Giovani Medici: al voto del Senato il nostro emendamento per inquadramento esclusivo degli Specializzandi in ENPAM. Luci e ombre della Finanziaria per i Medici.

Il SIGM ha riproposto, sotto forma di emendamento, la proposta di inquadramento previdenziale esclusivo degli specializzandi in ENPAM, con possibilità di recupero dei contributi già versati all’INPS dal 2006 ad oggi e di trasferimento degli stessi all’Ente Previdenziale dei Medici.

L’emendamento in questione (scarica copia dell’emendamento), presentato in seno al ddl n. 2887, di conversione del decreto 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo (Manovra Finanziaria aggiuntiva straordinariaè stato dichiarato ammissibile e sarà sottoposto al voto del Senato nella speranza che i contenuti dello stesso vengano recepiti in toto. Qualora tale iter Parlamentare si concludesse positivamente, il nostro Segretariato conseguirebbe uno storico risultato a favore della categoria dei giovani medici, i quali si gioverebbero di una migliore valorizzazione dei contributi previdenziali versati e da versare durante la specializzazione, a differenza da quanto previsto dall’attuale duplice ed iniquo regime contributivo in INPS ed ENPAM.

e, da un lato, la Manovra Finanziaria potrebbe presentare delle luci per la nostra categoria, dall’altro, si profilerebbero all’orizzonte delle ombre: infatti, anche la dirigenza medica non sarebbe esente dagli effetti infausti che deriverebbero a seguito dell’annunciata impossibilità di accedere all’istituto del riscatto degli anni di laurea al fine del computo dell’anzianità lavorativa minima necessaria ad accedere al pensionamento. Rispetto a tale limitazione, si fa presente che, pur essendo interessati in maniera diretta i medici di età superiore ai 40 anni (per le generazioni antecedenti il sistema contributivo puro sarebbe già prospetticamente in vigore in relazione alla piena applicazione della riforma del sistema pensionistico, in vigore dal 1° gennaio 1996),le giovani generazioni di medici subirebbero un danno indiretto…

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Tbc, i neonati contagiati salgono a 57 Codacons: dove lavora marito infermiera?

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ROMA – Ci sono cinque nuovi neonati positivi ai test disposti sui nati al Policlinico Gemelli dopo il caso dell’infermiera ammalatasi di tubercolosi e attualmente ricoverata allo Spallanzani. Il totale deipositivi sale così a 57 sugli 829 risultati finora pervenuti delle 1.058 visite e test effettuati, il che porta la media del 6,9%. L’Unità di coordinamento, presieduta dalla governatrice Renata Polverini, questa sera ha fatto il punto della situazione sulle operazioni di verifica e prevenzione attraverso i suoi esperti ricordando «che la positività al test non significa malattia ma esprime l’avvenuto contatto con il bacillo». «Pertanto – recita un comunicato – anche sui nuovi 5 neonati positivi sono stati già programmati ulteriori controlli e sarà proposta la profilassi prevista dal protocollo predisposto dall’Unità di coordinamento regionale. La profilassi, definita anche dalle linee guida internazionali evita il rischio di sviluppare la malattia a seguito dell’avvenuto contatto con il micobatterio. L’Unità di coordinamento precisa, inoltre, che dei neonati risultati positivi fino a oggi e sottoposti agli ulteriori controlli previsti, nessuno è risultato ammalato». Per la giornata di domani, 31 agosto, sono stati fissati 136 appuntamenti. Intanto il Codacons torna alla carica e ha chiesto alla presidente Renata Polverini «dove lavorava come infermiere il marito dell’infermiera del Gemelli». L’associazione chiede di controllare «tutte le migliaia di bambini e genitori che hanno frequentato ospedali e reparti in cui soggetti infetti hanno prestato servizio» e pone tre domande alla governatrice: «Dove lavorava come infermiere il marito dell’infermiera del Gemelli? Lavorava già nel 2004, quando aveva la pleurite tubercolare? La commissione incaricata dalla Polverini deve accertare anche questo o no?». Secondo il Codacons «lo scandalo della Tbc a Roma si ingrossa. Tra silenzi imbarazzanti e mezze ammissioni, comincia a emergere un quadro ben più allarmante di quello che vorrebbe far credere la Polverini». Fonti sanitarie sostengono che l’uomo non avrebbe rapporto di lavoro nè con lo stesso policlinico Gemelli, nè con altre strutture a esso collegate. Il Codacons aveva presentato un esposto alla Procura di Roma. La procura di Roma continua le sue indagini: il procuratore aggiunto Leonardo Frisani ha ascoltato oggi quattro dirigenti del Gemelli, sia amministrativi che medici, ai quali è stato chiesto di spiegare a quali visite sono sottoposti i dipendenti, con quali meccanismi e se il personale del reparto neonatale è soggetto a ulteriori controlli. Al magistrato, è arrivata l’informativa dei Nas, da cui emergerebbe che la donna (che era vaccinata e che presto sarà sentita dalla Procura) non sarebbe stata sottoposta a visite in tempi recenti. I carabinieri, inoltre, hanno consegnato alla Procura tutto il materiale sequestrato al Gemelli: cartelle cliniche, elenco del personale e turni di lavoro. Al momento il fascicolo resta senza indagati nè ipotesi di reato, e non risulta arrivata a piazzale Clodio alcuna denuncia da parte dei familiari dei bambini risultati positivi. Intanto la questione sta diventando un caso politico: è di oggi la richiesta avanzata dalle opposizioni in Consiglio regionale (Giulia Rodano dell’Idv, Enzo Foschi del Pd e Rocco Berardo dei Radicali) di convocare urgentemente la commissione Sanità e un Consiglio straordinario. Ma non sono gli unici: a chiedere di convocare, oltre che la Sanità, anche la commissione Politiche sociali è il capogruppo di Fli Francesco Pasquali, mentre il capogruppo Api, Mario Mei, parla di «Consiglio completamente esautorato».

da Il Messaggero.it

Yale medical school switching to iPad curriculum, Harvard medical school creating custom apps

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Add Yale’s School of Medicine to the growing list of medical schools that are embracing the iPad as the primary source of medical teaching.

This upcoming year Yale will be giving their medical students, all 520 of them, an iPad 2 with an external wireless keyboard. We’ve covered with great depth the growing list of medical schools using iPads as the main tool for learning — such as Stanford, UC-Irvine, and many more.

“Yale School of Medicine this year will outfit all students with iPads and no longer provide printed course materials. The initiative, born out of a going-green effort, could save the school money in the long run, said Assistant Dean for Curriculum Mike Schwartz.

The school typically spends about $100,000 each year in printing costs for class materials for the first- and second- year students. That doesn’t include the cost of labor, he said.

Schwartz said the iPads will provide professors with new classroom tools, including clearer graphics and the ability to change course materials as often as necessary. “

While Harvard’s School of Medicine isn’t providing a specific tablet or device, they are instead providing supporting apps. They are test piloting apps that medical students can use on the iOS and Android platform — for example — the ability to do patient tracking using your smartphone.

Source: Boston.com

La Ricerca italiana ha messo la retromarcia: uno studio descrive il declino del settore

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Per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica italiana ha smesso di crescere e dà segnali di arretramento: lo evidenzia una ricerca condotta da Cinzia Daraio, docente di Economia all’Università di Bologna e Henk Moed, esperto bibliometrico olandese. Diminuiscono esperimenti, scoperte, nuove conoscenze prodotte nelle biblioteche e nei centri di ricerca universitari e numero di articoli scientifici pubblicati.

Dai 52.496 articoli scientifici italiani pubblicati nel mondo nel 2008 si è scesi a poco più di 40mila nel 2009 e il dato è in continua caduta. Dopo le università, quindi, anche la ricerca è allo stremo.

Non solo, ciò che ci schiaccia e che sta trasformando il Belpaese da precursore e divulgatore d’innovazione ad arretrato fanalino di coda è il confronto con gli altri Paesi europei. Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione: sei ogni diecimila abitanti. Metà della Spagna e un terzo della Gran Bretagna. In coda insieme a una Spagna, che ci ha appena raggiunto, anche per investimenti pubblici nella ricerca: sono lo 0,4% del Prodotto interno lordo. E l’investimento dei privati arriva solo allo 0,6 per cento del Pil. Nelle collaborazioni internazionali tra i sei “big europei” siamo penultimi (e pensare che negli anni 80 eravamo al secondo posto…).

Una vera beffa se si pensa che invece i ricercatori italiani restano i primi in Europa per tasso di produttività individuale. E che ci sono file di eccellenti neolaureati disposti a lavorare sodo per far riemergere dal baratro la qualità della ricerca italiana.

Una fase involutiva che ci conduce dunque a inseguire da lontano il treno in corsa degli altri Stati europei e a scontare con sempre maggiori difficoltà la concorrenza agguerrita di paesi emergenti come India, Brasile e Cina. Quest’ultima, per dare un’idea, in quindici anni ha quadruplicato le sue prestazioni, superando l’Italia nel 1999, la Francia tre anni dopo, la Germania nel 2005 e infine il Regno Unito nel 2006.

da Universita.it

I numeri da record delle ammissioni a medicina: si parte domani dalla Cattolica di Roma

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Test universitari al via con numeri da record, soprattutto per medicina. La crisi mette in riga gli studenti. Si punta sulle Facolta’ che offrono lavoro, con in testa quelle mediche. Dal 30 agosto partono le prove di selezione negli Atenei privati. Il 5 settembre tocca alle Universita’ pubbliche. Alla Cattolica del Sacro Cuore di Roma le presenze saranno da capogiro: si sono iscritti in 7.333, di cui 2.859 maschi e 4.474 femmine. I posti sono 282 e, dunque, ce la fara’ solo uno su 26. Nello stesso ateneo ci sono anche 25 posti per odontoiatria, i candidati sono 567. Il test per le due aree e’ unico e prevede domande di logica e psicoattitudinali. Piu’ ridotte quelle scientifiche. Il 7 settembre partono gli orali a cui accederanno in 600.

E dall’anno prossimo, ha annunciato Rocco Bellantone, Preside della Facolta’ di Medicina della Cattolica, “il test si fara’ ad aprile”.

Test il 30 agosto anche al Campus Biomedico, sempre a Roma, che conta 1.917 iscritti contro i 1.340 dello scorso anno. I posti sono 110 e a breve sara’ inaugurato un nuovo polo didattico visto che la facolta’ ha numeri sempre piu’ alti. Alla Sapienza gli iscritti sono 7.369 per medicina e odontoiatria, i posti sono 801 per medicina e 60 per odontoiatria. Entra una persona ogni nove.

Sempre nelle Universita’ della Capitale, in 2.527 si contenderanno i 220 posti di medicina e i 38 di odontoiatria disponibili a Tor Vergata.

Al San Raffaele di Milano il test e’ il 31 agosto: i candidati sono 3.700 per 100 posti. All’Universita’ di Bologna ci proveranno in 2.937, alla Federico II di Napoli in 4.099, a Bari ci proveranno in 1.529, alla Statale di Milano in 2.870. Ma non solo medicina fa il pieno di iscritti: anche dal Politecnico di Milano annunciano numeri da record ai test. Quest’anno gli aspiranti ingegneri sono 7.792 e gli architetti e designer 6.144, a fronte, rispettivamente, di 5.469 e 2.787 posti disponibili per l’anno accademico 2011-12. E’ boom per le ingegnerie, con una crescita del 9% rispetto al 2010.

Successo, in particolare, per Ingegneria matematica, gia’ esaurita dopo le immatricolazioni della prima fase, e Ingegneria fisica (+55%), mentre sono in crescita le iscrizioni a Ingegneria gestionale (+11%), Ingegneria meccanica (+8%) e Ingegneria energetica (+15%).

Gli iscritti al test di Architettura e Design sono aumentati del 7% rispetto all’anno scorso. In crescita, tra i corsi piu’ gettonati, Architettura ambientale (+22%) e Design della moda (+ 21%).

da Televideo.Rai.it

Presentata l’ultima creatura di Steve Jobs: ecco l’iTeam!

One last thing, un’ultima cosa. Se Steve Jobs si fosse trovato a tenere una delle sue memorabili presentazioni, avrebbe forse introdotto così la notizia del giorno. Invece, ha scelto la forma della lettera, brevissima, per lanciare la sua ultima creatura. Che si potrebbe chiamare i-Team, la squadra che prende il suo posto. Lascia perché non ha più le forze per continuare, Jobs, il leader malato della Apple più sana, ricca e profittevole della storia. E quindi presenta al board la sua richiesta: si dimette, suggerisce di nominare al suo posto Tim Cook e chiede di poter restare come presidente e dipendente della società. L’essenziale sa essere commovente. Il board accetta e in poche ore il sito della Apple registra che Tim Cook è il CEO.

E ora? Perché sia un successo, l’iTeam, occorre che il capo abbia progettato la squadra in modo che chi gli succede sia grande. Anche senza di lui.
Certo, non sarà facile. Basta guardare a questo agosto di terremoti nell’industria digitale, che si conclude con il massimo grado. Il mercato di borsa ne approfitta per risentirne. Ebbene, tutto quello che è successo, dall’acquisto della divisione telefoni cellulari della Motorola da parte di Google al sostanziale abbandono di Palm da parte della Hp, appare come la conseguenza delle innovazioni fondamentali prodotte dalla Apple guidata da Jobs. È la sua leadership culturale, più ancora che la sua produzione, ad aver cambiato il destino dell’industria musicale, con l’introduzione del sistema iPod-iTunes, della telefonia, con l’iPhone-AppStore, e della fruizione quotidiana della rete, con l’iPad. Google e Hp sembrano rispondere, non fare la partita. E pensando alle condizioni disastrose in cui si trovava la Apple quando Jobs è tornato, come pensando ai successi incredibili che ha ottenuto nei quasi tre lustri successivi, il mondo da anni si domanda che cosa sarà della Apple dopo la fatale partenza del suo leader. Ed è per questo che la successione è destinata a essere il capolavoro o il fallimento di Jobs.

Sapendo quanto maniacale sia sempre stato Jobs nella cura dei dettagli, anche l’iTeam che lascia al suo posto deve essere stato preparato con attenzione. Tim Cook è da anni il suo braccio destro. È l’uomo che è riuscito a rendere possibile l’impossibile: fare prodotti di massima qualità con costi ridotti all’osso, senza rinunciare alle componenti più ricche. Cook dice sempre: «Il magazzino è il male». Jobs lo ha spesso ripetuto: è Cook che ha consentito alla Apple di essere unica nei prodotti e di rispondere alle esigenze del mercato senza inefficienze, per arrivare a una profittabilità straordinaria: i computer, i telefoni, i lettori di musica, alla Apple, non sono commodity. Sono oggetti unici fatti in serie. Prima di Cook, la Apple non riusciva mai sincronizzarsi con la domanda del mercato. Con Cook ce l’ha fatta perfettamente.

Per questo, l’esigentissimo, essenziale, elegante designer Jonathan Ive ha potuto scrivere pagine decisive nella progettazione degli oggetti digitali. E Ive resta l’altro caposaldo dell’iTeam, cui tutti guardano per la continuità del messaggio identitario fondamentale dei prodotti della Mela. È per questo, probabilmente, che Philip Shiller resta al suo posto di capo del marketing: «Lo sapete che cosa succede quando un’azienda ha innovato tanto che è l’unica a fare i prodotti che fa? Che cominciano a comandare i capi delle vendite. Gli uomini di prodotto ne soffrono. Ma questo significa che quando quei prodotti saranno superati l’azienda non avrà più innovatori al suo interno». Così parlò Steve Jobs, nel 2004, quando stava già pensando alla successione. Shiller aveva preso il posto di Jobs, in passato, quando si trattava di parlare in pubblico dei nuovi prodotti. Ma era Cook a essere nominato per prendere il posto di Jobs durante i suoi periodi di assenza: perché i prodotti della Apple non sono il modo in cui vengono raccontati. Sono il risultato di un’intera filosofia aziendale. Che interpreta l’esigenza del pubblico offrendo qualcosa che il pubblico non sapeva di poter desiderare, definendo così il percorso dell’innovazione.

Il prodotto di successo, alla Apple, non è il colpo di genio di un inventore: è il risultato di un metodo. Che diventa identità aziendale.
Quel metodo e quell’identità sono i binari sui quali Jobs lascia la sua squadra. Perché siano grandi, i suoi successori dovranno interpretare il loro compito senza timidezza. Ma con la stessa fiducia di poter cambiare il mondo e con la stessa maniacale attenzione al risultato della loro opera.

Se l’iTeam saprà superare il suo fondatore, il suo fondatore avrà superato sé stesso.

di Luca De Biase

La lezione di Jobs. Le aziende che promuovono i propri manager guadagnano di più

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La squadra è tutto in in un’azienda. Lo sa da molto tempo e l’ha messo in pratica Steve Jobs, che prima del suo abbandono definitivo, ha lavorato molto per costruire l’«i-Team» che lo sostituirà in Apple nei prossimi anni.

Jobs ha lasciato in eredità la sua società a Tim Cook, che da anni è il suo braccio destro e che negli anni si è conquistato la piena fiducia dei dipendenti, del cda e soprattutto di Wall Street. Anche l’ultima mossa dell’«uomo che ha inventato il futuro» si potrebbe rivelare, dunque, azzeccata.
A conferma di questa scelta, la risposta positiva dei mercati dopo l’addio, e un recente studio di una business school americana. Secondo il report congiunto della società di consulenza A.T.Kearney e della Kelley School of Business dell’Università dell’Indiana, le società che rinnovano la leadership pescando al proprio interno ricavano maggiori profitti.

L’analisi, Twenty-year Study Shows Superior Long-Term Financial Performance for S&P 500 Corporations that Promote CEOs from Within, che risale all’aprile scorso, prende in esame le performance di 500 società non finanziarie dello S&P tra il 1988 al 2007. Scartando il 75% delle aziende, che nel frattempo sono scomparse, tra le rimanenti ben 36 big society che avevano reclutato i loro amministratori delegati internamente, hanno dimostrato di aver superato in redditività e valore quelle che hanno invece preferito rivolgersi ai cacciatori di teste per scegliere a qualunque costo il «ceo migliore sulla piazza».

C’è poi un altro aspetto che contribuisce ad aumentare l’appeal di una scelta interna: la spesa. Tra stipendio, bonus e altri incentivi un manager che viene da fuori costa il 65% del più di uno promosso nel team dirigenziale. Tra le società analizzate che hanno contribuito a creare il piano di successione più redditizio fino ad ora ci sono Best Buy, Caterpillar, FedEx, Honda, McDonald’s, Microsoft, Oracle, Johnson & Johnson e Nike. Probabilmente, tra dieci anni, ci sarà anche Apple.

da il Sole 24 Ore

Alzheimer, malattia sociale

Disagio, sofferenza e solitudine. Sono le facce conosciute di un male che isola lasciando parzialmente intatte le emozioni dei pazienti. Uno studio della Cattolica indaga l’importanza della ricerca psicologica

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di Paolo Frediani da Cattolicanews.it

Non deve essere semplice il momento in cui una malattia viene diagnosticata. Nel caso dell’Alzheimer spesso alla paura si accompagna la mortificazione psicologica, la coscienza della perdita delle proprie facoltà. Non è questione di puro interesse scientifico scoprire esattamente cosa succede a chi ne è colpito, e quali difficoltà dovrà incontrare. Un quadro chiaro della situazione può infatti aiutare il paziente e chi gli sta intorno non solo nella gestione della malattia stessa, ma anche nell’affrontare le implicazioni emotive e psicologiche che ne conseguono.
Un importante contributo in questo senso è fornito da una ricerca condotta dall’ Unità di ricerca sulla Teoria della Mente del dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica, in collaborazione con l’Unità di Neurologia riabilitativa della Fondazione Don Carlo Gnocchi.
L’indagine, pubblicata sulla prestigiosa rivista Aging & Mental Health, con l’articolo Mapping levels of theory of mind in Alzheimer’s disease: A preliminary study – firmato da Ilaria Castelli, Alessandra Pini, Margherita Alberoni, Olga Liverta Sempio, Francesca Baglio, Davide Massaro, Antonella Marchetti, Raffello Nemni – rivela che, nelle prime fasi di sviluppo della malattia (mild Alzheimer Disease), rimane in buona parte intatta la capacità di immedesimarsi nella mente degli altri per intuirne gli stati mentali – cioè le emozioni, i desideri, le credenze – e per capire come essi influiscano sui comportamenti. Si tratta di un’abilità che in ambito scientifico è definita Teoria della mente (ToM. Acronimo di Theory of Mind) o “mentalizzazione”, che svolge un ruolo cruciale nella vita quotidiana, permettendoci di prendere parte in modo adeguato alle interazioni sociali e comunicative con gli altri individui.
Gli studi in ambito psicologico si sono tradizionalmente concentrati su come questa abilità si sviluppi durante l’infanzia e solo negli ultimi anni si sono occupati di capire se essa sia soggetta a cambiamenti nel corso dell’intero ciclo di vita. È proprio all’interno di questo recente interesse scientifico che è nata la collaborazione tra l’Unità di ricerca sulla Teoria della Mente, diretta da Antonella Marchetti, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, e l’Unità di Neurologia riabilitativa, diretta dal professor Raffaello Nemni, primario della suddetta Unità, che si occupa di malattie degenerative legate all’invecchiamento.
In questa ricerca è stata messa a confronto la capacità di mentalizzazione di 16 soggetti affetti da Alzheimer con quella di altri 16 in normali condizioni di salute. I partecipanti allo studio, over 60, sono stati sottoposti a test di difficoltà crescente per misurare la ToM. I compiti consistevano nel riconoscere emozioni e credenze di personaggi rappresentati attraverso storie o illustrazioni.
Un compito base consisteva nel far vedere ai partecipanti una scatola di caramelle, che conteneva a loro insaputa delle puntine, e chiedere loro cosa pensavano vi fosse all’interno. Una volta mostrate le puntine, la scatola veniva richiusa. A questo punto, si chiedeva loro che cosa avrebbe pensato di trovare nella medesima confezione un’altra persona che fosse entrata nella stanza. Un compito come questo richiede, oltre all’uso della memoria per ricordare che il reale contenuto è differente da quello indicato sulla scatola, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, per prevedere che cosa questi penserà del contenuto della scatola vedendola chiusa.
Un livello più avanzato di Teoria della Mente è stato misurato attraverso test più complessi. Uno di questi, raccontano Ilaria Castelli e Davide Massaro, due dei ricercatori dell’Università Cattolica che hanno preso parte allo studio, consisteva nel proporre una storia su due persone che utilizzano un oggetto. Per esempio, Gianni e Maria, marito e moglie, usano un telefonino in una stanza. La moglie ripone il cellulare nella sua borsa e lascia la stanza. Il marito lo riprende, continua a usarlo, sino a che si stanca e lo mette in un cassetto. Maria torna e vede dalla porta socchiusa dove Gianni, che non sa di essere stato visto, ha riposto il cellulare. Dopo cena Maria decide di andare a prendere il cellulare. A questo punto, si chiede a chi è sottoposto al test di spiegare dove Gianni pensi che Maria cercherà il telefono e per quale motivo: il soggetto testato deve mettersi nei panni di Gianni che non sa di essere stato visto da Maria. È chiaro, quindi, come oltre a ricordare diverse informazioni (il cellulare prima era nella borsa e dopo era nel cassetto) sia necessario saper articolare diversi livelli di prospettiva: mettersi nei panni di una persona e immaginare che cosa questa pensi rispetto a ciò che pensi un’altra persona e prevederne così il comportamento.
I malati di Alzheimer non hanno ottenuto risultati significativamente deboli negli esercizi di primo livello, che illustravano situazioni semplici. È probabile, quindi, che le capacità di ToM nelle prime fasi della malattia siano meno danneggiate di quanto possa apparire. I risultati ottenuti dai ricercatori, invece, hanno mostrato un legame tra le difficoltà nello svolgere i test avanzati di Teoria della Mente e i deficit di memoria e comprensione tipicamente danneggiati dall’Alzheimer.
Difficile dire quali possano essere le implicazioni di questi risultati. «È complicato sapere se un paziente ha fallito un test unicamente per le difficoltà di mentalizzazione o se invece, per esempio, il fatto che abbia problemi nel memorizzare i passaggi di una storia abbia giocato un ruolo importante – dice Davide Massaro -. È difficile scorporare artificialmente le due componenti, dato che nella vita quotidiana entrambe concorrono alla manifestazione di una buona competenza sociale».
Concludendo, il risultato più interessante è che gli individui con inizio di malattia di Alzheimer mostrano alcune difficoltà nell’utilizzo della Teoria della Mente nei compiti più complessi, mentre mantengono un buon funzionamento di questa competenza nei compiti più semplici. Per i due ricercatori, le conseguenze di questo risultato potrebbero essere notevoli sia per i pazienti sia per i familiari che li seguono. «I nostri risultati – auspica Massaro – potrebbero essere presi in considerazione da chi si occupa di approntare degli interventi riabilitativi e/o supportivi per le persone affette da Alzheimer. La ricerca ci aiuta a non esasperare l’inabilità di chi è colpito da questa malattia, che, dal punto di vista psicologico, comporta un disagio e una sofferenza altissimi. Alle volte il paziente può lasciarsi andare e convincersi di non poter più coltivare rapporti umani. Poter trovare il modo di gestire delle relazioni che diano ancora gratificazione migliorerebbe lo stato psicologico e l’umore. E questo sarebbe già un grande risultato».
E i vantaggi non riguarderebbero solo i pazienti: «Frequentemente – spiega Ilaria Castelli – a prendersi cura di chi soffre di Alzheimer sono il coniuge e/o i figli, come abbiamo avuto modo di verificare anche con la nostra ricerca. Per queste persone sapere che ci potrebbe essere un intervento che cerca di preservare non solo le capacità di memoria, ma anche quelle di mentalizzazione, potrebbe essere estremamente positivo, per aiutare il proprio famigliare affetto dalla malattia di Alzheimer a continuare a prendere parte in modo adeguato alle interazioni quotidiane».

Eurobond e Leadership per ritrovare rigore e crescita

«Alla fine degli anni 80, quando credevamo di aver visto tutto il possibile, l’Europa ci sorprese tutti con una rapida marcia verso l’Unione monetaria», scriveva Paul Krugman in un libro di alcuni anni fa.

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Dietro quella sorprendente marcia c’erano un progetto chiaro e lungimirante, frutto di un “orgoglio europeo” non fumoso, ma pragmatico, e una leadership in grado di realizzarlo. Il progetto dell’Unione monetaria europea (Uem) proponeva una grande zona di stabilità in difesa degli interessi europei, in un quadro internazionale caratterizzato da cambi fluttuanti e da un dollar standard puro, slegato definitivamente da qualunque riferimento sia pur virtuale a un tallone aureo. La leadership politica dei Paesi aderenti riuscì a realizzare il progetto, sebbene molti fossero gli osservatori che scommettevano contro, come la frase di Krugman lascia trasparire.
Un progetto chiaro e la leadership per realizzarlo è ciò di cui Eurolandia ha bisogno oggi, di fronte a un’ondata di “scommesse” contrarie che indossa le vesti della speculazione, più pericolose di quelle di disinteressati osservatori quali Krugman e altri economisti.

La proposta di EuroUnionBond (Eub) avanzata da Alberto Quadrio Curzio e Romano Prodi va, a mio parere, nella direzione giusta, coniugando in buone dosi pragmatismo e sofisticazione tecnica da un lato, visione di lungo periodo dall’altra.

Leggi l’approfondimento su il Sole 24 Ore

The official letter with the resignation of Steve Jobs as Apple CEO

CUPERTINO, Calif.—(BUSINESS WIRE)— To the Apple Board of Directors and the Apple Community:

I have always said if there ever came a day when I could no longer meet my duties and expectations as Apple’s CEO, I would be the first to let you know. Unfortunately, that day has come.I hereby resign as CEO of Apple. I would like to serve, if the Board sees fit, as Chairman of the Board, director and Apple employee.

As far as my successor goes, I strongly recommend that we execute our succession plan and name Tim Cook as CEO of Apple.

I believe Apple’s brightest and most innovative days are ahead of it. And I look forward to watching and contributing to its success in a new role. I have made some of the best friends of my life at Apple, and I thank you all for the many years of being able to work alongside you.

Steve

LETTER FROM STEVE JOBS

Apple’s board of directors announced today that Steve Jobs has resigned as the company’s CEO. Tim Cook has been named CEO and Jobs has taken a position as chairman of the board.

According to a BusinessWire release, Jobs submitted his resignation letter (posted below) to Apple’s board of directors today, with the recommendation that Tim Cook (who is currently serving as acting CEO) be named to that position permanently.

Apple is so intimately associated with its founder Jobs it is nearly impossible to imagine the company without him. Apple is a product of his vision, his leadership and his unerring ability to roll out amazing products that just work. Job’s pet projects are like a litany of all that’s best about Apple: Macintosh, iMac, OS X, iPod, iPhone, and iPad.

Steve Jobs and Steve Wozniak founded Apple Computer in 1976, and released the Apple I that same year. The Apple II came out the next year. It was a smash, and touched off the era of home computing. In 1984, Apple introduced The Macintosh, the first mass-market computer with a mouse and graphical user interface. It was no less revolutionary to publishing than the Gutenberg printing press.

But while Apple was flying high, in a rare mis-step Jobs lured John Scully away from Pepsi to serve as Apple CEO, famously asking him if he’d rather sell sugar water or change the world. Scully, in turn, forced Jobs out in 1985, and Apple entered a dark era of declining sales and marginal influence. Jobs went on to found NeXT Computer, and when Apple needed a next-generation operating system it bought NeXT Computer in 1996. Jobs came along as a part of the deal. He’s led Apple to a remarkable comeback since his return as CEO. From laughing stock of the tech industry, Jobs has led it to become one of the world’s most valuable companies. And for the past decade, with Jobs at the helm, it has rolled out must-have hit, after hit, after hit.

However health problems have kept him from his normal day-to-day duties in recent years. In 2004, he was diagnosed with pancreatic cancer, and had successful surgery to remove the tumor. However, due largely to his appearance, and absences from Apple events, questions about his health continued. In 2009, he underwent liver transplant surgery, but returned to work shortly thereafter. However, early this year, Jobs took a medical leave of absence from Apple, and (as he has previously done before) left Cook in the role of acting CEO.

That absence is now permanent, and Cook’s job would seem to be as well. However, Jobs isexpected to remain closely involved in Apple’s product strategy. And of course, Jobs could be a powerful chairman.

We very, very much hope that the greatest businessman, CEO and product developer of our era is doing okay, and that this decision does not mean his health has taken another turn for the worse. He is an icon and idol who has made this world we live in a better place. We sincerely and deeply wish Mr. Jobs and his family the best.

from http://gizmodo.com/5834141/steve-jobs-resigns-as-apple-ceo