È la finanza il campo di battaglia della terza guerra mondiale (di Cosimo Pacciani)

“Let’s dance, to the song they’re playing on the radio”

David Bowie – Let’s Dance

Einstein aveva torto. La III Guerra mondiale non sarà nucleare, ma digitale e finanziaria. Il campo di battaglia sarà quella zona d’ombra, con molte più di 50 sfumature di grigio, dove si incontrano flussi di dati e di capitali. La disfida del futuro prossimo, se non del presente, è per il controllo dei dati che raccontano chi siamo, cosa preferiamo, quanto guadagniamo, come risparmiamo. Flussi di denaro che attraversano il mondo in un attimo, dove sarebbe interessante aggiungere a Google Maps un tasto che ci dica come mandare cento euro da un posto all’altro. Capiremmo tante cose, se potessimo vedere visualizzata questa mappa dei trasferimenti, dei cambi di valuta, della maniera con la quale, un po’ come i bagagli all’aeroporto, i soldi arrivano più o meno regolarmente a destinazione. Conti cifrati, numeri. Una matrice spaventosa e colossale, nella quale si nasconde la chiave del futuro.

Un tempo i capitali viaggiavano alla velocità dell’uomo, dei suoi mezzi di trasporto. I mercanti fiorentini osservavano ansiosi i loro corrieri partire, ben sapendo che delle due o tre navi di pezze o di argento, forse solo una sarebbe arrivata a destinazione, integra o senza aver dovuto esigere un costo esorbitante di dazi e tasse. Il famoso «un fiorino» di Benigni e Troisi ripetuto all’infinito. Oggi, la finanza viaggia a velocità assolutamente impossibili da concepire. Il trading è spesso automatizzato, non solo per gli operatori che immaginiamo come vampiri assetati di liquidità, ma anche per le persone normali, che possono vendere sui siti di trading on-line, appena un’azione arriva al prezzo voluto.

Ed in quell’ammasso di operazioni e di trasferimenti di denaro si nasconde, oggi, il segreto del benessere di un paese, di una regione. Chi controlla la liquidità controlla i mercati. Perché sarà sempre in grado di smuovere prezzi e distruggere/creare ricchezza. Non che prima non fosse così, ma oggi l’informatica e la sofisticazione dei sistemi e dei processi, nonchè la globalizzazione del settore della finanza, hanno creato uno sbilanciamento enorme fra l’economia fisica e quella digitale. Non uso la dicotomia reale/sintetica, perché in realtà tutto è reale. In fondo alla catena di futures sul petrolio, c’è sempre un operaio che mette barili di greggio su una nave, ci sono persone che mangiano, studiano e vivono, sui proventi di quella catena di contratti.

Questa guerra dei flussi di capitale, che ha spostato la ricchezza del pianeta sempre più verso nuove aree, leggasi Cina, Singapore, Medio Oriente, alcune repubbliche ex sovietiche, come il Kazakistan, il Brasile, viene combattuta in maniera sempre più esplicita, anche da banche centrali ed istituzioni internazionali. Con l’arma della regolamentazione finanziaria, della vigilanza bancaria. La finanza e la sua esuberanza hanno prima creato le condizioni per una crescita drogata dell’economia dell’Occidente ed ora è diventata un problema geopolitico. Una Guerra che si misura in termini di numero giornaliero di poste elettroniche con inviti a convegni e seminari, su temi ogni volta nuovi, da decifrare, su nuove leggi e nuove disposizioni su rischi operativi, derivati, collaterale, etc. Un trionfo di sigle ed acronimi, come Cva, Isda, Reg. 67bis-x. Nel mondo che osservo da vicino, nei 15 anni che lavoro nella City, la Financial Services Authority è stata scorporata e reinglobata nella Bank of England almeno due volte, con ogni volta un cambiamento delle sue mansioni e responsabilità.

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Come nel 1994 lo scontro sarà tra vecchi e nuovi (di Luca Ricolfi)

È difficile che si voti a novembre, ma è praticamente certo che a novembre comincerà la bagarre. Mentre il povero Monti, come succede a fine anno a qualsiasi presidente del Consiglio, sarà alle prese con i problemi dei conti pubblici, i partiti avranno tutti la testa già rivolta alle elezioni di primavera. Ogni gesto, ogni dichiarazione, ogni parola sarà finalizzata ad attirare il maggior numero di voti possibile.

A tutt’oggi, tuttavia, noi elettori siamo all’oscuro di tutto. Non sappiamo, ad esempio, quanti parlamentari dovremo eleggere. Non sappiamo se i condannati con sentenza definitiva potranno essere candidati oppure no. Non sappiamo con quale legge elettorale si voterà. Non sappiamo quante e quali liste saranno in campo. Anche se non sappiamo nulla, possiamo però fare qualche previsione. Io ne azzardo alcune, dalla più facile alla più difficile.

Numero di parlamentari: l’auspicata riduzione non ci sarà, penso abbia ragione Arturo Parisi quando dice che i continui rinvii dell’accordo sulla legge elettorale siano stati finalizzati all’obiettivo nascosto di rendere impossibile (con la scusa che «è troppo tardi, ormai») una riforma più organica, che riduca il numero di parlamentari.

Candidabilità dei condannati: sarà perfettamente possibile candidare al Parlamento un condannato con sentenza definitiva. In questo modo il nostro Parlamento potrà conservare un primato cui evidentemente tiene molto: quello di essere l’istituzione con la massima densità di soggetti condannati e rinviati a giudizio.

Legge elettorale: se non sarà il porcellum (legge attuale), sarà il super-porcellum (legge attualmente in discussione), ossia l’unico sistema capace di sommare i difetti del proporzionale e i difetti del maggioritario. La legge di cui si parla da settimane, infatti, gode di tre interessanti proprietà: permette ai segretari di partito di scegliere a tavolino una frazione considerevole degli eletti, a prescindere dalle scelte degli elettori; non consente ai cittadini di sapere, la sera delle elezioni, chi le ha vinte e chi le ha perse (si torna ad accordi fatti in Parlamento, come nella prima Repubblica); distorce la rappresentanza, nel senso che, con il premio di maggioranza, conferisce al partito più grande molti più seggi di quanti ne merita in base al voto e, con la soglia di sbarramento al 5%, toglie molti seggi ai partiti più piccoli.

Numero delle liste: saranno tantissime, come sempre, ma quelle «vere», ossia con ragionevoli chances di superare il 5% dei consensi, saranno solo 7.

Quali liste: qui viene il bello. Secondo me lo schema delle prossime elezioni sarà un 4 + 3 + «fricioletti» (pescetti fritti, come il mio maestro Luciano Gallino chiamava i libri che una biblioteca seria non dovrebbe mai ordinare, perché costano e durano poco).

Ci saranno quattro formazioni che, se non sbagliano clamorosamente strategia e se non sono cannibalizzate dalle liste di disturbo, possono aspirare a un risultato non lontano dal 20%. Due di esse, Pdl e Pd, sono vecchie ma si presenteranno con sigle più o meno rinnovate, il Pdl con un nome e un simbolo nuovi, il Pd con qualche segno che indichi l’annessione di Sel e di Vendola al super-partito della sinistra. Le altre due liste sono nuove di zecca, e sono il movimento di Grillo (Cinque Stelle) e quello nascente di Montezemolo (Italia Futura), più o meno ibridato con movimenti di ispirazione simile.

Ci saranno poi tre formazioni che possono aspirare a qualcosa più del 5%, e cioè l’Udc, l’Italia dei Valori e la Lega, anch’esse più o meno riverniciate e restaurate per non sembrare troppo vecchie.

E infine i fricioletti, almeno 20 liste e listarelle (alcune di nobili tradizioni, altre inventate per l’occasione), implacabilmente destinate a restare sotto il 5%, quando non sotto l’1%.

Quel che è interessante, però, è il tipo di competizione politica che si prepara. Potrò sbagliare, ma a mio parere quel che sta accadendo nell’elettorato italiano è molto simile a quel che accadde venti anni fa, nel periodo di sbriciolamento non solo delle istituzioni ma anche delle strutture mentali della prima Repubblica. 

Fra il 1992 e il 1994 diminuì drasticamente la quota di italiani che ragionavano prevalentemente in termini di destra e sinistra, e aumentò sensibilmente la quota di quanti ragionavano in termini di vecchio e nuovo. Ci fu un momento, anzi, in cui questo gruppo risultò più numeroso del primo. Oggi sta succedendo qualcosa di molto simile.

Gli elettori che andranno al voto si divideranno, innanzitutto, fra chi è ancora disposto a scegliere una forza politica tradizionale e chi invece preferisce puntare su una forza nuova

I primi, i «vecchisti», potranno comodamente ragionare in termini di destra e sinistra, scegliendo una fra le tre opzioni disponibili: Pdl, Udc, Pd, i tre partiti che hanno sostenuto il governo Monti. 

I secondi, i «nuovisti», dovranno invece abituarsi a ragionare in termini molto diversi, perché l’offerta politica delle due principali liste nuove è molto più polarizzata: da una parte c’è l’anticapitalismo anti-euro e antiEuropa di Grillo, dall’altra c’è il turbo-liberalismo di Italia Futura e dei gruppi ad essa vicini, come «Fermare il declino» di Oscar Giannino. 

Qui destra e sinistra c’entrano davvero poco, quel che conta – e divide – sono le ricette per affrontare la crisi: con meno Europa e meno ceto politico se voti Grillo, con meno tasse e meno Stato se voti Montezemolo. E dintorni.

Sono due modi di porre i problemi che, in questo periodo, hanno entrambi un grande appeal. I sondaggi mostrano da almeno cinque anni che le spinte anti-partitiche e i dubbi sull’Europa sono molto radicati nell’elettorato. Ma un interessante sondaggio di Renato Mannheimer di qualche tempo fa segnalava anche un’altra e assai meno nota novità: per la prima volta da molti anni sono più gli italiani che si preoccupano dell’eccesso di tasse che quelli che si preoccupano di salvare lo Stato sociale.

Insomma, se fossi il leader di una forza politica tradizionale sarei preoccupato, molto preoccupato. La forza d’urto dell’onda anti-partiti potrebbe essere assai forte, specie sotto l’ipotesi Ber-Ber: un Pd guidato da Bersani (l’usato sicuro) e un Pdl guidato da Berlusconi (lo strausato insicuro). 

E molto mi sorprende che, quando si parla di premio di maggioranza, se ne discuta come se potesse andare solo al Pd o al Pdl, o addirittura come se la corazzata Bersani-Vendola avesse già la vittoria in tasca. 

Se fossi Bersani non sottovaluterei né l’area Montezemolo né quella di Grillo, specie nella sciagurata eventualità che i partiti continuino a restare insensibili al «grido di dolore» che, da tanti anni e da tante parti d’Italia, i cittadini levano contro la politica e i suoi indistruttibili, irrottamabili, rappresentanti di sempre.

da ItaliaFutura.it

Carlo Mazzacurati: “mal d’Africa” all’apertura della mostra del Cinema di Venezia

«Non so nemmeno io dire cosa sia questa mia cosa — ammette il regista — e non so come collocarla. Di certo l’ho vissuta come servizio, e per questo ho cercato il più possibile di nascondermi e di far parlare i protagonisti. Dei medici mi ha colpito soprattutto la ritrosia, la modestia, la loro umile ammissione di inadeguatezza rispetto alla vita dell’Occidente.»

Tratto da l’intervista di Paolo Rumiz a Carlo Mazzacurati

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Dammi la mano

Guidami, luce amabile,
tra l’oscurità che mi avvolge.
Guidami innanzi, oscura è la notte,
lontano sono da casa.
Dove mi condurrai?
Non te lo chiedo, o Signore!
So che la tua potenza
m’ha conservato al sicuro
da tanto tempo,
e so che ora mi condurrai ancora,
sia pure attraverso rocce e precipizi,
sia pure attraverso montagne e deserti
sino a quando sarà finita la notte.
Non è sempre stato così:
non ho sempre pregato
perché tu mi guidassi!
Ho amato scegliere da me il sentiero,
ma ora tu guidami!

JOHN HENRY NEWMAN
(Londra, 21 febbraio 1801 – Edgbaston, 11 agosto 1890) è stato un teologo, filosofo e cardinale inglese.

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Medicina Generale H24: la sfida dell’aggregazione del Ministro Balduzzi (da il Messaggero)

ROMA – Medici di base reperibili 24 ore su 24, tessera sanitaria elettronica per tutti, fine delle assunzioni «politiche» negli ospedali e riorganizzazione del sistema di attività privataintramoenia. La «rivoluzione» del sistema sanitario nazionale italiano, come la definiscono gli uomini del ministro Renato Balduzzi, è contenuta in un provvedimento che il titolare del dicastero ha illustrato al premier Monti e ai colleghi del governo venerdì sera in Consiglio dei ministri. E che sarà approvato nel prossimo, che si terrà il 31 agosto. Venticinque articoli molto densi destinati a incidere, e molto, sulla vita degli italiani. Riforme che, si confida, devono riuscire a migliorare l’assistenza ai malati. Dando al tempo stesso un contributo alla razionalizzazione delle finanze pubbliche. Il capitolo salute pesa infatti per 130 miliardi sulle casse dello Stato (30 solo alla voce medicinali) e nella spending review si legge di risparmi per 6 miliardi di euro fino al 2015. Che non potranno essere ricavati solo da tagli. Ma anche da una riorganizzazione intelligente del sistema che possa permettere «di utilizzare meglio le risorse che ci sono». A cominciare dall’assistenza di base, ad esempio. L’idea di Balduzzi, che ha già incassato il via libera delle organizzazioni di rappresentanza, è quella di archiviare la figura del medico di base. Il vecchio, caro medico di famiglia. Però solitario al lavoro, attivo 5 giorni alla settimana. E irreperibile, magari anche solo per le ricette, nel fine settimana. Con il risultato di ingolfare gli ospedali per esigenze di poco conto. «Come nei casi segnalati all’Umberto I» si ricorda. La riforma immaginata dal governo prevede la nascita di nuclei di 5 o 6 medici (sono già in corso sperimentazioni in Veneto e Lombardia) che possano alternarsi alla guida dello studio in modo da offrire assistenza senza soluzione di continuità ai pazienti. Delle vere e proprie aggregazioni professionali, sulla falsariga di quanto avviene da anni in molti Paesi europei. «Siamo favorevoli a questa svolta» dice Claudio Cricelli. Il presidente della società italiana di medicina generale spiega che la riforma avrà il pregio di allargare il ventaglio dei servizi a disposizione dei pazienti. «Siamo consapevoli osserva Cricelli che il futuro passa da una aggregazione di medici che in quanto tale, oltre a fornire assistenza di base 24 ore su 24, potrà garantire anche la diagnostica e alcune visite specialistiche». Un altro capitolo sul quale si punta molto è la riscrittura delle norme per il reclutamento dei dirigenti sanitari. Troppe nomine politiche, troppi casi di clientelismo nel presente e nel recente passato. «Le regole che possano assicurare la trasparenza saranno rese più stringenti» dicono i collaboratori di Balduzzi indicando in curriculum a prova di bomba, da oggi in avanti, la precondizione per poter guidare una struttura sanitaria. Il Consiglio dei ministri del 31 agosto darà anche il via libera al fascicolo sanitario elettronico per i pazienti. Teoricamente dovrebbe già essere realtà. Nella pratica è decollato, tra le grandi regioni, solo in Lombardia ed Emilia Romagna. Si punta, in un futuro non troppo prossimo, a immagazzinare in un chip tutte le informazioni sanitarie di una persona. Per poi inserirle dentro la tessera sanitaria. Ecografie, diagnosi, radiografie, ricette. Mai più polverosi dossier: tutto digitalizzato e pronto per essere agevolmente consultato al computer. La rivoluzione riguarderà anche l’attività privata svolta in strutture pubbliche dai medici. Si tratta della riforma «intramoenia» voluta dall’ex ministro Rosy Bindi nel ’99. Che però non ha mai funzionato fino in fondo. Gli uomini del ministero parlano anzi di «far west» da regolare, ricordando i diversi decreti che si sono inutilmente succeduti in questi ultimi 13 anni sulla questione. In particolare, l’intervento cercherà di sistemare la questione della cosiddetta intramoenia allargata. Vale a dire l’attività svolta da medici presso strutture private per mancanza di spazi sanitari pubblici. Potranno continuare ad essere svolta ma, dice chi sta lavorando al provvedimento, «dovrà essere assicurata la tracciabilità dei pagamenti da parte dei pazienti e l’azienda sanitaria dovrà ricevere, dal parte del professionista, una certificazione». Elementi che, si osserva, non sempre fino a oggi sono stati rispettati.

Ecco l’Agenda del Governo in tema di Salute

2.2.8 Salute
La sfida è tutelare e valorizzare il Servizio Sanitario Nazionale, contenendone i costi anche attraverso la riduzione gli sprechi e intervenendo dove la qualità delle prestazioni erogate non è all’altezza. Con la spending review si è inciso soprattutto sulla dimensione dell’efficienza: con la riduzione dei posti letto, il provvedimento sulla prescrizione del principio attivo, i nuovi tetti e i regimi di scontistica sui farmaci e, soprattutto, con l’intervento sugli acquisti di beni non sanitari da parte di ASL e ospedali, per un ammontare complessivo di risparmi pari a 6,8 miliardi da qui al 2015. Altre misure importanti già adottate dal Ministero, in collaborazione con le Regioni, sono l’introduzione dei nuovi modelli di rilevazione economica CE/SP delle aziende del SSN e l’avvio della trasmissione telematica dei certificati di malattia.
Azioni in programma
• Riattivare il processo di definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza
• Definire, di concerto e con le Regioni, il Patto per la salute 2013-2015
• Impostare i criteri per il riparto del FSN 2013, sulla base dei costi standard previsti dalla
disciplina sul federalismo fiscale
• Riformare la libera professione dei medici (intramoenia) e intervenire sul regime di tutela
dal rischio clinico per il personale sanitario
• Migliorare l’accesso alle cure per i portatori di malattie rare
• Attuare il piano per la non autosufficienza e promuovere l’assistenza domiciliare per gli
anziani

Spot pro-denunce: il Ministro Balduzzi prenda provvedimenti per tamponare la medicina difensiva

23 AGO – “Gli spot televisivi, che invitano i cittadini a denunciare i casi di presunta malasanità rappresentano un attacco pericoloso e ingiustificato contro i camici bianchi italiani. Il 90% delle accuse legali contro il personale sanitario termina con un’assoluzione da parte della magistratura. Non siamo neanche d’accordo con l’introduzione del sistema bonus malus nelle polizze assicurative per i medici”. E’ questo il commento del presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo), Nicola Surico, alla recente campagna pro-risarcimenti.

Spot trasmessi, ricorda la Sigo, alla vigilia dell’approvazione da parte del Governo di un provvedimento legislativo che disciplina la responsabilità medica e il sistema assicurativo professionale. Una specifica clausola di questo decreto vuole estendere al personale sanitario il principio delle classi di merito, come quello in uso nelle polizze Rc auto. “La salute dei cittadini viene tutelata se è garantita al medico la libertà di agire come ritiene più opportuno – prosegue Surico -. Fomentare tramite campagne fuorvianti la ricerca dell’errore medico e del risarcimento a tutti costi incentiverà ulteriormente il ricorso alla medicina difensiva. Molti camici bianchi rifiuteranno di assumersi gravi responsabilità nei casi clinici di emergenza. Ma, se un chirurgo o un traumatologo possono, a volte, ritirarsi di fronte a casi complicati, questo non può avvenire per il ginecologo ostetrico, che opera in sala parto ed è costretto a prendere importanti decisioni in tempo reale per tutelare la salute di madre e neonato”.

Per questo la Sigo chiede urgentemente al ministro della Salute Renato Balduzzi di intervenire affinché si approvi in breve tempo un decreto che preveda l’obbligo assicurativo da parte dello Stato per il singolo professionista. “Per noi ginecologi – sottolinea il presidente Surico – la situazione non è più sostenibile dal momento che i costi raggiunti dalle polizze sono proibitivi. Inoltre è sempre più difficile trovare una compagnia disposta ad assicurarci. Un ulteriore provvedimento auspicabile è quello di stabilire, all’interno del contenzioso medico-legale, un tetto massimo di risarcimento. Questo limite potrà garantire la copertura assicurativa a tutto il personale medico operante nel sistema sanitario nazionale”.

da QuotidianoSanità

Anticipi di Cross-Border Healthcare: Emigrare per curarsi. Non è il meridione, ma l’Alto Adige (di Marco Sarti)

Costretti a viaggiare per un ricovero. A volte solo per ricevere una prestazione ambulatoriale. Non è un caso di malasanità nel Sud Italia, ma la quotidianità a Bolzano. Il presidente del consiglio provinciale Minniti solleva la questione. Nel 2011 sono stati spesi 45 milioni di euro per le prestazioni ospedaliere fuori confine dei cittadini altoatesini. Ci si cura in Veneto, soprattutto. Ma la metà dei pazienti preferisce l’Austria.

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In viaggio per farsi curare. Costretti a lasciare il proprio territorio per un ricovero o, talvolta, anche solo per ricevere una prestazione ambulatoriale. Non è l’ennesima vicenda di malasanità nel Sud Italia, ma la quotidianità a Bolzano. Gli altoatesini preferiscono gli ospedali degli altri. Per ricevere prestazioni ospedaliere vanno in Veneto, soprattutto. Ma anche in Austria. Una tendenza che finisce per avere pesanti ricadute sulle casse della provincia autonoma. «Nel corso del 2011 – come ha denunciato in un’interrogazione il presidente del consiglio Mauro Minniti – la spesa della sanità provinciale per i ricoveri e le prestazioni ambulatoriali in altre province italiane e all’estero di cittadini altoatesini ammonta quasi a 45 milioni di euro (+ 8 per cento circa in confronto al 2009)». Una spesa rilevante, che per il 44 per cento è stata erogata al servizio nazionale austriaco.

Che fine ha fatto la tanto decantata – a buon ragione – efficienza altoatesina? I servizi sanitari impeccabili, l’assistenza rapida e di qualità? «Evidentemente – racconta il Pdl Minniti al telefono – Ci sono servizi sanitari che a Bolzano non vengono resi. Oppure, ancora peggio, che hanno tempi di attesa lunghissimi». Liste di attesa per un controllo medico come in un qualsiasi ospedale romano. E per una volta il Paese si scopre davvero unito.

A scorrere la lista delle prestazioni ospedaliere più richieste fuori provincia, si scopre che spesso si tratta anche delle più comuni. Nel 2011 i cittadini residenti in Alto Adige hanno varcato i confini per sottoporsi a 108 interventi sule valvole cardiache (per una spesa di 2.748.600 euro), 67 interventi di bypass coronarico (907.538 euro). Ma soprattutto 218 interventi sul cristallino, «con o senza vitrectomia». Pari a una spesa di 378mila euro. «Ma siamo davvero sicuri che in Alto Adige non si possano offrire prestazioni di questo tipo?» si lamenta Minniti. «Parliamo di interventi non particolarmente rari».

Intanto i costi aumentano. Qualche mese fa l’assessore provinciale alla Sanità Richard Theiner aveva già risposto a una richiesta di chiarimenti avanzata da Minniti, pubblicando il dettaglio delle spese sostenute dal servizio sanitario provinciale per le prestazioni erogate a favore di cittadini altoatesini in Italia – fuori dalla provincia di Bolzano – e in Austria. E se nel 2009 la cifra totale raggiungeva i 41 milioni di euro (quasi 23 milioni per ricoveri e prestazioni ambulatoriali in Italia e 19 milioni in Austria). Nell’anno appena trascorso la spesa ha raggiunto i 44.852.000 euro (di cui 25 milioni erogati a strutture italiane).

Quali sono gli ospedali più ricercati? I primi cinque centri più richiesti dagli altoatesini si trovano tutti in Italia. Si tratta di ospedali pubblici e convenzionati, «dato che l’accesso – ha spiegato l’assessore Theiner – è libero e basato sul principio della libera scelta del paziente del luogo di cura». Al primo posto c’è l’ospedale della vicina Trento. Seguono quattro realtà venete: l’azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, l’azienda ospedaliera di Padova, l’ospedale Sacro Cuore di Negrar e la casa di cura privata polispecialistica di Peschiera del Garda (a cui il servizio sanitario della provincia di Bolzano ha corrisposto quasi 600mila euro). Mancano le strutture austriache – la città più interessata dal particolare fenomeno migratorio è Innsbruck – dove pure viene destinato il 44 per cento della spesa.

Questa vicenda «deve farci interrogare – denuncia Minniti – sui motivi per cui si è scelto, da parte del paziente, una sanità estranea alla nostra e quindi porci dei dubbi sullo stato dell’offerta credibile, piena ed efficiente del servizio sanitario altoatesino, nel quale, evidentemente, si investe in maniera insufficiente, creando disagi all’utenza».

Da Linkiesta.it

Il messaggio del Papa al Meeting: «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito»

Ecco il testo completo del messaggio autografo inviato dal Papa Benedetto XVI al Vescovo di Rimini in occasione del XXXIII Meeting per l’Amicizia tra i popoli (Fonte http://www.meetingrimini.org):

Al Venerato Fratello
Monsignor FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini

Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a Lei, agli organizzatori e a tutti i partecipanti al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, giunto ormai alla XXXIII edizione. Il tema scelto quest’anno – «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» – risulta particolarmente significativo in vista dell’ormai imminente inizio dell’«Anno della fede», che ho voluto indire in occasione del Cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Parlare dell’uomo e del suo anelito all’infinito significa innanzitutto riconoscere il suo rapporto costitutivo con il Creatore. L’uomo è una creatura di Dio. Oggi questa parola – creatura – sembra quasi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come ad un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. La considerazione dell’uomo come creatura appare «scomoda» poiché implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro – non gestibile dall’uomo – che entra a definire in modo essenziale la sua identità; un’identità relazionale, il cui primo dato è la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e ci ha creati. Eppure questa dipendenza, da cui l’uomo moderno e contemporaneo tenta di affrancarsi, non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo, chiamato alla vita per entrare in rapporto con la Vita stessa, con Dio.

Dire che «la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» significa allora dire che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con Dio, con l’Infinito. All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza, e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen, 1,27). E il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi dei nostri progenitori a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui. Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo, quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso. Il Salmo 63 [62] ci aiuta a entrare nel cuore di questo discorso: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua» (v. 2). Non solo la mia anima, ma ogni fibra della mia carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. E questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo: anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. Inizia invece una ricerca affannosa e sterile, di «falsi infiniti» che possano soddisfare almeno per un momento. La sete dell’anima e l’anelito della carne di cui parla il Salmista non si possono eliminare, così l’uomo, senza saperlo, si protende alla ricerca dell’Infinito, ma in direzioni sbagliate: nella droga, in una sessualità vissuta in modo disordinato, nelle tecnologie totalizzanti, nel successo ad ogni costo, persino in forme ingannatrici di religiosità. Anche le cose buone, che Dio ha creato come strade che conducono a Lui, non di rado corrono il rischio di essere assolutizzate e divenire così idoli che si sostituiscono al Creatore.

Riconoscere di essere fatti per l’infinito significa percorrere un cammino di purificazione da quelli che abbiamo chiamato «falsi infiniti», un cammino di conversione del cuore e della mente. Occorre sradicare tutte le false promesse di infinito che seducono l’uomo e lo rendono schiavo. Per ritrovare veramente se stesso e la propria identità, per vivere all’altezza del proprio essere, l’uomo deve tornare a riconoscersi creatura, dipendente da Dio. Al riconoscimento di questa dipendenza – che nel profondo è la gioiosa scoperta di essere figli di Dio – è legata la possibilità di una vita veramente libera e piena. È interessante notare come san Paolo, nella Lettera ai Romani, veda il contrario della schiavitù non tanto nella libertà, ma nella figliolanza, nell’aver ricevuto lo Spirito Santo che rende figli adottivi e che ci permette di gridare a Dio: «Abbà! Padre!» (cfr 8,15). L’Apostolo delle genti parla di una schiavitù «cattiva»: quella del peccato, della legge, delle passioni della carne. A questa, però, non contrappone l’autonomia, ma la «schiavitù di Cristo» (cfr 6,16-22), anzi egli stesso si definisce: «Paolo, servo di Cristo Gesù» (1,1). Il punto fondamentale, quindi, non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi.

A questo punto però sorge una domanda. Non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. Dall’Incarnazione, dal momento in cui in Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino.

Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità. «Ci hai fatti per te – scriveva Agostino – e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1). Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci chiede attraverso le circostanze della vita, fosse anche la dedizione di tutto noi stessi in una forma particolare di seguire e imitare Cristo nel sacerdozio o nella vita religiosa. Il Signore, chiamando alcuni a vivere totalmente di Lui, richiama tutti a riconoscere l’essenza della propria natura di essere umani: fatti per l’infinito. E Dio ha a cuore la nostra felicità, la nostra piena realizzazione umana. Chiediamo, allora, di entrare e rimanere nello sguardo della fede che ha caratterizzato i Santi, per poter scoprire i semi di bene che il Signore sparge lungo il cammino della nostra vita e aderire con gioia alla nostra vocazione.

Nell’auspicare che questi brevi pensieri possano essere di aiuto per coloro che prendono parte al Meeting, assicuro la mia vicinanza nella preghiera ed auguro che la riflessione di questi giorni possa introdurre tutti nella certezza e nella gioia della fede.

A Lei, Venerato Fratello, ai responsabili e agli organizzatori della manifestazione, come pure a tutti i presenti, ben volentieri imparto una particolare Benedizione Apostolica.

Da Castel Gandolfo, 10 agosto 2012
Benedetto XVI

Farmaci generici e nuova prescrizione: facciamo chiarezza per i medici!

Scandaloso Codacons, come medici responsabili è questa la demagogia che dobbiamo combattere a tutti i costi:

http://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=10480

Ricordo che dall’entrata in vigore della legge sono concessi per legge 30 giorni per mettersi in regola visto anche il mancato aggiornamento dei software e la necessità di compilare a mano le ricette.
Ad ogni modo, rileggendo bene la normativa la norma non modifica il quadro già vigente salvo nei casi di “prescrizione effettuata su ricetta del Servizio Sanitario Nazionale per pazienti trattati per la prima volta per una patologia cronica o per un nuovo episodio di patologia non cronica”.
In questi casi il medico ha comunque facoltà di indicare oltre al principio attivo anche la denominazione commerciale del farmaco. Solo nel caso in cui voglia rendere vincolante la prescrizione e quindi non sostituibile il medicinale dovrà motivarla brevemente.

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Per maggiore chiarezza sono andato a cercare il parere dal sito del Ministero:

Sono pervenute al Ministero della salute richieste di chiarimenti sulle disposizioni contenute nel comma 11-bis del decreto- legge n. 95/2012, nel testo modificato, in sede di conversione, dal Senato e attualmente all’esame della Camera dei deputati ai fini della definitiva approvazione, riguardanti le nuove modalità di prescrizione di alcuni farmaci nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.

Si ribadisce, innanzi tutto, che le nuove previsioni normative riguardano le prescrizioni effettuate su ricetta del SSN per pazienti trattati per la prima volta per una patologia cronica o per un nuovo episodio di patologia non cronica (ad esempio, per un nuovo episodio di tonsillite, a distanza di tempo da altro episodio analogo).

Il legislatore ha chiaramente evitato, in sostanza, di introdurre una previsione normativa che potesse risultare in contrasto con la tesi, tuttora controversa e oggetto di ampio dibattito, secondo cui non sarebbe esente da possibili inconvenienti il passaggio, nel corso di una terapia già iniziata, dall’impiego di un medicinale a quello di altro medicinale, sia pur di uguale composizione.

Nei casi sopra specificati, il medico dovrà sempre indicare sulla ricetta la denominazione del principio attivo del farmaco. Tale indicazione (accompagnata, ovviamente, dagli altri elementi identificativi del medicinale: dosaggio, forma farmaceutica e, se necessaria, via di somministrazione) è necessaria e sufficiente per ottenere la consegna, da parte del farmacista, del medicinale con onere a carico del Servizio sanitario nazionale. Il farmacista, in base a quanto stabilito dalle norme già in vigore (articolo 11, c. 12, del decreto-legge n. 1/2012, convertito con modificazioni dalla legge n. 27/2012), è tenuto a fornire al paziente il medicinale avente il prezzo più basso fra quelli a base del principio attivo indicato dal medico. Se più medicinali hanno il prezzo più basso, potrà essere consegnato uno qualsiasi di essi, eventualmente secondo la preferenza dell’assistito. Resta ferma la possibilità dell’assistito di chiedere al farmacista un farmaco a prezzo più alto, ma in questo caso egli dovrà corrispondere al farmacista una somma pari alla differenza fra i due prezzi.

Nel prescrivere il medicinale destinato alla cura di una malattia cronica di un nuovo paziente o alla cura di un nuovo episodio di malattia non cronica, il medico ha facoltà di aggiungere all’indicazione del principio attivo, sempre obbligatoria, l’indicazione di un farmaco specifico a base di quel principio attivo (e cioè un medicinale con nome di fantasia o un medicinale con denominazione generica, costituita dalla denominazione del principio attivo seguita dalla denominazione del titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco). Questa semplice aggiunta dell’indicazione di uno specifico medicinale, tuttavia, non è vincolante per il farmacista, che dovrà, invece, attenersi alle richiamate norme del decreto-legge n. 1 /2012. Egli, quindi, consegnerà il medicinale specificato dal medico soltanto se questo ha il prezzo più basso fra i prezzi dei medicinali in commercio di uguale composizione. Se il medicinale specificato in ricetta ha un prezzo più alto, il farmacista dovrà sempre consegnare all’ assistito uno dei farmaci di uguale composizione avente il prezzo più basso (fatta salva la ricordata possibilità del paziente di chiedere la consegna del farmaco a prezzo più alto, previa corresponsione della differenza fra i due prezzi).

La nuova disciplina approvata dal Senato, infine, conferma la possibilità – già prevista dall’articolo 11 del decreto-legge 2011 – che il medico, nell’indicare nella ricetta, dopo la denominazione del principio attivo, la specificazione di un determinato medicinale, aggiunga una clausola di “non sostituibilità” del medicinale specificato. Il medico, tuttavia, sarà tenuto a motivare nella ricetta stessa le ragioni dell’apposizione di detta clausola. Soltanto quando è presente tale motivazione la ricetta contenente la clausola di non sostituibilità potrà ritenersi conforme alla previsione normativa e potrà legittimare, pertanto, la consegna all’assistito del medicinale indicato dal medico, previa corresponsione da parte del cliente della eventuale differenza fra il prezzo del medicinale e il prezzo di rimborso stabilito, per i medicinali di quella composizione, dall’Agenzia italiana del farmaco.

Le disposizioni sopra descritte entreranno in vigore il giorno successivo a quello della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge di conversione del decreto-legge n.95/2012 (ove la stessa legge di conversione non apporti ulteriori modifiche a questo riguardo).

Infine, personalmente, ho trovato interessante questo articolo dello scorso gennaio che ci da un po’ la dimensione di come “tira il vento” in EU:

http://scienza.panorama.it/salute/I-farmaci-generici-sono-davvero-uguali-a-quelli-di-marca