Un morso alla mela in garage…e Steve Jobs inventò il futuro (di Beppe Severgnini)

Come si riconosce un genio? Qual è il confine tra un imprenditore e un rivoluzionario, tra un produttore di oggetti e un progettista di futuro? Forse accade quando un’ industria forma una cultura, un prodotto si trasforma in un’ abitudine e un uomo diventa un paradigma: testa inimitabile, vicenda imprevedibile, successo irriproducibile. È il cervello che conta: i girocollo neri e i Levi’ s 501 si comprano.

È stato costretto a diventare un personaggio, Steven Paul Jobs. Lo è anche oggi, dopo aver lasciato il timone al fidato Tim Cook, e aver scritto – con un ottimismo che è il sale e il segno dell’ America – «credo che i giorni migliori e più innovativi di Apple siano davanti a noi». Da utenti appassionati ce lo auguriamo, anche di fronte all’ evidenza della malattia. Ma diciamolo: anche i giorni dietro di noi sono stati memorabili, comunque vada.

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Apple è nata con Steve Jobs, senza di lui era moribonda, con lui è risorta. C’ era una mistica, nel marchio della mela morsicata, in cerca di un profeta. Ma l’ aspetto ieratico, il carattere difficile, l’ egocentrismo e gli annunci teatrali non sarebbero bastati. L’ America è piena di personaggi, sceneggiature e coreografie. La differenza l’ hanno fatta i prodotti.

Il Macintosh, o Mac, è stato il primo personal computer di successo dotato di un mouse e di un’ interfaccia grafica: le icone sostituivano i comandi digitati sulla tastiera (command-line interface, terminal emulator). Un cubo magico, una stranezza e una provocazione. Uno schermo che sorrideva, accendendosi. Venne lanciato da una pubblicità televisiva firmata da Ridley Scott, trasmessa durante il terzo quarto del Super Bowl XVIII il 22 gennaio 1984: una citazione di George Orwell, un invito a salvare l’ umanità dal conformismo di IBM, e dai suoi tentativi di dominare il mondo dei computer.

Ricordo l’ emozione, una domenica mattina, a New York: ho visto una borsa cubica per computer, l’ ho comprata e ho deciso che qualunque cosa andasse lì dentro dovesse essere geniale. Venticinque anni dopo, posso dirlo: non mi sbagliavo.

Come tutti gli appassionati – una setta oggi diventata una chiesa, con i suoi conformismi – ho resistito sulla barca di Apple attraverso tutte le successive tempeste: la cacciata di Jobs, un portatile pesante e sbagliato (Macintosh Portable, 1989), un altro piccolo e fascinoso (Powerbook 140, 1991), la serie prevedibile dei Performa (1992-1997) e finalmente, con il ritorno di Steve J., l’ approdo su coste sicure. Nel 1998 il momento decisivo: il coloratissimo iMac, disegnato da Jonathan Ive – lo stesso di iPod e iPhone. Più di 800.000 pezzi venduti nei primi cinque mesi, software nuovo e sorprendente (per foto e video): si avvicinava la fine del secolo e la fine dell’ esperienza – eccitante, irritante – di sentirsi in minoranza. La domanda «Ma è compatibile?» (sottinteso: con i programmi Microsoft) perdeva significato. L’ avvento di Internet e del protocollo IP livellava il campo. E in quel campo improvvisamente piatto, il cavallo di Steve Jobs non aveva rivali.

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La storia è sufficientemente nota: iTunes è del gennaio 2001, iPod dell’ ottobre 2001, iPhone del 2007, iPad del 2010. Quella piccola «i» che precede i nomi è stato un grande colpo di marketing: in inglese suona come «io», e fotografa il decennio dell’ autoindulgenza. Ma c’ è molto di più, nell’ intuizione di Jobs. Quegli oggetti sono diventati l’ icona emotiva degli anni Duemila. Guardiamo un iPhone – o una delle sue molte imitazioni – e vediamo il ponte tra il passato prossimo e l’ immediato futuro.

La biografia dell’ uomo che ha creato questo può apparire eccezionale, ma contiene diversi elementi che lo avvicinano ad altri connazionali che hanno fatto la storia. Come Barack Obama, Steve Jobs è nato da uno studente straniero e da una ragazza americana (il padre biologico era siriano, Steve venne adottato da Paul and Clara Jobs, genitori di grande cuore e pochi mezzi). Come il coetaneo Bill Gates – entrambi del 1955, ambedue esordienti nel garage di casa – SJ s’ è rivelato un fallimento accademico. Bill ha lasciato Harvard, dopo essersi distinto nel calcolo e nel poker; Steve ha mollato Reed College (Portland, Oregon) dopo un solo semestre, ma ha continuato a frequentare i corsi che gli interessavano, mentre riciclava bottiglie di Coca-Cola a 5¢ per guadagnarsi da vivere. Uno in particolare: quello di calligrafia, che anni dopo gli avrebbe suggerito di dotare il Mac di una grafica rivoluzionaria, prontamente imitata da Microsoft e da tutti gli altri. «Unire i puntini», dice ora SJ con insolita modestia.

Sia chiaro: l’ uomo, per quanto brillante, non ha l’ esclusiva dell’ intuizione e dell’ innovazione. Ci sono stati – nello stesso Paese, nella stessa industria – fuoriclasse prima di lui e dopo di lui (Intel, Microsoft, Amazon, Google, Facebook e Twitter ne sono la prova). La capacità di Jobs è stata quella di trasformare una fantasia in un prodotto. Non tutti se la sentono. Tredici anni fa, in un’ intervista per il «Corriere della Sera», Bill Gates mi ha detto: «Io do per scontato l’ avvento di una grossa novità: una tavoletta portatile che ha una risoluzione tale che ci permetterà di leggerla a letto e di tenerla nella borsa». Però iPad non l’ ha fatto Microsoft. L’ hanno fatto Apple e Steve Jobs.

Una qualità che è di pochi: essere profondamente contemporanei e, insieme, sempre un poco avanti. Saper sognare e, con la stessa baldanza, reagire alla distruzione dei sogni. Il fallimento in America non è un marchio d’ infamia: vuol dire, come minimo, averci provato. Cacciato dalla Apple – «la cosa migliore che mi sia capitata nella vita» – il trentenne Steve ha fondato Pixar, e Pixar ha creato Toy Story, il primo film di animazione creato da un computer. Nella sua autobiografia, John Sculley, l’ ex dirigente della PepsiCo che estromise Jobs nel 1985, ridicoleggiava così le ambizioni del rivale: «Per lui Apple avrebbe dovuto diventare una meravigliosa società di prodotti di largo consumo. Un progetto lunatico. L’ high-tech non può essere progettata e venduta come un prodotto di consumo». How wrong can you be, ma quanto ci si può sbagliare, ha scritto il «Financial Times», commentando l’ infelicissima profezia.

Steve Jobs è certamente un vincitore: non un uomo mite. È un personaggio che ha inventato il futuro, come recita il titolo della biografia scritta da Jay Elliott, ex vicepresidente esecutivo Apple, con William L. Simon (Hoepli, 2011). Un uomo consapevole del suo valore, e poco disposto alle critiche: Apple Store rifiutò una biografia poco rispettosa (poi riammessa). La rivista «Fortune» ha scritto nel 2007: «Steve Jobs è considerato uno dei principali egomaniaci della Silicon Valley». Il co-fondatore di NeXt, Dan’ l Lewin, ricorda così il lavoro insieme, negli anni Ottanta: «Alti e bassi. Gli alti erano incredibili, ma i bassi erano inimmaginabili». L’ ufficio di Jobs ha risposto: «Il suo carattere è cambiato, da allora».

Cambiato, certo: ma nessuno sembra sapere esattamente come fosse, e cosa sia diventato. Si favoleggia di una relazione giovanile con Joan Baez – meritevole di aver amato Bob Dylan. Si cita spesso una passione per i Beatles, indicati come modello di business («Erano quattro ragazzi che tenevano sotto controllo le reciproche tendenze negative, si equilibravano a vicenda. E il totale era più grande della somma delle parti»). Come tutti i miliardari americani Jobs ha acquistato case a New York che non ha abitato, guida Mercedes senza targa e coltiva curiose abitudine alimentari: è un «pescetariano», solo pesce niente carne. Dettagli.

Tre anni fa, il 28 agosto 2008, Bloomberg ha pubblicato per sbaglio il suo necrologio, con tanto di spazi bianchi per la data e la causa di morte. Steve ha risposto con umorismo, citando Mark Twain: «Reports of my death are greatly exaggerated», le notizie sulla mia morte sono notevolmente esagerate. Ma da allora non ha più risposto a domande sulla salute. «Nessuno vuol morire», ha detto anni fa. «Anche quelli che sono sicuri di andare in paradiso non hanno alcuna fretta». Dev’ essere ben strano per lui lasciare il comando mentre Apple vale in Borsa quanto le 32 maggiori banche europee. «Un piccolo capolavoro» l’ ha definito ieri Luca Annunziata su «Punto Informatico»: «Steve Jobs sembra riuscito a trasformare anche le sue dimissioni da Ceo di Apple in un momento topico e nodale dell’ esistenza dell’ azienda che ha contribuito a plasmare, rilanciare, che ha portato al successo. Jobs lascia in un momento critico dell’ economia globale, in cui le Borse faticano e la sua azienda nonostante tutto tiene e guadagna». Così è: l’ uomo non finisce di sorprendere.

Il 12 giugno 2005 Steve Jobs ha parlato ai laureati di Stanford. In quel «commencement address» – noi lo chiameremmo pomposamente lectio magistralis – ha spiegato la sua filosofia di vita e di lavoro, e ha parlato della malattia con un ottimismo che – a distanza di sei anni, un trapianto e molte ansie – appare commovente. Un discorso di quindici minuti, che consigliamo di ascoltare in Rete: «They only way to do great work is to love what you do. If you haven’ t found it yet, keep looking, and don’ t settle», l’ unico modo di fare un grande lavoro è amare quello che fate. Se non l’ avete ancora trovato, continuate a cercare, e non accontentatevi.

Come consiglio di un egocentrico, sembra abbastanza visionario.

di Beppe Severgnini (da Corriere della Sera)

Giovani & Lavoro: la mancata riforma dei tirocini

A sorpresa la manovra di Ferragosto – trasformata in legge a metà settembre con una fiducia blindata – è andata a toccare l’universo dei tirocini. Un universo popolato innanzitutto da circa mezzo milione di stagistie poi da università, centri per l’impiego, istituti di formazione post diploma e post laurea, e naturalmente aziende private, enti pubblici, associazioni non profit in qualità di “soggetti ospitanti”. Un universo finora normato da una legge risalente alla fine degli anni Novanta(il dm. 142/1998, decreto attuativo del pacchetto Treu) e da qualche sporadica legge regionale – perché in effetti la formazione, a differenza del lavoro, sarebbe materia di competenza regionale.

La “riforma” dei tirocini, com’è stata un po’ pomposamente ribattezzata, dopo il primo mese di panico non ha introdotto nella pratica grandi cambiamenti. La modifica più forte è stata il dimezzamento della durata massima (da 12 mesi a 6) per tutti i tirocini extracurriculari, non svolti cioè all’interno di un percorso di studi. Un altro aspetto significativo è stato il tentativo di limitare l’utilizzo dei tirocini ai primi 12 mesi dopo il conseguimento del titolo di studio. Una restrizione molto forte del raggio di azione dei tirocini, che prima erano attivabili “ad libitum”, quindi anche in favore di persone diplomate o laureate da molti anni.

Questa restrizione ha sollevato le vive proteste di alcuni soggetti promotori di stage – per esempio i centri per l’impiego, negli ultimi anni abituati ad attivare tirocini per riqualificare e ricollocare disoccupati – ma sopratutto, un po’ a sorpresa, degli stessi giovani. L’interpretazione più comune, rimbalzata dalle pagine del Forum della Repubblica degli Stagisti al wall di Facebook fino ai cortili delle universita, è stata infatti che introducendo il limite dei 12 mesi tantissimi giovani sarebbero rimasti fuori gioco: gli sarebbe quindi stata sottratta una delle poche opportunità – lo stage – per mettere un piede nel mercato del lavoro.

In realtà il ministero, forse anche per questa pioggia di critiche, si è pentito quasi subito di questo paletto ed è corso ai ripari con una circolare che ha ripristinato la possibilità di fare tirocini per tutti i disoccupati e gli inoccupati. Per farlo, è stata inaugurata ex novo unadifferenziazione tra i tirocini “formativi e di orientamento” e i tirocini “di cosiddettoinserimento/reinserimento lavorativo”. La differenziazione non è presente in nessuna altra fonte normativa; ed è lecito chiedersi come possa una circolare introdurre una distinzioneche la legge di riferimento, utilizzata per 14 anni, non prevedeva affatto.

In ogni caso, guardando al contenuto concreto e non alla forma, la situazione ad oggi è la seguente. Chiunque può fare uno stage se sta compiendo un percorso formativo: in questo caso lo stage si chiama “tirocinio formativo e di orientamento”, viene ulteriormente definito come “curriculare”, e può durare fino a 12 mesi. Poi per un anno dal conseguimento di diploma, laurea e altri titoli di studio legalmente riconosciuti si può continuare a fare stage: sono sempre “tirocini di formazione e orientamento”, in questo caso “extracurriculari”, e hanno una durata massima di 6 mesi. Scaduti i 365 giorni, cessa la possibilità di fare “tirocini di formazione e orientamento” ma si apre quella di fare “tirocini di cosiddetto inserimento / reinserimento lavorativo”.

Questa possibilità è subordinata all’iscrizione dell’aspirante stagista al centro per l’impiego della sua città, nella lista degli inoccupati o in quella dei disoccupati, chiaramente a patto di possedere i requisiti richiesti: per gli inoccupati ciò significa non aver mai avuto un lavoro (eventuali periodi di stage non contano) ed essere alla ricerca da almeno un anno; per essere qualificati come disoccupati invece si deve avere avuto in passato almeno un contratto (anche breve) e anche qui essere alla ricerca. Sempre di tirocini si tratta, insomma: cambia solo la dicitura, ma la sostanza rimane quella.

La Repubblica degli Stagisti, testata giornalistica online che si occupa di questo tema dal lontano 2007, ha cercato di dividere il bambino dall’acqua sporca e di giudicare questo provvedimento normativo pezzo per pezzo. Il dimezzamento della durata massima è un provvedimento giusto, che non può che essere salutato con favore da chi sa bene che dopo poche settimane, o al massimo qualche mese, il grosso della formazione si esaurisce e lo stagista diventa pienamente operativo, in grado di dare un apporto prezioso alla struttura che lo ospita. Gli stage di un anno quindi, specialmente per i laureati, sono spesso stati un modo – dopo i primi 3-6 mesi di formazione – per poter disporre per il tempo restante di personale a basso costo.

Anche il paletto dei 12 mesi dal conseguimento del titolo di studio, così come formulato nella legge, era parso assennato: forse un anno è un po’ poco, in questo periodo di crisi economica, ma un limite ci vuole. Un argine oltre cui non si possa andare, un confine al di là del quale non sia più possibile proporre stage.

Quel che ha lasciato perplessi è stato però il metodo: agire a sorpresa – e un po’ a casaccio – nell’ambito di una manovra indirizzata a tutt’altro. Decidere senza consultare nessuno, senza chiamare al tavolo le Regioni che, essendo titolari della competenza sulla formazione, si sono comprensibilmente sentite scavalcate – tanto che la Toscana ha da subito annunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Far diventare le nuove disposizioni immediatamente operative, senza prevedere qualche mese di cuscinetto per permettere a tutti i soggetti interessati di capire il nuovo perimetro e adeguarsi. E poi l’aspetto comico, quasi grottesco, dell’utilizzare una circolare per inventare quella differenziazione inesistente che potesse permettere, senza perderci – troppo – la faccia, di reintrodurre la possibilità di fare stage anche dopo i famosi 12 mesi dal diploma o dalla laurea, semplicemente cambiando casacca. Si è fatto rientrare dalla finestra, con un trucco terminologico, quello che era stato fatto uscire dalla porta. La facile profezia della Repubblica degli Stagisti è che al 13esimo mese la gran parte dei neodiplomati e neolaureati ancora a spasso correrà a iscriversi al centro per l’impiego: perchè non dovrebbe?

Come troppo spesso accade in Italia, gattopardescamente si cambia tutto perché nulla cambi.

da Italia Futura

Neurologia. La Sin lancia l’allarme: “Serve un adeguato ricambio professionale”

Il pericolo che tra trent’anni si possa avere un deficit di neurologi è stato lanciato dalla Società italiana di neurologia (Sin) che ha promosso una tavola rotonda sul futuro della professione con Istituzioni e i rappresentanti dell’industria del farmaco. Per i neurologi è necessario ridisegnare il sistema, tenendo conto delle mutate esigenze dei cittadini, delle necessità del sistema stesso e della compatibilità economica, senza trascurare il miglioramento delle conoscenze scientifiche.

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04 OTT – “Negli ultimi 30-40 anni abbiamo assistito ad un enorme sviluppo delle conoscenze dei fenomeni patologici, degli strumenti diagnostici e delle opportunità terapeutiche – ha dichiarato il Antonio Federico, Presidente della SIN – ma nei prossimi 30 anni tutte le criticità legate al forte invecchiamento della popolazione emergeranno in modo vistoso e risulteranno evidenti nuove necessità organizzative e assistenziali a cui il sistema, in generale, e noi neurologi, in particolare, saremo chiamati a far fronte. Dovrà essere affrontato il

problema dell’invecchiamento dei neurologi e della conseguente riduzione degli addetti, cui non corrisponde per il momento programmato un adeguato ricambio; dovrà essere rivisto il sistema delle competenze, poiché negli ultimi anni abbiamo assistito ad una proliferazione delle sub specialità che, sebbene abbiano permesso un aumento del livello di conoscenza, hanno tuttavia portato ad una parcellizzazione dei saperi. Non dovrà essere sottovalutato, infine, il problema dell’organizzazione delle strutture con nuovi modelli organizzativi dove eccellenza, buona assistenza, innovazione e costi possano essere coniugati nel miglior modo possibile per raggiungere gli obiettivi assistenziali, senza tuttavia trascurare il miglioramento delle conoscenze scientifiche – ha concluso Federico – è quindi necessario ridisegnare il sistema, tenendo conto delle mutate esigenze dei cittadini, delle necessità del sistema stesso e della compatibilità economica. I neurologi vogliono essere diretti artefici di tale processo”.
La piaga delle malattie mentali e neurologiche affligge gli europei: quasi 165 milioni di persone, ossia il 38% della popolazione del Vecchio Continente, soffre di disturbi cerebrali quali depressione, epilessia, malattia di


Parkinson, ictus cerebrale e demenza. 41.000.000 sono gli europei che soffrono di cefalee, 5.000.000 i casi di demenza, 3.000.000 i casi di epilessia, 1.200.000 i malati di Parkinson ed 1.000.000 gli europei colpiti, ogni anno, da ictus cerebrale. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 50% delle disabilità mondiali è dovuto a malattie del Sistema Nervoso: in Europa, il peso delle malattie neurologiche è pari al 35% della spesa sanitaria generale che, a sua volta, ammonta a 386 miliardi di Euro.

Della ricaduta delle patologie neurologiche sull’attuale organizzazione assistenziale, della complessità del sistema stesso, della formazione, della specializzazione e, più in generale, del ruolo del neurologo di domani si è discusso oggi a Roma in occasione di una tavola rotonda promossa dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) che ha visto riuniti, da un lato, i rappresentanti della prestigiosa Società Scientifica e dall’altro, interlocutori Istituzionali e rappresentanti dell’industria farmaceutica.
Insieme, hanno dato vita ad un momento di riflessione e di dibattito sul futuro della Neurologia in Italia, alla luce delle singole esigenze e delle scarse risorse economiche, attualmente inadeguate rispetto alla complessità della “domanda” del cittadino e del suo specifico fabbisogno.
Il confronto ha preso avvio dall’osservazione di come oggi la nostra società stia vivendo una sorta di ‘rivoluzione demografica’: nel 2000, nel mondo c’erano circa 600 milioni di persone con più di 60 anni, nel 2025 ce ne saranno 1,2 miliardi e 2 miliardi nel 2050.
L’invecchiamento della popolazione è tipicamente accompagnato da un aumento del carico delle malattie non trasmissibili, come quelle cardiovascolari, il diabete, la malattia di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative e, secondo i dati elaborati dalla Federazione Alzheimer Italia, i pazienti over 80 colpiti da Alzheimer nel 2038, saranno quasi raddoppiati rispetto a quelli del 1991 (202,8 casi prevalenti nel 1991 vs i 396,3 del 2038).
Alla luce di queste premesse è indispensabile comprendere quale sarà il futuro della Neurologia ed individuare le ipotesi di Governance più adeguate. La comunità scientifica è unanime nel ritenere che la neurologia del terzo millennio sarà:
una Neurologia dedicata all’urgenza e legata ad alti livelli di necessità assistenziale
una Neurologia dedicata allo studio della complessità, che richiede l’integrazione tra la clinica e sofisticati laboratori di ricerca per diagnosticare correttamente le varie malattie, studiare la loro patogenesi ed aprire nuove prospettive terapeutiche
una Neurologia delle cronicità, che richiederà al sistema di farsi carico della continuità assistenziale, e dei pazienti con patologie croniche, seguiti a livello ambulatoriale e domiciliare
“Le imprese del farmaco – ha affermato Maurizio de Cicco vice Presidente Farmindustria – sono impegnate nella ricerca e nello sviluppo di nuovi prodotti per combattere le patologie neurologiche. Cresce l’aspettativa di vita e aumenta la percentuale della popolazione anziana; diventa quindi necessario disporre di farmaci innovativi per queste malattie.
Il futuro della neurologia italiana richiede una partnership pubblico-privato integrata e un network altamente competitivo. L’obiettivo è quello di migliorare il trasferimento tecnologico delle conoscenze scientifiche nella pratica clinica.
Nell’area della neurologia è possibile e necessario rispondere ancora meglio ai bisogni crescenti dei pazienti. Una sfida che le imprese del farmaco possono affrontare anche in Italia proprio grazie ai Centri di eccellenza presenti sul territorio.
Perché questo accada, è particolarmente importante il ruolo che le Istituzioni possono avere per creare un contesto capace di attrarre gli investimenti e di consolidare quelli esistenti. Sotto questo profilo, il credito di imposta è un primo fondamentale passo che – ha concluso de Cicco – auspichiamo sia presto seguito da altri”.
Gli interrogativi emersi nel corso dell’incontro di Roma sono stati, quindi, numerosi: il modello dovrà essere identico in tutti i contesti ospedalieri? È possibile ipotizzare soluzioni flessibili? E’ possibile l’integrazione con le aziende dell’area vasta per la definizione di percorsi comuni? Infine, è possibile l’integrazione all’interno della stessa Azienda tra strutture operative diverse?
Per rispondere a questi interrogativi, la Società Italiana di Neurologia ha avanzato alcune proposte:
• Migliorare l’organizzazione delle strutture creando reti strettamente collegate e coordinate, dove gli stessi livelli di diagnosi e cura possano essere erogati a tutti i cittadini, indipendentemente dalla regione o dall’area geografica di appartenenza (es. rete per le stroke units, rete per malattie neurodegenerative o rete per le malattie neurologiche rare);
• Implementare i collegamenti di area vasta ed i collegamenti all’interno della stessa struttura
• Implementare e meglio coordinare la ricerca scientifica nei vari settori di punta, collegandola alla ricerca internazionale ed europea. La genetica e le neuro immagini rappresentano alcuni dei settori strategici in cui investire risorse umane altamente qualificate, che potranno favorire una migliore comprensione della complessa struttura del sistema nervoso, delle sue funzioni e delle alterazioni patologiche e che consentiranno di implementare le varie prospettive terapeutiche.
• Adeguare la formazione per creare un nuovo neurologo, cosciente della situazione congiunturale che attraversiamo, che sappia coordinare meglio clinica e ricerca e che affronti con curiosità e capacità le rapide mutazioni del sistema.
• Implementare le strutture assistenziali di neuro riabilitazione, da quella motoria a quella cognitiva, riempiendo tali realtà non solo di procedure assistenziali ma di approcci validati scientificamente
• Migliorare il rapporto tra neurologi e pazienti ed, in particolare, con le loro associazioni.
La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci più di 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

da QuotidianoSanità

Medici di famiglia e web. L’89% lo usa per informarsi, il 13% per l’Ecm online

Nove medici di medicina generale su dieci usano internet per informarsi, l’84% partecipa a corsi Ecm online (il doppio rispetto ai colleghi specialisti) e il 51% interviene a congressi, simposi e tavole rotonde in modalità virtuale. È quanto emerge da un’indagine realizzata dall’Eurisko lo scorso giugno e presentata oggi in occasione del 66° Congresso Fimmg-Metis in corso a Villasimius.

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04 OTT – L’89% dei medici di medicina generale utilizza internet per informarsi, quasi per ricercare informazioni o risposte a un problema specifico, il 32% studia o approfondisce tematiche mentre il 13% partecipa a corsi Ecm online. Per il 65% internet è un canale utile, per 52% lo sono corsi Ecm online e circa il 50% considera utili i congressi ‘virtuali’.
Sono questi i principali dall’indagine Eurisko condotta su 200 medici di medicina generale e 700 specialisti e presentata questa mattina nell’ambito del 66° Congresso nazionale della Fimmg in corso a Villasimius. Da cui emerge, invece, che sono ancora pochi i medici di famiglia che si cimentano in discussioni online attraverso forum, blog e social network (il 5%). Nonostante siano una realtà ancora poco utilizzata, il 60% dei medici di medicina generale considera tuttavia i blog/forum online utili per dare informazioni e consigli ai pazienti e ben il 70% dei medici si dichiara propenso a utilizzarli in futuro, sia per discutere con i colleghi sia per consulenza ai pazienti.

“Negli ultimi anni, grazie soprattutto all’avvento delle nuove tecnologie e del web, la comunicazione medica si è sviluppata verso nuove direzioni facendo propri nuovi mezzi, stili e approcci comunicativi attraverso cui veicolare l’informazione medico-scientifica – ha spiegato Isabella Cecchini, direttore del Dipartimento Salute GfK Eurisko -. Da parte sua il medico ha assunto un ruolo più attivo e autonomo nella gestione e nella ricerca di informazioni utili per la sua professione. Internet è un riferimento primario per il medico perché rappresenta una ‘Biblioteca Universale’ e imparziale del sapere scientifico, ma anche una ‘Babele’ di informazioni dove il medico fa fatica ad orientarsi”. Da qui la necessità di percorsi ‘guidati’ (gran parte dei medici accede infatti al web con una domanda su google) e di ‘contenitori’ garantiti che organizzino l’informazione come i siti dedicati al medico.

I social network non sembrano invece oggi ancora rappresentare uno spazio entro cui confrontarsi.

Più di 1/3 dei medici di medicina generale (il 37%) l’ultima volta che hanno navigato hanno cercato informazioni su un farmaco, il 31% ha cercato informazioni su linee guida o percorsi terapeutici, il 29% ha cercato risposta a una domanda del paziente. Otto medici su 10 si collegano almeno 3 volte alla settimana ai siti dedicati a loro.
Per quanto riguarda i cittadini, l’indagine evidenzia che il 35% cerca su internet informazioni sulla salute. Nell’ultimo mese il 18% degli over 54 che si è collegato a internet lo ha fatto per trovare informazioni su salute e medicina. Il 13% cerca in particolare informazioni sulle possibilità di cura e sui farmaci da discutere principalmente con il proprio medico.

“Dall’indagine dell’Eurisko emerge un quadro molto interessante – ha affermato Alessandro Dabbene, segretario della Fimmg Continuità assistenziale del Piemonte e membro del comitato scientifico del Congresso -. Il medico di medicina generale ha l’esigenza di trovare in Internet informazioni sui più disparati argomenti e ha bisogno di risposte in tempo reale durante le consultazioni dei pazienti. Pertanto utilizza la rete con un approccio generalista che non deve essere considerato superficiale bensì appropriato al suo ruolo specifico”. “Nel pomeriggio, aiutati da alcuni esperti, simuleremo situazioni-tipo in cui un finto paziente chiederà informazioni su una patologia o su un nuovo farmaco – ha spiega Dabbene -. Il medico, scelto a caso, affronterà il quesito addentrandosi nel web e districandosi tra opinioni e informazioni anche contrastanti, per arrivare a rispondere al paziente in maniera esaustiva e corretta”.

da QuotidianoSanità

In diretta dalla presentazione Apple: ecco l’iPhone 4s!!!

Presentato il nuovo iPhone 4s..ecco le foto dalla diretta:

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Design identico all’iPhone 4…ma all’interno nuovo processore A5 che lo renderà 7 volte più veloce

Versioni e prezzi: 16Gb 199$ 32Gb 299$ 64Gb 399$

In Italia dal prossimo 28 ottobre 2011

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Il nuovo processore darà anche maggior respiro alla batteria, che durerà più a lungo. Ecco il prospetto presentato da Cook

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Antenna riposizionata (migliore ricezione)

Nuova fotocamera da 8 Mpx e video in full HD!!
Il sensore della fotocamera è retroilluminato e capace di catturare il 73% della luce in più; ottima rapidità di esecuzione… 1 secondo per la prima foto e mezzo per le successive.
Ecco il confronto con la “concorrenza”:

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Possibilità del Video Mirroring con o senza fili, come su iPad2. Si potrà condividere tutto sulla tv, non solo foto e video.

Inserita la Voice Recognition (riconoscimento vocale)…pareggiato e superato l’unico punto che mancava rispetto alla concorrenza.
Potrete chiedere tutto al nuovo “assistente vocale”, tecnologia innovativa chiamata SIRI:

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L’iPhone 4s diventa il nostro personale “grillo parlante”, con il controllo di tutte le funzionalità dal calendario ai messaggi, dalle note all’email:

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Non serve più navigare e cercare le informazioni su Safari o Wikipedia…basterà chiedere al nostro iPhone 4s. Idem per fissare appuntamenti e memorizzarli sul calendario:

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Diventa il nostro “ricercatore” personale….chiediamo e l’iPhone 4s tramite SIRI risponde:

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Apple ha dato vita a KITT di Micheal in Supercar!!!

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Supporta Inglese Francese e Tedesco…work in progress per Spagnolo ed Italiano.
Miglioriamo la nostra pronuncia…

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da IphoneItalia

Non è la macchina ad essere importante, la rivoluziome è altrove. Ed è in un sistema che, per la prima volta, si propone a noi in maniera completa come una alternativa a tutto quello che fino ad oggi abbiamo conosciuto e considerato come assodato. Il cloud significa vivere senza supporti e poter utilizzare anche un piccolissimo oggetto come uno smartphone al posto del dvd o della console per i videogame sotto al televisore. E Siri, l’assistente intelligente, ci dice anche che stiamo entrando in un mondo senza tastiere, nemmeno quelle virtuali alle quali da pochissimo, con smartphone e tablet, ci eravamo abituati. Il mondo post-pc non ha nulla di fisico, non ci sono tastiere e supporti, non ci sono dischi, libri, giornali o dvd. E tra poco non avremo nemmeno bisogno di un motore di ricerca tradizionale, perché il nostro piccolo smartphone sarà in grado, è già in grado, di ascoltare le nostre domande e cercare per noi le risposte, come abbiamo visto in centinaia di film di fantascienza. Siamo all’inizio, l’assistente parla solo tre lingue, inglese, francese e tedesco, e non è detto che capisca davvero tutto al primo colpo. Ma se pensiamo a com’erano i telefoni cellulari solo una decina di anni fa è facile scommetere su un rapido miglioramento del software.

 

 

 

 

 

TBC, SANATORIO ITALIA

Fino al 2008 il nostro sistema sanitario teneva la tubercolosi sotto controllo: poco più di sette casi su centomila. Da allora non ci sono più dati ufficiali completi, ma l’allarme dei medici di strada e degli addetti ai lavori è alto: la crisi economica allarga le fasce più deboli e povere della popolazione, i tagli alla sanità ostacolano il lavoro di prevenzione e aumenta il rischio di un ritorno del contagio.

LEGGI L’INCHIESTA DI REPUBBLICA

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Amami, proposta shock: angio-rm per ogni caso di cefalea

Da un lato si critica la medicina difensiva, che determina scelte costose e allunga le liste di attesa, e dall’altro i medici vengono condannati dai giudici se non utilizzano le tecniche più eccezionali ed evolute per escludere le patologie meno probabili. Questa la denuncia, partita dal convegno dell’Ordine dei medici di Cosenza, di Maurizio Maggiorotti, presidente di Amami, all’indomani della sentenza della corte di Cassazione (6 settembre 2011, n. 33152), di cui ha dato notizia Doctornews nella rubrica Diritto sanitario. Una sentenza che Maggiorotti ha definito «scioccante», in quanto il medico «è stato ritenuto colpevole di non aver prescritto una angio-risonanza a una paziente affetta da una cefalea, cosa che non avrebbe fatto nemmeno per il proprio figlio». Il problema è che «in assenza della legge che chiediamo da anni, i sanitari fanno medicina dell’osservanza giurisprudenziale, con l’orecchio sempre teso all’ultima sentenza per orientare le scelte cliniche. Da oggi, ogni medico dovrà prescrivere una angio-rm per ogni cefalea, non potendo escludere a priori che si tratti di una cefalea sentinella di un sanguinamento intracranico. La deriva iniziata da tempo, oggi tocca baratri inimmaginabili».

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Intanto, sempre in tema contenzioso, dal 66° Congresso nazionale Fimmg-Metis in corso a Villasimius arriva una conferma dei dati sulla crescita del fenomeno negli ultimi quindici anni. «Il contenzioso» si legge in una nota, in cui si ricorda il nuovo istituto della conciliazione obbligatoria, «ha visto un’escalation spaventosa negli ultimi anni: 9.567 denunce nel 1994, 29.543 nel 2007. Con la conseguenza di un aumento dei premi assicurativi da 35 milioni e 406 mila euro del 1994 a 453 milioni del 2007, il mille per cento».

Da Doctor33.it

Allarme ortopedia: Troppe denunce facili, in fuga dalle scuole di specializzazione.

Sui 7000 ortopedici di tutta Italia pendono ogni anno circa 2000 denunce e anche se nell’80% delle volte la causa decade, l’ortopedia ormai fa paura, tanto che sembrano a rischio copertura i 187 posti delle scuole di specializzazione messi a disposizione dal Ministero. A lanciare l’allarme, dagli spalti del suo congresso nazionale, la Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot), che ha colto l’occasione per fare il punto sulla convenzione stipulata nel 2010 con l’Osservatorio responsabilità medica di Roma (Orme). I primi risultati sulle sentenze del tribunale civile del capoluogo sono però giudicati incoraggianti: su tre milioni di prestazioni effettuate da ortopedici laziali fra il 2006 e il 2008, sono 69 i casi di errore medico condannati dai giudici.

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Stando a quanto emerge dall’analisi, gli interventi di chirurgia vertebrale sono i più soggetti a richieste di risarcimento (16%), seguiti dalla chirurgia protesica dell’anca (9%) e dalla chirurgia del piede (8%). Nel 16% dei casi è stata chiamata in giudizio l’intera équipe. In totale sono stati liquidati circa 6,5 milioni di euro di risarcimento e nell’8% dei casi il chirurgo è stato condannato per aver leso il diritto del paziente a essere informato correttamente.

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Nobel per la medicina 2011 a tre scienziati per le loro scoperte sull’«immunità innata»

Il Nobel per la medicina è stato assegnato a tre scienziati «per le loro scoperte riguardanti l’attivazione dell’immunità innata»: l’americano Bruce Beutler, 54 anni, il lussemburghese Jules Hoffmann, 70 anni e il canadese Ralph Steinman, 68 anni, deceduto per un cancro al pancreas il 30 settembre scorso, come ha comunicato la Rockefeller University in un
comunicato: «Gli era stato diagnosticato il cancro 4 anni fa» sottolineano, e la sua aspettativa di vita era stata prolungata usando proprio i suoi studi sull’immunoterapia.
I tre scienziati insigniti del premio hanno rivoluzionato la comprensione del sistema immunitario, evidenziando per la prima volta i principi chiave per la sua attivazione. Bruce Beutler e Jules Hoffmann, premiati per le loro scoperte sull’attivazione dell’immunità innata, e Ralph Steinman, insignito del prestigioso riconoscimento per il lavoro sulle cellule dendritiche e sul loro ruolo nell’immunità adattativa, hanno contribuito a svelare alcuni dei più importanti segreti del modo in cui il nostro organismo si difende dagli attacchi esterni.

Beutler e Hoffmann hanno scoperto le proteine dei recettori in grado di riconoscere tali microrganismi e attivare l’immunità innata, il primo passo della risposta del nostro sistema di difesa. Steinman ha invece scoperto le cellule dendritiche del sistema immunitario e la loro capacità unica di attivare e regolare l’immunità adattativa, ossia la fase successiva della risposta di difesa durante la quale i microrganismi vengono cancellati dal corpo.
Le scoperte dei tre premi Nobel hanno rivelato il modo in cui le fasi della risposta immunitaria, innata e acquisita, vengono attivate, fornendo quindi nuove conoscenze dei meccanismi delle malattie. Il loro lavoro ha aperto nuove strade per lo sviluppo della prevenzione e della terapia di infezioni, cancro e patologie infiammatorie.

Jules Hoffmann ha compiuto la sua scoperta nel 1996, quando con i suoi collaboratori si è concentrato sullo studio dei moscerini della frutta e del modo in cui combattono le infezioni. Il team ha analizzato insetti con mutazioni a livello di numerosi geni tra cui il ‘Toll’, coinvolto nello sviluppo embrionale come precedentemente dimostrato da Christiane Nüsslein-Volhard (premio Nobel 1995). Infettando i moscerini con batteri o funghi, Hoffmann scoprì che i Toll mutanti morivano perché non erano in grado di scatenare una difesa efficace. Lo scienziato ha anche concluso che il gene è coinvolto nella rilevazione dei microrganismi patogeni e che la sua attivazione è necessaria per una difesa efficace contro di essi.
Bruce Beutler era invece alla ricerca del recettore che si lega al lipopolisaccaride (Lps), l’involucro esterno dei batteri, causando shock settico. Nel 1998, Beutler e i suoi colleghi hanno scoperto che i topi resistenti al Lps avevano una mutazione in un gene molto simile a quella del gene Toll nei moscerini della frutta. Il recettore simil-Toll (Tlr) si è rivelata la chiave. Quando si lega al Lps vengono attivati i segnali che causano infiammazione e, quando le dosi di Lps sono eccessive, lo shock settico. Questi risultati hanno dimostrato che i mammiferi e i moscerini della frutta utilizzano molecole simili per attivare l’immunità innata quando incontrano i microrganismi patogeni.

Ralph Steinman ha scoperto, nel 1973, un nuovo tipo di cellule che ha ribattezzato “dendritiche”. La sua ipotesi era che potessero avere un ruolo importante nel sistema immunitario, perché in grado di attivare le cellule T, chiavi dell’immunità acquisita e base per la creazione di una memoria
immunologica nei confronti di diverse ‘minacce. I risultati dei suoi studi furono inizialmente accolti con scetticismo, ma il suo lavoro successivo ha dimostrato che le cellule dendritiche hanno davvero una capacità unica di attivare le cellule T. Grazie a ulteriori approfondimenti si è scoperto che i segnali derivanti dalla risposta immunitaria innata e rilevati dalle cellule dendritiche sono quelli che controllano l’attivazione delle cellule T. Questo consente al sistema immunitario di reagire nei confronti dei microrganismi nemici.
Chi sono:

Bruce A. Beutler è nato nel 1957 a Chicago, dove si è laureato nel 1981. Successivamente si è trasferito nella Rockefeller University di New York e poi nell’università del Texas a Dallas. È qui che ha fatto la scoperta che gli è valsa il Nobel, quella del recettore Lps (Lipopolisaccaride), il
componente del sistema immunitario che riconosce i batteri. Dal 2000 insegna nell’istituto californiano Scripps.

Jules A. Hoffmann, che condivide il premio con Beutler, è nato a Echternach (Lussemburgo) nel 1941. Ha studiato in Francia, nell’università di Strasburgo, dove si è laureato nel 1969. Dopo un periodo trascorso in Germania, è tornato a Strasburgo, dove ha diretto un laboratorio dal 1974 al 2009. Dal 2007 al 2008 ha diretto l’Istituto di biologia cellulare e molecolare, sempre a Strasburgo, ed è stato presidente dell’Accademia francese delle scienze.

Ralph M. Steinman è nato nel 1943 in Canada, a Montreal, dove ha studiato biologia e chimica nella McGill University.
Successivamente si è trasferito negli Stati Uniti, a Boston, dove ha studiato medicina ad Harvard. Ha cominciato a lavorare nella Rockefeller University di New York nel 1970, dove ha insegnato Immunologia a partire dal 1988 e dove attualmente dirige il Centro di Immunologia. Steinman è decudto per cancro al pancreas il 30 settmebre scorso.

da Sole24Ore Sanità

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