Trattato con successo con radioembolizzazione epatica un anziano paziente. Il Policlinico universitario “Agostino Gemelli” di Roma è il terzo centro del Lazio , insieme all’Istituto Regina Elena e all’Ospedale Goretti di Latina, a disporre di questa sofisticata arma per curare gli epatocarcinomi resistenti ad altre terapie. Il paziente, 84 anni, è affetto da una neoplasia al fegato di elevate dimensioni (9cm) con associata trombosi portale, che non permetteva qualunque altra forma di terapia. La procedura è stata eseguita senza alcuna complicanza e il paziente è stato dimesso in buone condizioni cliniche quattro giorni dopo il trattamento. Per questo primo trattamento di radioembolizzazione epatica gli specialisti del Dipartimento di Bioimmagini e Scienze Radiologiche del Gemelli, diretto dal prof. Lorenzo Bonomo, hanno impiegato un device di nuova generazione rispetto a quello utilizzato nelle altre due strutture chiamato “TheraSphere”. Sono solo 8 in Italia i centri oncologici attrezzati per l’impiego di questa procedura con TheraSphere, affiancandosi a prestigiosi centri di trattamento europei quali la “BCLC Group Hospital Clinic” di Barcellona (Spagna) e il “Centre Eugene Marquis” di Rennes (Francia), e 18 in totale, considerando i centri italiani che utilizzano anche l’altro dispositivo medico in commercio (Sirtex). “La radioembolizzazione si caratterizza per essere una procedura gestita in maniera multidisciplinare – spiega Lorenzo Bonomo – con la presenza di competenze chirurgiche, gastroenterologiche, radiologiche, medico-nucleari e fisiche, tali da rendere possibile l’esecuzione del trattamento in maniera sicura ed efficace”. Il risultato raggiunto al Gemelli, che permette di aggiungere una nuova efficace arma all’arsenale di strumenti per combattere l’epatocarcinoma, è stato possibile grazie al lavoro del Gruppo multidisciplinare per la gestione dell’Epatocarcinoma denominato HepatoCatt, attivo dal 2008. Il gruppo comprende tutti gli specialisti che operano in tale ambito (epatologi, radiologi diagnostici e interventisti, chirurghi del fegato e del trapianto, oncologi, anatomo-patologi, radioterapista, medici nucleari, fisici). A oggi, con oltre 250 nuovi casi di cancro al fegato valutati e trattati ogni anno, il Gemelli si pone come l’ospedale con la maggiore casistica del Lazio e del Centro-Sud e tra i primi tre d’Italia.
Una regola di responsabilità per rispondere alla crisi
Nel pieno della gravissima crisi di fiducia che sta colpendo l’area della moneta unica europea, con effetti particolarmente pesanti sul nostro Paese, sono sempre più indispensabili decisioni che diano “ai mercati un segnale tempestivo e inequivoco”.
Come sostiene Luca di Montezemolo in un editoriale che condividiamo con te, un passo importante e concreto per restituire forza e credibilità alla nostra economia è rappresentato dalla proposta di riforma costituzionale avanzata dal senatore Nicola Rossi.
“Sul modello di quanto è stato recentemente fatto in Francia e Germania, si tratta di introdurre in Costituzione una regola di responsabilità fiscale che obblighi le Amministrazioni Pubbliche al pareggio di bilancio strutturale e al rispetto di un rapporto armonioso tra spesa pubblica e Prodotto interno lordo”.
Cinque semplici articoli per “assicurare la sostenibilità dei conti pubblici nel medio e lungo periodo a tutto vantaggio delle generazioni future e soprattutto costringere la politica di oggi e di domani, chiunque si trovi al governo di questo paese, ad un rigoroso vincolo di responsabilità nell’uso delle finanze pubbliche e al rispetto degli impegni internazionali”.
– Continua a leggere l’editoriale Una regola di responsabilità di fronte alla crisi dei mercati e la proposta di legge costituzionale di Nicola Rossi
La difesa del Policlinico Gemelli: “nessun rosso in bilancio, operiamo in credito con la Regione Lazio”
Roma, 1 ago. (Adnkronos Salute) – Nessun rosso ‘segreto’, conti trasparenti e corretti. E’ secca e articolata la replica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore all’articolo pubblicato su ‘Milano Finanza’ il 30 luglio. L’ateneo sottolinea che “non c’è alcun rosso ‘segreto’ nei propri conti; e i propri bilanci sono assolutamente corretti e trasparenti. Tali bilanci – prosegue la nota – sono ben noti alle istituzioni e in modo particolare, per la parte sanitaria relativa al Policlinico Gemelli, alla Regione Lazio, presso la quale vengono annualmente depositati sia il budget, sia il bilancio consuntivo”. “La situazione attuale del Gemelli – pur grave, per le ragioni che si indicheranno – non va pertanto equiparata, o in alcun modo confusa, con quella di altre realtà sanitarie, oggetto di quotidiana attenzione da parte dei media. La pesante situazione del Policlinico Gemelli, infatti, deriva dall’enorme massa di crediti legati all’attività istituzionale, crediti che, non saldati, impongono scelte di indebitamento sempre più onerose. La massa creditizia accumulatasi nel corso dell’ultimo quinquennio, al 30 giugno 2011 ammonta a complessivi 701 milioni di euro (di cui 112 milioni di interessi); sono da aggiungere 224 milioni di euro oggetto di contenzioso, rispetto al quale l’Università Cattolica ha già visto riconosciute le proprie ragioni da un lodo, pronunciato all’unanimità e vincolante ex lege. Nonostante ciò, il lodo non è stato eseguito ed è stato impugnato dalla Regione Lazio”. Pur sotto questa pressione, “che potrà diventare ancor più drammatica nei prossimi mesi, il Policlinico Gemelli continua a svolgere il suo servizio di struttura ospedaliera generale e di alta specializzazione, offrendo – per la qualità dell’assistenza erogata ai cittadini e per l’oculata gestione economica – un punto di riferimento vitale e imprescindibile nel campo della salute e della ricerca scientifica nazionale e internazionale”. Prima struttura ospedaliera della Regione Lazio per numero di ricoveri (oltre 100mila all’anno) e per la quota di ricoveri di alta complessità, il Gemelli “è l’ospedale che in Italia ha la maggiore capacità di attrazione di pazienti proveniente da fuori Regione (oltre 13mila degenti nell’anno 2010); è il più grande ospedale oncologico del Paese, con una leadership riconosciuta da numerose rilevazioni, quale per esempio quella della Fondazione Veronesi (Sportello Cancro). E nell’ambito del sistema sanitario della Regione Lazio, è struttura di riferimento principale (hub) in numerosi ambiti di intervento, che non riguardano solo l’assistenza ospedaliera (come la rete oncologica, cardiologica, ictus, malattie infettive e perinatale), ma anche quella territoriale (sistema di emergenza-urgenza ed elisoccorso, specialistica ambulatoriale, diagnostica di base, centro dialisi, ambulatorio del dolore e hospice)”. Oltre che “costantemente sorvegliata e controllata dagli Organi Direttivi dell’Ateneo”, i quali hanno varato un apposito Piano industriale e di razionalizzazione, la gravità crescente dell’attuale situazione “è stata illustrata sia all’intero Consiglio della Facoltà di Medicina e Chirurgia, sia alle rappresentanze sindacali”. Per superare questa delicatissima fase “senza traumi intollerabili sui posti di lavoro, è infatti indispensabile – prosegue il Gemelli – la convinta condivisione delle finalità e degli strumenti del Piano industriale, così com’è altrettanto necessaria e la massima coesione di tutti coloro che quotidianamente lavorano perché il Policlinico Gemelli sia sempre di più quella straordinaria risorsa che esso è diventato per la città di Roma, per il Lazio, per l’Italia intera”. Per “impedire che l’attuale situazione giunga al punto di ‘non ritorno’ provocando conseguenze assai difficilmente governabili, decisivo è il ruolo della Regione Lazio, sia nel chiudere responsabilmente e consensualmente la situazione dei crediti pregressi, sia e in particolare – prosegue la nota – nel sottoscrivere un nuovo accordo che, nel presente e per il futuro immediato, permetta al Policlinico il regolare funzionamento di ogni giorno e, quindi, il mantenimento degli attuali livelli di assistenza”. Senza di ciò, non solo si ridurrebbe la funzione sociale che il Gemelli svolge al servizio del territorio e per il bene dei cittadini, ma inevitabilmente “cadrebbe ogni concreto programma di sviluppo della qualità della cura e di ricerca scientifica avanzata, da cui è contraddistinta la storia ormai cinquantennale del Policlinico dell’Università Cattolica”.
Test di ammissione a medicina ed odontoiatria: le novità di quest’anno
A Trieste e Udine e a Roma verrà sperimentato a settembre un nuovo meccanismo per l’ammissione ai corsi di laurea in Medicina e chirurgia. Ma l’unica vera differenza con il vecchio sistema è che si potrà sostenere il test in una università e fare domanda di ammissione in un’altra sede. Non risolve il problema degli studenti respinti in una sede, ma con un punteggio che permetterebbe l’iscrizione in un ateneo diverso. L’introduzione di un test unico per Medicina e Odontoiatria, poi, potrebbe addirittura peggiorare un sistema che già ora non brilla per efficienza.
Negli ultimi mesi il Miur aveva annunciato l’intenzione di sperimentare, per l’anno accademico 2011/2012, graduatorie regionali per i test di ingresso ai corsi di laurea in Medicina e chirurgia. La sperimentazione poteva rappresentare un primo miglioramento dell’inefficiente meccanismo di selezione usato fino all’anno scorso in tutte le sedi universitarie, che prevedeva un test unico a livello nazionale, ma una graduatoria diversa per ogni università. In questo modo, gli studenti respinti in una sede seppure con un punteggio sufficiente per entrare in un altro ateneo, risultavano comunque esclusi.
COME FUNZIONA IL MECCANISMO SPERIMENTALE
Purtroppo, il meccanismo con cui a settembre 2011 verranno aggregate le graduatorie in via sperimentale per le facoltà di Medicina delle università di Trieste e di Udine e, separatamente, per le due facoltà di Medicina dell’università la Sapienza di Roma, non cambia pressoché nulla rispetto al sistema precedente. Nel decreto ministeriale del 15 giugno scorso, il Miur ha infatti stabilito che le graduatorie per le sedi aggregate verranno realizzate con il seguente meccanismo:
1. gli studenti sono liberi di sostenere il test in una qualunque delle sedi aggregate (per esempio, a Udine o a Trieste);
2. dopo la pubblicazione di una graduatoria unica, gli studenti dovranno esprimere le proprie preferenze tra gli atenei che fanno parte dell’aggregazione;
3. i posti disponibili in una facoltà di Medicina saranno poi assegnati ai migliori studenti al test che hanno espresso come prima preferenza quella data facoltà: per esempio, a Medicina a Udine entrerà prima chi ha il punteggio più alto tra coloro che hanno segnalato Udine come prima scelta, fino a copertura dei posti, e poi eventualmente i migliori che hanno indicato Udine come seconda preferenza, se ci sono posti disponibili residui, e altrettanto accadrà a Trieste;
4. anche in caso di “ripescaggi”, verrà data la precedenza ai migliori studenti che hanno indicato come prima scelta l’ateneo dove si saranno liberati i posti.
Cerchiamo ora di capire con un esempio il (non)senso di questo meccanismo. Per semplicità, supponiamo che ci siano quattro studenti che desiderano studiare Medicina a Udine o a Trieste e un solo posto disponibile in ciascuna di queste due università. I quattro studenti sostengono la prova in una delle due sedi, che non è necessariamente l’università dove preferirebbero iscriversi. Viene quindi pubblicata una graduatoria unica per i quattro candidati. Ipotizziamo che il primo studente in graduatoria realizzi 80 punti, il secondo 70, il terzo 60 e il quarto 50; i primi due preferiscono Udine a Trieste e gli ultimi due Trieste a Udine. A Udine verrà ammesso il primo studente nella graduatoria aggregata, mentre a Trieste entrerà quello che ha totalizzato 60 punti (cioè il terzo in graduatoria) e non invece lo studente che, pur avendo conseguito un punteggio più alto (70 punti e secondo in graduatoria), ha indicato Trieste come seconda scelta. Anche se il terzo in graduatoria decidesse di non iscriversi a Medicina e quindi si liberasse il posto a Trieste, questo verrebbe assegnato al migliore dei non ammessi la cui prima preferenza è Trieste e cioè a chi, nel nostro esempio, ha totalizzato 50 punti. In pratica, affinché il secondo in graduatoria possa studiare Medicina è necessario che il primo in graduatoria decida di non iscriversi a Medicina o che a Trieste non si iscriva nessuno.
Pertanto, l’unica vera differenza tra il meccanismo che sarà sperimentato a settembre e il “vecchio sistema”, che continuerà a essere utilizzato in tutte le altre università, è che il primo permette di sostenere il test in un’università e di fare domanda di ammissione in un’altra sede, mentre il secondo obbliga uno studente a sostenere il test nella sede dove poi intende studiare. In sostanza si risparmia qualche biglietto del treno (ovviamente non nel caso delle due facoltà di Roma).
TEST UNICO PER MEDICINA E ODONTOIATRIA
Il decreto ministeriale del 15 giugno introduce però una seconda novità: l’utilizzo, per ciascuna università, di un unico test per Medicina e chirurgia e per Odontoiatria e protesi dentaria. Fino all’anno scorso, l’accesso a Medicina e a Odontoiatria veniva decretato sulla base dei risultati di due test differenti, somministrati in due giorni consecutivi. Pertanto, chi non era ammesso a Odontoiatria, poteva sperare di iscriversi a Medicina (o viceversa) se in possesso di un punteggio adeguato nel test per Medicina. Se l’utilizzo di un unico test per entrambi i corsi di laurea sarà gestito come per la sperimentazione delle facoltà di Medicina di Udine e Trieste (il decreto ministeriale non descrive in dettaglio come ciò accadrà effettivamente), allora avremo un sicuro peggioramento: diversamente dall’anno scorso, un buon candidato respinto a Odontoiatria non potrà più iscriversi a Medicina o viceversa. Se invece, a fronte del test unico, le graduatorie per Odontoiatria e Medicina rimarranno separate e ciascun candidato, dopo
aver segnalato il proprio interesse in tutti e due i corsi di laurea, verrà ins rito automaticamente in entrambe, allora non avremo una perdita di efficienza e torneremo in sostanza al vecchio sistema, eliminando però la necessità di somministrare due test differenti. In pratica, per capire se l’utilizzo di un unico test per Medicina e Odontoiatria comporterà solo minori spese o invece genererà anche perdite di efficienza, è necessario aspettare che il ministero descriva in dettaglio il funzionamento del meccanismo di ammissione ai due corsi di laurea. È però chiaro che il meccanismo delle graduatorie aggregate fa temere il peggio, e cioè che a entrare a Medicina e Odontoiatria non saranno i migliori in assoluto al test, ma i migliori che avranno indicato rispettivamente in Medicina e Odon
toiatria la propria prima preferenza.
A parziale credito del Miur va detto che l’introduzione di una graduatoria unica per Medicina o Odontoiatria presenta una serie di problemi non banali (per esempio, tempi tecnici lunghi, problemi legali). Ciononostante, non è impossibile trovare sistemi alternativi che consentano davvero agli studenti di presentare domanda di ammissione in più sedi universitarie e che possano inoltre funzionare in tempi tecnici ristretti. Al contrario, il meccanismo di aggregazione delle graduatorie che verrà sperimentato a settembre non cambia nulla rispetto al vecchio sistema e si fa dunque fatica a capirne la ragione d’essere. Come se ciò non bastasse, l’introduzione di un test unico per Medicina e Odontoiatria potrebbe addirittura peggiorare un sistema che già ora non brilla per efficienza.
Tratto da La Voce.info
“Il coraggio di osare: cooperazione e imprenditoria per vincere la paura della disoccupazione”
Anche quest’anno si rinnova l’ormai consueto appuntamento con il Festival Cinematografico Internazionale “Fiuggi Family Festival”, nel centro storico di Fiuggi, dal 28 al 31 luglio – http://www.fiuggifamilyfestival.org
Giunto alla sua quarta edizione, il Festival creato per le famiglie, vanta una serie di appuntamenti non solo cinematografici ma anche culturali, con dibattiti mirati ad approfondire interessi e dialoghi costruttivi con le istituzioni, le aziende e le società di distribuzione. Il tema di questa edizione “Sistema famiglia: il dinamismo delle relazioni”, affronta il problema grande ed attualissimo della conciliazione famiglia -lavoro.
L’iniziativa sponsorizzata da “Confcooperative Nazionale”, volta a sensibilizzare le istituzioni ad una politica “family friendly, propone nel calendario eventi due appuntamenti. Il primo nella giornata del 28 luglio con la presentazione del progetto “F.I.L.: Famiglia Impresa Lavoro: strumenti per la conciliazione” a cura di Giovanna Zago e Claudia Gatta.
A seguire, venerdì 29 luglio alle 16.30 presso la Sala Convegni Istituto Alberghiero, Piazza Trento e Trieste, si terrà un convegno: “Il coraggio di osare: cooperazione e imprenditoria per vincere la paura della disoccupazione”. Tra i relatori Bruna Rossetti Presidente Confcooperative Viterbo, testimonianza di come la cooperativa sia una forma di impresa che meglio di altre concilia tali tempi, mostrando come la diffusione della cooperazione sia uno strumento a servizio della famiglia e del welfare society; Luigino Bruni docente alla Bicocca di Milano e all’Istituto Universitario Sophia, Ernesto Albanese amministratore delegato di Atahotels ed il dott. Andrea Silenzi, esponente della SIMM (Società Italiana Medici Manager).
dal Programma:
“L’educazione alla cooperazione” Fiuggi, Sala banchetti ore 17:30
A cura di Confcooperative. Partecipano: dott.ssa Bruna Rossetti, prof. Luigino Bruni, dott. Ernesto Albanese, dott. Andrea Silenzi
In risposta al difficile momento socio-economico in cui versa il Paese, Confederazione Cooperative Italiane mette a disposizione, tramite l’intervento della dott. Bruna Rossetti, la sua esperienza quale strumento di conciliazione tra imprese, lavoro e famiglia. A prendere parte al convegno, tutto dedicato all’imprenditoria giovanile quale modo per contrastare la disoccupazione, anche l’economistaLuigino Bruni, professore di Economia Politica presso l’Università di Milano-Bicocca e presso la Sophia University Institute, Ernesto Albanese fondatore dell’Associazione L’altra Napoli, e infine il dott. Andrea Silenzi, della Società Italiana Medici Manager (SIMM – http://www.medicimanager.it)
Medicina: tempi più brevi per l’ingresso nel mondo del lavoro con tre importanti novità
Il Segretariato Italiano Giovani Medici (S.I.G.M.) interviene nel merito della Proposta di Riforma del percorso di studi universitario di medicina, annunciata congiuntamente dal Ministro della Salute e dal Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca nel corso della Conferenza Stampa, tenutasi in data odierna presso la Sala stampa di Palazzo Chigi.
I Giovani Medici (S.I.G.M.), presenti con una delegazione alla Conferenza Stampa odierna, esprimono interesse per l’intenzione dei titolari dei due Dicasteri di provvedere ad un generale riordino del sistema formativo professionalizzante del medico. Da anni, infatti, il S.I.G.M. chiede la rivisitazione dell’attuale sistema formativo pre e post lauream di medicina e chirurgia, nell’ottica sia di valorizzare il ruolo dei giovani medici Italiani all’interno del SSN, sia di rendere più tempestivo l’accesso di questi ultimi al pieno esercizio della professione, in linea con quanto già avviene nelle altre Nazioni EU.
<<Esprimiamo parere favorevole nei confronti della laurea abilitante in medicina, con l’anticipazione del tirocinio professionalizzante nel contesto dei sei anni di università ed il conseguente abbattimento dei tempi morti, ascrivibili all’attuale articolazione tra pre e post lauream, che ha fatto registrare negli ultimi anni patologici ritardi e disservizi ai fini dell’avvio delle procedure concorsuali per l’accesso alle scuole di specializzazione >> – afferma il Dr Andrea Silenzi, Coordinatore Nazionale del Dipartimento Specializzandi del S.I.G.M.. Convergenza anche sulla riduzione della durata del corso di specializzazione, con l’evoluzione del contratto di formazione specialistica per gli iscritti agli ultimi due anni di corso in un più strutturato rapporto di lavoro, <<purchè quest’ultimo provvedimento non rappresenti un espediente appannaggio delle Regioni per ricorrere agli “strutturandi” a discapito della stabilizzazione dei precari e dell’espletamento dei concorsi per l’accesso dei giovani alla dirigenza medica>> – precisa il Dr Marco Mafrici, Vice Presidente Nazionale S.I.G.M..
A tal proposito è stato presentato alla Camera un emendamento, proposto dal S.I.G.M., al Ddl sul Governo Clinico, che, oltre a prevedere la stipula di un contratto di formazione-lavoro per gli specializzandi senior, al pari di quanto previsto dalle Direttive EU, stabilirebbe che “Nell’ambito delle piante organiche aziendali, in ciascuna delle UU.OO, afferenti alla rete formativa delle scuole di specializzazione di area sanitaria, il rapporto tra assistenti in formazione e personale strutturato dirigente medico non può eccedere la proporzione di uno a cinque”. Inoltre, la proposta verrebbe incontro alla richiesta dei Giovani Medici di rendere operativo l’accesso all’intramoenia per gli specializzandi, come già previsto dal D.Lgs 368/1999 e s.m.i..
<<Diamo atto ai Ministri di aver tenuto nella debita considerazione le proposte avanzate dal nostro Segretariato,ma chiediamo chiarimenti su tempi e modalità di applicazione della riforma. – dichiara Walter Mazzucco, Presidente Nazionale dei Giovani Medici – S.I.G.M. – Chiediamo l’immediata istituzione di un tavolo tecnico interministeriale di esperti, al quale siano convocati i rappresentanti dei Giovani Medici, che sia incaricato di definire in maniera partecipativa tutti gli adempimenti necessari a porre in essere le innovazioni annunciate>>.
Nessuna accettazione a scatola chiusa, quindi, ma i Giovani Medici – S.I.G.M. si impegnano a vigilare <<affinchè il filo conduttore della riforma non sia razionalizzare le risorse destinate alla formazione universitaria di medicina, ma punti a valorizzare il ruolo dei giovani medici all’interno del SSN., nell’ottica di una reale implementazione della rete formativa delle Facoltà di Medicina e delle Scuole di specializzazione di area sanitaria, che dovrebbe essere allargata ad ospedale e territorio, oltre che alle eccellenze della Sanità Privata accreditata. La qualità della formazione del medico, infatti, è funzione del numero e della tipologia delle prestazioni effettuate>> – dichiara il Dr Antonio Carnì, delegato del SIGM in seno all’Osservatorio Nazionale della Formazione Medico Specialistica. <<Bene anche la possibilità per i medici di svolgere in contemporanea il dottorato alla specializzazione, iniziativa questa che abbrevierà i tempi di accesso dei giovani medici alla ricerca>> – conclude il Dr Carlo Manzi, rappresentante dei Giovani Medici specializzandi al CNSU e CUN.
ulteriori notizie su www.giovanemedico.it
Università e Specializzazioni: i Ministri Gelmini e Fazio presentano la riforma del percorso di studi di Medicina e Chirurgia
Domani, giovedì 28 luglio, presso la sala stampa di Palazzo Chigi alle ore 11, il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini e il Ministro della Salute Ferruccio Fazio esporranno le modifiche al percorso di studi universitario di Medicina.
Appuntamento a domani per tutti gli aggiornamenti del caso!
L’ Assistenza Sanitaria Integrativa di 5.574 privilegiati della casta della politica pagata dai cittadini italiani.
Mentre scatta la stretta sui cittadini, Montecitorio pubblica la spesa 2010 per onorevoli e famiglie: 30 mila euro al giorno. Dentista e ricoveri le voci più grosse, insieme alla fisioterapia, gratis anche gli occhiali
Subito la stangata sui ticket per almeno 15 milioni di italiani, 10 euro sulle ricette, 25 per gli interventi in pronto soccorso. Potranno tirare un sospiro di sollievo i 630 deputati e 315 senatori con le loro famiglie, che viaggiano con un’assistenza tutta loro. E per una casuale e beffarda coincidenza, proprio alla vigilia della stretta sulle famiglie, la Camera dei deputati rende pubblici per la prima volta i costi della sanità integrativa sostenuta negli ultimi anni a beneficio degli onorevoli. Sufficiente a svelare un costo per le casse pubbliche che sfiora i 30 mila euro al giorno, quasi 850 mila euro al mese.
Già, perché solo nel 2010 la copertura finanziaria approntata per tutta una serie di interventi non esattamente salva-vita a beneficio dei 630 di Montecitorio, degli “ex” e delle loro famiglie ha toccato i 10 milioni 117 mila euro. Dati – sintetizzati nella allegata tabella ufficiale pubblicata – che finora erano rimasti coperti nelle pieghe dell’amministrazione. Sono stati i sei deputati radicali guidati da Rita Bernardini a portare avanti la battaglia per la pubblicazione della spesa “al dettaglio”, dopo molteplici istanze ai vertici della Camera. Finché il 13 luglio scorso, dagli uffici dei questori, parte con protocollo 19751 la tabella completa. Nel 2010, per esempio, per sostenere le spese degli interventi medici a favore dei membri di Montecitorio, dei loro parenti e degli ex deputati, le casse pubbliche hanno sborsato oltre 10 milioni di euro (10.117.000 euro). Lo stesso vale per i membri di Palazzo Madama, i loro familiari e gli ex senatori. Il meccanismo, va da sé, è analogo a Palazzo Madama per i 315 senatori (e famiglie).
Il sistema sanitario integrativo di cui beneficiano gli onorevoli del Belpaese si chiama Asi, (Assistenza sanitaria integrativa). Entrando nel dettaglio dei beneficiari di Montecitorio, i questori della Camera hanno rilevato che a goderne sono, oltre ai 630 deputati, anche 1.109 loro familiari, 1.329 titolari di assegni vitalizi (e 1.388 loro familiari), 484 titolari di assegno vitalizio di reversibilità (e 25 loro familiari), 217 deputati che sono in attesa di vitalizio diretto (nonché 386 loro familiari), 2 giudici emeriti della Consulta (e 2 loro familiari), 2 parenti dei giudici della Corte Costituzionale titolari di reversibilità. ù
In tutto, fanno 5.574 privilegiati.

Quali sono i disturbi per cui è possibile ricorrere a questo fondo integrativo? Tantissimi, anche (e soprattutto) quelli meno gravi. Per esempio, il 30 per cento dell’intero fondo è stato destinato a cure odontoiatriche: 3 milioni e 92 mila euro. Per avere denti sani e sorrisi smaglianti, ogni nucleo familiare ha a disposizione una somma di 23.240 euro per 5 anni. Tra le voci di spesa c’è anche quello per le psicoterapie. I parlamentari più ansiosi e fragili hanno fatto spendere allo Stato 204.000 euro per strizzacervelli e psicologi, pari al 2% del budget a disposizione. Per “ricoveri e interventi” di varia natura, la Camera ha cacciato dalle proprie tasche (e quindi, da quelle dei contribuenti) ben 3 milioni e 173 mila euro.
E se per gli italiani i ticket aumentano, ai parlamentari e ai loro familiari vengono quasi totalmente rimborsati: la cifra pagata per questa voce di spesa è 153.000 euro. Invece, l’esborso per gli accertamenti di vario tipo è di circa 500.000 euro.
I deputati non si sono fatti mancare neanche le cure termali. A disposizione per i trattamenti di questo genere sono stati messi nel 2010 più di 204.000 euro e il plafond annuale di cui poteva usufruire ciascun onorevole (familiari compresi) è stato di 1.240 euro.
Restando in tema di benessere, una delle voci più onnicomprensive è probabilmente quella della “fisioterapia“, che include trattamenti antistress, talassoterapia e servizi che sarebbe più facile trovare in una moderna spa che in un ospedale. Per questo tipo di “cure”, nel 2010 sono stati impiegati circa un milione di euro, il 10% dell’intero budget, (con un plafond per ogni onorevole, famiglia compresa, di 1.860 euro all’anno). Un ultimo esempio: per intervenire sulle vene varicose, presumibilmente delle deputate e delle mogli degli onorevoli, l’esborso è stato di 28.000 euro (con un fondo per ciascun parlamentare pari a 775 euro l’anno)
Atenei, ecco le “eccellenze” italiane: Bologna in testa, le “piccole” spiccano
Medicina a Padova, architettura a Ferrara, scienze a Trento. È la classifica delle facoltà stilata dalla Grande Guida all’Università Repubblica-Censis

La migliore facoltà di Medicina in Italia? È di sicuro a Perugia. E certamente anche a Milano. E poi a Verona, a Pavia, ce n’è una a Firenze, un’altra a Siena, e perché no una a Brescia… A sentire l’opinione degli universitari iscritti, l’Italia è piena di “migliori facoltà di medicina”. Ognuno rivendica la superiorità dell’ateneo che ha scelto, o dovuto scegliere. Gli studenti e anche i professori. Ma la migliore facoltà di medicina in Italia è solo una: quella dell’università di Padova. Non per simpatia, per merito. I suoi docenti sono di altissimo livello, così come le aule, i computer in dotazione, la biblioteca e tutte le altre strutture (didattica, voto 109). La percentuale degli studenti che portano a termine il ciclo di studi nei tempi stabiliti è tra le prime in Italia (produttività, 100). Ha ottimi rapporti con università estere (relazioni internazionali, 96). Produce progetti di ricerca innovativi e di qualità, riconosciuti universalmente nel settore medico (ricerca 110). Meriti che gli valgono, nella classifica del Censis delle “vere” migliori facoltà italiane, una valutazione complessiva di 103,8 punti su un massimo di 110 (e un minimo di 66). L’eccellenza italiana doc. E tra i grandi atenei Bologna “la dotta” si conferma al primo posto, come nel 2010.
Una valutazione che è stata fatta, ateneo per ateneo, facoltà per facoltà, sulla base di quattro parametri oggettivi, costruiti con dati reali e indicatori forniti dalle stesse università. Ne è venuta fuori una guida utile per il neodiplomato che non vuole basarsi solo sulle chiacchiere per scegliere, e utilissima al genitore che deve fare i conti con eventuali spostamenti fuori sede.
E così si scopre che bisogna andare a Bologna per avere il top della facoltà di Psicologia, che prende il voto pieno, 110, per la didattica e la produttività. Per diventare medici e avere il posto assicurato o quasi (lavora il 97,2 per cento di chi si laurea nel settore sanitario, secondo i dati del consorzio universitario AlmaLaurea) bisogna trasferirsi a Padova: non c’è solo la miglior facoltà di Medicina e Chirurgia (103,8 punti contro i 98,2 di Perugia e Milano Bicocca), ma anche quella di Veterinaria. A Ferrara invece si trova il gotha di Architettura (con un punteggio di 105,4 ha scavalcato in questa materia l’università di Sassari, fino all’anno scorso in cima alla classifica).
Per il corso di laurea in Economia, la tappa obbligata per chi vuole il massimo è ancora l’università di Padova, mentre è in calo quella di Trento, passata dal secondo al quinto posto nella graduatoria. Per Farmacia, Trieste ha scalzato Bologna, finita al quarto posto. Giurisprudenza, una delle facoltà con più iscritti in Italia, ha la sua espressione massima nell’ateneo di Siena, ma da segnalare il gran passo in avanti fatto da quello di Udine, dal diciasettesimo al sesto posto in un anno. Il salto di qualità dell’ateneo friulano non si registra soltanto nelle materie giuridiche. Udine primeggia nella classifica di Lettere e Filosofia (nel 2010 era settima), Lingue e Letterature straniere, Scienze della Formazione. Roma vince la “gara” tra facoltà di Scienze Motorie, Milano è la capitale morale di Ingegneria, con il Politecnico che ottiene un punteggio di 101,6, seguito poco più indietro da quello di Torino.
Non sempre, però, le migliori facoltà si trovano negli atenei più grandi. Il Censis li ha valutati sui parametri dei servizi offerti, delle borse di studio, delle strutture, della rete Internet e dei rapporti internazionali. Se è vero che Bologna (90,7 di punteggio) è in testa nella sezione “big”, quelli con più di 40 mila iscritti (Milano è sesta, la Sapienza di Roma settima), l’eccellenza si trova negli atenei medi come quello di Trento, che ha raccolto un punteggio medio di 101,4 grazie soprattutto al numero e alla consistenza delle borse di studio offerte agli iscritti e alla qualità ottima del collegamento a Internet di aule e laboratori.
Il “3+2”, cronaca di una riforma incompiuta
L’architettura del cosiddetto “3+2”, la riforma universitaria varata nel 1999, ha modificato profondamente gli atenei senza riuscire però a raggiungere i risultati sperati: dopo dodici anni i numeri certificano il sostanziale fallimento di un sistema nato con l’obiettivo principale di anticipare l’ingresso dei nostri neolaureati nel mondo del lavoro, soprattutto per colmare il gap con l’Europa. Lo dimostra anche l’aumento delle iscrizioni ai corsi di laurea a ciclo unico – come Medicina e Giurisprudenza – che negli ultimi cinque anni sono cresciute circa del 10 per cento (con un’incidenza sul totale degli iscritti che è passata dal 6,4 per cento del 2005/2006 al 16,1 per cento del 2009/2010).
L’obiettivo mancato
Dati alla mano, il “3+2” mostra tutte le sue criticità. Come sottolinea Roberto Ciampicacigli, direttore di Censis Servizi, i numeri certificano il flop: «L’altissimo tasso di passaggio di neolaureati di primo livello che s’iscrivevano alla magistrale (specie nei primi anni di riforma, ndr) doveva suonare come un campanello d’allarme: nell’anno accademico 2005/2006 questo tasso è stato dell’81,1 per cento e l’ultimo dato disponibile – relativo all’a.a. 2009/2010 – ci dice che il 54,3 per cento dei laureati di primo livello s’iscrive ad un corso magistrale. Poco più di uno studente su due». In definitiva l’obiettivo principale della riforma – vale a dire anticipare l’ingresso dei laureati nel mondo del lavoro – non è stato raggiunto: «Oggi» continua Ciampicacigli «ci si riesce a laureare in meno tempo rispetto al vecchio ordinamento, ma il corso dura solo 3 anni rispetto ai 4 o 5 precedenti: questo, dunque, rappresenta un obiettivo raggiunto solo in parte».
La rimonta del “ciclo unico”
La progressiva diminuzione del tasso di passaggio dalla triennale alla magistrale, soprattutto a partire dal 2005, dipende da almeno tre fattori che concorrono a questo risultato, come spiega Ciampicacigli: «Ci si iscrive di meno alle magistrali o perché si sta già facendo un percorso accademico a ciclo unico, o perché si sceglie di puntare direttamente su un master di primo livello, oppure perché si è talmente sfiduciati nell’esito formativo che si decide di non continuare gli studi». In base ai dati che fornisce il Miur per successive elaborazioni statistiche, però, questo fenomeno non può essere “misurato” compiutamente: l’Anagrafe degli studenti presenta una certa “opacità” e non si può avere accesso al monitoraggio completo e puntuale che segue gli universitari nel corso di tutta la loro carriera accademica. In definitiva si ragiona sui numeri, non sulle persone.
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