Ecco i contenuti del nuovo decreto MIUR per l’accesso al Corso di Laurea in Medicina. No alla Pletora Medica 2.0. Si a strumenti efficaci di programmazione.

LETTURA PROPEDEUTICA CONSIGLIATA: Comunicato Stampa dell’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM)

Non si può accogliere che con favore la presentazione del DM con il quale il MIUR in data odierna ha delineato le modalità di accesso al corso di laurea in medicina e chirurgia per l’anno accademico 2014/2015.

In particolare, dopo l’aumento di posti destinati all’accesso alle Facoltà mediche dell’ultimo triennio e dopo la breccia al numero chiuso che si era aperta quest’anno con i ricorsi amministrativi vinti dai concorrenti a seguito del caso creato dal bonus maturità, la decisione di ridurre i 10.173 posti dello scorso anno a 7.918 unità sembra andare nella direzione di preservare il diritto allo studio senza penalizzare il diritto alla tutela della salute.

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Il Teatro Anatomico, completato nel 1595, è il primo esempio al mondo di struttura permanente creata per l’insegnamento dell’anatomia umana attraverso la dissezione.

Quella che si prospettava era una situazione che avrebbe posto in grave difficoltà e sofferenza il sistema perché, da un lato, si avallava un aumento indiscriminato delle immatricolazioni a Medicina e, dall’altro, permane la grande difficoltà a reperire i fondi necessari per garantire la formazione medica post-laurea, sia essa la  specializzazione o il corso specifico di Medicina generale, in continua e preoccupante contrazione.

A tutto ciò va ricordato che senza una corretta programmazione sussiste il serio rischio di incorrere nel fenomeno di una “Pletora Medica 2.0”, in ricordo di quella che si era originata negli anni Settanta e che era stata la causa dell’istituzione del numero chiuso non per garantire un mercato di professionisti quanto per programmare correttamente un settore particolare e sensibile come quello della tutela della salute.

È necessario riflettere seriamente e non sull’onda dell’emotività sui numeri e sulle modalità che regolamentano l’accesso ai corsi di laurea in medicina l’Italia ha il più alto numero di medici per abitante tra i Paesi dell’Unione europea (3,9 ogni 10.000 cittadini secondo gli ultimi dati OMS) e questi sono indici sbagliati nei contesti di programmazione sanitaria. Di qui la proposta dell’Associazione Italiana Giovani Medici di istituire immediatamente un tavolo inter-ministeriale MIUR-Salute per attuare una corretta programmazione tramite strumenti adeguati.

Da apprezzare, inoltre,  la volontà di proporre ai concorrenti quesiti più attinenti alle discipline del corso di laurea, per quanto riguarda la parte scientifico-biologica, ed anche l’anticipo delle prove, utile ad allineare l’Italia alla prassi di altri paesi, con il doppio scopo di consentire il tempestivo avvio dei corsi sin dall’inizio dell’anno accademico e di garantire a chi non dovesse superare le prove di valutare attentamente una scelta alternativa.

ECCO UNA SINTESI (da Formazione Italia):

Le iscrizioni partono il 12 febbraio 2014 e finiranno alle ore 15 del 11 marzo 2014 e andranno fatte su www.universitaly.it
NB: Il pagamento fatto in ateneo non accompagnato dalla ricevuta dell’iscrizione on line non dà diritto alla partecipazione alla prova il pagamento dell’iscrizione deve concludersi entro il 18 marzo 2014.
La prova dovrà essere svolta in 100 minuti e avrà inizio alle 11.00 dell’8 di aprile presso l’università selezionata come prima scelta.
I quesiti saranno di 60 domande disposte nel modo seguente:
– 4 di Cultura generale
– 23 di Ragionamento logico
– 15 di Biologia
– 10 di Chimica
– 8 di Fisica e Matematica
Per quanto riguarda il test IMAT (test di medicina in inglese) verrà pubblicato successivamente un apposito bando
Non c’è né il bonus maturità né una valutazione di alcun genere del percorso scolastico
Come l’anno scorso, la prova verrà scritta dal Cambridge Assessment (quindi la tipologia delle domande saranno di tipo Cambrige – vedi prova dell’anno scorso per capire com’è strutturato)
Il punteggio minimo per entrare in graduatoria è di 20 punti
Il punteggio massimo della prova è di 90 punti e si tiene conto dei seguenti criteri
a) 1,5 punti per ogni risposta esatta;
b) meno 0,4 punti per ogni risposta sbagliata;
c) 0 punti per ogni risposta non data; 
In caso di parità di punteggio si guarderà il punteggio dei candidati nelle rispettive materie in ordine decrescente di importanza: Cultura generale e ragionamento logico, biologia, chimica, fisica e matematica. Per veterinaria invece sarà: chimica, cultura generale e ragionamento logico, biologia, fisica e matematica. In caso di ulteriore parità di da precedenza al candidato anagraficamente più giovane
I bandi di concorso di ciascuna università saranno pubblicate entro il 7 di febbraio (modalità di pagamento dell’iscrizione al test, posti disponibili etc.)
I risultati verranno pubblicati il 22 aprile 2014 per Medicina e il 23 aprile 2014 per Veterinaria
La graduatoria sarà pubblicata il 12 maggio 2014 e verrà chiusa l’1 ottobre 2014
Inoltre dal 12 febbraio 2014, inoltre, sarà attivato un call center presso il Cineca (051/6171959) per le informazioni relative alle procedure di iscrizione al test e al funzionamento della graduatoria. Il call center sarà attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 17.00. Quindi per dubbi riguardo il test rivolgetevi a loro.
La sede indicata dal candidato come prima preferenza di assegnazione è quella in cui dovrà essere sostenuta la prova.
L’immatricolazione è disposta in relazione alla collocazione in graduatoria di merito che viene redatta tenuto conto dei posti definiti le opzioni espresse. Perciò state attenti quando selezionate le vostre scelte al momento dell’iscrizione, vanno fatte in ordine di preferenza!
L’assegnazione dei posti disponibili e come verrà svolta la prova il giorno del test è identica alla prova dell’anno scorso (successivamente farò altre due note con su come funzionano le graduatorie e cosa verrà dato al candidato il giorno del test)
POSTI TOTALI PROVVISORI: 7918 (contro i 10.000 dell’anno scorso) (per comunitari e non comunitari soggiornanti in Italia) e 351 (per non comunitari non soggiornanti) per Medicina e Chirurgia; 787 (per comunitari e non comunitari soggiornanti in Italia) e 70 (per non comunitari non soggiornanti) per Odontoiatria; 632 (per comunitari e non comunitari soggiornanti in Italia) e 79 (per non comunitari non soggiornanti) per Veterinaria.

AS

Physicians Working worldwide

Physicians Working worldwide

A physician can also be called a medical doctor. Physicians may be general practitioners or may specialise. The Caribbean island of Cuba has the most physicians per person working there; the fewest physicians per person are in the Southeastern African territory of Malawi.

In 2004 there were 7.7 million physicians working around the world. The largest number were in China, which is the largest territory on the map. If physicians were distributed according to population, there would be 124 physicians to every 100,000 people. The most concentrated 50% of physicians live in territories with less than a fifth of the world population. The worst off fifth are served by only 2% of the world’s physicians.

Choosing wisely, 5 cose che gli endocrinologi non dovrebbero fare @Medici_Manager #sanità

Anche l’endocrinologia è entrata nel novero delle specialità dotate di una sintetica lista di “cose da non fare” stilata da “Choosing wisely” (Scegliere saggiamente), l’ormai nota iniziativa varata nel 2011 dall’American Board for Internal Medicine (Abim) Foundation con lo scopo di indurre i clinici a evitare pratiche tanto comuni quanto inutili. Al momento sono state identificate per gli endocrinologi sole 5 pratiche frequenti da non effettuare, ma le più importanti organizzazioni scientifiche Usa del settore – l’Endocrine society (Tes), l’American association of clinical endocrinologists (Aace) e il suo braccio educazionale, l’American college of Endocrinology (Ace) – stanno collaborando al progetto per ampliare il numero delle pratiche inappropriate. Ecco la lista attuale: evitare l’automonitoraggio routinario quotidiano della glicemia negli adulti con diabete di tipo 2 in trattamento con farmaci che non causano ipoglicemia; non misurare di routine la 1,25-idrossivitamina D a meno che il paziente presenti ipercalcemia o una ridotta funzione renale; non richiedere abitualmente un’ecografia tiroidea in pazienti con test funzionali anormali se non vi sono anomalie alla palpazione della ghiandola; non chiedere una misurazione dei livelli di T3 totale o libera quando si dosa la levotiroxina (T4) nei pazienti ipotiroidei; non prescrivere una terapia con testosterone finché non vi sia evidenza biochimica di deficit dell’ormone. «L’automonitoraggio multiplo del glucosio nelle condizioni citate è finanziariamente dannoso: si sono avuti casi di sovrafatturazione di strisce reattive per le assicurazioni» commenta Daniel Einhorn, presidente Ace. «Quanto alla vitamina D, molti medici non sanno che, ai fini dello screening della sua carenza, il dosaggio della 1,25-idrossivitamina D non serve, mentre è corretto quello della 25-idrossivitamina D. Quando si misura il T4 negli ipotiroidei, inoltre, è meglio non rilevare il T3 libero perché è fuorviante; quasi sempre a un Tsh normale corrisponde un T4 adeguato. Riguardo all’abuso di ecografia tiroidea, spesso determina il riscontro di noduli non correlati alla disfunzione ghiandolare». Il freno alla prescrizione di testosterone, infine, nasce dalla richiesta dei pazienti Usa, influenzati da spot che sostengono come bassi o medi livelli dell’ormone causino “affaticamento e stress”.

da Doctors33

Con la sanità al collasso la Spagna non ha più posti per i medici #giovanimedici #meded

Mentre impazza la discussione sul numero chiuso e l’accesso programmato alle Facolà di Medicina in Italia, messo a repentaglio dal pasticcio legato alla questione bonus maturià prima e dalle decisioni dei tribunali amministrativi negli ultimi giorni, mi è capitato sotto mano un interessante articolo pubblicato su ElPais riguardante la stessa problematica letta dalla prospettiva di tutti i protagonisti della medical education spagnola.
Ecco una traduzione fedele che spero aiuti a comprendere perchè la programmazione delle risorse umane in sanità è una cosa seria e perchè il diritto all’istruzione deve necessariamente andare a braccetto con il diritto alla tutela della salute.

(@drsilenzi)

La Spagna ha più Facoltà di Medicina per milione di abitanti rispetto a Regno Unito, Francia ed anche Italia. In realtà, per quanto riguarda questo rapporto, tra i Paesi con più di 20 milioni di abitanti è seconda solo alla Corea del Sud. In soli otto anni gli Atenei che offrono la possibilità di studiare l’arte medica sono passati da 28 a 41 . La stessa crescita riguarda gli accessi a medicina, passati da 4.250 ad oltre 7.000. Tutto ciò è in profonda contraddizione con quanto sta accadendo al sistema sanitario spagnolo, alle prese con pesanti tagli alla sanità pubblica, licenziamenti e contrazione di personale sanitario senza preavviso. In definitiva nella penisola iberica non c’è più posto per i medici ma ma aumentano a dismisura studenti di medicina.

La disoccupazione fra i medici, qualcosa di inaudito negli ultimi dieci anni e fino a poco tempo fa inimmaginabile, nonché la crescente emigrazione in cerca di opportunità di lavoro cominciano a mostrare il divario tra specialisti e il numero dei posti di lavoro offerti dal sistema sanitario iberico. Tutto questo è un chiaro segnale all’azione, ricorda il Foro de la  Profesión Médica, organizzazione che riunisce le principali associazioni del settore. La richiesta non è di certo nuova ma ha avuto un forte impulso ora che ci si trova di fronte all’apertura annunciata di ulteriori sette scuole, di cui tre private​​. I medici spagnoli gridano all’allarme e chiedono al Governo di fermare ciò che considerano una “proliferazione” incontrollata di centri di formazione. Non solo non sono necessari, ricordano, ma soprattutto tutto ciò mette a repentaglio la qualità della formazione medica e, con essa, il diritto alla tutela della salute della popolazione.

“Il numero degli studenti di medicina deve essere programmato in relazione al numero di ospedali che sono accreditati per fornire una formazione di qualità. Ora abbiamo circa 1.000 studenti in sovrannumero rispetto alle possibilità formative del sistema. Ci sono circa 7.000 posti ad accesso programmato destinati alla carriera di medico chirurgo, e 6.000 di MIR per la formazione specialistica”, dice il presidente della Organización Médica Colegial, Juan José Rodríguez Sendin. “Perciò basta saper far di conto, è soltanto matematica: avremo 1.000 medici di cui non sapremo cosa fare. L’aumento del numero delle Facoltà è una sciocchezza, non c’è alcun bisogno. Si è acconsentito ai disegni demagogici di politici locali e sindaci, è accaduto esattamente lo stesso disegno sconsiderato che ha portato alla creazione indiscriminata di ospedali e centri di cura che ora faticano ad essere pagati” continua Sendin.

Si potrebbe sostenere che la Spagna, come gli altri Paesi nell’occhio della crisi, oggi ha esubero di laureati in molte altre professioni: architetti, avvocati, giornalisti etc. Tuttavia la salute è un tema molto particolare che merita trattazione a se. Un laureato in medicina non può lavorare in Spagna o negli altri Paesi EU soltanto con il titolo e l’abilitazione conseguita dopo 6 anni di studi. È necessario conseguire una specializzazione per lavorare nei sistemi sanitari dell’EU che richiede ulteriori sforzi, personali ed economici, per almeno 4-5 anni.

Immagine“L’emigrazione forzata, ovvero andare in un altro Paese in cui la loro professionalità sarà apprezzata e sfruttata”, spiega Enrique Lazaro, presidente del Consejo Estatal de Estudiantes de Medicina (CEEM) e studente dell’Università di Barcellona. “È una follia finanziare una formazione non programmata come questa perché rappresenta un investimento che non ci darà alcun frutto”, aggiunge.

Come siamo arrivati a questo punto? Perché c’è stata un’apertura senza apparente controllo di tutte queste Facoltà, di cui otto private, in appena un decennio? “Né le politiche sanitarie né la programmazione delle risorse umane hanno avuto fortuna nel nostro Paese negli ultimi anni”, ricorda Rodriguez Sendin. “Nel 2001 si diceva che sovrabbondavano  più di 15.000 medici in Spagna. Sei anni più tardi, secondo uno studio del Ministero della Salute di allora, mancavano tra i 15.000 ed i 20.000 medici. Cinque o sei anni più tardi, vale a dire ora li ricambio. Oggi abbiamo quasi 3.000 medici disoccupati e, ultimo ma non meno importante, quest’anno abbiamo accolto più di “Per questi 1.000 studenti che non avranno la possibilità di accesso alla formazione specialistica nel proprio Paese non resta che3.000 medici stranieri, oltre il 90% di quelli in cerca di occupazione”.

Gli esperti continuano ad insistere che in sanità la pianificazione è essenziale. Pur tuttavia non esiste ancora un registro nazionale e di molti medici non sappiamo quale specialità praticano né dove operano. Nei primi anni novanta i camici bianchi vissero un altro periodo difficile segnato da licenziamenti e disoccupazione. Fu per qual motivo che il governo decise di istituire il numero chiuso che venne programmato secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che valuta il rapporto di 1 medico su 10.000 abitanti come il migliore per garantire la salute di una popolazione. Nel 2002 sono state 4.250 le matricole nelle 27 scuole di medicina spagnole (26pubbliche ed 1 privata​​), secondo il Foro de la  Profesión Médica.

Il periodo di crescita economica che seguì in Spagna negli anni a seguire e l’aumento della popolazione dovuto ad maggiore tasso di immigrazione hanno provocato un exploit anche nel settore sanitario: numerosi ospedali e centri di salute sono stati aperti, a volte senza alcuna pianificazione a monte, con un susseguirsi di messaggi, anche da parte del governo, della necessità di formare più medici per tamponare una ormai prossima carenza di specialisti. In realtà, afferma Beatriz González López-Valcárcel, docente di Métodos Cuantitativos en Economía y Gestión de la Universidad de Las Palmas, la necessità si sarebbe verificata solo in alcune specializzazioni ed, in aggiunta, soltanto in alcune aree geografiche, poiché la maggior mancanza del sistema nasce da un’insufficiente programmazione e distribuzione. “In questo modo dire se mancano o abbondano medici è non solo impossibile ma sostanzialmente inutile”, spiega.

Le Comunità regionali hanno rincorso l’apertura di nuovi ospedali senza pinaificazione alcuna. Madrid, ad esempio, ha aperto 6 nuovi centri soltanto nel 2008. Ciò ha provocato una repentina maggior richiesta di medici “innescando un problema temporaneo di copertura in alcune specializzazione” ricorda González López-Valcárcel. Allo stesso tempo “è aumentato esponenzialmente il riconoscimento dei titoli stranieri ed il numero di posti nelle università. Un aumento in gran parte degli Atenei privati.” Questa mancata regolamentazione ha ingenerato anche un problema di equità tra gli studenti: chi accede alle università pubbliche, sempre più dure e selettive, lasciano fuori giovani neodiplomati meritevoli mentre le nuove università private garantiscono posti con facili selezioni per chi può pagarne le rette sempre più fuori mercato”.

In quello stesso periodo il Ministero della Salute aumentò anche il numero di contratti per la formazione medica specialistica (MIR). Il fattore di richiamo non poteva funzionare meglio: tra il 2001 ed il 2011 si convalidarono più titoli di laurea stranieri (50.205) rispetto al numero di laureati delle università iberiche (46.194), secondo il Foro de la  Profesión Médica.

Nonostante fossero passati solo pochi anni nessuno sembrava ricordarsi della disoccupazione degli anni ’90. Studiare medicina sembrava essere il miglior viatico per trovare un buon lavoro ed ogni città di una certa dimensione voleva avere la propria “School of Medicine”. I comuni vendevano terreni e le regioni autorizzavano l’istituzione delle nuove Facoltà. In questo periodo gli studenti sono aumentati di quasi il 40% in soli sette anni.

Poi è arrivata la crisi. Il sistema sanitario ha aspettato, troppo, e poi ha reagito nel 2010 con imponenti tagli di bilancio. “E quando si taglia la prima voce che spicca e la più facile da limare è il personale: sostituzioni, lavoro atipico, etc.” ricorda González. “L’ultimo concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione ha garantito posti per tutti gli studenti formati in Spagna; ma in tre o quattro anni non sarà più cosi”.

“Non possiamo accettare di tornare alla disoccupazione medica. In tre o quattro anni le competenze di giovani medici generalisti disoccupati sono perse e devono tornare a sottoporsi ad una nuova formazione” sostiene Francisco Miralles del CESM, la confederazione dei sindacati medici. “Dobbiamo valorizzare nel miglior modo possibile le risorse economiche investite e questo paese non può permettersi di perdere professionisti la cui formazione è costata tra i 200.000 e 250.000 €” aggiunge.

Gli esperti si chiedono se un aumento così sconsiderato del numero di posti al corso di laurea in medicina possa pregudicare la qualità della formazione. “Le società scientifiche sono preoccupate che questa scarsa regolamentazione possa compromettere la qualità della formazione dei futuri medici”, afferma Carlos Macaya, presidente della Federación de Asociaciones Científico Médicas Españolas (FACME). “È difficile misurare questa qualità, poiché non esiste un metodo scientifico, ma è interessante notare cosa sta accadendo al concorso nazionale per l’accesso alle scuole di specializzazione: tra i primi 2.000/3.000 posti accade sempre più frequentemente di trovare medici sudamericani o formatisi in altri Paesi EU. Questo è un chiaro indicatore, a mio avviso, di quanto la qualità della formazione medica soffra all’aumentare il numero di studenti ai corsi di medicina”, sostiene Macaya.

medici se i letti di ospedale e la casistica su cui imparare, sono limitate. “È necessario che le Facoltà siano associate a buoni ospedali di insegnamento. Sebbene molti centri sono accreditati ed utili alla formazione specialistica non tutti sono adatti ad insegnare medicina”, dice Ricardo Rigual, presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Medicina, che ricorda come “l’incremento delle Facoltà ha coinciso con la nascita di nuovi ospedali. Lo stesso anno in cui Madrid ha inaugurato sei nuovi centri ospedalieri (2008), il governo regionale ha firmato accordi con quattro università per la nascita di quattro nuove facoltà di medicina.

“Sembra che abbiamo raggiunto la capacità di saturazione. In quanti possono partecipare ad un esame ginecologico? Quanti esercitarsi in Pronto Soccorso?” si chiede Antonio F. Compañ, Preside di Medicina alla Universidad Miguel Hernández de Elche. A volte negli ospedali pubblici ci sono studenti di differenti Atenei, pubblici e privati. «Si perde di qualità quando si è in competizione per la formazione. Che quanto mangiano in quattro, si possa mangiare in cinque non è reale. Se si mangia in cinque si mangia meno” esemplifica Sendin Rodriguez.

“Al momento non esiste nessuna agenzia capace di certificare che un ospedale è idoneo ad essere sede di formazione” ricorda Rigual. “A Madrid ora tutti gli ospedali mettono in mostra questa “etichetta”. Non si sa come o perché un ospedale si possa accreditare selezionando docenti accreditati” aggiunge Macaya. “La formazione medica pre laurea si deve accreditare e regolamentare come il MIR, un concorso nazionale che è molto ben strutturato.”

Chi deve frenare il proliferare delle Facoltà di Medicina? O, che è lo stesso, chi le autorizza? Per cominciare, il piano si studi è autorizzato dall’Agencia Nacional de Evaluación de la Calidad y la Acreditación (ANECA), uno fondazione pubblica indipendente in linea di principio, ma il cui consiglio è presieduto dal Ministro della Pubblica Istruzione di turno. Il potere di autorizzare l’apertura di una Facoltà spetta all’Assessorato dell’Istruzione di ogni autonomia regionale. Siccome però è necessario appoggiarsi ad un ospedale, viene coinvolto anche l’Assessorato alla Sanità.

Cioè, in pratica il Ministero non dice se c’è necessità o meno di aprire una nuova Facoltà ma il governo è in ultima analisi responsabile. “Se questo accade è perché ci sono leggi che lo consentono” dice Rodriguez Sendin. “Il Ministero della Salute dice che gestisce solo la formazione medica specialistica post laurea (MIR), che “si adatta alle esigenze del Servizio Sanitario Nazionale”, dice un portavoce. “È il Ministero della Pubblica Istruzione, dunque, insieme alle comunità autonome, che può spiegare perché questo fenomeno sta avvenendo e se tutto ciò si possa fermare come richiesto da tutte le organizzazioni mediche”. Il predetto ministero non ha voluto rispondere alle domande di questo giornale negli ultimi 15 giorni.

Dietro l’apertura delle Facoltà di Medicina ci sono interessi politici ed economici. Un’università privata fa sostenere ai propri studenti rette che vanno ​​tra 10.000 e 20.000€. “Se siamo il secondo Paese con più Facoltà mediche questo va ricerca nelle motivazione economiche e nel lucro che sta dietro ad ogni azione. Questi sono studi molto richiesti e la gente è disposta a pagare molto per assicurare un posto ai propri figli”, dice Rodriguez Sendin. “La proliferazione di poteri ha generato controversie in alcune regioni, soprattutto visto l’uso di strutture pubbliche (ospedali) per un uso particolare. José Carrillo, Rettore dell’Università Complutense, ha sostenuto che a Madrid ci sono ospedali pubblici che per l’uso delle proprie strutture fanno pagare meno alla università privare rispetto a quelle pubbliche.

Ci sono sette nuove Facoltà mediche in attesa di approvazione. Il Campus Mare Nostrum (Murcia) e l’Università Cattolica del San Antonio (Alicante) entrambe private; una concertata a Vic (Barcellona) e quattro pubbliche, tre in Andalusia (Almería, Jaén e Huelva) e un’altra nelle Baleari. Alcuni già hanno il piano di studi approvato dal ANECA, altri hanno il terreno donato dalla città su cui stanno già edificando; il Vic prevede di aprire per il 2015-2016 ma senza dare certezze sul corpo docente.

Il professor Felix Grases, dall’Universitat de les Illes Balears, spiega che sono 15 anni che aspettavano questo via libera e afferma: “sarebbe nostro diritto poter avere l’ok per far partire il terzo anno nel nostro Ateneo, in modo da non bloccare  il numero di studenti di medicina del biennio.” Grases dà ragione alle organizzazioni che chiedono al governo di frenare la moltiplicazione delle Facoltà: “sono stati creati alcuni corsi di studi di cui non si avvertiva la necessità, dobbiamo essere molto attenti a non saturare il mercato.”

Liberamente tradotto da El Pais

Choosing Words Wisely @Specializzandi @giovanimedici #meded

How do we counsel our physicians to counsel patients and communicate effectively? How do we choose words that appropriately convey the urgency of a diagnosis without scaring our patients into unnecessarily risky treatments?

Paul Bergl, M.D.

Resident Bloggers

“What do you think, Doctor?”

For a novice physician, these worlds can quickly jolt a relatively straightforward conversation into a jumble of partially formed thoughts, suppositions, jargon, and (sometimes) incoherent ramblings. Even for simpler questions, the fumbling trainee does not have a convenient script that has been refined through years of recitation. Thus, many conversations that residents have with patients are truly occurring for the first time. And unfortunately, this novelty can result in poorly chosen words that can have lasting effects. An inauspicious slip of the tongue could significantly alter the patient’s perceptions and decisions.

A recent study in JAMA Internal Medicine highlighted the connection between the words we choose and the actions our patients take. As Dr. Andrew Kaunitz reported in a summary of this article for NEJM Journal Watch, avoiding the word “cancer” in describing hypothetical cases of DCIS resulted in women choosing less aggressive measures and avoiding procedures like surgical resection. Dr. Kaunitz notes that the National Cancer Institute has also recommended against labeling DCIS as “cancer.”

I believe this recent study raises a major question at every level of medical education, particularly during residency. How do we counsel our physicians to counsel patients and communicate effectively? How do we choose words that appropriately convey the urgency of a diagnosis without scaring our patients into unnecessarily risky treatments?

I was fortunate to have gone to a medical school where our course directors were forward-thinking. Our preclinical curriculum included mentored sessions with practicing physicians and patient-actors. We were taught how to use motivational interviewing to facilitate smoking cessation, how to ask about a patient’s sexual orientation and gender identification, and even how to use the SPIKES mnemonic for breaking bad news.

Yet all of these simulations can never really prepare a trainee for the first time he or she is on the spot in the role of a real physician with a real patient. Counseling patients requires subtleties; no medical school curriculum could possibly address every situation. But as the above-referenced study by Omer at al. confirms, subtleties and shades of meaning matter.

Of course, not every situation that requires measured words will be so dramatic. The words we choose for more benign situations matter, too. How do I define a patient’s systolic blood pressure that always runs in the 130-139 mm Hg range? Do I tell him that he has “prehypertension,” or do I give him a pass in saying, “Your blood pressure runs a little higher than normal”? Would this patient exercise more if I choose “prehypertension”?

What do I say to my patient with a positive HPV on reflex testing of an abnormal Pap smear? “Your Pap smear shows an abnormality” or “an infection with a very common virus…” or “suspicious cells” or “an infection that might lead to cancer someday…” What effect will it have on how she approaches future abnormal results? How might she change her sexual habits? How might she view her partner or partners?

These days, med schools and residency programs are being increasingly taxed by the competing priorities in educating the 21st-century physician. As technology rapidly threatens to usurp our expertise in many domains of practice, communication will remain a cornerstone of our job. Communicating with patients will never be passe; no patient wants to be counseled by a computer. We must master these vital communication skills.

Unfortunately, studies like Omer et al. only touch the tip of the iceberg. How do we empower patients with information while not scaring them? When should we scare them with harsher language? How and where do we learn to choose the right words? And who decides?

Even a perfectly designed training system could not tackle all these questions. But perhaps we ought to be exposing our trainees to simulated conversations in which subtle word choices matter. Let’s face it: We could all do better at choosing our words wisely.

by NEJM

Ministro Carrozza: programma per pensionare docenti che non fanno ricerca

«Dobbiamo pensare a piani di pensionamento per i docenti universitari inattivi». Il ministro della Salute Maria Laura Carrozza a Milano a un incontro sulla ricerca organizzato da Bocconi, Novartis e Gruppo 2003, si esprime così dopo che l’indagine di valutazione di qualità sugli atenei italiani ha evidenziato 4000 ricercatori inattivi (il 6% del totale) nei nostri atenei, mille dei quali nelle aree di Napoli, Roma Università la Sapienza e Cnr. «È vero che alcuni professori non dedicano il 100% della loro attività alla ricerca ma alla didattica, ed è vero che la didattica va valutata con criteri diversi a quelli dell’indagine Vqr, ma l’inattività ove ci sia non si può accettare». Carrozza è peraltro contraria a divulgare i nomi dei docenti che non hanno realizzato pubblicazioni. «I dipartimenti hanno strumenti per chiedere incrementi della produttività scientifica, in un patto con i docenti, senza pubblicare dati oggetto di un patto di fiducia stipulato dal nostro ministero». Carrozza ha anche assicurato che dal 2014 il Fondo di finanziamento ordinario degli atenei, che per il 90% paga il personale universitario, sarà finanziato per il 16% dalla quota premiale e si avvierà giocoforza un processo di redistribuzione meritocratico delle risorse. «La selezione non basta a ricostruire aree, per questo ci vogliono piani straordinari di finanziamento che spero di ottenere e nel cui ambito spero di accelerare i processi per obiettivi specifici». L’indagine di valutazione di qualità della ricerca in Italia ha processato 180 mila lavori di 280 atenei grazie a 450 ricercatori riuniti in gruppi valutativi, un terzo stranieri. Le eccellenze andavano premiate con 41 milioni sul fondo di finanziamento ordinario, ma i soldi non sono stati assegnati per ragioni di spending review.

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#stamina Perché dopo la decisione del Tar da giovane medico mi vergogno dell’Italia.

Chiacchierate tra amici, punti di vista. Si parla del caso #stamina, soprattutto dopo che oggi il Tar del Lazio ha accolto il ricorso contro la legittimità della composizione del comitato di esperti che ha bocciato il “metodo” Vannoni. Colleghi sdegnati, lo sdegno e la rabbia di chi per fare ricerca in questo Paese deve scalare montagne e passare per la cruna di un ago.
Nasce naturale un senso di vergogna misto a sdegno, monta la rabbia. C’è da vergognarsi di questo Paese incapace di dare una risposta di sistema, da scappare a gambe levate come medico ed, ancor più, come cittadino/paziente.
Perché si sta giocando per business sulla pelle e sulla speranza delle persone. Di lestofanti come Vannoni negli USA sono pieni perché le staminali, rappresentando la grande speranza della ricerca biomedica, sono il nuovo grande mercato globale dove tutti vogliono entrare. Ma addirittura quel sistema, fondato sulla mercificazione della salute, riesce a tenere ai margini cialtroni che millantano miracoli salvo poi negare la trasparenza dei risultati e la pubblicazione dei dati quando se ne chiede conto. La medicina moderna è complessa e sempre più iper tecnologica. Nella complessità serve chiarezza per poter fare scelte le più giuste possibili e garantire la tutela del diritto alla salute a tutti, soprattutto ai più deboli e bisognosi. Per questo la medicina moderna è basata sulle prove di efficacia: ogni ricerca per essere applicata ed arrivare al paziente deve dimostrare in modo univoco e riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale di non essere nociva e di portare miglioramenti indiscutibili ai pazienti. Qui manca tutto. Siamo al caso di bella 2. Ed il discorso del “proviamolo, che vi importa, tanto lo faccio sulla mia pelle tanto sto già male” non è accettabile. Anzi è deprecabile. Uno per motivi etici. Due perché la sperimentazione per motivi compassionevoli ha un costo per la collettività e significherebbe buttare denaro che è essenziale per garantire prestazioni a tanti malati in un momento dove ogni goccia è essenziale. Doppiamente sbagliato, quindi, per la morale. Non posso permettermi spreco di denaro di alcun tipo quando devo garantire le cure migliori possibili alla mia collettività. 300 milioni oggi buttati su stamina sono 300 milioni negati a tanti malati in termini di assistenza, farmaci, prestazioni, interventi, ricerca etc. Ecco perché mi vergogno. Perché il mio Paese non è in grado di garantire quello che negli altri è garantito: la serietà nei comportamenti e nelle risposte alle domande sacrosante di chi ha bisogno.
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30 Basic Skills Every Doctor Should Possess

As many ScienceBlogs readers know by now, last month Popular Mechanics published a list on their website of “25 Skills Every Man Should Know,” which included such esoteric talents as “frame a wall” and “extend your wireless network.” How these two made the list over such accomplishments as “find tickets to a Hannah Montana concert,” or “pass gas anonymously on an airplane flight” is beyond me, but then again I’m a doctor, not a popular mechanic.

Just for fun I’d like to share my version of this meme, so without further ado here is a list of 25 skills every doctor worth his or her salt should be able to do. The list is in no particular order and is my opinion only. Any omissions or refutations may be listed in the peanut gallery section of this post.

Skills all doctors should possess:

1. Take a blood pressure.

2. Insert IV Cannula

3- Treat diabetic coma

4- Do PV examination and diagnose labour

5. Identify a pneumothorax on a chest radiograph.

6. Diagnose iron deficiency anemia.

7. Treat simple infections.

8. Help a patient stop smoking cigarettes.

9. Diagnose thrombotic thrombocytopenic purpura, which has a mortality rate of 90% if not treated and 10-20% if treated.

10. Distinguish between the various tachyarrhythmias.

11. Find enlarged lymph nodes or splenomegaly on examination.

12. Successfully treat hypertension, or find a doctor who can.

13. Explain a disease or procedure to patients in plain, understandable terms.

14. Use the internet to find medical information and references.

15. Deliver bad news compassionately, yet honestly.

16. Know when to speak, and when to listen.

17. Practice what they preach, especially when it comes to a healthy diet.

18. Recognize when a patient needs to be transferred to the ICU.

19. Know when to call in a consultant and when to do the work themselves.

20. Refer a patient to the right specialist at the right time, or at least within a reasonable time period.

21. Be unafraid to say “I don’t know.”

22. Understand the precious value of time, both theirs and their patients’.

23. View their medical colleagues as a source of support, information and camaraderie.

24. Treat nurses and other staff in a courteous and professional manner.

25. Learn the gentle art of patience, patience and more patience.

26. Keep up with important advances in health care and research.

27. Never let anger, the killer of careers, interfere with the mission at hand.

28. Be able to always, always, have a plan of action to help a patient.

29. Appreciate the unique gifts each physician carries within, and never let a tough day become an excuse to withhold them from those who need them the most.

30. Know that money is not everything

by Craig Hildreth

#Stabilità Se ancora una volta la #sanità deve fare la parte di Davide contro Golia nell’agenda del Governo: grande preoccupazione per la mancanza di fondi per la formazione post laurea di area sanitaria. Si trovi un equilibrio o l’emorragia di @giovanimedici sarà inarrestabile.

 Se ancora una volta la sanità deve fare la parte di Davide contro Golia nell’agenda del Governo allora si trovi un equilibrio tra la difesa delle eccellenze nazionali messe a dura prova dall’inefficienza storica di alcune regioni (a quando il contenimento reale di un regionalismo spinto già abbondantemente fallito se la sanità in metà delle regioni è commissariata?) ed il futuro della sanità italiana, i giovani medici e professionisti della salute formati a “fondo perduto” e lasciati al palo!! Che i decisori non sappiano che specializzazione e diploma di #medicinagenerale sono requisiti essenziali per operare nel Servizio Sanitario Nazionale?

Deprecabile puntare il dito in maniera ideologica e populista contro realtà di eccellenza che hanno dovuto soffrire problemi innescati dall’infima realtà sanitaria della regione in cui operano. Basta fare il nome del Policlinico Gemelli e dell’Ospedale Bambin Gesù per capire che si sta parlando di eccellenze messe a dura prova da politiche regionali irresponsabili. Si parla di eccellenze nazionali e nel periodo storico della libera circolazione dei pazienti in EU sarebbe ancora più irresponsabile chiedere a chi opera in una sanità di alto livello di pagare colpe non proprie (storica mancata erogazione di pagamenti di prestazione da parte della Regione).

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Non possiamo che esprimere grande preoccupazione, come SIGM, nell’apprendere da fonti Parlamentari che gli emendamenti alla Legge di Stabilità di interesse per l’incremento del capitolo di spesa per la formazione specialistica dei laureati in medicina e chirurgia ed in altre discipline di area sanitaria presentati a seguito della manifestazione “Investire sui giovani della Sanità X Investire sul futuro del nostro SSN” del 7 novembre u.s. (leggi qui) potrebbero non essere recepiti nel maxi-emendamento governativo. Sappiamo bene che, qualora le richieste di migliaia di giovani futuri professionisti della salute dovessero essere disattese, ne conseguirebbero gravissime ripercussioni sulla già carente programmazione delle risorse umane in sanità e sulla salute dei cittadini.

I Giovani Medici (SIGM) hanno lanciato un appello al Governo ed in particolare al Presidente On. Letta ed ai Ministri On. Lorenzin, On. Carrozza e On. Saccomanni, affinché tra le tante priorità all’attenzione dell’Esecutivo sia ricompresa la sostenibilità ed il rilancio della formazione post laurea di area sanitaria, recependo i contenuti degli emendamenti 10.182 (utile a trasformare il corso specifico di medicina generale in scuola di specializzazione dando ai formandi in medicina generale pari dignità rispetto ai colleghi specializzandi), 10.183, 10.184 (utili a garantire un incremento del capitolo di spesa per il finanziamento di 5.000 contrati di formazione specialistica di area medica del prossimo triennio) e 10.185 (utile a garantire un incremento del capitolo di spesa per il finanziamento nel triennio 2013/2016 di 5.000 contratti di formazione specialistica di area medica e 1.000 contratti per gli specializzandi non medici).

In assenza di un intervento utile a incrementare il finanziamento per il prossimo biennio, in attesa che di esplichino gli effetti della rimodulazione della tipologia e durata delle scuole introdotta dalla “Legge Carrozza”, per gli anni accademici 2013/2014 e 2014/2015 saranno finanziabili soltanto circa 2.300 contratti di formazione a fronte del quadruplo di potenziali concorrenti tra laureati e neolaureatiné sarà previsto contratto alcuno per gli specializzandi non medici iscritti alle scuole di specializzazione di area sanitaria con tutti gli obblighi previsti per i medici.

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ALZHEIMER: PROGETTO PDTA DEL ‘BESTA’. IN EUROPA 115 MILIONI DI MALATI NEL 2050

Nel 2030 i malati di Alzheimer in Europa saranno oltre 65 milioni e nel 2050 saliranno a 115 milioni, con un costo sociale elevatissimo, oggi già oltre i 100 miliardi di euro all’anno: eppure sono molti gli stati, tra cui l’Italia, a non avere ancora un piano strategico nazionale per la gestione di questi pazienti.

Per far fronte a questa emergenza, l’Istituto Neurologico “Carlo Besta” ha coordinato 31 gruppi di ricercatori impegnati nello studio e nella gestione di questa patologia in tutta Italia, con il supporto del Ministero della Salute, per sviluppare e validare un protocollo per la diagnosi precoce di malattia di Alzheimer e valutare le implicazioni del suo trasferimento al Servizio Sanitario Nazionale. In questo ambito è stato sviluppato, in collaborazione con Regione Lombardia e ASL di Milano, il primo modello italiano integrato ospedale-territorio per diagnosticare, trattare e gestire i pazienti colpiti da demenza, già sperimentato in tre distretti ASL del capoluogo lombardo e oggi esteso a tutta la città, coinvolgendo oltre 2000 malati.

Tra i risultati più importanti vi sono l’individuazione di nuovi test molecolari per la diagnosi di malattia di Alzheimer, un percorso diagnostico terapeutico assistenziale efficiente e uguale per tutti i pazienti, cartelle cliniche condivise elettronicamente tra medici di base e specialisti e una mappa elettronica di tutti i servizi per pazienti disponibili sul territorio.
*Dati Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)

I risultati del progetto sono stati presentati oggi a Milano presso il Palazzo della Regione Lombardia nel corso del convegno “Malattia di Alzheimer: strategie e modelli per affrontare la pandemia”.

Sottolinea Fabrizio Tagliavini, direttore del Dipartimento di malattie neurodegenerative dell’Istituto Neurologico Carlo Besta: “In Italia non vi è un piano nazionale per le demenze, sebbene il Ministero della salute abbia pubblicato un documento in dieci punti per lo sviluppo di una strategia nazionale. L’attuale organizzazione si basa sulla rete di unità di valutazione Alzheimer; tuttavia, vi è una grande eterogeneità sul territorio nazionale nei servizi erogati da regioni e strutture locali per la valutazione, la diagnosi e la gestione dei malati. Ne consegue che in Italia non tutti gli individui ricevono le cure di cui hanno bisogno, in particolare nelle fasi iniziali della malattia”. “Per questa ragione – continua Tagliavini – ritengo molto importante che il Piano nazionale demenze diventi una priorità del Governo, anche per limitare con la diagnosi precoce i costi sociali di questa patologia a cui il prossimo 10 dicembre sarà dedicato un summit del G8 in Inghilterra”.

Il progetto
La sperimentazione ha avuto una durata di tre anni e si è focalizzata su due obiettivi:
1. sviluppo di un protocollo condiviso che attraverso la ricerca di marcatori biochimici e genetici, la diagnostica per immagini e i test cognitivo-comportamentali, permetta una diagnosi precoce dell’Alzheimer, in particolare nella fase iniziale di declino lieve delle capacità cognitive.
2. organizzazione di una rete assistenziale per lo sviluppo e l’applicazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) per le persone con demenza basato sui risultati del punto precedente e la valutazione delle sue implicazioni assistenziali, organizzative ed economiche per il suo trasferimento al Servizio Sanitario Nazionale.
Il programma si è articolato in quattro progetti complementari e strettamente integrati, aventi le seguenti finalità specifiche:
1.Identificazione di marcatori genetici e biochimici per la diagnosi precoce di Malattia di Alzheimer
2. Sviluppo di procedure operative standard e controllo qualità dei marcatori di neuroimmagine ed elettroencefalografici per la diagnosi precoce di Malattia di Alzheimer
3. Definizione di test cognitivi e comportamentali per la distinzione delle diverse forme di declino cognitivo lieve e la diagnosi precoce di Malattia di Alzheimer.
4. Sviluppo e applicazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) per le persone con demenza in una grande ASL italiana.

I risultati scientifici
L’attività dei gruppi di ricerca ha avuto risultati importanti anche per la produttività scientifica, con la pubblicazione di 110 articoli su riviste nazionali e internazionali, con un impact factor totale superiore a 500. Inoltre, più del 70% dei lavori scientifici ha autori appartenenti a diversi gruppi di ricerca e il 45% delle pubblicazioni è stato realizzato con il contributo di ricercatori impegnati in diverse linee del progetto.

Una linea del progetto si è concentrata sulle caratteristiche genetiche che possono costituire fattori di rischio per l’Alzheimer e sulla ricerca di nuovi indicatori biologici di conversione da una fase di capacità cognitive ridotte a vera e propria demenza. Questo studio ha analizzato oltre 2700 campioni di DNA e 1400 di plasma a cui si sono aggiunti altri 250 nuovi campioni raccolti nel corso del progetto. Questa parte dello studio ha consentito la standardizzazione e validazione di un protocollo diagnostico per l’analisi liquorale di proteine specifiche (A? e tau) e l’identificazione di nuovi marcatori biochimici (in particolare oligomeri A? nel liquor) per la diagnosi precoce di malattia di Alzheimer attraverso lo sviluppo di nuove metodologie.

Una seconda linea si è occupata di marcatori di neuroimmagine per la diagnosi di malattia di Alzheimer incipiente allo scopo di armonizzare le procedure per la diagnosi e il controllo qualità: nel corso dello studio è emerso, infatti, come vi fosse un’eterogeneità metodologica tra i diversi centri. Sono state pertanto definite le procedure operative standard per la Risonanza Magnetica Nucleare e l’elettroencefalografia per la diagnosi di malattia di Alzheimer incipiente condivise dai Centri appartenenti al progetto distribuiti su tutto il territorio nazionale.

Infine l’ultima linea di ricerca ha avuto come obiettivo quello di analizzare quei sintomi cognitivi e comportamentali che possono rappresentare dei possibili segnali della conversione di una condizione di declino cognitivo lieve in Alzheimer. Infatti, è stato dimostrato che anche sintomi psichiatrici come l’apatia, ma non la depressione, possono essere indicatori precoci di malattia di Alzheimer, rappresentando un aspetto della malattia degenerativa stessa. Anche ansia, agitazione, irritabilità, disturbi del sonno e disturbi dell’appetito possono essere sintomi precoci che tendono ad aumentare con la gravità della malattia dimostrando l’importanza dell’associazione tra disturbi comportamentali e deficit cognitivo.

Un nuovo modello di diagnosi e assistenza
A seguito di un decreto di Regione Lombardia, nel 2010 ASL Milano ha partecipato al Programma strategico ministeriale con uno studio pilota realizzato nei distretti 1, 2 e 3 i cui risultati hanno portato alla elaborazione nel 2011 di un percorso diagnostico condiviso dai rappresentanti delle principali Strutture presenti sul territorio della ASL di Milano, dai rappresentanti dei Medici di Medicina Generale (MMG) e successivamente presentato ad alcune associazioni di malati. La condivisione con i medici dell’ASL di Milano è avvenuta attraverso un convegno appositamente realizzato in più edizioni nel corso del 2012.
E’ stato organizzato un corso di formazione in quattro edizioni a cui hanno partecipato tutte le figure sanitarie e socio-sanitarie del territorio aderenti al progetto e tre corsi di formazione a cui hanno partecipato oltre 763 tra medici e specialisti.

I risultati del progetto pilota hanno dimostrato che l’applicazione del PDTA migliora l’appropriatezza dell’invio dei pazienti agli specialisti perché i medici attraverso i corsi di formazione e il rapporto con gli specialisti hanno acquisito maggiore sensibilizzazione al problema demenze e maggiore capacità di valutare autonomamente le condizioni del paziente grazie ad un semplice strumento per la rilevazione dei disturbi cognitivi (Mini Mental State Examination – MMSE). L’utilizzo della cartella clinica elettronica condivisa ha favorito una migliore comunicazione tra medico e specialisti: è stato, infatti, creato un database elettronico in rete su sistema web che ha permesso di condividere i dati del paziente fra il medico e gli specialisti che hanno preso in carico il paziente. Il centro di coordinamento del progetto ha fornito un supporto organizzativo a pazienti, familiari, MMG, specialisti, e ha permesso di attivare un canale preferenziale per i pazienti con sospetto decadimento cognitivo riducendo i tempi d’attesa per le visite specialistiche che sono ora inferiori a trenta giorni.

Grazie ai buoni risultati ottenuti, nel 2013 il progetto demenze è stato ampliato ai sette distretti di ASL Milano in una ricerca prospettica della durata di tre anni (2013-2015), finanziata dal Ministero della Salute, dal “Progetto di Governo Clinico 2013” di Asl Milano, e coordinata dalla dott.ssa Graziella Filippini direttore della Unità Neuroepidemiologia dell’Istituto Neurologico Carlo Besta.
Gli obiettivi di questa seconda fase del progetto demenze sono di assicurare, mediante l’applicazione del PDTA, la diagnosi tempestiva, la continuità della assistenza e il coordinamento ospedale-territorio, la misura dei risultati di processo e di quelli per il paziente e la famiglia. Verrà fatto un confronto tra i costi diretti della applicazione del PDTA e quelli del modello di assistenza tradizionale.
Nel progetto sono coinvolti 500 MMG, 18 ambulatori territoriali specialistici (neurologia e geriatria) degli Istituti Clinici di Perfezionamento (ICP), 13 Unità Valutazione Alzheimer (UVA) ospedaliere e 19 Punti di Fragilità dei Distretti. A oggi sono stati incluse nel progetto demenze 2800 persone con iniziale decadimento cognitivo o demenza. Queste persone sono attualmente seguite in follow-up secondo le indicazioni del PDTA.

Tratto da www.salutedomani.com

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