Stop setting hospital benchmarks at the state average @kevinmd @carlofavaretti

Recently, I discovered the statewide report on quality of stroke care in Massachusetts. It’s a plain document, mostly in black and white, much of what you might expect from a state government report. Yet, this 4-page document is a reminder of how we have come to accept mediocrity as the standard in our healthcare delivery system.

The report is about 1,082 men and women in Massachusetts unfortunate enough to have a stroke but lucky (or vigilant) enough to get to one of the 69 Massachusetts hospitals designated as Primary Stroke Service (PSS) in a timely fashion. Indeed, all these patients arrived within 2 hours of onset of symptoms and none had a contradiction to IV-tPA, a powerful “clot busting” drug that has been known to dramatically improve outcomes in patients with ischemic stroke, a condition in which a blood clot is cutting off blood supply to the brain. For many patient-ts, t-PA is the difference between living a highly functional life versus being debilitated and spending the rest of their lives in a nursing home. There are very few things we do in medicine where minutes count – and tPA for stroke is one of them.

So what does this report tell us? That during 2009-2010, patients who showed up to the ER in time to get this life-altering drug received in 83.3% of the time. Most of us who study “quality of care” look at that number and think – well, that’s pretty good. It surely could have been worse.

Pretty good? Could have been worse? Take a step back for a moment: if your parent or spouse was having a stroke (horrible clot lodged in brain, killing brain cells by the minute) – you recognized it right away, called 911, and got your loved one to a Primary Stroke Service hospital in a fabulously short period of time, are you happy with a 1 in 5 chance that they won’t get the one life-altering drug we know works? Only 1 in 5 chance that they might spend their life in a nursing home instead of coming home? Is “pretty good” good enough for your loved one?

The Massachusetts Department of Health has put substantial effort in this area and the numbers have steadily improved. By many accounts, this is a success story (the number was 66% in 2008, rising to 83.5% in 2011). But this level of performance is not nearly good enough.

There are plenty of hospitals that seem to get it right. I counted 14 that were at 100% and another dozen or so that might have missed it on one patient. But here’s the problem. From a clinical perspective, so few patients with stroke ever show up in the magic window of less than 4.5 hours of the onset of symptoms (that’s the cut-off for using t-PA) that the average hospital in Massachusetts sees about 8 such patients per year (less than one a month). If you were unfortunate enough to end up at Lowell General, there was nearly a 40% chance (depending on which campus) that you won’t get tPA. At Milton hospital, there was a 60% chance that you wouldn’t get tPA. These numbers may be getting better slowly, but that’s cold comfort to those permanently disabled because hospitals haven’t yet put in the systems needed to reliably provide a therapy we’ve known is effective since 1995.

So what might state and federal policymakers do if they wanted to get serious about improving these rates? There are lots of potential solutions, including greater training, more oversight, even robust pay-for-performance. I have a simpler request:

Stop setting the benchmark at the state average.

In this report (like almost every other report card), you are judged against the “average”. So, if your state is lousy, a lot of mediocre hospitals can look fine. Instead, set a goal for what you want to achieve. In this case, the goal is 100%. Period. Tell me which hospitals were “statistically” worse than 100%. That’s a lot more meaningful than which hospitals were “statistically” worse than average.

In this report, 64 out of 69 hospitals were labeled “equal” because they weren’t statistically worse than average, including South Shore Hospital, which failed to provide t-PA to 8 of their 31 patients (26% failure rate). Lucky for them, that’s not statistically worse than the state average of 17% failure – but perhaps not so lucky for those 8 patients. For the 64 hospitals that are labeled as “equal”, such as South Shore, there is little motivation to improve. Yet, I’m confident that South Shore would be having a very different set of internal discussions if the benchmark was 100%.

If we’re going to use transparency to improve, we need to choose the right benchmarks. In situations in which strong, evidence-based processes are involved (like providing a life-saving drug), the benchmark should be 100%. Benchmarking to the average is benchmarking to a “C”. We spend a LOT of money on healthcare – we deserve better, and our hospitals can do better. With all the knowledge and expertise in the medical field, we don’t have to settle for a “C”. We should demand that our hospitals provide “A” care consistently and reliably to all their patients.

Ashish Jha is an Associate Professor of Health Policy and Management, Harvard School of Public Health. He blogs at An Ounce of Evidence and can be found on Twitter @ashishkjha.

Turni massacranti, soli in corsia Inchiesta sull’utilizzo degli @Specializzandi

PADOVA – Sono l’ultima ruota del carro. Non si possono opporre all’ordine di ricoprire ruoli massacranti in ospedale o di sorreggere sulle loro giovani spalle pesi che meriterebbero maggiore esperienza. Con lo spiacevole rischio che, se qualcosa poi va storto, a pagare siano quasi sempre loro. Nel vero senso della parola: con condanne di un tribunale, che in alcuni casi hanno messo a rischio l’inizio di una carriera. Ora però qualcuno ha deciso di accendere un faro sul fitto sottobosco di medici specializzandi che popola l’ospedale di Padova. Perché al quarto piano del palazzo di Giustizia, il sostituto procuratore Sergio Dini ha aperto un’inchiesta conoscitiva – per ora senza indagati e senza un capo d’imputazione – per accertare la liceità dell’utilizzo degli specializzandi in ospedale nelle ore notturne e oltre i limiti di orario. L’inchiesta è appena nata, ma potrebbe portare a galla diverse situazioni mai uscite alla luce del sole. A svolgere le indagini sono i carabinieri del Nas, che da alcuni giorni hanno iniziato a sentire i tirocinanti, costretti a coprire da soli i turni di guardia in corsia e a confrontarsi con le emergenze più disparate: a volte per scelta della stessa scuola di specializzazione, a volte per carenza di organici strutturati nel reparto.

È questo il primo passo mosso dagli inquirenti che poi, una volta conclusi i primi interrogatori, si dedicheranno all’acquisizione dei registri dell’ospedale, per verificare i turni e le presenze di specialisti e specializzandi. E capire in quali casi gli studenti delle scuole di formazione vengono lasciati soli e quali i casi in cui ad affiancarli c’è uno specialista dipendente e strutturato, come vorrebbe il regolamento di ogni scuola di formazione medica. La goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha portato all’apertura del fascicolo, è stata l’inchiesta penale che vede indagato con l’accusa di lesioni colpose per un parto finito male il dottor Roberto Laganara, medico strutturato della Clinica Ginecologica di Padova. Il dottore, a sentire la denuncia sporta dallo stesso direttore della Clinica Ginecologica, Giovanni Battista Nardelli, non sarebbe stato sempre presente in sala parto e avrebbe rimandato di parecchie ore la decisione su un taglio cesareo d’urgenza, con la conseguenza che il feto è nato con gravi problemi cerebrali. Quelle che però hanno attirato l’attenzione della magistratura sono i passi della denuncia in cui il direttore della Clinica Ginecologica spiega come il medico strutturato fosse stato chiamato più volte dagli specializzandi a intervenire. Ma non si sarebbe presentato fino alle 23.

Un caso questo molto simile ad altri finiti poi a processo. E che vedono alla sbarra sia il medico strutturato (quasi sempre assente nei momenti decisivi), sia i tirocinanti. A tal proposito il sostituto procuratore Dini, nell’aprire il fascicolo d’inchiesta, ha acquisito una lettera della scuola di anestesia, rianimazione e terapia intensiva dell’Università di Padova, scritta l’11 luglio 2008 e indirizzata ai vertici di Università e ospedale. I tre fogli sono venuti alla luce il 3 febbraio 2011 durante l’udienza del processo per la morte di Tatiana Vitacchio Abrahamsohn, spirata a 71 anni il 30 luglio 2008 per una intempestiva estubazione e la «successiva reintubazione con posizionamento del tubo in esofago». Processo che ha portato alla condanna a 6 mesi dell’allora specializzando Giampiero Gallo e all’assoluzione del cardiologo Giulio Rizzoli. Nella lettera, ancora attualissima e firmata dallo stesso Gallo nove giorni prima dei fatti, è raccontato il disagio di giovani medici tirocinanti chiamati ad «assumere delle responsabilità, umane e professionali, sproporzionate alla loro preparazione ed esperienza».

Condite da turni massacranti, con un monte ore quasi impossibile da sopportare, ma che «ha un’importanza trascurabile di fronte al carico di responsabilità che pesa sul medico specializzando». Chiamato «senza diretto tutoraggio – si legge ancora nel documento – ad assumere decisioni critiche in materia di trattamento di pazienti estremamente complessi e delicati». Con la paura che «il mantenimento di tale modello organizzativo configuri una situazione di grave rischio per i pazienti». «E’ un problema che sentiamo molto, la nostra è una situazione giuridica particolare. Siamo medici abilitati ma non specializzati – spiegano gli specializzandi -. Ci chiedono di acquisire autonomia medica progressivamente. Ma nessuno spiega i tempi e spesso ci viene detto che quell’autonomia ce l’abbiamo da un momento all’altro».

Nicola Munaro
12 ottobre 2012
da CorrieredelVeneto

I GIOVANI MEDICI (SIGM) CONTRARI ALLA RIFORMULAZIONE DELL’ART. 4 DEL DECRETO BALDUZZI CHE CONCEDE AGLI OSPEDALIERI DI ANDARE IN PENSIONE A 70 ANNI

Apprendiamo con stupore che in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati è stato votato un un nuovo testo che, nel riscrivere l’Art. 4 del Decreto Balduzzi sulla “Dirigenza Sanitarie ed il Governo Clinico”, produce delle ricadute negative nei confronti dei giovani medici Italiani. Tutto ciò nel silenzio assordante della professione medica. Nel particolare, verrebbe introdotta la possibilità per i dirigenti medici ospedalieri di andare in pensione, su richiesta e su proposta dell’Azienda Sanitaria, a 70 anni, invece che agli attuali 67 anni previsti dalla normativa vigente (http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=11280).

Tale eventualità sarebbe particolarmente svantaggiosa per le giovani generazioni di medici, per non parlare dei colleghi che da anni vivono la condizione del precariato, peraltro con contratti che non offrono le dovute tutele e con dei compensi non dignitosi, se si considera che la norma prevede espressamente che in tal caso la permanenza in servizio del dirigente interessato deve avvenire senza che l’azienda aumenti il numero complessivo dei propri dirigenti. In tal modo, la dirigenza medica ospedaliera verrebbe parificata agli universitari ai fini dell’entrata in quiescenza, la qualcosa peraltro è sempre stata oggetto di aspra critica da parte dei sindacati ospedalieri.

Il SIGM ritiene che gli effetti dell’entrata in vigore di tale formulazione dell’Art. 4 del Decreto Balduzzi sarebbero gravemente lesivi delle aspettative di migliaia di giovani medici, già gravati da un ipertrofico iter formativo-professionalizzante pre e post lauream di medicina che non ha pari in Europa, come più volte denunciato dal nostro Segretariato, e che ritarda notevolmente l’accesso dei giovani alla pratica della professione ed alla dirigenza medica.

I Giovani Medici (SIGM) chiedono un autorevole intervento del Ministro della Salute ed invitano i relatori del Decreto Balduzzi ed il Parlamento ad intervenire per rimediare a tale errore. Stupisce che, piuttosto che correggere l'”anomalia” universitaria, il Legislatore intervenga per portare l’anomalia a sistema anche sul versante ospedaliero.

Siamo alla vigilia di una mobilitazione nazionale della categoria annunciata da tempo dalle rappresentanze sindacali. Chiediamo una chiara presa di posizione da parte dei vertici della Professione e dei sindacati contro tale iniziativa che non farebbe altro che acuire il conflitto intergenerazionale in seno alla professione. In assenza di chiarezza da parte di chi pretende di salvaguardare gli interessi della categoria tutta, giovani inclusi, ma soprattutto in caso di mancata correzione della parte incriminata dell’Art. 4 del Decreto Balduzzi, invitiamo tutti i colleghi giovani medici a non aderire alla manifestazione nazionale indetta per il 27 ottobre 2012, che a dire il vero già prima di questo spiacevole evento albergava delle contraddizioni in riferimento alle politiche professionali svantaggiose per i giovani medici assunte negli ultimi anni.

Il Consiglio Esecutivo SIGM

Montezemolo (ItaliaFutura): “Il nostro candidato ideale è giovane ma soprattutto competente e con interesse al futuro del paese. Noi stiamo mettendo insieme persone con queste caratteristiche”

«Non mi candido a niente, ho già avuto tanto dalla vita, voglio mettermi a disposizione di un progetto» perché «non credo al modello one man show». Così Luca Cordero di Montezemolo, parlando questa mattina a “Radio anch’io”, conferma la sua intenzione di non candidarsi a Palazzo Chigi ma di voler contribuire a dar vita, con Italiafutura, a una formazione di centro che non sia però il risultato di «operazioni di palazzo».

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Un rassemblement che unisca l’area progressista e liberale
«Non credo a un partito personale, non cerco nulla per me – spiega ancora il presidente della Ferrari – metterò tutte le mie forze per un progetto. Italiafutura vuole concorrere insieme a tante forze reali del Paese, dal volontariato ai giovani, a creare una forza liberale, riformatrice e democratica, per dare risposta a tanti cittadini che non sanno chi votare». In particolare, Italia Futura lavora per creare un “rassemblement”, ispirata all’eperienza delle forze politiche centriste francesi, una «forza liberale, riformatrice e democratica che metta in contatto la società civile e la politca per dare risposte a cittadini che non sanno più a chi rivolgere la loro domanda di politica».

L’esempio dei centristi francesi
Montezemolo paragona per questo la situazione italiana a quella che diede il via alla Quinta Repubblica e alle riforme istituzionali promosse dal generale De Gaulle: «Il nostro candidato ideale è giovane ma soprattutto competente e con interesse al futuro del paese. Noi stiamo mettendo insieme persone con queste caratteristiche. Cerchiamo di unire un grande area progressista, democratica e veramente liberale. Io – continua – ho già in mente una squadra ma non faccio nomi, non voglio che diventi un partito voglio che sia un rassemblement».

All’Italia serve un governo “politico”
Nel corso della trasmissione, Montezemolo tocca vari temi dell’attualità politica, dallo scandalo “Laziogate” – «Lo Stato mi deve dire dove vanno a finire i miei soldi. Che i miei soldi debbano finire a Belsito o a Batman non mi sta bene e non deve star bene a nessuno» – all’ipotesi di un secondo mandato per il premier Monti, che un ascoltatore paragona al dittatore cileno Pinochet, autore di un golpe bianco. «Monti va ringraziato», replica il leader di Italiafutura. E aggiunge: «questo paese ha bisogno di politica. Monti può essere chiamato a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio, ma più che la persona é importante l’agenda Monti. Tra poco bisognerà gestire questo paese e con tutto il rispetto lo deve gestire la politica e non un governo tecnico».

Apre il Congresso Nazionale SItI 2012: “La Prevenzione e la Sanità Pubblica al servizio del Paese”

Si apre oggi a Santa Margherita di Pula (CA), fino al 6 ottobre, il 45° Congresso nazionale della Società italiana di Igiene. Tra i temi, l’Ilva di Taranto e il futuro delle vaccinazioni, la gestione delle malattie croniche e il riordino della sanità del territorio, fino gli orizzonti della sanità pubblica in Italia.

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Per maggiori informazioni

Debutto in corsia per 7000 giovani medici in UK, +6% morti sospette (ma lì il sistema si interroga per trovare soluzioni!)

Roma, 1 ago. (Adnkronos Salute) – Più che di un ‘mercoledì da leoni’ si può parlare di ‘mercoledì nero’: oggi in Gran Bretagna è il primo giorno in corsia per 7 mila giovani medici specializzandi. Un giorno ‘nefasto’ per i pazienti ricoverati, tanto da spingere gli inglesi a ribattezzarlo ‘Black Wednesday’. Secondo una ricerca, nell’esordio sul campo dei giovani camici bianchi si registra infatti un aumento del 6% del tasso di mortalità tra i pazienti ricoverati.

Giovani Medici Specializzandi con il proprio tutor

Un dato allarmante che ha spinto i responsabili del servizio sanitario britannico a prendere delle contromisure ed evitare una nuova ‘killing season’: per i primi 4 giorni, già da quest’anno, gli specializzandi saranno seguiti passo passo da un collega più anziano, nel tentativo di ridurre il numero degli errori e garantire più sicurezza ai pazienti. Una soluzione che ha raccolto consensi, ma anche qualche critica. Per Gayna Hart, amministratore delegato di Quicksilva, una società privata che ha fornito il software per computer al Ssn britannico, “è un po’ come dare a un uomo con una gamba rotta una stampella per soli quattro giorni. Gli specializzandi – aggiunge – hanno bisogno di un sostegno permanente, non di una ‘soluzione rapida’”. A Bristol, questo sorta di ‘affiancamento’ lo hanno testato per 4 mesi, non per 4 giorni. E i risultati si sono visti: gli errori in corsia si sono ridotti del 50%. Secondo Hart, “se i benefici sono questi sarebbe miope limitare questo tipo di sviluppo delle competenze a soli quattro giorni”, si legge sul ‘Telegraph’.

All’origine del boom degli errori ci sarebbe un problema di organizzazione e di competenze. Le indagini hanno infatti dimostrato che gli specializzandi inglesi sono chiamati a effettuare operazioni e svolgere compiti oltre le loro effettive capacità. Spesso hanno la responsabilità di assistere un gran numero di pazienti, soprattutto durante la notte, quando i colleghi più esperti non sono in servizio.
Anthea Martin, consulente medico alla Medical Defence Union e Dental of Scotland, e che fornisce consulenza legale per medici e dentisti a livello nazionale, è categorico: “Ai medici in formazione non deve essere chiesto di svolgere compiti che non si sentono in grado di compiere”.
Il poter contare su colleghi più esperti è infatti fondamentale, soprattutto agli esordi. “L’inizio professionale di un giovane medico – spiega Martin – è un’esperienza scoraggiante. Non dovrebbero essere spinti a lavorare al di sopra delle loro capacità. Loro stessi devono però riconoscere i propri limiti di esperienza e competenza, altrimenti i pazienti vengono messi a rischio e questo aumenta la possibilità di una denuncia”. Secondo Bruce Keogh, medical director del Nhs, questo periodo di ‘affiancamento’ agli specializzandi “potrebbe potenzialmente salvare delle vite, oltre che offrire ai nuovi medici in formazione conoscenze e competenze fin dal primo giorno di lavoro”. Per Tom Dolphin, presidente della Commissione giovane medico della Bma, grazie a questa iniziativa “i nuovi medici, sin dal primo giorno, prenderanno familiarità con i sistemi dell’ospedale”.

Salute sempre più costosa: la spesa sanitaria è salita del 64,1% dal 2000

da Corriere.it

Le spese per servizi e prodotti sanitari in Italia sono aumentati del 14,1% in cinque anni, a fronte di un +8,4% nell’Eurozona nello stesso periodo. Dal 2007 a oggi, quindi, il divario è aumentato di 5,7 punti in più rispetto agli altri Paesi.

MEDICINALI E ATTREZZATURE – Lo rileva un rapporto di Confartigianato presentato nell’ambito del Festival della Persona, che si conclude sabato ad Arezzo. A far registrare i maggiori rincari sono stati medicinali, prodotti farmaceutici, attrezzature e apparecchiature medicali. In questo caso, infatti, nell’arco di tempo considerato i prezzi sono saliti del 13,6%, a un ritmo quasi triplo rispetto al 5,0% dell’Eurozona. Uno spread sanitario elevato, e resta alto anche quello dei servizi ambulatoriali: in Italia salgono del 18,0%, 7,6 punti oltre la soglia media del 10,4%.

SPESA PUBBLICA MONSTRE IN 10 ANNI – A spaventare, però, è il divario – in questo caso tra il 2000 e il 2011 – della spesa pubblica per la sanità: in Italia è cresciuta a velocità doppia rispetto al Pil: + 64,1% contro il 31,9% del Prodotto interno lordo. E per il 2012 la cifra spesa è di 114,5 miliardi, pari al 7,2% del Pil e al 14,2% della spesa pubblica complessiva.

INCREMENTI MODESTI AL SUD – Le regioni che in questa fase hanno vissuto una crescita maggiore sono il Friuli Venezia Giulia con un aumento del 75,2% (battuto solo dalla provincia autonoma di Trento: +87,3%), il Molise (+75,1%) e la Lombardia (72,3%), poi Sardegna, Emilia Romagna, Lazio e Valle d’Aosta tutte comprese tra il 66 e il 70% (Guarda la dinamica della spesa del Servizio Sanitario Nazionale per Regione – pdf). Le dinamiche meno accentuate riguardano, invece, l’Abruzzo con il 43,9% davanti alla Calabria (47,9%) e alla Campania (50,0%). Sotto alla soglia del 55% anche Liguria, Piemonte e Marche. Per quanto riguarda i dati dello scorso anno, l’Italia ha speso in media 1.851 euro per ogni abitante. La spesa più elevata è stata registrata a Bolzano con 2.256 euro per cittadino, seguita dalla Valle d’Aosta con 2.222 euro e da Trento con 2.209 euro. La spesa sanitaria pro capite più bassa è stata invece in Calabria, con 1.704 euro per abitante.

LE SPESE 2008-11 DELLE REGIONI – Considerando soltanto il triennio 2008-11, il disavanzo sanitario regionale (tabella in pdf) si è rivelato particolarmente pesante in Lazio (4.958 milioni, pari al 45,0% del totale), in Campania (2.337 milioni, pari al 21,2%), in Puglia (1.103 milioni, pari al 10,0%), in Sardegna (786 milioni, pari al 7,1%), Calabria (632 milioni, pari al 5,7%) e Sicilia (592 milioni, pari al 5,4%). Restano, invece, in attivo l’Emilia Romagna con 113 milioni, seguita da Bolzano con 65 milioni, dal Veneto con 63 milioni, dal Friuli Venezia Giulia con 59 milioni, dalle Marche con 52 milioni, dalla Lombardia con 45 milioni, dall’Umbria con 32 milioni e dal Piemonte con 28 milioni. Questo equilibrio incide, a livello nazionale, per 182 euro per abitante. In Lazio pesa per 865 euro pro capite, mentre tra le regioni che registrano addirittura un saldo in positivo ci sono Bolzano con 128 euro per persona, Friuli Venezia Giulia con 47 euro, e si arriva fino a Piemonte (6 euro per abitante) e Lombardia (4 euro).

Welcome iPhone 5…ecco foto e caratteristiche!

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– Il telefono è fatto interamente di vetro e alluminio, è diverso da qualsiasi modello mai creato. È il 18% più sottile dell’iPhone 4S, risultando anche il 20% più leggero. Lo spessore è di appena 7.6 mm e il peso di 112 grammi. Come spiega Schiller, chiunque può creare un telefono più grande, ma l’evoluzione è farlo più leggero e sottile. L’iPhone 5 ha un display da 4 pollici 16:9 con risoluzione 1136X640. Apple non ha voluto aumentare le dimensioni del display perché il telefono continuasse ad essere comodo in mano.
Tutti i software sono stati aggiornati, dalla mail al calendario, e le icone sul display stanno su 5 righe.
L’iPhone 5 sarà disponibile in due colorazioni. Bianco e nero. Quello bianco ha l’alluminio satinato sul retro, il nero invece alluminio nero anodizzato.

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– Tutte le applicazioni precedenti funzionano anche sul nuovo iPhone 5, ma gli sviluppatori stanno lavorando da tempo per aggiornare e rendere migliori le nuove app per il display introdotto sul telefono. Le applicazioni, fondamentalmente, si vedono molto meglio. La saturazione dei colori è il 44% in più, il touch è integrato nel display grazie ai sensori inseriti, permettendo ad Apple di eliminare uno strato.

– La connettività su iPhone 5 è HSPA+, DC-HSDPA e, finalmente, LTE: il nuovo iPhone è velocissimo. Nel telefono troviamo un chip singolo per voce e dati, oltre ad un singolo chip per le onde radio, il tutto grazie ad una antenna dinamica. Gli operatori telefonici statunitensi che consentono l’utilizzo dell’LTE sono ormai numerosi, ma il numero sta aumentando esponenzialmente anche in giro per il mondo. Per quanto riguarda l’Europa, le cose iniziano a smuoversi adesso, ma questo non fermerà il wireless ultraveloce di iPhone 5.

– A livello di connettività non troviamo solo l’LTE, ma anche il wireless ultraveloce. Il processore a bordo è un Apple A6, due volte più veloce del precedente, il 22% più piccolo, con prestazioni decisamente sorprendenti: lancia pagine web 2.1 volte più velocemente, salva immagini dall’app iPhoto 1.7 volte più velocemente e via dicendo

– Si parla di batteria, un argomento abbastanza importante per tutti. In chiamata/navigazione in 3G e LTE dura 8 ore, in browsing WiFi dura 10 ore. La fotocamera a bordo scatta a 8 megapixel 3264×2448, con retroilluminazione, filtri Hybrid IR e apertura f/2.4. La fotocamera è il 25% più piccola di quella dell’iPhone 4S e permette di scattare immagini perfette in condizioni di scarsa luminosità, sfrutta un sistema di allineamento delle lenti e il vetro zaffiro. Lo scatto è il 40% più veloce che in passato.

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– Viene presentata la nuova funzionalità Shared Photo Stream insieme a Panorama, una nuova modalità di scatto che consente di catturare immagini anche di 28 megapixel complessivamente, tramite la creazione di transizioni tra più foto messe insieme. Per quanto riguarda i video, vengono girati in 1080p, con stabilità migliorata e face detection. È possibile scattare foto mentre si girano video. FaceTime è ora in HD grazie ad iSight, con tre microfoni, qualità 720p e retroilluminazione. Il design degli speaker di iPhone 5 è stato migliorato con un 20% di ingombro in meno

– Gli speaker permettono ora la totale cancellazione dei rumori di fondo. Per quanto riguarda il connettore di iPhone 5, le cose sono cambiate: il wireless è sempre più presente ed importante rispetto al cavo. Ora si usa Lightning, un cavo decisamente più piccolo e sottile!

– L’adattatore è piccolo e compatto. La novità più importante di questo iPhone 5 è iOS 6, il nuovo sistema operativo aggiornato che verrà illustrato da Scott Forstall. Forstall anticipa la presenza di tante nuove funzionalità, a partire dalle mappe con 100mila nuovi punti di interesse complessivi e un motore di ricerca ad hoc, con indicazioni passo passo. Viene utilizzato l’angolo di visuale di una camera cinematica ed è possibile utilizzare le mappe in modalità landscape, oltre che portrait. Le immagini dal satellite sono state migliorate.

– Cliccando sull’opzione 3D è possibile vedere modelli in tre dimensioni delle vie rappresentate. Con due dita è possibile cambiare l’angolo di visuale della camera. Una novità nel Centro Notifiche permette di inviare un Tweet o uno status su Facebook con un semplice tap. Safari è stato migliorato di molto, permettendo anche la modalità full screen. iCloud tabs permette di sincronizzare i contenuti tra i browser mobile e quelli desktop. In Mail troviamo invece la funzionalità VIP, per collezionare i messaggi più importanti in un unico luogo.

– Passbook è la nuova app che permette di avere a disposizione tessere, biglietti del cinema o arei, tessere punti e via dicendo. Con un semplice tap abbiamo tutte le nostre carte e biglietti a portata di mano, in versione digitale. La funzionalità di condivisione del photo stream permette di selezionare alcune immagini per essere condivise in modo semplice e diretto: gli amici riceveranno una notifica push sui propri telefoni. Al momento la funzionalità non è ancora integrata con Facebook. Anche Siri è stata aggiornata e migliorata.

da Mobileblog.it

Tutelare i dati sanitari o ricercare una cura “open source” per il proprio tumore?

Il fenomeno della digitalizzazione ha da tempo investito anche i dati sanitari. Questa considerazione, che può apparire banale, nasconde la necessità di analizzare con estrema attenzione il processo in atto al fine di poterlo valutare in tutta la sua portata e di poterne individuare  problemi e criticità. Momento decisivo di tale digitalizzazione è l’implementazione di sistemi di gestione dei dati posti in essere dalle aziende sanitarie al fine di potenziare le loro capacità di cura e prevenzione. Questi sistemi sono infrastrutture informatiche che prendono il nome di «Fascicolo Sanitario Elettronico» (FSE). Il FSE rappresenta un nuovo importante strumento a disposizione di chi opera nel mondo sanitario ed ospedaliero. Esso si sostanzia in due momenti fondamentali: da un lato, quello dell’archiviazione di una massa di dati ed informazioni; dall’altro, quello della condivisione dei dati così archiviati tra tutti gli operatori del sistema legittimati al trattamento.

Salvatore Iaconesi è un esperto di tecnologia, un artista, una figura polivalente con un curriculum ricco e vario. Recentemente, ha scoperto di avere un tumore al cervello. I risultati degli esami gli sono stati però consegnati in un formato chiuso, proprietario. Salvatore li ha “craccati” e resi disponibili per il download a tutti, con un’idea di condivisione e ricerca di aiuto allo stesso tempo. Salvatore chiama la sua idea “Cura Open Source”, e scrive: “Ieri sono andato a ritirare la mia cartella clinica digitale: devo farla vedere a molti dottori. Purtroppo era in formato chiuso e proprietario e, quindi, non potevo aprirla né con il mio computer, né potevo mandarla in quel formato a tutti coloro che avrebbero potuto salvarmi la vita. L’ho craccata.”

Cosa pensare di questa situazione? È necessaria una tutela senza se e senza ma o, in ogni caso, i nostri dati sanitari sono destinati con il FSE ad essere alla mercé dei pirati del web (sempre più bravi)? Iaconesi è mosso dalla sua volontà e dalla fede incrollabile verso web e l’open source, ma è fantascienza immaginare hacker al soldo di gruppi o società interessata a speculazioni e denaro facile?

Ecco il video “provocatorio” di Iaconesi. Dibattito aperto.

Video

da laRepubblica.it

 

In Calabria l’emergenza sanitaria si impara sui banchi di scuola

Il progetto, in collaborazione con Ministero e Agenas, prevede una campagna informativa sull’appropriato utilizzo dei servizi di emergenza-urgenza e del servizio di continuità assistenziale. In Calabria si comincia dagli studenti delle scuole medie.

09 SET – Il Dipartimento tutela della salute e politiche sanitarie della Regione Calabria – informa una nota dell’ufficio stampa della Giunta – attuando un costante monitoraggio delle attività delle centrali operative del 118 e dei pronto soccorso, ha potuto constatare, negli ultimi anni, un incremento di richieste e a volte un uso inappropriato dei servizi di “emergenza- urgenza” dovuto a scarsa informazione e/o alla mancanza di comunicazione con il cittadino/utente sul corretto uso degli stessi.

Tale criticità viene rilevata dai dati nazionali su tutto il territorio italiano. A tal fine il ministero della Salute ha stipulato un accordo di collaborazione con l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas.) per la realizzazione a livello nazionale del progetto denominato “il corretto uso dei servizi di emergenza-urgenza”, che prevede l’attuazione di una campagna informativa nazionale sull’appropriato utilizzo dei servizi di emergenza-urgenza e del servizio di continuità assistenziale, al quale la Regione Calabria ha aderito condividendo lo spirito e le finalità.

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