La crisi economico-finanziaria sta imponendo al nostro welfare revisioni e ridimensionamenti che rischiano di andare oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica
05 FEB – Quello che sta accadendo in Gran Bretagna può insegnare qualcosa al resto dell’Europa? E all’Italia? Dove Il quadro è estremamente preoccupante. La crisi economico-finanziaria sta imponendo al nostro welfare revisioni e ridimensionamenti che rischiano di andare oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica.
È possibile che la Gran Bretagna, la culla del welfare state, sia teatro di un assalto senza precedenti all’universalismo?
Per rispondere a questa domanda – si legge in un recente articolo del BMJ [1] – è necessario tornare indietro agli anni 40, quando in Gran Bretagna fa istituito un robusto sistema di welfare universalistico, quello che partorì il Servizio Sanitario Nazionale. Il suo ideatore, Sir William Beveridge, era un parlamentare liberale, ma il progetto fu attuato dal Partito Laburista e continuato dal Partito Conservatore. Le ragioni di un così ampio consenso sono numerose ma la più importante è quella di aver fornito alla gente comune la sicurezza nel caso che il mondo intorno gli dovesse crollare.

A darne notizia oggi è il ministero della Salute italiano, che riportando la nota dell’Oms spiega come “tale studio, Interventi essenziali, indicazioni pratiche e linee guida per la salute riproduttiva, materna, neonatale e infantile, è stato concepito per facilitare il processo decisionale nei paesi a basso e medio reddito in merito a come allocare le limitate risorse disponibili per ottenere il massimo impatto sulla salute di donne e bambini”.
ROMA – E’ di nuovo allarme conti per il Gemelli. Nell’annoso braccio di ferro fra la struttura sanitaria religiosa e la Regione sui rimborsi delle prestazioni ospedaliere fornite, secondo le indiscrezioni è comparso un «buco» clamoroso: mancano almeno 300 milioni di euro, addirittura 500 secondo alcune fonti. E stavolta, sulla scia del dissesto finanziario del San Raffaele di Milano, la Cattolica e la Fondazione Toniolo, a cui fa capo la mega-struttura capitolina, potrebbero imprimere una svolta nella vicenda: separare le attività ospedaliere da quelle dell’università. E mettere sul mercato il Policlinico. 

