavori per l’agenzia o il giornale, scrivendo centinaia di marchette per 15 euro a pezzo…insomma con la grande arte dell’arrangiarsi che se non hai allora non puoi lavorare in questo mondo). Di giornalisti è pieno il mondo. E nessuno sente la mancanza di un giornalista in meno. Di persone valide ne stiamo cercando tutti. Ahimè, non si trovano. Perché, ormai ne sono convinto, non ci sono. (anche se qualche volta qualcuno lo trovo… lo prendo, lo pago e non ci sono soldi meglio spesi). 
p.s non entriamo nemmeno nell’argomento “diventare giornalisti professionisti” perché sarebbe da farci un bel libretto, giusto? e nemmeno di quanto lavora un media un giornalista nelle redazioni dei giornali, giusto??? e nemmeno di come i giornali hanno business plan che se fossero aziende normali andrebbero dritti dritti nei tribunali fallimentari???
Cioè parliamo di mondo reale, giusto?
damiano

Quali sono i confini del contesto in cui i giovani medici sono chiamati ad operare? Quality and Safety in healthcare in EU

Parliamo di…
Quali sono i confini del contesto in cui i giovani medici sono chiamati ad operare?
Mai come oggi i cittadini dell’Unione Europea sono in movimento: le distanze si sono accorciate, gli spostamenti sempre più frequenti sono dovuti ad esigenze lavorative, di svago e… sanitarie! Quali sono i sistemi sanitari più efficienti? Dove conviene farsi curare? Quali le possibilità di guarigione? AlcunerispostenelRapporto”Assuring the quality of health care in the European Union. A case for action”, che analizza i sistemi sanitari dei 27 paesi dell’UE e pone le basi per un dialogo internazionale finalizzato alla condivisione e diffusione dei sistemi sanitari più efficienti. 
 

Fonte:
Legido-Quigley H et al. (2008) Assuring the quality of health care in the European Union. A case for action. WHO on behalf of European Observatory on Health Systems and Policies (Eds).

Immagine

Value-Based Health Care Is Inevitable and That’s Good @Medici_Manager @pash22 @leadmedit

Un’assistenza sanitaria centrata sul valore. Valore, parola impegnativa ma fondamentale.

Carlo Favaretti

by Toby Cosgrove  http://bit.ly/17GkMG7

Vaccines. Anesthesia. Penicillin. Bypass surgery. Decoding the human genome. Unquestionably, all are life-saving medical breakthroughs. But one breakthrough that will change the face of medicine is being slowed by criticism, misunderstanding, and a reluctance to do things differently.

That breakthrough is value-based care, the goal of which is to lower health care costs and improve quality and outcomes. It will eventually affect every patient across the United States. Not everyone, however, is onboard yet, because part of the value-based equation is that hospitals will be paid less to deliver better care. That’s quite a challenge, but one that Cleveland Clinic is embracing as an opportunity to do better. Others must, too.

How the Health Care World Will Change

We all know that U.S. health care is too expensive, too inefficient, and the quality is too varied. The goal of value-based care is to fix that.

View original post 1.147 altre parole

Le origini politiche delle disuguaglianze di salute

We are challenged to develop a public health approach that responds to the globalised world. The present global health crisis is not primarily one of disease, but of governance…”. (Ilona Kickbusch)

La medicina ha regalato all’umanità sviluppo ed enormi benefici in termini di vaccini, farmaci e possibilità diagnostiche, ma non può affrontare da sola le cause più profonde delle disuguaglianze sanitarie: per cambiare serve la politica, con programmi di ampio respiro. Servono governance e leadership.
Gli autori di questo articolo pubblicato oggi su Lancet hanno individuato e descritto le 7 aree in cui le ingiustizie politiche ed economiche colpiscono maggiormente la salute della popolazione: la crisi finanziaria e la conseguente austerità; la proprietà intellettuale; gli investimenti; la sicurezza alimentare; le multinazionali; le migrazioni e la violenza armata.

Articolo completo su Lancet February 11, 2014 http://dx.doi.org/10.1016/ S0140-6736(13)62407-1

20140212-034622.jpg

Advocacy and the physician in training moving forward from March Meeting 2013?

Discussions at international conferences and reports by eminent organisations such as the Royal College of Physicians UK have also highlighted the ever evolving awareness of the need for physicians to be equipped with advocacy skills. Yet standard medical school education in no way prepares future physicians for this role.

IFMSA's Official Blog

The theme of the IFMSA General Assembly in March 2013, “Advocacy and the Physician in training,” acknowledged that advocacy and medicine are inseparably intertwined. Discussions at international conferences such as the “World Health Summit” and reports by eminent organisations such as the Royal College of Physicians UK have also highlighted the ever evolving awareness of the need for physicians to be equipped with advocacy skills. Yet standard medical school education in no way prepares future physicians for this role.

Physicians as advocates is not a new concept. Historically, physicians were known to be those that advocated on behalf of their patients, their communities and stood up for those without a voice. In a climate where social determinants of health are increasingly considered, the advocating physician is required to engage politically, to debate policy and to battle for funding. Currently, to ensure that you are prepared for this role requires…

View original post 289 altre parole

Cinque strategie da evitare in ginecologia secondo “Choosing wisely”

Sono varie le pratiche diagnostico/terapeutiche svolte abitualmente in ginecologia che in realtà andrebbero evitate in quanto inutili, costose e a volte lesive. Tra queste, l’American College of Obstetricians and Gynecologists (Acog) ne ha individuate 5 di maggiore importanza, inserendole nella “Top 5 list” che si affianca ai ‘divieti’ di altre discipline nell’ambito dell’iniziativa “Choosing wisely”. 1) Non pianificare induzioni al travaglio o parti cesarei elettivi o senza indicazione medica prima di 39 settimane di età gestazionale. È dimostrato che un parto anticipato si associa a un maggiore rischio di difficoltà di apprendimento e a un potenziale aumento di morbilità e mortalità del neonato. 2) Non pianificare induzioni al travaglio elettive o senza indicazione medica tra la 39ma e la 41ma settimana a meno che non si consideri favorevole lo stato della cervice. Il travaglio in teoria dovrebbe iniziare spontaneamente, se possibile. I più alti tassi di parto cesareo derivano da induzioni di travaglio quando la condizione cervicale non è favorevole. 3) Non eseguire di routine lo screening annuale citologico cervicale (Pap test) nelle donne tra i 30 e i 65 anni. In soggetti a medio rischio lo screening annuale non offre alcun vantaggio rispetto a quello svolto a intervalli di 3 anni. Dovrebbe comunque essere fatta una visita annuale con il medico di famiglia per discutere eventuali preoccupazioni e problemi e considerare l’opportunità di un esame pelvico. 4) Non trattare pazienti affette da displasia lieve presente da meno di due anni. La maggior parte delle donne con rilievo bioptico di displasia lieve (Cin 1) hanno un’infezione transitoria da Hpv che di solito si risolve in meno di 12 mesi e, quindi, non richiede alcun trattamento. 5) Non effettuare lo screening del cancro ovarico in donne asintomatiche a medio rischio. Da studi di popolazione risultano scarse prove che lo screening tramite misurazione dei livelli sierici di CA-125 e/o ecografia transvaginale in donne asintomatiche sia in grado di rilevare un cancro ovarico in una fase più precoce rispetto a quanto possa essere evidenziato in assenza di screening. Data la bassa prevalenza della patologia e l’invasività degli interventi richiesti dopo un test positivo, i danni potenziali dello screening superano i potenziali benefici.

da www.Doctor33.it

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: