Italiani i più anziani dopo il Giappone, ma con il record per le pensioni: oltre 27 anni a riposo

Le riforme delle pensioni varate negli ultimi 15-20 anni hanno garantito la sostenibilità finanziaria del sistema. Ma è la sua «sostenibilità sociale» che potrebbe riservare brutte sorprese per il futuro. È la conclusione cui giunge il focus sull’Italia dell’ultimo rapporto Ocse sulla previdenza diffuso quest’estate (Ocse; pension at a glance 2011). «La situazione economica attuale e le caratteristiche del mercato del lavoro dove si assiste all’emergere di forme di precarietà nei contratti e nelle retribuzioni hanno il potenziale di ridurre i trattamenti pensionistici futuri per questi lavoratori» spiega l’economista Anna Cristina D’Addio, specialista di previdenza nella divisione welfare dell’organizzazione parigina.

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Se oggi l’Italia è chiamata a rimettere mano al cantiere previdenziale ancora un volta per ragioni di finanza pubblica, questo non significa che non ci siano tante e buone ragioni di ordine previdenziale e di politica del lavoro per completare il percorso fatto fin qui. Nel 2010 l’Italia era il secondo Paese dell’area Ocse più anziano dal punto di vista demografico dopo il Giappone, con solo 2,6 persone in età lavorativa (20-64) per ogni cittadino over 65. Un contesto demografico destinato a perdurare, visto il basso tasso di natalità, e che da solo determina buona parte della spesa pensionistica (attorno al 15% del Pil contro una media Ocse del 7-8%).
Per questo sostenere che il nostro sistema è già stato «messo in sicurezza» non è più giustificato. Perché a prescindere dalle dinamiche future dell’economia, c’è una transizione demografica che ci penalizza e che è appena compensata dai flussi di immigrati per lavoro (dovrebbero essere 200mila l’anno secondo stime della Ragioneria). Che fare, allora? Per l’Ocse ma anche per molte altre think tank bisogna migliorare i tassi di partecipazione dei lavoratori di età superiore ai 60 anni.

Secondo gli analisti l’effetto combinato di una bassa età effettiva di uscita dal mercato del lavoro – che oggi oscilla intorno a 61 anni per gli uomini e a circa 59 anni per le donne – e di un’elevatala speranza di vita a quella stessa età sono all’origine della lunga durata attesa del pensionamento. I lavoratori italiani possono oggi aspettarsi di vivere circa 23 anni come pensionati e le donne più di 27 anni. Un arco di vita (passiva) tra i più lunghi, pari solo a quelli che si determineranno in Francia o in Lussemburgo, mentre in Paesi come il Portogallo e il Giappone si fermano su durate di pensionamento attorno ai venti anni. Dunque, se l’innalzamento del l’età lavorativa resta l’obiettivo fondamentale per garantire equilibri previdenziali accettabili per i lavoratori più giovani, il successo della riforma dipende dall’effettiva capacità di innalzare anche la partecipazione al lavoro dei più anziani (oltreché delle donne e dei giovani). E in questa prospettiva l’Italia ha ampi margini di recupero, visti i tassi di partecipazione relativamente bassi delle persone nella fascia di età 55-69 rispetto alla media Ocse.

Solo il 62% degli uomini che appartengono a questa coorte partecipa al mercato del lavoro, contro il 78% della media dei Paesi Ocse. E questa percentuale scende ulteriormente con il crescere dell’età: solo il 30% degli uomini di 60-64 anni e circa il 13% nella fascia di età 65-69 partecipa al mercato del lavoro rispetto al 54,5% e 29,3%, rispettivamente, delle medie Ocse.

Che cosa ci dicono queste percentuali è fin troppo chiaro: non basta completare il piano di riforme con ulteriori (e definitivi) aumenti dell’età pensionabile. Se alzare i requisiti anagrafici garantisce sulla carta un calo della spesa previdenziale, per far funzionare quest’ultimo miglio della riforma servono politiche attive per l’occupabilità degli over 55 e degli over 60. E lo stesso discorso vale per le donne, visto che per loro l’età media di pensionamento, nel periodo 2004-2009, è stata di 58 anni, contro i 64 anni di una lavoratrice americana o i 67 di una collega giapponese.

da Sole24Ore

Giovani farmacisti: “No a multinazionali del profitto nel mercato della farmacia italiana”

L’allarme arriva dall’Agifar di Milano e di Modena. Appello al Governo per “colmare quei gap di legge che permettono a tali soggetti di entrare in un sistema che, così com’è, garantisce un ottimo servizio senza essere basato esclusivamente da concetti di profitto”.

21 OTT – È “rischiosa la scesa in campo” di aziende multinazionali che “mirano ad impadronirsi di un largo numero di farmacie sul territorio italiano e ad unificarle sotto un’unica bandiera con un unico fine, quello commerciale, tipico della grande distribuzione organizzata e delle multinazionali”. Ne sono convinti i giovani farmacisti Agifar di Milano e Modena, secondo i quali “queste catene che finirebbero col trasformare il servizio sanitario italiano, uno dei servizi farmaceutici migliori al mondo, in uno scenario degno di un Romeo e Giulietta moderno, con Montecchi contro Capuleti, o meglio DocMorris contro Boots dove i grossisti principali che rimarranno dopo le prossime fusioni, saranno gestori in franchising della maggior parte delle farmacie sul territorio italiano, naturalmente di quelle più remunerative e con bacino d’utenza più ampio”.
Uno scenario che per l’Agifar di Milano e di Modena “non è idoneo al sistema sanitario italiano, che mira invece ad una assistenza capillare, professionale e di qualità su tutto il territorio nazionale”.
“Da sempre – scrivono le due associazioni di giovani farmacisti in una nota – abbiamo sostenuto che l’unico modo per poter garantire ciò sia di affidare il sistema farmacia a dei farmacisti privati che rispondano personalmente e professionalmente di tutto l’operato svolto all’interno della loro attività, come d’altra parte avviene tuttora. Ci chiediamo inoltre che fine faremmo noi giovani farmacisti, una volta conseguita la titolarità di una farmacia (ambizione di molti giovani farmacisti), non avendo la possibilità di competere con il capitale di queste multinazionali miliardarie. Intanto come dipendenti verremmo trasferiti da una farmacia all’altra della stessa catena (anche in città diverse) per sopperire ad eventuali esigenze di personale e continuando a percepire uno degli stipendi più bassi da farmacista d’Europa. Verrebbe penalizzando anche il cittadino che non avrebbe più una figura stabile di riferimento e di fiducia e che non avrebbe più una capillarità ed uniformità del servizio farmaceutico, lasciando che si acuiscano le differenze di servizio tra le diverse zone d’Italia, tra la provincia e la città, tra la periferia ed il centro ecc”.

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L’Agifar di Milano e Modena chiede quindi al Governo di “provvedere a colmare quei gap di legge che permettono a tali soggetti di entrare in un sistema che, così com’è, garantisce un ottimo servizio alla popolazione senza essere basato esclusivamente da concetti di profitto, dato che i proprietari delle multinazionali sono degli azionisti che col cittadino e con il sistema sanitario non hanno nulla da spartire”.

Da QuotidianoSanità

Le 10 domande da fare al medico (AHRQ)

L’Agenzia federale americana sulla ricerca e la qualità nell’assistenza sanitaria (Agency for Healthcare Resarch and Quality) propone 10 domande che ogni paziente dovrebbe fare al proprio medico per acquisire le informazioni necessarie ad esprimere il proprio consenso ai trattamenti.

A che cosa serve questo esame?
Quante volte ha eseguito questa procedura o questo intervento?
Quando avrò i risultati?
Perché mi serve questo trattamento?
Ci sono alternative?
Quali sono le possibili complicanze?
Qual è l’ospedale migliore per affrontare i miei problemi?
Come si computa il nome di quel farmaco?
Ci sono effetti collaterali?
Questa medicina interferisce con le altre medicine che sto prendendo?
http://www.ahrq.gov/questions/

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In diretta dalla Plenaria di Osservasalute

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Rapporto Osservasalute 2011

Si sta svolgendo presso l’Hotel Villa Maria Regina di Roma, la Riunione Plenaria di fine lavori del Rapporto Osservasalute 2011.
I lavori termineranno alle 15 di domani, mercoledì 19 ottobre.

Rugarli, gratis online il capitolo sulle Aritmie

Da oggi è disponibile, nel Download Center di Doctor33, il capitolo dedicato alle Aritmie tratto dal volume “Medicina interna sistematica” di Claudio Rugarli.
Curato da Antonio Dello Russo, Gabriele Ferrario, Gaetano A. Lanza e Gemma Pelargonio, il capitolo approfondisce aspetti legati alle bradiaritmie, alle tachiaritmie e alle malattie dei canali ionici e dei recettori di membrana.
Sono disponibili solamente 500 Download e il capitolo rimarrà on line sino a domenica 23 ottobre. A seguire, il capitolo sul Diabete.
Il Download Center di Doctor33, è la nuova area dalla quale i lettori del portale possono scaricare gratuitamente contenuti della pubblicistica Elsevier. Si tratta di un’iniziativa volta alla formazione e all’aggiornamento della nostra comunità Medikey, già raggiunta quotidianamente dall’informazione di Doctornews.

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In ospedale arriva il “farmacista di dipartimento” per evitare sprechi ed errori

Prende piede questa nuova figura che da oggi potrà contare anche su un manuale ad hoc frutto della collaborazione del ministero della Salute, della Fofi, della Sifo, dell’Aiom e dell’Eahp. Mandelli (Fofi): “Urgente contrattualizzare gli specializzandi”.

12 OTT – Prendere il farmaco sbagliato o più banalmente assumerlo in modo errato per quantità e modalità può essere anche fatale. I casi di errori sanitari connessi alla somministrazione di farmaci sono per fortuna limitati ma il fenomeno esiste e per contrastarlo efficacemente sta prendendo piede il ruolo del farmacista di dipartimento.
Una figura ancora poco nota nel nostro Ssn ma che può rappresentare la chiave per la razionalizzazione di tutto il percorso terapeutico-farmacologico che il paziente deve affrontare durante e dopo il ricovero in ospedale.
Se ne è parlato oggi a Roma al ministero della Salute dove è stato presentato un manuale teorico-pratico per la prevenzione degli errori in terapia e l’implementazione delle politiche di governo clinico in oncologia, frutto del lavoro congiunto dello stesso ministero, della Fofi, della Sifo, dell’Aiom e dell’Associazione europea dei farmacisti ospedalieri (Eahp).
Più qualità, più efficienza, meno costi: questi gli obiettivi del progetto che trova sostanza anche in un’indagine ad esso collegata che ha monitorato il livello attuale di partecipazione del farmacista alle scelte farmacologiche in ospedale in alcune aziende sanitarie. Risultati parziali ma incoraggianti se consideriamo che già oggi il farmacista è coinvolto nel consiglio terapeutico nel 50% dei casi e ancor più lo è (58%) quando si tratta di consigliare come proseguire la terapia una volta dimessi dall’ospedale. E sono molto buoni anche i giudizi dei colleghi medici e infermieri che considerano in grande maggioranza (il 90,6%) questa esperienza positiva, sia per la possibilità di confronto/consiglio (69,9%), sia per l’alleggerimento del rispettivi carichi di lavoro (20,7%).
Ma come sviluppare questa funzione? Come far sì che essa diventi organica alla vita ospedaliera? A dare una prima risposta è stato il presidente della Fofi Andrea Mandelli che ha puntato l’indice sulla necessità di garantire percorsi finalmente chiari, strutturati e incentivanti per la specializzazione in farmacia ospedaliera, prevedendo contratti regolari per gli specializzandi che oggi non possono contare su alcun sostegno economico. E questo per rispondere appieno e in modo permanente e non episodico allo scopo principale di questa figura che è quello di coniugare la ricerca di economie a un’assistenza capace di offrire ai pazienti le migliori terapie”.
Per Luigi D’Ambrosio Lettieri, vice presidente della Fofi, l’iniziativa rientra in una precisa strategia diretta non a proporre un’ulteriore strozzatura della spesa sanitaria nazionale bensì per definire strumenti attraverso i quali intervenire sugli sprechi. Avviare progetti come questo “è uno di quegli investimenti indispensabili per garantire il futuro del nostro sistema sanitario che ha finora scontato politiche dirette soltanto a comprimere la spesa. Ben venga dunque questa iniziativa che conferma l’impegno del ministro Fazio”.
“Questo progetto” ha affermato dal canto suo Laura Fabrizio, presidente della Sifo, “nasce dalla consapevolezza di quanto la figura del farmacista di reparto sia diffusa in altri Paesi: lo testimonia anche una copiosa letteratura che, peraltro, ne ha sempre sottolineato gli aspetti positivi”. Ma c’è un’altra valenza importante: quella che vede figure professionali diverse – farmacisti, medici, infermieri, tecnici ecc. – operare in team e collaborare anche con le istituzioni e le strutture accademiche per l’elaborazione e la diffusione dei loro risultati. “Non va dimenticato” ha ricordato “che il farmacista di reparto può risultare estremamente utile non solo nel momento in cui il paziente vive la sua esperienza ospedaliera ma anche quando quest’ultimo abbandona l’ospedale e torna sul territorio”.

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Tutti d’accordo, dunque, sulla validità dell’iniziativa – lo hanno confermato parlando di “rilevante scelta culturale” – Marco Venturini dell’Aiom e Roberto Frontini dell’Eahp (tornato anche lui sulla questione della mancanza di sostegni economici nel periodo di specializzazione), così come Domenico Di Bisceglie, direttore sanitario dell’Irccs Casa Sollievo della sofferenza di S. Giovanni Rotondo che ha voluto sottolineare l’impatto positivo che iniziative simili possono avere su un’organizzazione sanitaria come quella italiana ancora troppo legata a schemi “antichi”.
Gli stessi pazienti – la ha ricordato in conclusione Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva – non possono che confermare la necessità di introdurre figure come quella del farmacista di reparto che abbiano competenze specifiche nel monitoraggio delle terapie e possano così farsi garanti della loro sicurezza ed efficacia.
Un’attenzione questa che il ministero della Salute ha sempre posto tra i suoi obiettivi primari: lo ha ricordato Susanna Ciampalini farmacista della Direzione generale della programmazione sanitaria (a moderare il dibattito è stato Alessandro Ghirardini, dirigente dell’Ufficio III della stessa Direzione) illustrando i molti programmi ministeriali diretti ad assicurare la sicurezza e la qualità delle terapie farmacologiche (dalle Raccomandazioni alla campagna sui farmaci Lasa – Look Alike Sound Alike, fino alle Guide per cittadini e operatori e ai Manuali).
A dar conto dei risultati della sperimentazione sono stati, rispettivamente Francesco Cattel, responsabile area Farmacia clinica de Le Molinette di Torno, Angelo Palozzo, coordinatore nazionale dell’Area Oncologia della Sifo e Piera Polidori, direttpore dell’UOC farmacia dell’Ismett di Palermo. Dai loro interventi – senza dimenticare quello di Claudio Jommi dell’Università Bocconi di Milano che si è soffermato sulla metodologia di rilevazione dei risultati – è emerso come ci siano stati sensibili cambiamenti nei processi gestionali delle cinque strutture interessate, testimoniati da specifici indicatori di processo e di esito. Tra questi la conformità delle prescrizioni al Registro Aifa dei farmaci oncologici sottoposti a monitoraggio (Registro Aifa-Onco), il monitoraggio delle prescrizioni off-label dei medicinali, la riduzione del valore in euro delle scorte dei emdicinali nell’armadio di reparto. Ma anche la diminuzione delle ri-ospedalizzazioni per eventi/reazioni avverse da medicinali, la registrazione di “near miss” (incidenti potenziali che non avvengono per casualità) e, infine, la qualità percepita da parte degli operatori sanitari e dei pazienti. Che, in proposito, hanno dimostrato di aver percepito con chiarezza quanto la presenza del farmacista abbia influito sull’assistenza loro prestata.

da QuotidianoSanità

Benedizione del Papa per l’avvio dei lavori della Conferenza Nazionale di Sanità Pubblica SItI 12-15 Ottobre 2011

Nel saluto in lingua italiana Papa Benedetto XVI ha detto: “Saluto i partecipanti alla Conferenza nazionale di sanità pubblica ad auspico che il loro importante lavoro al servizio della persona umana rechi frutti copiosi, rafforzando nei cittadini la coscienza del valore sacro della vita ed impegnandoli nella difesa del diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo bene primario”.

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Fazio in Cina. “Allo studio partnership con aziende per costruzione nuovi ospedali”

Pechino guarda alla sanità italiana. Per il ministro della Salute c’è spazio per una “grande collaborazione” che potrebbe riguardare la possibilità per i gruppi italiani di costruire e gestire ospedali. Coinvolgendo anche Regioni e Aziende sanitarie.
10 OTT – “I cinesi si trovano nella fase di costruzione del loro sistema sanitario nazionale e manifestano interesse a sviluppare un modello proprio di sistema sanitario di tipo ‘universalistico’, come quello italiano”. Lo ha spiegato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, che oggi si trova a Pechino, dove ha incontrato il ministro della Salute Zhu Chen.

Scopo della missione è fare il punto della situazione sullo stato della collaborazione tra Italia e Cina nel settore della sanità,dopo gli incontri dei mesi passati tra il ministro Fazio con il vice presidente Xi Jinping a Milano e con il vice ministro della Sanità cinese Hao Ping a Roma, nel corso della quale era stato firmato un protocollo d’intesa per la collaborazione tra Italia e Cina nel settore della sanità, per la consulenza nella realizzazione di strutture sanitarie, nonché nel campo della formazione del personale per la sua gestione, oltreché per la prevenzione e il controllo di malattie croniche e trasmissibili.

Fazio, parlando con la stampa a termine dell’incontro odierno ha spiegato di aver trovato nella controparte cinese un interlocutore particolarmente attento e interessato a comprendere il nostro modello di sistema sanitario. Da parte italiana, la Cina rappresenta il più importante mercato del welfare e in prospettiva si intravedono già grandi opportunità di collaborazione. Che, secondo Fazio dovrebbero riguardare “innanzitutto la possibilità di grandi gruppi italiani per la costruzione e la gestione di ospedali. L’esperienza italiana della telemedicina – ha aggiunto Fazio – può inoltre tornare d’aiuto per i cinesi nella complessa gestione della sanità nelle remote aree rurali”. Su questo il ministro vede come ulteriori protagoniste di questa collaborazione anche le Regioni, già impegnate in programmi di formazione di personale infermieristico e medico in Italia, secondo schemi replicabili anche in Cina.

Nel corso dei circa 90 minuti di colloquio tra il ministro italiano e quello cinese sono stati passati in rassegna i possibili futuri passi per il rafforzamento dei rapporti bilaterali nel settore sanitario. In una fase successiva, la collaborazione potrebbe prevedere anche il coinvolgimento alle aziende sanitarie che, secondo Fazio, possono giocare un ruolo importante sia nella fase di costruzione delle infrastrutture sia nella fase della formazione del personale per la gestione delle strutture ospedaliere, auspicando, più in generale, una futura possibilità di accesso al mercato cinese del welfare.

A conclusione del briefing stampa è stato ricordato che è già attiva con l’Istituto Superiore della Sanità una collaborazione con le autorità cinesi sulla medicina tradizionale cinese, con lo scopo di trovare validità scientifica internazionale a questa medicina. Ambito in cui non mancano difficoltà, come hanno evidenziato membri dell’Iss, ma l’Italia è intenzionata a porsi come promotore a livello europeo per contribuire a instaurare quel collegamento scientifico tra la medicina tradizionale, cinese e i paradigmi della medicina occidentale, all’interno dei quali gli standard europei sono tra i più rigidi al mondo. Studi sono stati compiuti in particolare sulla validità dell’agopuntura in casi di ictus, con risultati pubblicati sulle principali riviste internazionali, e che meritano sicuramente ulteriori approfondimenti.

Domani, martedì, il ministro Fazio incontrerà i dirigenti e visiterà la struttura sanitaria del Peking Union Medical College Hospital.

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In dieci video ecco il fenomeno Steve Jobs

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Prima intervista in video. Un giovanissimo Steve Jobs dice sorpreso: “Guarda, sono in televisione”. Aveva 23 anni.

Palcoscenico Apple. Un incontro nel 1983: era presente anche Bill Gates (ultimo a destra nel video), allora astro nascente del software.

1984. È lo spot trasmesso in occasione dell’arrivo del Macintosh: è ispirato al romanzo di George Orwell, “1984”. Il regista è Ridley Scott. Va in onda durante il Super Bowl.

Esilio da Apple. Nel 1985 Steve Jobs abbandona l’azienda di Cupertino e l’anno successivo acquista la Pixar, un gruppo specializzato in animazioni digitali: in questa intervista del 1996 commenta i risultati di Toy Story.

Ricordi. Steve Jobs racconta la sua vita durante un discorso ai neolaureati dell’università di Stanford nel 2005. Dice: “Non si possono connettere i punti guardando in avanti, ma all’indietro”.

Arriva iPhone. È il 2007

Incontri storici. Una rara intervista del 2007 con Bill Gates e Steve Jobs.

Parodie. Un episodio dei Simpson: nelle immagini appare Steve Mobbs, amministratore delegato della Mapple.

Il lancio di iPad. “È la cosa migliore che abbiamo mai fatto”, dice Steve Jobs.

Addio a Apple. Steve Jobs si dimette con una lettera pubblicata sul sito web dell’azienda di Cupertino.

dal Sole24Ore.it

Chirurghi? Sempre meno perchè spaventati dal contenzioso con i pazienti. Fazio: cerchiamo accordo con assicurazioni

L’allarme sulla carenza dei medici è forte soprattutto tra i chirurghi ed è legato strettamente al contenzioso medico legale e ai costi crescenti delle assicurazioni. Se ne è parlato ieri sera a Roma in un incontro con Fazio e alcuni esponenenti della chirurgia italiana.

05 OTT – “Con 10 mila nuovi medici all’anno non avremo problemi nei prossimi anni”. Questa la prima risposta del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, in occasione dell’incontro organizzato ieri sera a Roma dalla giornalista del Corriere della Sera Margherita De Bac e dedicato proprio al tema della carenza i medici e, in particolare, di chirurghi.
Come già spiegato nel corso del question time alla Camera, la scorsa settimana, il ministro ha evidenziato che nonostante un certo numero di medici si prepari ad andare in pensione, si manterrà l’equilibrio del turn over grazie all’aumento degli immatricolati conseguente all’innalzamento della soglia di accesso alle Facoltà di medicina (passata dalle 7.300 a 9.500 unità) che a regime dovrebbe portare all’inserimento nel mercato del lavoro di circa 10.000 nuovi medici all’anno.

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E poi, basta con allarmismi “monocorde” (così l’ha definito il ministro) come quello lanciato nuovamente dall’assessore regionale alla Salute della Lombardia, Luciano Bresciani. Fazio ha infatti sottolineato che in Italia, e la Lombardia non fa eccezione, c’è addirittura un surplus di medici: 4,2 ogni mille abitanti contro una media europea di 3,4”. I problemi, secondo Fazio, riguardano piuttosto “gli specializzandi, e proprio per questo abbiamo inserito nel Ddl omnibus il capitolo specializzandi, per consentire nel lungo periodo di aumentarne il numero”.
Eppure l’allarme c’é. Soprattutto in chiriurgia dove si registra, come segnalato recentemente dalla Società italiana di cirurugia, un calo nelle iscrizioni alla specializzazione di ben il 30%. La colpa? Soprattutto, a sentire gli addetti, della crescita esponenziale del contenzioso medico legale che sembra scoraggiare i neo laureati verso il bisturi. E se si parla di contenzioso si parla di assicurazioni e dei costi ormai proibitivi dei premi. Un problema che al momento sembra aver trovato una prima risposta politica dall’emendamento approvato alla Camera al ddl Fazio che ha previsto l’obbligatorietà delle polizze sanitarie sul modello delle Rca auto. “Certo – ha convenuto Fazio – la soluzione è forte, addirittura provocatoria, tant’è che proprio stamattina (ieri per chi legge) ho ricevuto una delegazione delle assicurazioni molto preoccupate da quella norma e dalla sua applicabilità visti i costi crescenti di polizze e risarcimenti. Da qui – ha anticipato il ministro – l’idea di riportare la materia in una delega governativa con la quale dare seguito ad una soluzione concertata con tutte le parti in causa, medici, strutture sanitarie e assicurazioni, per far sì di trovare ipotesti realmente gestibili, anche per i privati per i quali potremmo ipotizzare forme di associazionismo per sostenere i costi della tutela assicurativa.
E che l’allarme chirughi sia reale lo ha ricordato anche Angelo Di Giorgio, Ordinario di Chirurgia dell’Università La Sapienza, sottolineando i problemi che tale carenza potrebbe sollevare visto che 1 paziente su 3 ricoverato in ospedale subisce un intervento chirurgico. E che il problema non sia da sottovalutare è testimoniato anche dal fatto che “oggi – ha stigmatizzato Di Giorgio – siamo ai vertici in questo campo (l’Oms ci pone al secondo posto al mondo per qualità della chirugia) e in più abbiamo la più alta quota di tecnologia robotica presente all’interno degli ospedali”.
Sul contenzioso con i pazienti è intervenuto anche Rodolfo Proietti, Ordinario di Anestesia e Rianimazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore: “Il crescente problema del contenzioso medico-legale è da imputare alle grandi difficoltà di comunicazione tra medico e paziente. Troppo spesso, proprio per questo motivo, viene meno quel fondamentale vincolo di fiducia che lega il paziente al proprio medico”. “Quello che serve – ha puntualizzato Proietti – è una formazione specifica in tal senso sin dal corso di laurea”. Proietti ha poi concluso sostenendo però che “la crisi del numero di chirurghi ancora non esiste nel nostro Paese, occorre però una buona organizzazione per scongiurarla in un prossimo futuro”.

da QuotidianoSanità