#Aidos: documentazione strumento per condivisione piano di cura @IEOufficiale @Medici_Manager

Chi pensa che la documentazione sia un corollario della burocrazia può ricredersi al settimo congresso nazionale organizzato all’Istituto europeo di oncologia di Milano dall’Aidos, l’Associazione italiana documentazione sanitaria, in cui domani si affronteranno temi attuali come il piano di cura e l’empowerment del paziente. «Abbiamo iniziato ad approfondire questi aspetti a partire da un workshop tenuto a maggio – spiega il presidente Aidos Luigi Molendini – con l’obiettivo di arrivare alla pubblicazione di un position paper. Sono aspetti ancora poco affrontati in termini di documentazione, anzi, i piani di cura lo sono poco anche come tipologia di processo». Secondo Aidos, il concetto centrale dei piani di cura è la condivisione: «l’obiettivo esplicitato – dice Molendini – è di risolvere un problema di salute attraverso un percorso predefinito. La condivisione tra tutti gli operatori sanitari e il paziente non solo degli interventi e delle terapie farmacologiche, ma di tutto il percorso di cura che prosegue eventualmente anche dopo il ricovero, è alla base di un effettivo buon rapporto tra clinico e paziente». L’argomento è in stretto rapporto con l’utilizzo, che dovrebbe essere sempre più sistematico, delle linee guida e dei protocolli di cura e verrà affrontato nel convegno anche in relazione alle problematiche assicurative: «in un contesto assicurativo o processuale c’è la necessità di documentare la ragione delle scelte terapeutiche effettuate e di comprovare attraverso la documentazione ciò che è stato deciso e condiviso con un paziente pienamente consapevole del percorso». L’empowerment del paziente è strettamente collegato al piano di cura, ma si pone su un piano diverso: «si parla in questo caso – chiarisce Molendini – di un paziente consapevole e coinvolto, a cui vengono offerti strumenti nuovi, essenzialmente informativi ma anche, per esempio, di telecontrollo. Il paziente stesso è messo in condizione di partecipare al progetto terapeutico e costituisce un elemento essenziale per il raggiungimento degli obiettivi predefiniti».

Vecchia intervista, sempre attuale “I #vaccini sono i farmaci più sicuri. Giusto informarsi, ma attenti ai farabutti” @WRicciardi

Walter Ricciardi dirige il dipartimento di Sanità pubblica al Gemelli di Roma: “Tra gli antivaccinalisti c’è anche chi non è in buona fede. Per questo invito le mamme a cercare informazioni su siti sicuri”. Ma l’obbligo vaccinale è effettivo? “Sì, anche se il nostro è un Paese a maglie larghe”

“La maggior parte degli antivaccinalisti irriducibili è in buona fede, ma ci sono anche i farabutti”. Walter Ricciardi, direttore del dipartimento di Sanità pubblica del policlinico Gemelli di Roma, non ha dubbi sulla bontà delle vaccinazioni pediatriche: “Questi farmaci sono i più testati e per produrli vengono adottate le tecnologie più sicure. In ogni caso i genitori hanno il diritto di sapere tutto sui vaccini che vengono iniettati ai loro figli. Devono però informarsi da autorità competenti e non solo in Rete, dove si leggono anche tesi prive di fondamento che seminano terrore”.

L’Italia è tra i pochi paesi in Europa in cui la vaccinazione è un obbligo di legge e non una scelta. Eppure ci sono molte vie di fuga. Perché?
Dal punto di vista strettamente giuridico esiste ancora l’obbligo per quattro vaccini (difterite, tetano, poliomelite, epatite b). Ma l’Italia è un paese restio agli obblighi. Dal punto di vista formale i bambini che non vengono vaccinati non potrebbero nemmeno essere iscritti a scuola. Eppure l’applicazione delle restrizioni è “a maglie larghe”. Nel 2008 è nato l’esperimento-pilota del Veneto, che ha ottenuto una sospensione dell’obbligo: l’obiettivo, in sostanza è convincere le mamme con un’informazione corretta e non costringerle attraverso una fredda lettera di convocazione. E i risultati arrivano, visto che non si è registrato un calo sostanziale dei vaccinati. Certo, il timore di un allargamento della deroga anche alle altre regioni esiste: gli enti investiranno adeguatamente sulle campagne informative? Se l’obbligo cessasse senza investimenti da parte degli enti sarebbe un dramma.

Perché se l’obbligo riguarda quattro vaccini, i bambini vengono convocati per iniettarne sei, con il vaccino esavalente?
Le vaccinazioni che abbiamo a disposizione sono tutte importanti. Malattie come il morbillo, grazie ai vaccini, non dilagano più. Ma non sono certo scomparse. Inoltre è utile limitare il numero delle visite alle Asl evitando di dover “bucare” più volte i bambini. Le voci secondo cui si tratta di un’imposizione delle case farmaceutiche sono false, anche se non bisogna nascondere che l’esavalente permette certamente allo Stato di risparmiare. In ogni caso è possibile richiedere i vaccini singoli e modificare, con i medici preposti, il piano vaccinale.

Un’altra accusa al sistema sanitario è quella di informare poco sulle controindicazioni dei vaccini.
L’informazione è fondamentale e deve essere fatta meglio. Certo chi è contrario ai vaccini riesce a essere convincente, ma spesso pubblica affermazioni non provate scientificamente. I vaccini sono le tecnologie più sicure e più testate. Anche quelli combinati, come l’esavalente, sotto accusa perché inietta una decina di antigeni insieme. Ma quando un bambino gioca in spiaggia ne riceve migliaia. Ed è bene così. La fortificazione naturale del sistema immunitario va incentivata, perché non ci sono stimolazioni naturali in grado di far rispondere a certe malattie.

Perché il piano del ministero prevede le vaccinazioni a tre mesi di vita? Alcuni medici obbiettano che sia meglio attendere che il sistema immunitario sia più strutturato.
Evidenze scientifiche provano che è proprio quando i bambini sono in una fase evolutiva c’è la necessità di vaccinare. E la stimolazione data dall’esavalente è certamente più indicata rispetto a singole iniezioni.

Cosa pensa di chi sceglie di non vaccinare i propri figli?
E’ impensabile avere l’approvazione del 100% della popolazione. C’è sicuramente una minima percentuale di “antivaccinalisti irriducibili” che non sono convincibili. Se sono in pace con se stessi e lo fanno con onestà intellettuale, fanno bene a continuare la loro battaglia. Ma basta cercare online per trovare anche tanti farabutti, che sostengono quella causa per puro tornaconto personale: avvocati che invogliano a fare causa e in qualche caso, anche medici. Alle mamme che vivono lo stress di una scelta difficile dico: informatevi veramente, ma fatelo parlando con il personale e consultando siti ufficiali e garantiti.

A proposito di cause e avvocati, come commenta sentenze (come quella recente del tribunale di Rimini) che associano il vaccino del morbillo all’insorgenza di patologie gravi come l’autismo?
Penso tutto il male possibile dei giudici che decidono senza avere il supporto della prova scientifica. Quando si cede all’emozione, si fa cattiva giurisprudenza e pessima informazione. E’ inaccettabile.

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Policlinico #Gemelli: Leucemie Secondarie e Metilazione del DNA 31 ottobre 2013 ore 12.00

Una malattia oncologica può scatenare un’altra malattia: sono le leucemie secondarie e in Italia si vanno sempre più affinando le tecniche per scovarle, capirne i meccanismi e prevenirle. Un grosso aiuto arriva dal Registro delle Leucemie Secondarie, coordinato dall’Istituto di Ematologia dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli di Roma, che si pone l’obiettivo di arrivare a identificare le categorie di pazienti a maggior rischio di sviluppare una leucemia secondaria, registrando almeno 500-1.000 casi nei prossimi 5 anni. 

Lezione di Saluto del Prof. Giuseppe Leone

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a Conclusione del Percorso Accademico

Raccontata attraverso le Ricerche di una Scuola che continua 

31 ottobre 2013 ore 12.00

Aula Brasca

 

Policlinico #Gemelli: gli Ospedali Universitari ed il processo di cambiamento del Servizio Sanitario Nazionale @WRicciardi @drsilenzi

Una riflessione a più voci  sul ruolo degli Ospedali Universitari di fronte alle nuove sfide poste da un sistema sanitario in profonda trasformazione. E’ uno degli obiettivi del Convegno intitolato “Gli Ospedali Universitari e il processo di cambiamento del Servizio Sanitario Nazionale” che si svolgerà presso l’auditorium della Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”  venerdì 8  e sabato 9 novembre 2013. Articolato in quattro Tavole Rotonde che affronteranno alcune determinanti tematiche del contesto sanitario attuale.

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SCARICA IL PROGRAMMA DELL’ EVENTO

Un confronto a tutto campo con relatori e moderatori di diversa estrazione culturale provenienti dal mondo sanitario, universitario, economico, giuridico e giornalistico. Alla fine di ciascuna sessione le considerazioni conclusive saranno affidate ai rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali.

 

 

Docenti e studenti di medicina: nuove regole negli USA per rapporti trasparenti

Nuove linee guida per la trasparenza dei rapporti finanziari tra industria e università e per nuovi modelli di professionalità nell’insegnamento della medicina. Ecco il titolo di un articolo scritto da Anand Reddi, giovane ricercatore dell’University of Colorado School of Medicine, su Jama Pediatrics. «Nel maggio 2011 studenti e docenti della Scuola medica dell’’Università del Colorado (Ucsom) hanno proposto una politica di divulgazione dei conflitti di interessi dei docenti durante le attività di formazione degli studenti. Dopo un anno di dialogo con i docenti, il Senato accademico ha approvato la mozione all’unanimità» spiega Reddi, già vincitore del Thomas Jefferson Award, una delle più alte onorificenze dell’Università del Colorado. In medicina accademica, un principio emergente di professionalità è la gestione trasparente dei rapporti finanziari tra docenti e industria, una collaborazione di vitale importanza per la scoperta e lo sviluppo di nuovi farmaci e dispositivi. Allo stesso tempo, tuttavia, il legame tra industria e accademia non è privo di rischi, data l’associazione significativa tra sponsorizzazione finanziaria e conclusioni pro-industria di medici e scienziati. 

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«La maggior parte delle scuole mediche statunitensi chiedono ai docenti di comunicare i conflitti di interessi prima della pubblicazione di articoli scientifici, ma non ne richiedono la divulgazione agli studenti di medicina durante lezioni, seminari o altri contesti educativi. Così nel giugno 2011 Reddi ha proposto, a nome degli studenti dell’American Medical Association (Ama), una risoluzione che invitava il Comitato di collegamento sull’educazione medica (Lcme) ad adottare nuove normative per incoraggiare i docenti delle scuole mediche nazionali a rivelare i conflitti di interessi durante la formazione medica. «L’assemblea dei delegati dell’Ama ha adottato la risoluzione, trasmettendola per renderla operativa al Lcme, autorità di accreditamento per tutte le scuole mediche statunitensi, nonché punto focale per la creazione di linee guida nazionali per la formazione medica» continua il giovane ricercatore. Il prossimo passo? Per ottenere l’attuazione della risoluzione l’Ama sta lavorando con l’Associazione delle università americane, e ha già trasmesso le nuove regole a ogni scuola di medicina, a ciascun amministratore dei programmi di formazione medica e a tutti gli ospedali universitari degli Stati Uniti.

JAMA PEDIATR. PUBLISHED ONLINE SEPTEMBER 30, 2013.

Quanto guadagnano i medici nei diversi Paesi del mondo? dal @nytimes [@giovanimedici]

In response to Uwe Reinhardt’s recent post on “rationing” doctors’ salaries, a number of readers wrote in asking about physician compensation in other countries. Doing a direct comparison of remuneration across different countries is tricky because the same salary may allow for different standards of living in different places. But here are two possible ways to think about these comparisons, taken from a 2007 Congressional Research Service report entitled “U.S. Health Care Spending: Comparison with Other OECD Countries.”

GPpay

Source: Congressional Research Service analysis; see notes in table below

One way to compare cross-country data is to adjust the salaries for purchasing-power parity — that is, adjusting the numbers so that $1,000 of salary buys the same amount of goods and services in every country, providing a general sense of a physician’s standard of living in each nation. These numbers are in the second, fourth and sixth columns of the chart below. They show that American general practitioners and nurses earn more than their counterparts in other developed countries, and American specialists are close to the top of the pack.

DESCRIPTION
Source: Congressional Research Service (CRS) analysis of Remuneration of Health Professions, OECD Health Data 2006 (October 2006), available at [http://www.ecosante.fr/OCDEENG/70.html].

Sorted by specialists’ compensation. Amounts are adjusted using U.S. dollar purchasing power parities. Amounts from previous years are trended up to 2004 dollars using the annualized Bureau of Labor Statistics Employment Cost Index for wages and salaries of health services workers in private industry. It is not known whether wage growth in health professions in other countries was similar to that in the United States. Amounts are from previous years for 10 countries: data for Australia, Canada, Denmark (for specialists and nurses), Finland (for nurses), and the Netherlands are from 2003; data for Belgium (for specialists), Denmark (for general practitioners), New Zealand (for nurses), and Sweden are from 2002; data for Switzerland and the United States (for specialists and general practitioners) are from 2001; and data for Belgium (for general practitioners) and the United States (for nurses) are from 2000. Ratios of salaries to GDP per capita reflect the year the data was collected and are not adjusted for inflation. For countries that have both self-employed and salaried professionals in a given field, the amount presented here is the higher of the two salaries. Four countries have both salaried and self-employed specialists: the Czech Republic (where compensation is $29,484 for salaried and $34,852 for self-employed specialists), Greece ($67,119 and $64,782), the Netherlands ($130,911 and $252,727), and the United States ($170,300 and $229,500). One country has both salaried and self-employed general practitioners: in the United States, salaried general practitioners earn $134,600, compared with $154,200 if self-employed. All nurses are salaried among this data.

Another way is look at how a doctor’s salary compares to the average national income in that doctor’s country — that is, gross domestic product per capita. These numbers are in the third column, fifth and seventh columns of the chart.

As a country’s wealth rises, so should doctors’ pay. But even accounting for this trend, the United States pays doctors more than its wealth would predict:

DESCRIPTION
Source: Congressional Research Service (CRS) analysis of Remuneration of Health Professions, OECD Health Data 2006 (October 2006), available at [http://www.ecosante.fr/OCDEENG/70.html].

According to this model, the 2007 report says, “The U.S. position above the trendline indicates that specialists are paid approximately $50,000 more than would be predicted by the high U.S. GDP. General practitioners are paid roughly $30,000 more than the U.S. GDP would predict, and nurses are paid $8,000 more.”

But it’s important to keep in mind, the report notes, that health care professionals in other O.E.C.D. countries pay much less (if anything) for their medical educations than do their American counterparts. In other words, doctors and nurses in the rest of the industrialized world start their medical careers with much less student loan debt compared to medical graduates in the United States.

For more data on health spending in O.E.C.D. countries, go here. For a recent American-only survey on the pay of physicians with various specialties, go here.

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Farmaci, cala la spesa complessiva. Per ogni cittadino 30 confezioni l’anno nel 2012.

I dati del Rapporto dell’Agenzia italiana del farmaco. Fra i prodotti più venduti i medicinali per curare le malattie cardiovascolari. Aumenta il consumo di antidepressivi
di VALERIA PINI

ROMA – L’anno scorso ogni italiano ha comprato una media di trenta confezioni di farmaci. Si acquistano soprattutto medicinali per curare il sistema cardiovascolare, seguiti, da quelli per l’apparato gastrointestinale e il metabolismo. Ma cresce anche l’uso di antidepressivi, che dal 2004 è salito del 4,5%. Il nostro si conferma un popolo ‘dipendente’ da pillole e sciroppi, ma i consumi sono in calo. Nel 2012 sono state acquistate 1,8 miliardi di confezioni. La spesa territoriale complessiva, sia pubblica che privata, crolla del 5,6% rispetto al 2011 per un totale di 19.389 milioni di euro. In media, per ogni cittadino italiano, la spesa per farmaci è stata di circa 430 euro. I dati emergono dal Rapporto sull’uso dei farmaci in Italia presentato oggi a Roma dall’Aifa.

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Più di 25 miliardi di euro. La spesa farmaceutica totale ha raggiunto i 25,5 miliardi di euro, il 76% dei quali è stato rimborsato ai cittadini dal Servizio sanitario nazionale. Le dosi giornaliere totali prescritte ogni mille abitanti nel 2012 sono state 1.626, mentre quelle a carico del Ssn in regime di assistenza 985 (+2,3% rispetto al 2011).

I più venduti. Fra i prodotti in cima alla classifica delle vendite ci sono i farmaci cardiovascolari al primo posto sia in termini di spesa farmaceutica totale, pubblica e privata, sia in termini di consumo, seguiti, dai medicinali per l’apparato gastrointestinale e il metabolismo, il sangue e gli organi emopoietici, del Sistema nervoso centrale e dell’apparato respiratorio.

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In Italia attende 3 anni per una risposta ad una domanda di concorso, in UK è il cardiochirurgo più giovane dell’NHS: la storia di Simone Speggiorin @giovanimedici

MARTELLAGO – Oggi la Bbc manderà in onda uno speciale radiofonico dedicato ad un noto cardiochirurgo pediatrico, raccontando tutti progetti di questo affermato professionista. Giovedì prossimo si ripeterà, addirittura con un documentario di un’ora. Nulla di strano e di eclatante, è normale che il principale network britannico si interessi alle eccellenze sanitarie del Regno Unito. Ma la notizia davvero singolare è che il medico in questione ha solo 36 anni, un percorso didattico condotto tra Mestre e Padova, ed è originario di Olmo di Martellago. Nel Miranese è cresciuto, poi a 19 anni ha capito che quel paesino cominciava a stargli stretto.

IL TRASFERIMENTO
Per dar sfogo alle proprie ambizioni doveva trasferirsi, prima a Padova e poi in Inghilterra. E da quel giorno Simone Speggiorin di strada ne ha fatta davvero tanta. Sono molti i giovani italiani che decidono di tentare l’avventura all’estero, ma pochi riescono ad affermarsi in un campo simile consacrandosi pure a livello internazionale. Nel settore il suo nome circola da tempo, perché Simone è il più giovane cardiochirurgo “strutturato” (dirige un’unità e ricopre un ruolo equivalente a quello italiano di primario) di tutta l’Inghilterra. Ma ad affascinare i media britannici è anche e soprattutto un progetto che lo vede in prima linea con un’associazione che si occupa di curare i bambini indiani colpiti da problemi cardiaci.

Dottor Speggiorin, come nasce l’opportunità di lasciare l’ambiente padovano e volare oltremanica? «Nel 2003 mi sono laureato in Medicina a Padova, nel 2009 ho completato la specializzazione in cardiochirurgia imparando moltissimo dal professor Giovanni Stellin, il mio primo mentore. Ma il mio sogno era quello di lavorare con i bambini, mi affascinava l’idea di curare i piccoli con malformazioni cardiache. E sapevo che prima o poi avrei dovuto andare all’estero per completare il mio percorso formativo».
In Italia non sarebbe stato possibile? «Non volevo ristagnare come precario in un sistema molto ma molto indietro, il problema è generale e non basterebbe certo solo una riforma della sanità. È per questo che ho deciso di mettermi in gioco all’estero. Dopo la specializzazione in Italia ottieni un diploma e sei legalmente abilitato a fare il cardiochirurgo, ma non è facile essere già formato e pronto per svolgere la professione».
Quindi, che è successo? «Tramite Giovanni Stellin, a cui devo moltissimo, ho conosciuto il professor Martin Elliott del Great Ormond Street Hospital di Londra, uno degli ospedali pediatrici più importanti d’Europa. Con lui ho scritto un articolo scientifico, evidentemente gli è piaciuto il mio modo di lavorare. E mi ha chiesto di seguirlo a Londra».
Un’occasione che lei ha deciso di prendere al volo, giusto? «Si, sono stato li per tre anni sub-specializzandomi in chirurgia tracheale e cardiochirurgica pediatrica. Poi è spuntata una nuova opportunità, un altro aereo da prendere al volo».
Ed è finito per un anno in India Bengalore, come mai? «In quell’area geografica la popolazione è vastissima e ci sono molti bambini, la quantità di malformazione al cuore è purtroppo molto elevata e quindi sapevo che li c’era bisogno di lavoro. I dottori indiani sono molto bravi ma come numero non bastano. L’India era il posto ideale per completare il mio training formativo».
Che esperienza è stata? «Bella, bellissima. Uno choc culturale, certo, ma mi è servita molto per testare davvero quello che potevo valere».
Dopo un anno si è presentata l’occasione di partire di nuovo, è stata una scelta difficile? «Mi hanno offerto due posti, a Leicester in Inghilterra e a Sidney in Australia. Ho scelto la prima per rimanere in Europa, per riavvicinarmi agli amici e alla famiglia».
E proprio a Leicester, nel cuore del Regno Unito, lavora tutt’ora. Di cosa si occupa? «Al Glenfield Hospital sono stato assunto come cardiochirurgo pediatrico. Ma faccio pure parte di una charity con un gruppo di dottori da tutto il mondo che vanno in India ad operare bambini».
Come si struttura questo progetto? «La charity è nata proprio a Leicester, tre o quattro volte all’anno andiamo in India a curare questi bambini che altrimenti morirebbero. Spesso appartengono a famiglie che vivono in grandi condizioni di povertà e non si possono permettere alcuna spesa. Così il costo delle cure viene suddiviso tra l’ospedale indiano e la nostra charity, denominata “Healing Little Hearts”».
Quali sono le più grandi differenze tra il sistema sanitario italiano e quello inglese? «Quello britannico è organizzato in maniera maniacale ed è più meritocratico, se sei bravo è più facile che vai avanti». E dell’Italia cosa le manca? «La famiglia e la colazione con brioche e cappuccino, stop. La maggior parte dei miei vecchi amici è già all’estero».
Tornerebbe? «No, non avrebbe senso. Pensi: tre anni fa feci domanda per un concorso in Italia, mi hanno risposto la settimana scorsa. Assurdo. Ora sono in una curva ascendente, tornare significherebbe rimettersi in coda. Per fortuna il mondo è grande e pieno di opportunità».

Articolo tratto da VeneziaToday

N.B. Leggi le pagine dedicate alla formazione – lavoro in UK dal portale dell’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM)

@HarvardBiz: Gli studenti apprendono meno e peggio laddove i sindacati dei professori sono più influenti #italystandup

La Scuola funziona peggio e gli studenti sono meno preparati laddove i sindacati degli insegnanti sono più forti ed influenti: io l’ho sempre pensato ma per fortuna ora lo afferma e prova anche uno studio riportato dall’Harvard Business Review della University of Chicago Law School e della University of Florida

Link: http://s.hbr.org/13TireM

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Se Steve fosse nato in provincia di Napoli (o in Italia in generale)

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

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Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

P.S. E mi permetto di aggiungere che nella catena malefica non sono stati menzionati i sindacati sindacalisti nostrani!

Tratto dal Blog di Antonio Menna