Cerca

Andrea Silenzi, MD, MPH

Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.

Tag

Montezemolo

Montezemolo (ItaliaFutura): “Il nostro candidato ideale è giovane ma soprattutto competente e con interesse al futuro del paese. Noi stiamo mettendo insieme persone con queste caratteristiche”

«Non mi candido a niente, ho già avuto tanto dalla vita, voglio mettermi a disposizione di un progetto» perché «non credo al modello one man show». Così Luca Cordero di Montezemolo, parlando questa mattina a “Radio anch’io”, conferma la sua intenzione di non candidarsi a Palazzo Chigi ma di voler contribuire a dar vita, con Italiafutura, a una formazione di centro che non sia però il risultato di «operazioni di palazzo».

20121003-115512.jpg

Un rassemblement che unisca l’area progressista e liberale
«Non credo a un partito personale, non cerco nulla per me – spiega ancora il presidente della Ferrari – metterò tutte le mie forze per un progetto. Italiafutura vuole concorrere insieme a tante forze reali del Paese, dal volontariato ai giovani, a creare una forza liberale, riformatrice e democratica, per dare risposta a tanti cittadini che non sanno chi votare». In particolare, Italia Futura lavora per creare un “rassemblement”, ispirata all’eperienza delle forze politiche centriste francesi, una «forza liberale, riformatrice e democratica che metta in contatto la società civile e la politca per dare risposte a cittadini che non sanno più a chi rivolgere la loro domanda di politica».

L’esempio dei centristi francesi
Montezemolo paragona per questo la situazione italiana a quella che diede il via alla Quinta Repubblica e alle riforme istituzionali promosse dal generale De Gaulle: «Il nostro candidato ideale è giovane ma soprattutto competente e con interesse al futuro del paese. Noi stiamo mettendo insieme persone con queste caratteristiche. Cerchiamo di unire un grande area progressista, democratica e veramente liberale. Io – continua – ho già in mente una squadra ma non faccio nomi, non voglio che diventi un partito voglio che sia un rassemblement».

All’Italia serve un governo “politico”
Nel corso della trasmissione, Montezemolo tocca vari temi dell’attualità politica, dallo scandalo “Laziogate” – «Lo Stato mi deve dire dove vanno a finire i miei soldi. Che i miei soldi debbano finire a Belsito o a Batman non mi sta bene e non deve star bene a nessuno» – all’ipotesi di un secondo mandato per il premier Monti, che un ascoltatore paragona al dittatore cileno Pinochet, autore di un golpe bianco. «Monti va ringraziato», replica il leader di Italiafutura. E aggiunge: «questo paese ha bisogno di politica. Monti può essere chiamato a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio, ma più che la persona é importante l’agenda Monti. Tra poco bisognerà gestire questo paese e con tutto il rispetto lo deve gestire la politica e non un governo tecnico».

Annunci

Come nel 1994 lo scontro sarà tra vecchi e nuovi (di Luca Ricolfi)

È difficile che si voti a novembre, ma è praticamente certo che a novembre comincerà la bagarre. Mentre il povero Monti, come succede a fine anno a qualsiasi presidente del Consiglio, sarà alle prese con i problemi dei conti pubblici, i partiti avranno tutti la testa già rivolta alle elezioni di primavera. Ogni gesto, ogni dichiarazione, ogni parola sarà finalizzata ad attirare il maggior numero di voti possibile.

A tutt’oggi, tuttavia, noi elettori siamo all’oscuro di tutto. Non sappiamo, ad esempio, quanti parlamentari dovremo eleggere. Non sappiamo se i condannati con sentenza definitiva potranno essere candidati oppure no. Non sappiamo con quale legge elettorale si voterà. Non sappiamo quante e quali liste saranno in campo. Anche se non sappiamo nulla, possiamo però fare qualche previsione. Io ne azzardo alcune, dalla più facile alla più difficile.

Numero di parlamentari: l’auspicata riduzione non ci sarà, penso abbia ragione Arturo Parisi quando dice che i continui rinvii dell’accordo sulla legge elettorale siano stati finalizzati all’obiettivo nascosto di rendere impossibile (con la scusa che «è troppo tardi, ormai») una riforma più organica, che riduca il numero di parlamentari.

Candidabilità dei condannati: sarà perfettamente possibile candidare al Parlamento un condannato con sentenza definitiva. In questo modo il nostro Parlamento potrà conservare un primato cui evidentemente tiene molto: quello di essere l’istituzione con la massima densità di soggetti condannati e rinviati a giudizio.

Legge elettorale: se non sarà il porcellum (legge attuale), sarà il super-porcellum (legge attualmente in discussione), ossia l’unico sistema capace di sommare i difetti del proporzionale e i difetti del maggioritario. La legge di cui si parla da settimane, infatti, gode di tre interessanti proprietà: permette ai segretari di partito di scegliere a tavolino una frazione considerevole degli eletti, a prescindere dalle scelte degli elettori; non consente ai cittadini di sapere, la sera delle elezioni, chi le ha vinte e chi le ha perse (si torna ad accordi fatti in Parlamento, come nella prima Repubblica); distorce la rappresentanza, nel senso che, con il premio di maggioranza, conferisce al partito più grande molti più seggi di quanti ne merita in base al voto e, con la soglia di sbarramento al 5%, toglie molti seggi ai partiti più piccoli.

Numero delle liste: saranno tantissime, come sempre, ma quelle «vere», ossia con ragionevoli chances di superare il 5% dei consensi, saranno solo 7.

Quali liste: qui viene il bello. Secondo me lo schema delle prossime elezioni sarà un 4 + 3 + «fricioletti» (pescetti fritti, come il mio maestro Luciano Gallino chiamava i libri che una biblioteca seria non dovrebbe mai ordinare, perché costano e durano poco).

Ci saranno quattro formazioni che, se non sbagliano clamorosamente strategia e se non sono cannibalizzate dalle liste di disturbo, possono aspirare a un risultato non lontano dal 20%. Due di esse, Pdl e Pd, sono vecchie ma si presenteranno con sigle più o meno rinnovate, il Pdl con un nome e un simbolo nuovi, il Pd con qualche segno che indichi l’annessione di Sel e di Vendola al super-partito della sinistra. Le altre due liste sono nuove di zecca, e sono il movimento di Grillo (Cinque Stelle) e quello nascente di Montezemolo (Italia Futura), più o meno ibridato con movimenti di ispirazione simile.

Ci saranno poi tre formazioni che possono aspirare a qualcosa più del 5%, e cioè l’Udc, l’Italia dei Valori e la Lega, anch’esse più o meno riverniciate e restaurate per non sembrare troppo vecchie.

E infine i fricioletti, almeno 20 liste e listarelle (alcune di nobili tradizioni, altre inventate per l’occasione), implacabilmente destinate a restare sotto il 5%, quando non sotto l’1%.

Quel che è interessante, però, è il tipo di competizione politica che si prepara. Potrò sbagliare, ma a mio parere quel che sta accadendo nell’elettorato italiano è molto simile a quel che accadde venti anni fa, nel periodo di sbriciolamento non solo delle istituzioni ma anche delle strutture mentali della prima Repubblica. 

Fra il 1992 e il 1994 diminuì drasticamente la quota di italiani che ragionavano prevalentemente in termini di destra e sinistra, e aumentò sensibilmente la quota di quanti ragionavano in termini di vecchio e nuovo. Ci fu un momento, anzi, in cui questo gruppo risultò più numeroso del primo. Oggi sta succedendo qualcosa di molto simile.

Gli elettori che andranno al voto si divideranno, innanzitutto, fra chi è ancora disposto a scegliere una forza politica tradizionale e chi invece preferisce puntare su una forza nuova

I primi, i «vecchisti», potranno comodamente ragionare in termini di destra e sinistra, scegliendo una fra le tre opzioni disponibili: Pdl, Udc, Pd, i tre partiti che hanno sostenuto il governo Monti. 

I secondi, i «nuovisti», dovranno invece abituarsi a ragionare in termini molto diversi, perché l’offerta politica delle due principali liste nuove è molto più polarizzata: da una parte c’è l’anticapitalismo anti-euro e antiEuropa di Grillo, dall’altra c’è il turbo-liberalismo di Italia Futura e dei gruppi ad essa vicini, come «Fermare il declino» di Oscar Giannino. 

Qui destra e sinistra c’entrano davvero poco, quel che conta – e divide – sono le ricette per affrontare la crisi: con meno Europa e meno ceto politico se voti Grillo, con meno tasse e meno Stato se voti Montezemolo. E dintorni.

Sono due modi di porre i problemi che, in questo periodo, hanno entrambi un grande appeal. I sondaggi mostrano da almeno cinque anni che le spinte anti-partitiche e i dubbi sull’Europa sono molto radicati nell’elettorato. Ma un interessante sondaggio di Renato Mannheimer di qualche tempo fa segnalava anche un’altra e assai meno nota novità: per la prima volta da molti anni sono più gli italiani che si preoccupano dell’eccesso di tasse che quelli che si preoccupano di salvare lo Stato sociale.

Insomma, se fossi il leader di una forza politica tradizionale sarei preoccupato, molto preoccupato. La forza d’urto dell’onda anti-partiti potrebbe essere assai forte, specie sotto l’ipotesi Ber-Ber: un Pd guidato da Bersani (l’usato sicuro) e un Pdl guidato da Berlusconi (lo strausato insicuro). 

E molto mi sorprende che, quando si parla di premio di maggioranza, se ne discuta come se potesse andare solo al Pd o al Pdl, o addirittura come se la corazzata Bersani-Vendola avesse già la vittoria in tasca. 

Se fossi Bersani non sottovaluterei né l’area Montezemolo né quella di Grillo, specie nella sciagurata eventualità che i partiti continuino a restare insensibili al «grido di dolore» che, da tanti anni e da tante parti d’Italia, i cittadini levano contro la politica e i suoi indistruttibili, irrottamabili, rappresentanti di sempre.

da ItaliaFutura.it

Gli spasmi di un organismo in decomposizione

di Italia Futura , pubblicato il 1 giugno 2012

immagine documento

Italia Futura non è interessata ad alleanze con le attuali forze politiche, né tanto meno a mettere piede in un Parlamento composto da nominati e divenuto l’emblema del totale discredito in cui versa gran parte della classe dirigente politica italiana.

Italia Futura, da quando è nata tre anni fa, ha rappresentato una delle pochissime voci che si sono levate dalla società civile per denunciare lo stato di progressiva decomposizione della politica italiana, la totale mancanza di capacità nell’affrontare le questioni centrali del paese e il fallimento senza attenuanti della Seconda Repubblica e dei suoi principali esponenti.

Abbiamo chiesto le dimissioni del governo Berlusconi e sostenuto la formazione del governo Monti, che continuiamo a ritenere oggi l’unica soluzione per gestire l’emergenzanella quale si trova il nostro paese.

Non possiamo impedire che si parli di noi, ma allo stesso modo non possiamo accettare di essere chiamati in causa da esponenti del Pdl con cui non abbiamo niente a che fare.

Con queste parole, volutamente nette e dure, riteniamo di chiudere una volta per tutte la porta algossip politico alimentato ad arte da alcuni naufraghi della seconda repubblica.

I tacchi a spillo di Carl Lewis: Abolire gli sprechi prima di chiedere sacrifici (di Fabio Scacciavillani)

immagine documentoUna fulminante pubblicità di una nota marca di pneumatici mostrava Carl Lewis (ai tempi in cui era all’apice della sua carriera di centometrista), pronto ai blocchi di partenza, i muscoli color ebano lucidi e tesi, lo sguardo intenso e concentrato nell’attesa dello sparo. Ma l’occhio veniva calamitato da un particolare apparentemente minore. Carl Lewis non indossava scarpe sportive ipertecnologiche da prestazioni stellari, bensì un paio di fiammanti scarpe in vernice rossa con vertiginosi tacchi a spillo. Il messaggio contenuto nello slogan: “La potenza è niente senza controllo”, enfatizzava chebasta un elemento cruciale per far deragliare un progetto.

Il Carl Lewis in tacchi a spillo è un’efficace metafora visiva dell’Italia. Un’economia potenzialmente ricca e diversificata, con punte di eccellenza, un discreto capitale umano, una dotazione eccezionale in patrimonio turistico e ambientale, costretta da un ceto politico incapace, corrotto e avulso dalla realtà, ad indossare calzature ridicolmente inadatte alla competizione […]

La lista dei tacchi a spillo italiani è fin troppo nota, giustizia allo sbando, pressione fiscale intollerabile, un guazzabuglio inestricabile di regolamentazioni stratificate di cui si è perso il senso e la misura, presenza invadente della manomorta pubblica in settori chiave come le banche e l’energia, una spesa pubblica fuori controllo, università dominata da cordate baronali, un apparato burocratico elefantiaco e si potrebbe continuare per pagine intere.
leggi tutto su ItaliaFutura.it

I Paesi che non scommettono sui giovani sono a rischio di default

Il compianto Padoa-Schioppa parlava di “bamboccioni”. E tutti a criticarlo. Ma se avesse avuto ragione? Guardando questo grafico, ci sono un paio di domande da porsi.

Questa crisi ci insegna che dove i sistemi economici tendono a marginalizzare i giovani le cose vanno molto male. E per dimostrarlo basta guardare alla correlazione tra i credit default swap e percentuale di uomini tra i 25 e i 34 anni che vivono con i propri genitori. Una correlazione diretta e inaspettata, che indica come gli stati in cui molti giovani vivono con i propri genitori hanno una probabilità di default molto elevata. Italia inclusa.

20111216-062941.jpg

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/i-paesi-con-tanti-bamboccioni-rischiano-il-default#ixzz1gfkkf1xL

Giovani & Lavoro: la mancata riforma dei tirocini

A sorpresa la manovra di Ferragosto – trasformata in legge a metà settembre con una fiducia blindata – è andata a toccare l’universo dei tirocini. Un universo popolato innanzitutto da circa mezzo milione di stagistie poi da università, centri per l’impiego, istituti di formazione post diploma e post laurea, e naturalmente aziende private, enti pubblici, associazioni non profit in qualità di “soggetti ospitanti”. Un universo finora normato da una legge risalente alla fine degli anni Novanta(il dm. 142/1998, decreto attuativo del pacchetto Treu) e da qualche sporadica legge regionale – perché in effetti la formazione, a differenza del lavoro, sarebbe materia di competenza regionale.

La “riforma” dei tirocini, com’è stata un po’ pomposamente ribattezzata, dopo il primo mese di panico non ha introdotto nella pratica grandi cambiamenti. La modifica più forte è stata il dimezzamento della durata massima (da 12 mesi a 6) per tutti i tirocini extracurriculari, non svolti cioè all’interno di un percorso di studi. Un altro aspetto significativo è stato il tentativo di limitare l’utilizzo dei tirocini ai primi 12 mesi dopo il conseguimento del titolo di studio. Una restrizione molto forte del raggio di azione dei tirocini, che prima erano attivabili “ad libitum”, quindi anche in favore di persone diplomate o laureate da molti anni.

Questa restrizione ha sollevato le vive proteste di alcuni soggetti promotori di stage – per esempio i centri per l’impiego, negli ultimi anni abituati ad attivare tirocini per riqualificare e ricollocare disoccupati – ma sopratutto, un po’ a sorpresa, degli stessi giovani. L’interpretazione più comune, rimbalzata dalle pagine del Forum della Repubblica degli Stagisti al wall di Facebook fino ai cortili delle universita, è stata infatti che introducendo il limite dei 12 mesi tantissimi giovani sarebbero rimasti fuori gioco: gli sarebbe quindi stata sottratta una delle poche opportunità – lo stage – per mettere un piede nel mercato del lavoro.

In realtà il ministero, forse anche per questa pioggia di critiche, si è pentito quasi subito di questo paletto ed è corso ai ripari con una circolare che ha ripristinato la possibilità di fare tirocini per tutti i disoccupati e gli inoccupati. Per farlo, è stata inaugurata ex novo unadifferenziazione tra i tirocini “formativi e di orientamento” e i tirocini “di cosiddettoinserimento/reinserimento lavorativo”. La differenziazione non è presente in nessuna altra fonte normativa; ed è lecito chiedersi come possa una circolare introdurre una distinzioneche la legge di riferimento, utilizzata per 14 anni, non prevedeva affatto.

In ogni caso, guardando al contenuto concreto e non alla forma, la situazione ad oggi è la seguente. Chiunque può fare uno stage se sta compiendo un percorso formativo: in questo caso lo stage si chiama “tirocinio formativo e di orientamento”, viene ulteriormente definito come “curriculare”, e può durare fino a 12 mesi. Poi per un anno dal conseguimento di diploma, laurea e altri titoli di studio legalmente riconosciuti si può continuare a fare stage: sono sempre “tirocini di formazione e orientamento”, in questo caso “extracurriculari”, e hanno una durata massima di 6 mesi. Scaduti i 365 giorni, cessa la possibilità di fare “tirocini di formazione e orientamento” ma si apre quella di fare “tirocini di cosiddetto inserimento / reinserimento lavorativo”.

Questa possibilità è subordinata all’iscrizione dell’aspirante stagista al centro per l’impiego della sua città, nella lista degli inoccupati o in quella dei disoccupati, chiaramente a patto di possedere i requisiti richiesti: per gli inoccupati ciò significa non aver mai avuto un lavoro (eventuali periodi di stage non contano) ed essere alla ricerca da almeno un anno; per essere qualificati come disoccupati invece si deve avere avuto in passato almeno un contratto (anche breve) e anche qui essere alla ricerca. Sempre di tirocini si tratta, insomma: cambia solo la dicitura, ma la sostanza rimane quella.

La Repubblica degli Stagisti, testata giornalistica online che si occupa di questo tema dal lontano 2007, ha cercato di dividere il bambino dall’acqua sporca e di giudicare questo provvedimento normativo pezzo per pezzo. Il dimezzamento della durata massima è un provvedimento giusto, che non può che essere salutato con favore da chi sa bene che dopo poche settimane, o al massimo qualche mese, il grosso della formazione si esaurisce e lo stagista diventa pienamente operativo, in grado di dare un apporto prezioso alla struttura che lo ospita. Gli stage di un anno quindi, specialmente per i laureati, sono spesso stati un modo – dopo i primi 3-6 mesi di formazione – per poter disporre per il tempo restante di personale a basso costo.

Anche il paletto dei 12 mesi dal conseguimento del titolo di studio, così come formulato nella legge, era parso assennato: forse un anno è un po’ poco, in questo periodo di crisi economica, ma un limite ci vuole. Un argine oltre cui non si possa andare, un confine al di là del quale non sia più possibile proporre stage.

Quel che ha lasciato perplessi è stato però il metodo: agire a sorpresa – e un po’ a casaccio – nell’ambito di una manovra indirizzata a tutt’altro. Decidere senza consultare nessuno, senza chiamare al tavolo le Regioni che, essendo titolari della competenza sulla formazione, si sono comprensibilmente sentite scavalcate – tanto che la Toscana ha da subito annunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Far diventare le nuove disposizioni immediatamente operative, senza prevedere qualche mese di cuscinetto per permettere a tutti i soggetti interessati di capire il nuovo perimetro e adeguarsi. E poi l’aspetto comico, quasi grottesco, dell’utilizzare una circolare per inventare quella differenziazione inesistente che potesse permettere, senza perderci – troppo – la faccia, di reintrodurre la possibilità di fare stage anche dopo i famosi 12 mesi dal diploma o dalla laurea, semplicemente cambiando casacca. Si è fatto rientrare dalla finestra, con un trucco terminologico, quello che era stato fatto uscire dalla porta. La facile profezia della Repubblica degli Stagisti è che al 13esimo mese la gran parte dei neodiplomati e neolaureati ancora a spasso correrà a iscriversi al centro per l’impiego: perchè non dovrebbe?

Come troppo spesso accade in Italia, gattopardescamente si cambia tutto perché nulla cambi.

da Italia Futura

Un Paese ricco di eccellenze: puntiamo sugli italiani!

20110817-155112.jpg

Il decreto andava fatto, urgentemente” ma la manovra appena varata “non è all’altezza dell’emergenza in cui si trova il Paese e soprattutto non affronta i veri nodi strutturali”. “Ancora una volta è un rimedio insufficiente” giunto “dopo che per mesi ci siamo sentiti raccontare che tutto andava bene”, quando “ad ogni dato negativo seguiva sempre una rassicurazione del governo.”

Come ha dichiarato Luca di Montezemolo in un’intervista al Corriere della Sera, “ci sono tre priorità assolute che vanno messe in cima all’attività di governo: aggredire drasticamente il debito pubblico e riportarlo sotto il 100% del Pil, diminuire i costi di gestione del Paese. Rimuovere tutti gli ostacoli allo sviluppo delle imprese”.

Il presidente di Italia Futura sostiene che “prima di mettere le mani nelle tasche dei cittadini bisogna ribaltare il rapporto: lo Stato deve assumersi l’80% dell’onere di questo risanamento. E solo dopo aver dato l’esempio può chiedere il 20% ai cittadini”. Come? Vendendo e dismettendo il proprio patrimonio.

“Quello del prelievo sui redditi oltre 90 mila euro è invece uno scandalo puro e semplice. Meglio varare un’imposta una tantum sui patrimoni superiori ai 5 o ai 10 milioni di euro, andando a colpire in questo modo anche gli evasori. Una cosa è chiedere un contributo di solidarietà a me o a Berlusconi, una cosa è colpire un dirigente con famiglia a carico che vive di stipendio, paga quasi il 50% di tasse e vede persone intorno a sé che guadagnano molto di più dichiarando poco o nulla».

Leggi e diffondi su Italia Futura

Una regola di responsabilità per rispondere alla crisi

Nel pieno della gravissima crisi di fiducia che sta colpendo l’area della moneta unica europea, con effetti particolarmente pesanti sul nostro Paese, sono sempre più indispensabili decisioni che diano “ai mercati un segnale tempestivo e inequivoco”.

Come sostiene Luca di Montezemolo in un editoriale che condividiamo con te, un passo importante e concreto per restituire forza e credibilità alla nostra economia è rappresentato dalla proposta di riforma costituzionale avanzata dal senatore Nicola Rossi.

“Sul modello di quanto è stato recentemente fatto in Francia e Germania, si tratta di introdurre in Costituzione una regola di responsabilità fiscale che obblighi le Amministrazioni Pubbliche al pareggio di bilancio strutturale e al rispetto di un rapporto armonioso tra spesa pubblica e Prodotto interno lordo”.

Cinque semplici articoli per “assicurare la sostenibilità dei conti pubblici nel medio e lungo periodo a tutto vantaggio delle generazioni future e soprattutto costringere la politica di oggi e di domani, chiunque si trovi al governo di questo paese, ad un rigoroso vincolo di responsabilità nell’uso delle finanze pubbliche e al rispetto degli impegni internazionali”.

– Continua a leggere l’editoriale Una regola di responsabilità di fronte alla crisi dei mercati e la proposta di legge costituzionale di Nicola Rossi

20110803-110058.jpg

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: